Tutte le rockstar di Guido Harari

Frank Zappa, Lou Reed, Giovanni Lindo Ferretti: sono solo alcuni dei musicisti che Harari ha fotografato “telepaticamente” nell’arco di quarant’anni. Il fotografo personale di Fabrizio De Andrè ora fa il gallerista ad Alba, nella sua Wall Of Sound Gallery. E noi lo abbiamo intervistato con domande a tutto campo, dalla sua ultima mostra alla musica d’oggi.

Guido Harari - Vinicio Capossela - 1993

Una galleria che sta ad Alba, specializzata in fotografia musicale. Perché l’hai chiamata Wall Of Sound?
Il nome è un omaggio al leggendario “muro del suono” inventato dal grande produttore americano Phil Spector. È anche una definizione ideale del nostro progetto, un autentico “muro del suono” visivo che riempie di immagini l’intero spazio della galleria, dal pavimento al soffitto.

E perché Alba?
Ho vissuto per cinquant’anni a Milano, e poi ho avuto bisogno di un’altra dimensione, più lenta e umana, dove concepire e realizzare nuovi progetti editoriali ed espositivi, come quelli dedicati a Fabrizio De Andrè e Giorgio Gaber, e Alba mi ha offerto tutto questo. Tappa irrinunciabile di un turismo enogastronomico che ha raggiunto ormai le 600mila presenze annue da tutto il mondo, Alba ha colto il valore culturale della nostra operazione con riscontri impensabili in una grande città, dove il progetto sarebbe morto per asfissia a causa di un eccesso di offerta e di un’ansia di consumare rapidamente ogni nuovo fermento.

Ci sono altre gallerie di questo tipo in Italia e all’estero?
Wall Of Sound Gallery è uno spazio unico nel suo genere in Italia. Conta illustri precedenti in America (ad esempio Morrison Hotel Gallery) e in Gran Bretagna (tra gli altri, Snap Galleries). Di Morrison Hotel Gallery mi ha colpito il fatto che sia stata fondata da un fotografo, Henry Diltz, e non da un semplice mercante. Mi è piaciuta l’idea di una “chiamata alle arti” in cui coinvolgere non solo i miei maestri internazionali, ma anche amici-colleghi italiani il cui percorso artistico va storicizzato e riproposto con un approccio più strutturato. Mi riferisco in particolare a Giuseppe Pino, Cesare Monti, Mimmo Dabbrescia, Gianni e Luca Greguoli, Luciano Viti.

Guido Harari nella sua galleria di Alba

La mostra inaugurale, My Back Pages #1, faceva dialogare le tue foto con quelle di sei maestri della generazione precedente. Cos’hai imparato da loro?
My Back Pages #1 – titolo di una magnifica ballata del primo Bob Dylan – è stato un viaggio sentimentale alle radici della mia passione non solo per la fotografia, ma anche per la musica. Nelle immagini di Ed Caraeff, Henry Diltz, Herb Greene, Art Kane, Astrid Kirchherr, Jim Marshall, Norman Seeff e Bob Seidemann sfilano alcune delle immagine più iconiche della storia della musica: i Beatles ancora giovanissimi e sconosciuti ad Amburgo nel 1960 e poi nel 1966, mentre salgono in scena a San Francisco per il loro ultimo concerto, Jimi Hendrix che incendia la sua Stratocaster al Monterey Pop Festival, gli Who avvolti nella bandiera britannica, Jim Morrison e i Doors, Janis Joplin in piena deriva etilica, una giovanissima Patti Smith insieme a un altrettanto imberbe Robert Mapplethorpe. Questi fotografi hanno saputo cogliere con grande spontaneità lo slancio vitale di un’epoca e di una generazione, definendo l’estetica della musica di quegli anni come pochi altri. Non erano necessariamente grandi tecnici o professionisti, ma erano piuttosto interessati a documentare la loro vita insieme agli amici musicisti. Erano le classiche persone giuste al momento giusto nel posto giusto. Una posizione che ho sempre loro invidiato.

Fino al 13 maggio è allestita la personale di Gered Mankowitz, che ha fotografato un giovanissimo Jimi Hendrix agli albori della carriera…
Mankowitz è un altro di questi testimoni eccellenti. A 15 anni era già fotografo dei Rolling Stones e a 17 si trovò davanti un giovane Hendrix, arrivato fresco fresco a Londra dall’America e già diventato una piccola leggenda nel giro musicale della Swinging London. Le foto di Mankowitz, divenute autentiche icone negli anni, rappresentano con grande innocenza e classicità un punto zero della grande storia del rock. Assolutamente preziose.

