Europa e condivisione artistica

Brussels, maggio 2012. Al via la 17esima edizione del Kunstenfestivaldesarts. Per tre settimane, la capitale europea apre più di 15 teatri, centri d’arte e spazi urbani per ospitare performance, mostre e progetti dedicati allo spettacolo contemporaneo. Crisi economica e nuove strategie curatoriali, crollo della solidarietà e condivisione tra artisti e curatori. Ne abbiamo parlato con il direttore artistico Christophe Slagmuylder.

Brett Bailey - Third World Bunfight Exhibit B - photo Piet Janssens

L’editoriale dell’edizione 2012 del Kunstenfestivaldesarts esplicita l’urgenza di una presa di posizione in relazione ai cambiamenti economici, sociali e politici dettati dalla crisi. Che cosa vuol dire curare un festival come “produttore in tempo di crisi“?
Quello che abbiamo voluto dire nelle note editoriali è che curatori e artisti non possono far finta che niente stia accadendo. Non possono fingere di non vedere i mutamenti radicali nel modo di concepire la creazione artistica a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi, o ignorare la scarsa considerazione e il ridotto supporto riservati alla creazione artistica in molti Paesi europei. Sono preoccupato per gli anni a venire. Le possibilità per gli artisti di creare e presentare i lavori subiranno una riduzione e ciò dipenderà da restrizioni finanziarie operate a diversi livelli. Questo cambierà la pratica curatoriale.

Brett Bailey - Third World Bunfight Exhibit B - photo Piet Janssens

Queste preoccupazioni come si sono tradotto nell’impaginazione del programma?
Abbiamo provato, per prima cosa, a dare spazio agli artisti che lavorano sui temi dell’impoverimento culturale ed economico del continente Europa, ma anche – parallelamente – ci siamo impegnati a far partire una riflessione sulle modalità alternative di produzione artistica per lo sviluppo di altri formati: processi di creazione collettiva, site specific project “leggeri”, facili da montare e smontare ecc.
Una cosa importante: se osserviamo la crisi dobbiamo condividerne le responsabilità. Non solo accusare o incolpare gli altri, o ancora adottare una sorta di autodifesa incondizionata. Se oggi esistono così tante voci influenti che argomentano sulla non-necessità sociale dell’arte, sulla sua ininfluenza per gli individui, dovremmo chiederci perché. E viverlo come una sorta di fallimento. Ciò che probabilmente dobbiamo fare ora è lottare e rendere evidente il motivo per cui crediamo sia così essenziale sviluppare esperienze che possano aver luogo solo su un palco o su uno schermo (ma non nella vita reale). Dimostrare perché crediamo che questo spazio “fuori” abbia il suo fondamento nella società e perché sia fondamentalmente una parte di esso.

Kornél Mundruczó - Disgrace - photo Behrouz Mehri/AFP

Quali strategie curatoriali discendono da queste riflessioni?
I curatori dovrebbero inscrivere il processo del pensiero artistico e le loro pratiche dentro il mondo, dentro la città. Ci sono molti modi per farlo. Noi preferiamo quelli non demagogici, magniloquenti, o privi di immaginazione. Questo ha molto a che fare, secondo noi, con il modo in cui comunichiamo e ci apriamo all’esterno: è cioè in stretta relazione con il proprio posizionamento. Il nostro lavoro dovrebbe provare a creare contesti che sono adatti alle arti, capaci di produrre incontro tra le persone, le pratiche e le attuali necessità. E per farlo, proviamo a stare in allerta, coscienti di dove siamo, del mondo fuori, proviamo a essere esigenti, senza scendere a compromessi.

Uno degli elementi distintivi del festival da sempre è la connessione tra centri di produzione e creazione artistica e la città…
Il significato, la raison d’être del Kunstenfestivaldesarts è la creazione di uno spazio che non è solo per noi, ma che corrisponda alla città, al luogo dove prende corpo: uno spazio geografico, umano, culturale. Dovrebbe riflettere quel luogo, ma anche sfidarlo. Brussels è una città impossibile da afferrare. A livello umano e istituzionale è un luogo piuttosto complesso. Questa è la consapevolezza di partenza quando sviluppiamo i progetti del KFDA. E non è solo una questione di programma artistico, ma è in gioco il modo in cui questa proposta si infonde nella città. Per questo dedichiamo molto tempo all’incontro con le persone attive in città, curatori e artisti, ideatori di pratiche artistico-sociali, le persone che definiscono l’identità culturale della città oggi. Proviamo a misurare quale potrebbe essere il valore aggiunto di un festival inteso come un territorio comune condiviso da molti di questi soggetti, chiedendoci cosa può essere questo spazio comune e come possa trasformare i comportamenti che tutti contribuiamo a sviluppare vivendo in uno stesso luogo.

Teatr Weimar - Hamlet II exit ghost

Il festival non vuole essere un evento staccato dalla realtà della città, che capita una volta all’anno. Per questo deve essere in grado di stabilire relazioni, approfondire saperi su come la città cresce, chi ne fa parte, in definitiva quale città stiamo abitando. Questo si può realizzare attraverso la creazione di una rete forte di rapporti continuati nel tempo con gli attori della città, ma anche attraverso altri canali, altri gruppi, altre attività sviluppate a Brussels.

Focus della nuova edizione è l’Europa, vista anche attraverso gli occhi di artisti che provengono da altri Paesi. Uno spazio speciale è riservato alla scena dell’Est…
A un certo punto ho sentito che i temi di identità/economia/unione connessi all’Europea erano una questione condivisa da molti artisti. Credo che il ruolo del curatore sia di non imporre il proprio tema, ma quello di essere aperto alle problematiche comuni che oggi si rintracciano in diverse pratiche, e forse quello di amplificare le questioni mettendo in relazione i progetti e gli artisti che stanno lavorando su uno stesso tema, così da condividere con loro l’urgenza di attraversarli.

The Forsythe Company Sider - photo Koen Cobbaert

Molti dei lavori pongono al centro del proprio discorso il ruolo dello spettatore.
Credo che questo tema abbia una propria evidenza dentro le pratiche artistiche degli ultimi anni, e lo possiamo osservare nelle ultime edizioni del festival come in molti altri progetti: che cos’è l’incontro tra uno che si espone e uno che è preso in questa esposizione? Come accade e in quali particolari circostanze? E quando non accade? Credo sia un campo particolarmente interessante da esplorare in un festival che mette insieme diversi spettatori in una cornice temporale e spaziale relativamente limitata. Forse cosa è cambiato negli ultimi mesi è che esiste una maggiore pressione dall’esterno, quella esercitata da alcuni politici potenti che rigettano l’arte in un mondo parallelo, o in una nicchia che non ha alcun effetto sugli aspetti della vita quotidiana. Queste affermazioni errate e accuse disoneste ci spingono forse ad avere maggiore cura nell’esplorare lo spazio dell’arte, il valore di questa nicchia, il valore dell’incontro.

Piersandra Di Matteo

www.kfda.be

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Piersandra Di Matteo
Teorico di teatro contemporaneo e curatore indipendente nel campo delle performing arts. Svolge attività di ricerca al Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna. Sperimentatrice di formati ibridi tra performance e produzione editoriale, ha realizzato progetti performative writing. Dal 2008 è Dramaturg di Romeo Castellucci. Vincitrice del Premio Ubu come “Miglior progetto artistico-organizzativo” per E la volpe disse al corvo. Corso di Linguistica Generale (Bologna, gennaio-maggio 2014).