Il senso di uno studio visit. E di una residenza

Andrea Bruciati se ne inventa almeno una a bimestre. Ora, insieme a Eva Comuzzi, si parla di residenze, ma sono particolari, manco a dirlo. Con artisti messi tutti insieme e visite durante le prime fasi del lavoro. Questo sì che è un open studio. Ce lo racconta l’incursore Alessandro Facente, fra coloro che sono stati invitati a visitare i “Painting Detours”. Le sue impressioni e riflessioni le trovate qui.

Painting Detours 2012

Il dibattito quotidiano, la condivisione di idee e gli spunti di riflessione sono i primi e fondamentali benefici che gli artisti in residenza per Painting Detours possono ricevere da un contesto che li costringe per un mese a convivere a stretto contatto, con tutto ciò che comporta la divisione degli spazi di lavoro con leggeri teli in pvc.
Essere reciprocamente sottoposti al contatto ravvicinato rende la condizione in cui sono inseriti fertile a quel tipico dibattito tra artisti, basato sulla condivisione della sfera ideativa e produttiva che c’è dietro lo sviluppo di un’opera, rendendo la critica tra di loro più funzionale nel momento della sperimentazione, rispetto a quella che critici e curatori attivano per discutere la forza che l’opera, a lavori conclusi, è in grado o meno di trasmettere.
Quello che mi è apparso evidente nelle mie due giornate di studio visit del 17 e il 25 aprile è la sensazione di vicinanza tra artisti; ho sentito le temperature giuste di una comunità che può dialogare con un pubblico ampio anche di non addetti ai lavori, mettendo in campo l’ipotesi concreta di un inserimento, nel tessuto locale, di quegli argomenti tipici di un pubblico di settore, ma che in questo modo arrivano alla gente in maniera più snella rispetto a un linguaggio museale.

Painting Detours

La lezione che impari stando vicino agli artisti è infatti l’unica che è realmente colma di quei significati e urgenze che parlano dell’uomo e vanno oltre l’oggetto prodotto o l’evento confezionato, toccando quella sfera personale che affonda le radici alle sue più intime necessità, debolezze e tormenti. Il messaggio che quindi carpisco dal modello su cui Andrea Bruciati ed Eva Comuzzi stanno lavorando, mi conduce all’importanza di seguire il pensiero degli artisti, imparare da loro per non smettere di ragione per idee. Tuttavia, in questa fase, l’addetto ai lavori, con le sue competenze, è un elemento ulteriore che può aiutare a dibattere sulla forza delle conclusioni a cui giungono.
Ma è incrementando le occasioni di dialogo e, nel nostro caso, il numero di residenze, rielaborandone ogni volta il format, che è ipotizzabile sensibilizzare le comunità, di giovani operatori, e costruire finalmente nel nostro sistema quell’approccio operativo, tipico internazionale, e affine alle pratiche laboratoriali, che determina la qualità sostanziale di un società efficiente che sa educare le nuove generazioni alle questioni umanistiche lasciando solo che crescano all’interno delle sue diffuse pratiche contemporanee.

Painting Detours 2012

Ecco che acquisire un modello come Panting Detours, solo per il fatto che offre all’artista l’opportunità di sviluppare la sua ricerca nella quotidianità di un contesto vivo, può diventare fondamentale nell’ampio discorso dell’educazione sociale, un messaggio interessante da recapitare alle piccole province che possono davvero fare la differenza rispetto alle grandi città.
Prendere parte ad un programma di residenza, dove l’assorbimento profondo del contesto può essere il punto di inizio del progetto che individualmente si penserà di sviluppare, è il contributo che l’artista, come figura sociale, viene chiamato a sperimentare su di sé per consegnare un lavoro la cui “narrazione” è la storia visionaria da raccontare per ricucire il divario, spesso ampio, fra arte e vita. Suggestioni, queste, che sono determinanti nel ruolo degli artisti oggi, e dare loro quest’opportunità significa spostare la questione da una ragione curriculare a una urgentemente legata all’utilità oggi dell’opera d’arte nella società. Ed è l’opera infatti l’obiettivo, come viene risolta, come si inserisce nel contesto in cui viene concepita, quanto corrode i dettami rigidi e speso ciechi della quotidianità dando, a sua volta, l’opportunità a chi farà visita di capire se stiamo di fronte l’esercizio di stile di un esecutore o il terremoto intellettuale di un artista.

Painting Detours 2012

Questo ci dà lo spunto per ragionare anche sugli aspetti più pratici di una residenza che ha le caratteristiche sostanziali per attrarre la curiosità degli addetti ai lavori, la cui attenzione viene catalizzata su chi in quel momento partecipa al programma e si sottopone all’onere del giudizio dei professionisti. Creare progetti di questo tipo, e aprirli alla visita collettiva, rientra a pieno titolo nella consuetudine dei sistemi stranieri dove è naturale la visita costante di curatori, critici, direttori di museo e galleristi che normalmente non faticano a girare per studi, al di là che questo rientri in un programma di residenza.
Ma ciò che più mi ha colpito è che il lavoro viene reso visibile nel pieno processo di esecuzione e ciò rende questa residenza progettualmente critica, perché sollecita il dialogo nel momento di debolezza, quando l’artista non ha ancora il lavoro finito ma tira fuori, lì dove c’è, il carattere e la verità della ricerca che però ha ben saldi in testa, predisponendo la questione a un livello squisitamente discorsivo, rendendo il progetto particolarmente speciale rispetto ai normali open studios che vediamo all’estero, dove la visione del lavoro avviene nella fase conclusiva, quando il concetto è entrato nella razionalità discorsiva del ragionamento assorbito.