Norman Seeff - Mick Jagger & Keith Richards

Anche la prossima mostra, dedicata al newyorchese Art Kane, allievo di Alexey Brodovitch, già mentore di grandi fotografi come Irving Penn e Richard Avedon, è inedita per l’Italia. Come si muove per ottenere mostre così specialistiche?
Art Kane è stato e rimane uno dei miei miti assoluti della fotografia. Da anni ero in contatto con la sua famiglia, prima perché mi sembrava inconcepibile che su di lui, un vero genio dell’immagine, non esistesse alcuna pubblicazione, e poi perché, avviato il progetto della galleria, volevo assolutamente contribuire alla sua riscoperta a vent’anni dalla scomparsa. La mostra che proporremo in galleria a partire dal 18 maggio e per tutta l’estate è un progetto che nasce interamente in Italia. Gli originali di Kane sono stati scansionati, restaurati e stampati da noi ad Alba con la supervisione di Holly Kane, la nuora di Art. Posso dire con orgoglio che presenteremo anche un buon numero di immagini mai esposte fino ad oggi. Un avvenimento di eccezionale portata per la fotografia mondiale, che presenteremo in anteprima al MIA – Milan Image Art Fair.

Fotografo e critico musicale. Che percorso hai seguito?
Ho sempre avuto due passioni, la musica e la fotografia. A 18 anni ho pensato di intrecciarle in qualcosa che potesse assomigliare a un lavoro. Erano i primi Anni Settanta e la musica non si era ancora trasformata in un’industria, era ancora possibile avere contatti diretti con gli artisti senza troppi filtri. Questo mi ha permesso di sviluppare una fitta rete di rapporti – con artisti, manager, giornali ecc. – per crescere sul campo, in un’epoca in cui in Italia non esistevano scuole di fotografie né grandi ritrattisti per i quali proporsi come assistente. Un cammino fortunatamente senza ritorno, con incredibili aperture che oggi sarebbero impensabili.

Jim Marshall - Miles Davis

Ti senti un musicista mancato?
Avrei desiderato probabilmente essere un musicista, ma sono stato sempre conscio dei miei limiti. Credo di aver adottato il linguaggio espressivo che mi è più consono, quello visuale. Ma riconosco di applicare una certa “musicalità visiva” ai miei ritratti, o quantomeno sento di essere in sintonia telepatica con i musicisti che fotografo e cerco di riprodurre la stessa dinamica anche con i soggetti non musicali.

Hai firmato copertine di dischi per Kate Bush, Vinicio Capossela, Bob Dylan, Gianna Nannini, Michael Nyman, PFM, Vasco Rossi, Simple Minds, Duran Duran e molti altri ancora. Come sono nate queste collaborazioni?
È stato a dir poco strano realizzare una copertina per un disco di Bob Dylan (Real Live, 1984) senza aver mai avuto la possibilità di conoscerlo, ma solo di sfiorarlo appena in qualche occasione. Per il resto, credo di esser stato quasi “adottato” da molti artisti, come Kate Bush – con cui ho collaborato per una decina d’anni -, i Simple Minds, Lou Reed e Laurie Anderson, e in Italia Claudio Baglioni, Pino Daniele, Gianna Nannini, Vinicio Capossela, PFM, Vasco Rossi, solo per fare alcuni nomi.

Almeno un aneddoto, magari riguardo a Frank Zappa…
Frank Zappa è stato sempre un mio oggetto del desiderio, fotograficamente parlando. Dopo averlo conosciuto superficialmente negli Anni Settanta, nel 1982 mi riuscì di “incastrarlo” per una sorprendente copertina per L’uomo Vogue. Era l’anno del boom dell’alta moda italiana nel mondo, il volto di Armani campeggiava su riviste come Time e perfino l’iconoclasta Zappa fu sensibile al fascino di Vogue Italia. Fu una session lunghissima, la nostra, realizzata a casa sua, a Los Angeles, condita di chiacchiere, indovinelli e grandi risate. Quando vide la nostra foto sui grandi billboard del Sunset Strip, mi espresse un’inaspettata gratitudine.

Guido Harari - Frank Zappa - 1982

La tua prima mostra, Rockshots, aveva una colonna sonora composta appositamente da Peter Gabriel e David Sylvian. Ce la racconti?
Nel 1983, Rockshots fu la prima storicizzazione del mio percorso di fotografo musicale, qualche anno prima che mi scollassi di dosso quell’etichetta riduttiva. Fu facile chiedere, ma un po’ meno scontato ottenere, la sonorizzazione da Peter Gabriel, che avevo immortalato col trucco di Shock The Monkey, e da Sylvian, con cui scoprii una grande affinità come fotografo. Rockshots partì dal Mulino Feyles di Torino, spazio-laboratorio di Assemblea Teatro, per circuitare a Milano, nella Chiesa di San Carpoforo, e poi a Barcellona, nello spazio della Caixa de Barcelona.

