Tweetology n. 8: King of Terrors

Delle serie di Artribune, questa tweetologica è indubbiamente la più lunga. Stavolta ci concentriamo sulla paura, iniziando dal maestro Edgar Allan Poe, spaziando poi in campi forse inattesi.

The Raven - 2011

“(…) poi lo sguardo mi cadde sulle sette candele che stavano sulla tavola. Dapprima avevan l’aspetto della carità, sembravano candidi, esili angeli, che m’avrebbero salvato; ma poi, tutt’a un tratto, una nausea mortale subentrò nel mio spirito, e sentii vibrare ogni fibra del mio essere, come se avessi toccato il filo d’una batteria galvanica, mentre le forme angeliche si tramutavano in spettri vuoti di significato, dalle teste di fiamma, e capii che da essi non mi sarebbe venuto soccorso.” (Edgar Allan Poe, Il pozzo e il pendolo)

“Sarebbe meglio per lei se morisse questa sera stessa, pensò Horace, lungo la strada. E anche per me sarebbe meglio. Pensò a lei, a Popeye, alla donna, al bambino, a Goodwin, tutti rinchiusi nella stessa stanza, una camera identica, nuda, letale, immediata, cavernosa: un solo istante d’oblio fra l’indignazione e la sorpresa. E io con loro; all’idea di come questa fosse l’unica soluzione possibile. Rimosso, cauterizzato dall’antico e tragico seno del mondo. E io con loro, ora che siamo tutti isolati; pensò a una dolce brezza oscura che soffiasse pei lunghi corridoi del suono; a giacere al riparo d’un lungo tetto affettuoso e casalingo sotto il suono interminabile della pioggia: il male, l’ingiustizia, le lagrime. All’imbocco d’un vicolo due figure se ne stavano l’una di fronte all’altra, senza toccarsi; l’uomo diceva a bassa voce epiteti impubblicabili in un bisbiglio carezzevole, la donna immobile dinanzi a lui come in un penoso deliquio di estasi voluttuosa. Forse ci rendiamo conto, forse ammettiamo che c’è un nesso logico del male, proprio in quell’istante, nell’istante in cui moriamo, si disse Horace, pensando all’espressione che aveva visto una volta negli occhi di un fanciullo morto e di altri morti: l’indignazione che si raffredda, la disperazione scandalizzata che svanisce, lasciando due globi vuoti in cui il mondo immobile profondamente si rimpiatta in miniatura.” (William Faulkner, Santuario, 1931)

William Faulkner - Sanctuary - 1931

“Era l’epoca delle grandi rivelazioni e dei geni incompresi: la frase sulle labbra di tutti era: ‘Quand je serai lancé’. In realtà, poi, nessuno fu ‘lanciato’, la crisi calò sul mondo come un’altra Epoca Glaciale, la folla cosmopolita di artisti scomparve, e i grandi caffè di Montparnasse, che dieci anni fa rigurgitavano di querule orde di poseurs fino alle ore piccole, si sono trasformati oggi in cupi sepolcri ove non restano nemmeno i fantasmi.” (George Orwell, Nel ventre della balena, 1940)

“Parleremo del modo in cui il solido tessuto delle cose si disfa, a volte, con una subitaneità che ci lascia scossi.” (Stephen King, Prefazione in A volte ritornano, 1978)

“Se si trovasse tra gli artigli di una tigre, uno di quei cartesiani si accorgerebbe benissimo quale precisa differenza la tigre ponga tra il suo io e il non-io. In conformità a siffatte sofisticherie dei filosofi troviamo in ambiente popolare la peculiarità di alcune lingue, specie del tedesco, che per il mangiare, il bere, la gravidanza, il parto, la morte e la salma degli animali, usano termini speciali per non dover usare quelli che indicano gli stessi atti dell’uomo e per celare quindi sotto la diversità delle parole la completa identità della cosa. Siccome le lingue antiche non conoscono questa duplicità di espressioni, ma indicano con disinvoltura la stessa cosa con lo stesso vocabolo, quel miserevole artificio è indubbiamente opera della pretaglia europea che nella sua profanità crede di non fare mai abbastanza per negare e bestemmiare l’essenza eterna che vive in tutti gli animali…” (Arthur Schopenhauer, Il fondamento della morale, 1837)

Se ti fermi, ti fermano.

George Orwell

La vecchia scuola è l’unica scuola.

“(…) per lungo tempo, i soli amici di Poe e di Lovecraft sono stati i francesi, i quali bene o male sono venuti a un accordo con il sesso e con la morte, accordo per il quale i compatrioti di Poe e di Lovecraft non avevano tempo da perdere. Gli americani erano occupatissimi a costruire ferrovie, e Poe e Lovecraft morirono in miseria. L’opera di Tolkien è stata soppesata per vent’anni prima di diventare un successo riconosciuto, e Kurt Vonnegut, i cui libri così spesso trattano l’idea della prova generale della morte, ha dovuto affrontare una continua serie di critiche, che a volte rasentavano l’isterismo.” (Stephen King, Prefazione in A volte ritornano)

“quello che poteva fare ha sempre fatto meravigliosamente bene… ma, secondo il mio modo di vedere, ciò non costituisce un successo. Per me fallire è più importante. Tentare qualcosa di superiore alle proprie forze perché è impossibile; malgrado ciò tentare ugualmente e fallire, e tuttavia riprovare ancora. Questo è importante per me, questo è il vero successo di un artista…” (William Faulkner)

“Il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo; ma io chiedo al romanzo che dietro questi due ettogrammi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante, un mistero, forse le ragioni o le irragioni del fatto.”(Carlo Emilio Gadda, I viaggi, la morte, 1958)

Edgar Allan Poe

“La grande narrativa dell’orrore è quasi sempre allegorica. A volte l’allegoria è voluta (come nella Fattoria degli animali o in 1984), altre volte è casuale: J. R. R. Tolkien giura e spergiura che il signore di Mordor non era Hitler in versione fantastica, ma testi e saggi scolastici continuano ad affermarlo… (…) Le opere di Edward Albee, di Steinbeck, di Camus, di Faulkner, trattano di paura e di morte, talvolta con orrore; ma in genere questi scrittori (…) lo fanno in modo più normale, più realistico. Il loro lavoro si colloca entro la cornice del mondo razionale: sono storie che ‘possono accadere’. Viaggiano lungo quella linea sotterranea che corre attraverso il mondo esterno. Ci sono altri autori (James Joyce, di nuovo Faulkner, poeti come T.S. Eliot, Sylvia Plath, Anne Sexton) la cui opera si colloca nella terra dell’inconsapevolezza simbolica. Viaggiano sulla sotterranea che corre attraverso il paesaggio interno.” (Stephen King, Prefazione in A volte ritornano)

“Se lo scrittore s’interessa alla tecnica, meglio sarebbe per lui darsi alla chirurgia, oppure fare il maestro muratore. Perché non c’è nessuna maniera meccanica per riuscire a scrivere, nessuna scorciatoia. E lo scrittore giovane che seguisse una teoria non sarebbe che un pazzo.” (William Faulkner)

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).