Alessandro Facente

  • mary spin

    Che bellissima idea…………………………..
    Ho molta stima in andrea Bruciati, e spero
    che questa sua nuova idea abbia un futuro FULGIDO,
    e ricco di nuovi talenti…………………….AUGURI.

  • gimmy

    Trovo questo articolo poco informativo.
    Non racconta che cosa stanno facendo gli artisti. Spende parole generiche di elogio per il dialogo, ma non ne riporta (almeno sommariamente) neanche uno, non dice che tipo di dialogo reale c’è stato fra gli artisti e il critico che li ha incontrati (per ben due volte), che tipo di confronto si è verificato nei fatti.
    Non riporta una discussione significativa, per esempio uno scambio di idee su un’opera in particolare.
    Non dice quanti e quali sono gli artisti in residenza, non ci informa se anche noi possiamo andare a vedere questi lavori, se ne faranno una mostra ecc.
    E’ un articolo astratto, pieno di parole generiche, di enunciazioni ideali, di buone intenzioni. Molte sono condivisibili, eh, intendiamoci, ma non è questo il punto.
    Soltanto l’ultimo paragrafo dell’articolo accenna a una caratteristica concreta di questa residenza: il fatto che mostrare un lavoro mentre lo si sta ancora facendo espone il lavoro stesso a una debolezza e spinge l’artista a difenderlo con un discorso. Benissimo, ottimo spunto: allora quali discorsi sono saltati fuori, da questa debolezza e da questa difesa, visto che il critico è andato lì due volte? Sarebbe stato molto interessante conoscere qualche confronto emblematico, qualche dialogo inaspettato fra critico e artisti. Anche perché non è affatto detto che la verifica della forza di un lavoro stia nella capacità discorsiva dell’artista, come sappiamo bene. Molti artisti sono tali anche perché sono deboli coi discorsi, e cioè hanno scelto come loro espressione l’immagine, anche, forse, in alternativa al discorso, hanno scelto l’arte forse anche perché sono più deboli nelle parole. In questo, non sono affatto d’accordo sulla necessità di ricucire “arte” e “vita”: a volte si sceglie di fare “arte” anche perché questa è espressivamente più potente della propria “vita”.
    Forse esagero, ma nelle pieghe di questo articolo c’è l’ipotesi che fare studio visit e guardare gli artisti al lavoro e dialogare con loro sia anche un modo per distinguere gli “esecutori” dagli “artisti”, quelli che fanno “esercizi di stile” da quelli che fanno un “terremoto intellettuale”. Ipotesi da verificare. Verifichiamola in questo articolo. Con quale atteggiamento entra nello studio il critico che deve capire tutto questo? Ecco la verifica: provate a non considerare le foto a corredo di questo articolo e a prendere in considerazione solo le parole: ebbene, dalle parole del critico risulta del tutto indifferente che a questa residenza ci siano pittori anziché autori di video o performance, ecc. ecc. Leggendo esclusivamente le parole dell’articolo, non capiremmo che qui (a quanto risulta dalle immagini e dal titolo “Painting detours”), ci sono soprattutto pittori. Quindi, la concretezza reale dei loro lavori non conta per il critico. Sembra che il principale criterio di valore per distinguere gli “esecutori” dagli “artisti” sia quello della capacità discorsiva di correre in soccorso della “debolezza” dell’opera (debole in quanto non ancora finita). Cioè: vengo a vederti quando non c’è ancora l’opera, quando l’opera non è ancora finita, quando l’opera è debole e non è ancora in grado di parlare da sé (o io non sono in grado di capirla se non me la spieghi tu), vengo ad ascoltarti per capire se sai difenderla, se sai parlarne, così capisco se sei un artista vero… Al posto dell’opera, conta la difesa preliminare che ne sa fare l’artista. Tutto questo a me pare un’intellettualizzazione dell’arte (confermata dal fatto che, ripeto, per l’autore di questo articolo sia del tutto indifferente se in questa residenza gli artisti dipingano, disegnino, preparino performance, installazioni, lavori tridimensionali, sculture, montino video ecc. ecc.)
    Ad ogni modo, pensandoci bene, mi pare che la prosa astratta dell’autore e il suo stile un po’ troppo da “comunicato ufficiale” forse non sarebbero stati i più adatti a darci un resoconto vivido e rappresentativo della situazione.
    Pazienza. L’iniziativa però mi sembra bella. Se ne potrebbe sapere di più, magari da un cronista con uno sguardo più concreto?

  • Lampo

    Scrivere un intero articolo su una residenza, aggiungere le foto degli studi, senza neppure nominare gli artisti residenti, resta un piccolo capolavoro di ingegneria.