Che cosa non è arte partecipativa?

Fa piacere vedere quanto il termine ‘arte partecipativa’ si sia diffuso anche in Italia, ma spesso viene usato a sproposito. Appena c’è più di una persona a intraprendere una faccenda, la cosa viene subito chiamata ‘partecipativa’, o addirittura ‘partecipata’. È venuto il momento di distinguere una serie di attività artistiche che si sono appropriate di una nozione molto di moda, ma poco considerata in termini di una vera riflessione teorica.

Pablo Helguera - Ælia Media

Vorrei prima fare due distinzioni: la prima riguarda la differenza fra oggetti e processi. Mi sembra che ‘arte partecipata’, visto che utilizza una forma grammaticale che sembra riferirsi a un dato di fatto definitivo e concluso, si dovrebbe applicare a oggetti prodotti insieme a un gruppo. L’aggettivo ‘partecipativo’, applicabile anche ad azioni in corso, invece, mi sembra più adeguato a descrivere i processi. Una grande scultura di Pinocchio in una piazza fiorentina – creata da un gruppo di persone, ognuna delle quali ha portato una confezione di cubetti di zucchero per posizionarla dove indicava l’artista e per creare tutti insieme questo dolce pupazzo – la chiamerei in un primo istante ‘arte partecipata’.
‘Partecipativo’, invece, è un aggettivo che si applica al lavoro in corso. Se il cantiere però prevede sia un architetto che un geometra che fanno di tutto per eseguire un piano di produzione, le persone coinvolte, secondo me, si chiamano operai, non partecipanti. Istituendo il collegamento con il mondo dell’arte, potremmo utilizzare una terminologia coniata da Claire Bishop [1]. Bishop direbbe che si tratta di ‘agents’, cioè persone che l’artista ha convinto a lavorare per lui, ma che non hanno nessun diritto di decidere che forma prenderà il lavoro. Bishop, per altro, sostiene anche che ci sia una differenza fra ‘arte interattiva’ e ‘arte partecipativa’, cioè fra i casi in cui il visitatore o partecipante ha la decisione fra poche alternative impostate precedentemente dall’artista, in modo tale da far interagire il visitatore (interattivo), e il processo in cui il partecipante può anche negoziare con tutti gli altri partecipanti (e non solo con l’artista-autore). Negoziare, per esempio, che invece del Pinocchio si crei un Pierino o un Silvio fatto di zucchero, magari con lo stesso naso lungo del Pinocchio e messo non in piazza, ma sotto il buco della grondaia, in modo tale che si sciolga più velocemente.

I dollari di Mel Chin

Se tutti vogliono costruire un Pinocchio, va bene anche questo: l’arte partecipativa è comunque l’espressione non solo di un lavoro ma anche di una volontà artistica negoziata che sostituisce l’autore unico di un’opera con un gruppo. Ælia Media, il progetto vincitore del Premio Internazionale d’Arte Partecipativa Pablo Helguera, è senz’altro partecipativo in questo senso, in quanto i venti partecipanti del progetto decidono su forma, durata e contenuti della loro stazione-radio mobile a Bologna.
Ovviamente esistono una serie di sfumature fra le forme di partecipazione: se Mel Chin prepara uno schema di una banconota di 100 dollari da scaricare da internet e da completare a mano con i propri ritratti e fantasie di paesaggi, da raccogliere in mille scuole in tutti gli Stati Uniti per portarli a Washington e chiedere ai deputati americani di cambiarli in dollari veri per finanziare il recupero del suolo contaminato di New Orleans, e l’artista ha già concordato con i curatori il fatto che i tre milioni di disegni (nessuno dei quali è di Mel Chin) faranno parte della collezione del Hirshhorn Museum di Washington in modo tale che lo Stato americano riceva un equivalente di quanto spende per New Orleans – in questo caso siamo di fronte a un lavoro interattivo, partecipato o partecipativo?
Tre milioni di disegni che nasceranno dallo schema messo a disposizione dell’artista sicuramente eccedono la quantità di varianti che uno immagina parlando di un’opera interattiva… Ma nonostante ciò, forma e obiettivo del progetto Fundred sono ben definiti e poco negoziabili da chi partecipa. Forse il progetto si merita lo stesso l’aggettivo ‘partecipativo’ in quanto il promotore del progetto, l’artista Mel Chin, rinuncia completamente alla sua visibilità di autore e rimane praticamente invisibile dietro l’organizzazione che ha fondato e alla quale dedica tempo ed energia da oramai quattro anni (www.fundred.org).

[1] Cfr. Claire Bishop (ed.), Participation, Whitechapel-MIT Press, London-Cambridge (Mass.) 2006.