Sei stato per vent’anni uno dei fotografi personali di Fabrizio De Andrè. Com’era lavorare con lui?
Ho conosciuto Fabrizio nel 1979 in occasione della sua tournée con PFM. Rimase colpito dalla mia foto in cui lo ritrassi addormentato per terra, contro un termosifone, nel freddo backstage di un  palasport. Immagino che riconobbe un’immagine di sé che non aveva ancora visto. Da allora collaborammo più volte, fino alla fine. Era straordinario stargli insieme, ascoltarlo spaziare da un argomento all’altro rendendo comprensibili concetti complessi a chiunque. Aveva una lingua tagliente e una dialettica formidabile, ma soprattutto amava provocare e testare le tue reazioni. Aveva nei confronti della macchina fotografica un rapporto di amore e odio, ma a volte gli piaceva anche improvvisarsi mio assistente, come in occasione di un servizio fotografico con Dori, salvo poi capire che non era certo quello il lavoro per cui era tagliato.

Come realizzi i tuoi ritratti? Che tipo di relazione si instaura con i musicisti?
Potrei dire che fotografo i musicisti telepaticamente, ma la verità è che devo azzerare la mia immaginazione, già sovraccarica di altre immagini, e trovare una via nuova, o solo diversa, per cogliere qualcosa che rappresenti sia me che il soggetto che fotografo. L’ideale sarebbe avere la possibilità e il tempo di creare una certa complicità, una specie di collaborazione o mutua associazione a delinquere creativa, ma non sempre è così. Occorre scegliere, o improvvisare, in pochi secondi e lasciarsi trasportare in terre nuove, inesplorate, con la speranza di cogliere qualcosa di significativo.

Henry Diltz - Crosby Stills & Nash

È stato difficile fotografare Lou Reed o Giovanni Lindo Ferretti?
Con artisti come Lou Reed o Lindo Ferretti è stato importante prima di tutto stabilire un rapporto personale, un’empatia di fondo, imprescindibile con personaggi del loro calibro. Non è stato difficile fotografarli, perché si è subito sviluppato un rapporto di fiducia e di “ascolto” reciproci.

Quale musicista non sei ancora riuscito a fotografare?
Rimpiango di non aver avuto l’occasione di fotografare/conoscere gli Who, Laura Nyro, John Coltrane, Johnny Cash, Hendrix, Janis Joplin, per non dire di, al di fuori dell’ambito musicale, Francis Bacon, Jean Cocteau, Georgia O’Keeffe, Warhol o Pasolini.

Hai dichiarato che è finita un’epoca. Qual è il problema della musica oggi?
La musica – il rock e il jazz in particolare – ha esaurito da tempo il suo ciclo vitale, sclerotizzandosi in vuoti rituali e un infinito citazionismo. Di rado c’è qualche eccezione alla regola, ma nulla che lasci intravedere uno scatto evolutivo. Qualcuno ha detto che forse bisognerebbe lasciare che la musica si disintegri. Non posso che essere d’accordo.

Cosa consiglieresti a un giovane che volesse intraprendere la tua carriera?
Credo che oggi sia irripetibile lo stesso percorso. Consiglierei di interrogarsi sulle proprie reali motivazioni, sull’autenticità della propria scintilla interiore e sull’effettiva scelta del linguaggio espressivo più adeguato alle proprie ambizioni creative. Occorrono poi infinita tenacia, instancabile ricerca e nessuna aspettativa di “successo”. Fotografare non è un semplice esercizio estetico, ma vita vera da vivere ogni giorno, prima che possa tradursi in immagine.

Art Kane - The Who

Da tempo ti occupi anche di immagine pubblicitaria e istituzionale, di reportage a sfondo sociale e di ritratto di moda. L’approccio cambia?
È lo stesso approccio. Siamo tutte rockstar, in un modo o nell’altro, ma, fuor di battuta, alla base di tutto il mio lavoro c’è curiosità, desiderio di incontro e di confronto. La fotografia è lo strumento che mi consente di realizzare tutto questo e di condividerlo.

