La grande madre Russia a Roma. Sul palco

C’è tempo fino a fine mese per assistere alla nuova pièce messa in scena da Marco Tullio Giordana. Un film? No, uno spettacolo teatrale. Ma molto cinematografico. E letterario.

Tom Stoppard - The Coast of Utopia. Viaggio - photo Fabio Lovino

Le anime della Russia si agitano sulla scena così come, secondo l’anima bella di stirpe anarchica Michail Bakunin, “la Natura si agita scompostamente per raggiungere la propria autocoscienza”. Siamo tra il 1833 e il 1864, date tra le quali ha inizio e fine il viaggio, il naufragio e il salvataggio che Tom Stoppard ci invita a fare in uno dei Paesi e degli animi più complessi della storia recente: la grande madre Russia.
Le figure storiche di pensatori e letterati rivoluzionari russi realmente esistiti, da Puškin a Turgenev, da Belinskij a Herzen a Bakunin, vengono messi in scena attraverso una biografia corale capace di ritrarre un’epoca. Le tesi s’inseguono sulla bocca degli accalorati personaggi come in una giostra avvincente, dove alto e basso, serio e faceto si legano indissolubilmente. La pièce risulta per questo un’avvincente e sagace tragedia intellettuale, capace di esprimere, a volte con la leggerezza di un vaudeville, la sofferenza della “meglio gioventù” russa in cerca di sé e soprattutto di una patria che non c’è.

Tom Stoppard - The Coast of Utopia. Naufragio - photo Fabio Lovino

Tesi tra il polo nord di un’esterofilia poco risolutoria e un po’ codarda (dove la Francia post-rivoluzionaria è punto di riferimento essenziale) e il polo sud di un’adesione riformista e impossibile all’ottuso dispotismo degli zar (accompagnato da un feudalesimo controllato attraverso la fortezza di Pietro e Paolo, dove vengono incarcerati i nobili dissidenti come Bakunin), il drappello di amici attraversa trent’anni di storia russa fino a che la disfatta di un riformismo pacifico, intessuto con la penna come vuole il conte Herzen, lascerà campo a un marxismo “senza classi” destinato a sfociare, decenni più tardi, nella Rivoluzione d’Ottobre.
Sullo sfondo, il regista Marco Tullio Giordana (che dal cinema approda a un teatro “cinematografico”) ha voluto esaltare quelle “anime” silenziose che sono i servi della gleba, mentre montano e smontano le scene, prendono calci e leccano mani, vivendo dentro un ordine gerarchico che riconoscono come inevitabile. Sono presenze mute che caricano la scena di una tensione morale. Non saranno loro a fare la rivoluzione, ma sono quelli che una volta ogni tanto inforcano i padroni sui propri attrezzi da lavoro, senza però cambiare il corso della storia. Il loro stile, in genere, è anzi molto conservatore. Sono “anime” legate alla terra, e devono rispettarne i cicli, il destino. Saranno invece i cittadini (come già a Parigi nel 1789) a cambiare la Storia; gli operai, chiusi dentro quei luoghi senza cicli e senza gioia che sono le fabbriche: templi della velocità e di una idea di progresso senza fine (e forse senza scopo?).

Tom Stoppard - The Coast of Utopia. Salvataggio - photo Fabio Lovino

Attorno alle anime, la vera ricchezza dei nobili russi, verte la questione di un idealismo e di una letteratura nascente russa. Stoppard, l’autore di questa trilogia (Viaggio, Naufragio e Salvataggio), fa sue le tesi di Belinski, il primo e più influente critico della letteratura russa; è lui che lancia Puskin e che, saltando da una rivista letteraria forzosamente chiusa a un’altra, sostiene il giovane Dostoevskij e Turgenev. Povero in canna, ma ricco di passione e di lucida disperazione come un personaggio di Dostoevskij, Belinskij denuncia che la letteratura russa non esiste, scandalizzando i colleghi anarchici e i baroni di una cultura dell’establishment sempre più suoi nemici. La sua arringa, svolta in un lungo monologo dal bravo Corrado Invernizzi, è di quelle che infondono un brivido idealista anche a chi è meno propenso alle gioie della cultura ed è anche una straordinaria difesa del valore politico e storico della letteratura.

Marco Tullio Giordana - photo Fabio Lovino

Annunciato come uno spettacolo evento, la pièce segna l’apice della stagione del Teatro Stabile di Torino e del Teatro Argentina di Roma diretto da Gabriele Lavia, dove è in scena fino al 29 aprile. Un atto di coraggio e lungimiranza, in effetti, visto che a produrlo è la Zachar Produzioni di proprietà di una delle più illuminate attrici italiane, Michela Cescon, già Premio Ubu, e che a volerlo a Torino è un direttore attento al teatro di ricerca come Mario Martone. Per “ricerca” qui è da intendersi soprattutto quella meritoriamente attuata dall’autore, che nel 2005 presenta questo dramma come il risultato di studi storici e riflessioni drammaturgiche capaci di rendere il senso di un’epoca attraverso i pensieri, più che le gesta, di una nuova classe nascente in Russia: quella dell’intellettuale indipendente.

Nicola Davide Angerame

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