Julia Draganovic

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #3

 

  • Giuseppe Salerno

    E’ certamente arte partecipativa la grande esposizione “L’arte seduta” realizzata a Vitarte nel 2006, nella quale cento sedie d’artista schierate come in un sala cinematografica guardavano se stesse proiettate in sucessione su di un grande schermo. Una chiara metafora dell’arte che cresce guardando se stessa. Un progetto da me ideato e realizzato con la partecipazione di cento artisti.
    Potrei anche citare “Artisti con bagaglio al seguito” (maggio 2009), esposizione di 100 valigie d’artista allestita nella sala presidenziale della Stazione Ostiense di Roma come si trattasse di un posto di dogana dedicato all’ispezione dei contenuti.
    E cosi potrei citarne altre nelle quali un mio progetto genera una grande esposizione d’arte collettiva (e non collettiva d’arte) o, come è di moda dire oggi d’arte partecipata. Chiaramente il concetto di partecipazione è in questi casi realativo agli artisti, che attivamente e coscientemente, aderiscono al progetto.

  • giustino caposciutti

    Il dibattito che si è aperto è molto interessante. A Torino, insieme a un’altra artista, Tea Taramino, abbiamo iniziato a porci il problema di un’arte condivisa e/o partecipata dalla metà degli anni ’70 quando cominciando a lavorare con le persone disabili e scoprendo fra di loro dei veri talenti trovavamo estrema difficoltà ad inserirli nella scena artistica per il “muro” che il mondo dell’arte poneva nei loro confronti. Questo, a poco a poco ci ha spinto ad elaborare strategie che alla fine, nel 1993, sono sfociate in una manifestazione chiamata dapprima “L’ho dipinto con…” e successivamente “Arte Plurale”. Ciò prevede il concorso di 2 o più autori, che si incontrano mettendo a disposizione le reciproche esperienze dando luogo ad opere d’arte che sono il frutto del lavoro fatto insieme. E, a distanza di quasi 20 anni, valutando il grande successo di Arte Plurale, si può dire che la scommessa è stata vinta!
    Sempre nel 93 ho elaborato una modalità di arte partecipata chiamato FiloArX ove ogni autore elabora e firma un filo che poi viene tessuto insieme a tutti gli altri dando luogo a d opere che sono la “fotografia” di un momento storico di una comunità, di una città, di un gruppo di persone. Finora circa 26000 persone hanno partecipato a FiloArX
    Come evoluzione di FiloArX ho ideato l’evento “TEssere….” ove il clou consiste nel tessere, in uno spettacolo di piazza, in costume, un’enorme opera mosaico realizzata da 100 persone. Per giungere all’evento finale, numerosi sono gli incontri con i partecipanti per giungere a modalità condivise di realizzazione tant’è vero che l’evento e l’opera sono ogni volta molto diverse.
    Ritengo che le diverse modalità con cui gli artisti dell’arte partecipata realizzano i loro progetti dipenda dalla sensibilità di ognuno, da quanto sono disposti a sacrificare del proprio ego a vantaggio del lavoro comune.
    Dipende anche dal tipo di persone che si vogliono coinvolgere. Nel mio caso non faccio distinzioni e includo anche numeri molto alti di persone.
    Per questo motivo non si può “fare di ogni erba un fascio” ma, visti i tempi che corriamo mi pare che l’arte partecipata e/o partecipativa rappresenti una modalità fra le più significative apparse nel panorama internazionale negli ultimi decenni,

  • giulia de monte

    Cerchiamo di capirci, giustino caposciutti e giuseppe salerno: questo articolo, credo, voglia essere uno stimolo a discutere circa l’arte partecipativa, la sua pratica ma soprattutto, darne un’introduzione teorica. Chi, come me, legge l’articolo, vede “2 commenti” e spera (illusa) di trovare il germe di una discussione degna di tale nome. E invece no, trova autopromozioni di progetti che con la partecipazione hanno davvero poco a che fare. Se proprio dovete fare riferimento ai vostri progetti, fatelo con un link , con due frasi: non usatelo come trampolino autopromozionale. Non appiccicate l’etichetta “partecipativo” a caso. E con questo chiudo.
    Grazie.

    • …scusa Giulia, ma perché, invece di stigmatizzare i due interventi di Salerno e Caposciutti che, detto per inciso, io ho trovati più interessanti e più informativi che non l’articolo decisamente “nomenclativo” della Draganovic, non ci fornisci tu ” il germe di una discussione degna di tale nome”… te ne saremmo tutti certamente grati !!!

  • giustino caposciutti

    Per quanto mi riguarda non attacco l’etichetta “partecipativo” ai miei progetti ma solo “partecipato” e non a caso.
    La distinzione che fa Julia mi sembra soltanto strumentale e non attinente ai fatti. Le 2 parole hanno un significato molto simile. La mia sensazione è che partecipativo sia più restrittivo, vicino ai processi politici mentre partecipato
    comprenda anche i processi sociali ed educativi che è l’ambito che mi interessa. Ritengo quindi che il termine Arte Partecipata sia più ampio e che possa contenere anche l’Arte Partecipativa e non viceversa.