C’è stata un’incursione anche nelle arti visive con le tue fotografie dei guerrieri di Sandro Chia nel San Domenico. Prevedi di collaborare con altri artisti visivi?
Il lavoro sui guerrieri di Chia è stata l’ennesima occasione di incontro con l’arte, già sperimentata anche con Brian Eno e i suoi 77 Million Paintings. Mi piacerebbe moltissimo collaborare con Mimmo Paladino: ne abbiamo parlato in più occasioni, ma il momento non è ancora arrivato. Sarebbe interessante trovare una modalità di scambio creativo che non si limitasse alla sola documentazione di un allestimento o della realizzazione di un’opera.

Hai fotografato anche Lucio Dalla…
Non ho frequentato Dalla con la stessa assiduità di altri artisti. Ho apprezzato moltissimo la sua evoluzione di autore e musicista tra gli Anni Sessanta e Settanta, un po’ meno le svolte canzonettistiche del periodo successivo. Colpivano di lui l’ironia tagliente, la musicalità vitalissima, la cultura sterminata e la passione per l’arte. La sua casa di Bologna era uno straordinario e stupefacente museo, accumulato già con i guadagni dei suoi primi successi canori. Aveva lanciato anche una sua piccola galleria d’arte, sempre a Bologna, e lì lo avevo fotografato insieme a Kounellis. I due sembravano parlare la stessa lingua, quasi telepatica. Era evidente che la sua artisticità non poteva restare confinata alla sola musica. La sua scomparsa improvvisa mi ha molto turbato.

I tuoi prossimi progetti?
Da due anni sto lavorando al terzo capitolo di un’ipotetica trilogia, dopo le “autobiografie” illustrate che ho dedicato a Fabrizio De Andrè (Una goccia di splendore) e a Giorgio Gaber (L’illogica utopia). Si tratta di un volume di analogo taglio su Pier Paolo Pasolini, la più illuminata coscienza civile che l’Italia abbia avuto, in uscita nel 2013. Poi la mostra di Art Kane, che vorrei sviluppare presto su scala museale, e infine il mio ritorno al ritratto fotografico in una chiave, per me nuova, che coinvolga anche la parola scritta.

Claudia Giraud

Alba // fino al 13 maggio 2012
Gered Mankowitz – The Experience. Jimi Hendrix at Mason’s Yard
WALL OF SOUND GALLERY
Via Gastaldi 4
0173 362324
info@wallofsoundgallery.com
www.wallofsoundgallery.com

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Claudia Giraud
Nata a Torino, è laureata in storia dell’arte contemporanea presso il Dams di Torino, con una tesi sulla contaminazione culturale nella produzione pittorica degli anni '50 di Piero Ruggeri. Giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 2006, svolge attività giornalistica per testate multimediali e cartacee di settore. Dal 2011 fa parte dello Staff di Direzione di Artribune (www.artribune.com ), è responsabile dell'area Musica e cura, per il magazine cartaceo, la rubrica musicale "Art Music". E’ stata Caporedattore Eventi presso Exibart (www.exibart.com). Ha maturato esperienze professionali nell'ambito della comunicazione (Ufficio stampa "Castello di Rivoli", "Palazzo Bricherasio", "Emanuela Bernascone") ed in particolare ha lavorato come addetto stampa presso la società di consulenza per l'arte contemporanea "Cantiere48" di Torino. Ha svolto attività di redazione quali coordinamento editoriale, realizzazione e relativa impaginazione degli articoli per l’agenzia di stampa specializzata in italiani all’estero “News Italia Press” di Torino. Ha scritto articoli e approfondimenti per diverse testate specializzate e non (SkyArte, Gambero Rosso, Art Weekly Report e Art Report di Monte dei Paschi di Siena, Exibart, Teknemedia, Graphicus, Espoarte, Corriere dell’Arte, La Piazza, Pagina).
  • Un sentito grazie a Guido Harari, sulle pagine di Rockstar ho imparato a conoscere i suoi meravigliosi ritratti…gli davo talmente importanza che se un musicista era ritratto da lui doveva per forza avere qualcosa di interessante per cui era il caso di iniziare ad ascoltarlo…detto questo riporto una sua frase inquietante: “La musica ha esaurito da tempo il suo ciclo vitale, sclerotizzandosi in vuoti rituali e un infinito citazionismo. Di rado c’è qualche eccezione alla regola, ma nulla che lasci intravedere uno scatto evolutivo. Qualcuno ha detto che forse bisognerebbe lasciare che la musica si disintegri. Non posso che essere d’accordo.”

    E se al posto della musica dovessimo scoprire che è l’arte ad essere in queste condizioni?

  • Stupenda la foto di Caposela con la fisarmonica, il mio strumento preferito.
    Grazie Guido.
    Lorenzo perrone