Fabbrica Europa 2012. Firenze e oltre

Dopo dieci giorni di Art Mobilty, è tempo di bilanci. E pur nelle più aspre criticità, il Festival della Stazione Leopolda conferma la sua attitudine costante al cambiamento. Ne abbiamo parlato con Luca Dini, presidente della Fondazione Fabbrica Europa.

Nicolas Collins - Mulhouse2009

Un bilancio di questa edizione 2012. Andando anche oltre le semplici questioni economiche.
Te lo dico tranquillamente: il volano delle attività, attualmente, si assesta più o meno sui 6-700 mila euro. Però, se si considera la struttura da gestire tutto l’anno e le persone impiegate, tutto questo ci lascia veramente con poche risorse per la parte artistica. E siamo cresciuti davvero molto negli ultimi anni, però stranamente, nonostante tutto, devo dire che non ce la facciamo! Questo festival non riesce a decollare, almeno come festival. Il che vorrebbe dire produrre, proporre delle “prime” e lavorare con colleghi e artisti a livello internazionale; instaurare un rapporto con il pubblico che non sia solo di consumo, ma anche di promozione. E poi coinvolgere altre forze locali, in una prospettiva sempre più espansa…

Ma quest’anno vi siete mossi proprio in questa direzione.
Certamente! E quest’anno la parte più riuscita è stata proprio quella “laboratoriale”, la parte d’incontro tra gli artisti. Ti faccio un esempio: l’ultimo giorno normalmente avremmo fatto una grande festa con dj fino alle quattro di notte, invece chiudiamo di domenica con i quattro concerti di John Cage e iniziando con una cosa molto bella, il reading Cage, The afternoon realizzato dal gruppo Fosca, che è anche un esempio di confronto collettivo fra artisti. Questa è una delle strade da seguire. L’altra strada è quella delle produzioni: e produrre vuol dire avere gli artisti, e il luogo, che non sia solo un palcoscenico, ma anche spazio dove provare…

Luca Dini

… come la “Casa per la Danza”.
È ancora un’ipotesi. Ma anche una necessità. Perché vorrebbe dire dare una continuità a certi processi. Non solo per fare una cosa in più a Firenze, ma una cosa insieme.

E la Leopolda?
La Leopolda è un tema importante, ma credo ormai di averne parlato fin troppo. Anche perché si vede, le potenzialità sono enormi. Ma il problema è: come pensare che se questa zona diverrà un luogo di produzione, una vera casa della musica, non vi potranno essere delle relazioni con il Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze? Tra questi due luoghi, anche spazialmente, c’è una specie di falsa barriera, ma è evidente una continuità ben più profonda. Allora ho fatto una provocazione. Ho detto al sindaco: avete creato una fondazione a Strozzi per l’arte contemporanea, lo stesso per la Pergola e il Maggio Musicale… Allora perché non fare lo stesso per questo luogo?

Stazione Leopolda - Firenze

E cosa dovrebbe diventare, allora, la Leopolda?
Un luogo dove si possa creare una continuità tra le diverse esperienze che lavorano sul contemporaneo. La tentazione, qui dentro, è sempre stata quella di accostare un insieme di tanti “teatrini” (qui la sala del teatro, là quella della musica, là quella della danza…). Ma questa non penso sia la dimensione giusta per la Leopolda. Io sono per una Leopolda che diventi una casa di avvenimenti, più che di teatri. Quindi, se si deve fare uno spettacolo di danza, perché non usare un altro teatro a Firenze?

Ma è così che ha funzionato negli ultimi anni.
Diciamo questo: io non voglio dare per scontato alcun sistema di funzionamento. Se ci fossero i soldi, mi piacerebbe fare della Leopolda uno spazio per una grande installazione d’arte e di musica… e gli spettacoli, farli da altre parti. Certo, perché il nostro sogno è essere non solo la Leopolda. Ora, vengono tutti a collaborare qui dentro (perché il posto gli piace, è evidente…) ma a me piacerebbe invece collaborare con altri, fuori.

Le Cri de Nacera Belaza

Quest’anno si è privilegiata la danza e la musica rispetto al teatro. È una linea di tendenza oppure solo una scelta contingente?
Nello spazio danza della Leopolda avrebbe dovuto esserci uno dei più importanti spettacoli francesi, del Theatre du Radeau . Alla fine non ce l’abbiamo fatta per un problema di soldi. Altrimenti sarebbe stato il “contrappeso” di Vandekeybus. Quest’anno è andata così, ma non voglio dare per scontato niente di quello che sarà in futuro. Il 2012 è un anno importante, perché da qui dovremo sicuramente ripensare Fabbrica Europa. Questo perché tutte le istituzioni culturali vive devono ripensarsi. Ma noi in particolare.

Quindi, nessun programma per il futuro.
Per conto mio, è questo essere vivi. Altrimenti riprodurremmo, in una forma diversa, lo stesso meccanismo ripetitivo che fanno altri. Occorre pensare sempre alla complessità, e non solo a quello che accade nel momento attuale. Se tu hai un teatro, il tuo problema sarà sempre cosa mettere sul palcoscenico, ma non metterai mai in discussione il rapporto con il pubblico e lo spettatore, o l’accesso al teatro… Quello che mi piacerebbe, invece, è che ogni volta si ripartisse completamente daccapo. Per questo molti progetti sono scesi sulla strada, quest’anno. Per soddisfare una necessità che sono primi gli artisti a sentire: andare incontro alle persone, portare il teatro fuori dal suo spazio consueto. Invece, ad esempio, le notti alla Leopolda mi interessano sempre meno. Gli anni scorsi avevamo rischiato di farne una discoteca, di rendere queste feste un appuntamento fisso. Ma non è più su questo che vorrei lavorare. Fabbrica Europa vuol essere un festival prototipo, che rimette in gioco anche il sistema delle relazioni. Questo è essere un’istituzione culturale viva: non basta riempire un programma di eventi.

MaggioDanza - photo Gianluca Moggi

Qual è il vostro rapporto con gli altri enti?
Fabbrica Europa va avanti essenzialmente grazie alla Regione Toscana e in parte grazie all’Europa. La Comunità Europea ha appena riconfermato il nostro riconoscimento come festival, ma abbiamo un rapporto da risolvere con la città. Non dico con il Comune: perché vorrei che questo festival Firenze lo sentisse davvero suo, come sente sua l’Opera, come sente sua la Pergola…

Ma per questo, ci sono anche ragioni storiche.
Certo, ma c’è anche il fatto che noi siamo indipendenti. Noi stiamo pagando la polarizzazione che la cultura sta subendo in questo periodo – da una parte le grandi istituzioni, dall’altra la parcellizzazione. Noi siamo medi e indipendenti. Ed è un grave svantaggio, sul momento, perché siamo grossi. Perché non siamo né la grande istituzione che polarizza tutte le risorse, né il gruppo che con 2.000 euro riesce a tirare avanti. Il nostro benchmark è il Kunsten Festival di Bruxelles, che è il festival di una città. Ma vorremmo una certa chiarezza da parte delle istituzioni, e ne abbiamo davvero abbastanza di essere sussidiari di cose che la città non ha, non fa e non vuole.

Simone Rebora

www.ffeac.org

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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.