La boutique della tecnologia critica

L’arte che si prende la rivincita sul product design. E un collettivo che produce arte come farebbe un’azienda. Ma se i materiali e i linguaggi sono gli stessi dell’industria, i messaggi non potrebbero essere più diversi. Dalla Russia arrivano i critical gadget di Electroboutique.

Electroboutique

Prendete Nam June Paik, mescolatelo con Steve Jobs, aggiungete una buona dose di Claes Oldenburg e un pizzico di Jeff Koons. Il risultato di questa bizzarra alchimia si chiama Electroboutique e viene dalla Russia. Alexei Shulgin e Aristarkh Chernyshev, da sempre interessati all’uso creativo delle nuove tecnologie, hanno messo in piedi una realtà che si situa comodamente a metà tra il collettivo artistico, la bottega artigiana, lo studio di design e l’azienda hi-tech.
Con l’aria sorniona di chi sorridendo dice cose tremendamente serie, Electroboutique produce “New Media Art 2.0”, un’arte che si sforza di uscire dal circolo ristretto di seguaci dell’arte elettronica, che viene vissuto come un “ghetto”, producendo oggetti che siano accessibili nel senso più ampio del termine. Belli, divertenti, facili da usare, economici e persino eco-compatibili. Alla base del progetto c’è una riflessione sul ruolo dell’arte e sulla sua percezione collettiva: “Negli anni ‘20 del Novecento le avanguardie hanno inventato il design come veicolo per portare l’arte nelle case. Poi i designer hanno cominciato a prendere le idee degli artisti e a implementarle nel design industriale. Oggi sentiamo le aziende dichiarare che i loro prodotti sono opere d’arte; quindi l’arte è costretta ancora una volta a ridefinire il proprio ruolo all’interno della società”.
Partendo da questo presupposto, Electroboutique si propone di andare “al di là dell’arte e al di là del design”, definendo una pratica che insegue l’estrema libertà: per fonti di ispirazione, mezzi utilizzati, linguaggi e pubblici di riferimento. Non a caso il duo partecipa con la stessa frequenza a mostre in gallerie, fiere e musei, ma al contempo si comporta come un marchio di design, aprendo concept store (come quello inaugurato a Trondheim nel 2009) e pop up store (ce n’è stato uno negli spazi del Museo della Scienza di Londra fino al 14 febbraio).

Electroboutique - wowPod

L’idea più importante che il gruppo sembra mutuare dalla Pop Art è l’uso consapevole e provocatorio di un certo genere di superficialità; la capacità di appropriarsi dei contenuti e degli stili della comunicazione di massa per poi esibirli, elevandoli a monumento, in tutta la loro brillante vuotezza. Ma il mezzo stavolta non è per niente il messaggio e le opere di Electroboutique, pur utilizzando le stesse tecnologie e gli stessi materiali dei produttori di elettronica di consumo, non potrebbero farne un uso più diverso. “Vogliamo dimostrare che la tecnologia non è predeterminata”, commenta Shulgin.
Molti dei lavori prendono di mira l’universo Apple, facendo leva sulla riconoscibilità delle forme e naturalmente ironizzando sulla venerazione che la massa tributa alle tecnologie made in Cupertino. È il caso di iPaw, scultura robotica che vede protagonista un cane che scrolla infinite schermate di applicazioni su un iPad; oppure di wowPod, che non solo ingigantisce l’iPod fino a farlo diventare un ingombrante gadget da parete, ma lo distorce anche. Fisicamente e concettualmente. Collegato al proprio iPod, infatti, wowPod reinterpreta in chiave artistica tutti i suoi contenuti, sottoponendoli a interferenze e distorsioni. Ma il lavoro più famoso di Electroboutique si chiama 3G International ed è un grande iPhone allungato e avvitato su se stesso a formare una spirale. Il riferimento visivo è immediato: il monumento di Vladimir Tatlin alla Terza Internazionale (1919-20), una delle icone assolute dell’avanguardia, qui rievocata in chiave ironica, ma nient’affatto consolatoria. Dopo un primo sorrisino di approvazione e sorpresa, infatti, l’immagine si rivela per ciò che è: un oggetto altamente disturbante.

Electroboutique - 3G International

Il progetto più recente del gruppo – o forse dovremmo dire dell’azienda? – è nientemeno che un “generatore” d’arte. Si chiama Instant Artlet Maker ed è un software che permette di generare opere con l’aiuto di un computer. Il programma utilizza una serie di pratiche ormai comuni e standardizzate e le ricombina, dando vita a infinite possibilità. E quali sono queste strategie artistiche così stereotipate da essere riducibili a regole e date in pasto a una macchina? Ecco qualche esempio, che non sarà difficile da riconoscere per chi frequenta l’arte contemporanea: prendi un oggetto piccolo e ingigantiscilo, prendi un oggetto grande e mettilo sottosopra, mescola un’opera d’arte antica con un’icona pop, e così via. Quello che viene fuori è “Artlet”, come la chiama Electroboutique, lo stile più riconoscibile dei nostri tempi. Un’arte leggera, ironica, smart. Ma, soprattutto, un’arte fotogenica. Perché prima ancora che per essere vista, è fatta per essere “postata”.

Valentina Tanni

www.electroboutique.com
www.artlet-blog.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #5

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • Domenico Ghin

    A me sinceramente sembra più design con il tocco in più della provocazione niente altro, queste immagini mi danno la sensazione di qualcosa di asettico, mancano secondo me quei presupposti per far assurgere questo genere di lavori in un aurea che si possa definire arte, come d’altronde mancano nel design e nella moda perchè circoscritti e atrofizzati nella sfera della funzionalità e dell’appetibilità di massa.