Il design obliquo

La Scuola di Eindhoven come simbolo ben incarnata di un cambio di paradigma, di un salto epistemologico. Nientemeno. Mentre l’Italia sta ancora a guardare le belle forme. Dove sta il futuro, è presto per dirlo. Ma più di un indizio già c’è. Appuntamento a Via Friuli.

Design Academy Eindhoven - Amba Molly - Mitose - photo Astrid Zuidema

Dalla sua posizione al di là del bene e del male (corrispondente a quella dell’arte, al di là del bello e del brutto) il design del XXI secolo non persegue più la “buona forma”, ma la fioritura delle alterità, che fa sì che le cose non siano solo se stesse. Ecco perché il design, oggi, più che una disciplina del progetto (una sorta di “architettura” su piccola scala) è un medium trans-specifico e cross-sostanziale usato dai creativi di ogni genere per scardinare il reale in cambio del possibile.
Di questo salto epistemologico del progetto, la Scuola di Eindhoven – con l’inesauribile fucina della Design Academy, brand a elevato tasso evocativo come Droog e Moooi, designer ostinatamente visionari come Marcel Wanders e Nacho Carbonell – si è resa conto già dagli Anni Novanta, prima di tutti gli altri. Anticipando un sentore tipico del nuovo secolo, l’incubatoio nato nella città della Philips ha infatti compreso un fatto fondamentale, e cioè che nel nostro mondo “liquido” i designer fanno design per lo stesso motivo per cui gli artisti fanno arte: non per rendere belli gli oggetti, ma perché, in una realtà priva di meta-narrazioni e ricca di performatività tecnologiche, il senso dei fatti culturali non risiede nell’attuale ma nel potenziale, non nell’affermazione ma nel divenire aperto e intermittente.
Con una serietà che non deve esser stato facile mantenere, visto il costante livello dell’azzardo grammaticale, la Scuola di Eindhoven ha mostrato al mondo del progetto come si possano immaginare lavabo in elastomero, schienali di sedie piantate su un tronco, armadi molli e coperte in materiale fungoso per la decomposizione di oggetti e cadaveri che, insieme a tanti altri oggetti (forse teletrasportati da un mondo parallelo, ma ben scafati nell’uso della stampa di settore), hanno reso palese il salto epocale del design a cavallo tra i due secoli.

Design Academy Eindhoven - Hoi Nap Chan - Language as an inspiration for design - photo Vincent van Gurp

Nella misura in cui l’arte e il design raccontano il proprio tempo, il racconto di questo nostro tempo connesso e frammentario non può infatti manifestarsi che come una tarsia di segni persistenti e oggetti evanescenti, prodotti per essere dati in pasto alla fame obesa delle forze di mercato, le quali vogliono novità e sempre solo novità. Nel suo agire forsennato, pullulante di miraggi immediatamente tradotti in brani di realtà senza visioni a lungo termine (per andare dove?), il design non guarda più né avanti (verso le umane sorti e progressive) né indietro (riverso su paradisi perduti e liquidi amniotici) ma si sposta di shifting in shifting come stregato dalla diversificazione da se stesso, limite speculativo che chiude ogni orizzonte mentale nella dilazione compulsiva dell’apertura.
Anche quest’anno, come ogni primavera, in occasione della design week milanese i barbari olandesi scendono dalla Mitteleuropa per premere alle porte dell’impero, dove l’aristocrazia delle belle forme (la scuola italiana del design, con la sua tradizionale attenzione all’estetica) stenta nella sua asintotica decadenza a capire ciò che i giovani designer nutriti dalla Rete hanno capito da un pezzo, e cioè che ciò fa muovere il mercato non è il mercato – ciò che fa spendere 600 euro in un melafonino, o 15mila euro in un divano che non ha la forma di un divano -, non sono le leggi del business ma quella stessa scintilla che fa alzare gli occhi al cielo a guardare le stelle: ché il difetto fatale degli esseri umani è che non vivono in ciò che sono, ma in ciò che il loro corpo pensa, la loro mente sente, i loro sogni progettano.

Design Academy Eindhoven - Eveline Visser - Bird City - photo Joost Govers

Quest’anno, dunque, Ilse Crawford cura per la Scuola di Eindohoven la mostra 50 allo Studio Zeta di via Friuli, che con il sottotitolo Graduate projects with a firm connection to life and a desire to make sense of it. Design is at its best when it addresses real needs allinea gli oggetti obliqui dei suoi diplomati al mood globale di risposta alle esigenze della società – esigenze “reali” nate dalla stratificazione di decenni di fiction di mercato, divenuta così solida che su di essa è cresciuta l’erba e da quell’erba nuove generazioni di designer, effervescenti ma separati dal passato carsico del mondo, nativi digitali svezzati a pane e comunicazione troppo veloci per essere in grado di leggere un libro fino in fondo, abituati a un’informazione che non si assorbe ma con cui si interagisce, e che oggi sono chiamati a progettare non solo le risposte (alle loro esigenze) ma anche le esigenze stesse; non solo la forma ma anche la materia (che non offre più resistenze); non solo le soluzioni ma anche i vincoli della realtà (che non tiene più). Non solo la salvezza ma anche la caduta, asintotica, del mondo.

Stefano Caggiano

www.studiozetamilano.com

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Stefano Caggiano
Stefano Caggiano (1975), semiologo del design, vive per la maggior del tempo a Milano. Lavora come giornalista, docente universitario, curatore e consulente specializzato in nuove forme espressive del design. Collabora con le aziende in qualit‡ di esperto in strategie estetiche e posizionamento semantico per il design degli oggetti, degli elementi e dei complementi d'arredo, contribuendo a definire strategie aziendali improntate al design management.
  • Rosalba

    Bravo Stefano , un articolo ironico ed elegante , svettante come un pioppo cipressino , invogliante senza risultare didascalico Rosalba

  • Simonetta M

    Caro Stefano, sinceramente non ho mica capito cosa vuoi dire, aparte ilfatto che il design della scuola di Eindhoven è in mostra in Via Friuli.
    La mia impressione se guado per es Bird city, è di essere di fronte a una grande carica di ironia…. ma tu volevi dire altro…. cosa?

  • Ivan

    Mi sembra che ci sia una netta discrasia tra il sottotitolo della mostra e il testo analitico proposto. O l’uno, o l’altro..
    Ivan

  • Grazie per i commenti, i pioppi e le discrasie :)

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