  • Arte interattiva – arte partecipativa – arte partecipata … non nego che le “etichette” e le definizioni siano utili. Lo sono certamente alla classificazione, lo sono per un certo tipo di “discorso critico” (ad esempio son perfette per dar modo, a chi scrive, di dimostrare la propria abilita’ nel definire un’opera diversamente da come vien comunemente definita) ma alla fine che importa sapere se la tal opera va’ definita “interattiva”, “partecipata” o “partecipativa” cio’ che realmente importa e’ ben altro! Se non si sa “descrivere” e definire questo “altro” molto meglio descrivere, semplicemente e dettagliatamente l’opera.

    • giustino caposciutti

      Sono d’accordo con te. Ciò che conta sono le opere. Per questo motivo mi pare che nell’articolo di Julia vi sia una forte partigianeria e poca obiettività. Invece di dirci cos’è l’arte partecipativa ci dice cosa non è, portando un pessimo esempio (quello del Pinocchio) per dirci che quella è arte partecipata. Questo non fa altro che smascherare il maldestro tentativo di porre l’arte partecipativa su “un piano più alto”, ammesso che esista, rispetto all’arte partecipata.
      Sono questioni che lascio comunque volentieri ai critici che pretendono di cambiare il corso della storia dell’arte aggrappandosi a sottigliezze e sotterfugi grammaticali fra l’altro interpretati a proprio piacimento.
      E, visto che siamo su Arttribune, faccio presente ai responsabili che se vogliono davvero ri-scrivere l’arte contemporanea alla luce delle pratiche relazionali, partecipate, interattive, sociali, educative… si informino su che cosa è stato fatto dagli artisti a Torino negli ultimi 20 anni.

  • Luigina

    Ricapitolndo : l’Arte Partecipata nasce in Italia,a Torino nel 1993, ad opera di Giustino Caposciutti e Tea Taramino, se ne va in giro per il mondo con il nome di Partecipatory Art, dopo quasi 20 anni e centinaia di eventi se ne torna in Italia con la traduzione, arbitraria, di arte partecipativa. Questa viene spacciata come una novità, si pretende che sia diversa e superiore all’arte partecipata con una bassa operazione di discredito.
    Cara Julia Draganovic, di “riflessioni teoriche” come la sua, basata fra l’altro su 3 “sembra” iniziali, non sappiamo che farcene.
    Parlo per esperienza diretta, poichè ho collaborato alla realizzazione di un evento di Caposciutti nel 1994.

  • giustino caposciutti

    Che cos’è l’Arte Partecipata
    L’Arte Partecipata è una pratica artistica nata nel 1993 a Torino per rispondere in modo adeguato ad istanze ed esigenze che sempre più forte premevano, da tempo, nella società, come per esempio:
    • Il bisogno di una vera integrazione dell’arte e degli artisti diversamente abili andando oltre l’Outsider Art, l’Art Brut… e tutte le forme che continuavano tuttavia a mantenere una separazione come, ad esempio, nello sport sono le Paraolimpiadi.
    • La necessità di colmare il gap fra la gente comune e l’arte contemporanea spesso ostica e incomprensibile ai più.
    • La necessità di attivare processi relazionali e di partecipazione in situazioni non gerarchiche o verticistiche ma orizzontali
    • Il bisogno di rappresentare in modo obiettivo gli stati d’animo, i sentimenti di una comunità, una città, un gruppo di persone
    • L’esigenza di favorire l’integrazione e la solidarietà fra le diverse etnie, presenti in un territorio e
    • per fare emergere le sacche di emarginazione, le realtà dimenticate, le situazioni “periferiche” di una città
    L’arte Partecipata ha come caratteristica peculiare quella di vedere la partecipazione di una pluralità di persone alla realizzazione di un’opera d’arte intesa questa sia come un quadro, una scultura, un’installazione, una performance, tutto questo insieme od anche, semplicemente, un processo artistico.
    Artisti che hanno lavorato a coppie o a piccoli gruppi ci sono stati nel passato, basti pensare alle botteghe medievali. Anche il coinvolgimento del pubblico è cosa che nell’ultimo secolo è stata presente nel lavoro di diversi autori e gruppi.
    La novità dell’arte partecipata sta nel dare a tutte le persone, anche a coloro che sono lontane dal mondo dell’arte, la possibilità di divenire co-autori di un’opera d’arte, di realizzarla e firmarla. Nessuno di loro sa quale sarà l’esito finale dell’opera perché questa si determinerà dall’apporto del lavoro di tutti.
    Nessuno può dichiarare “Questo l’ho fatto io” ma “Questo l’ho fatto anch’io”.
    Vi è quindi l’abbassamento, l’affievolimento dell’ego individuale a favore del perseguimento dell’obiettivo comune.
    Nell’opera finale è ancora rintracciabile l’apporto di ognuno che si confronta, si interconnette si contamina con quello degli altri e ad una visione d’insieme si perde e si amalgama con il tutto.
    L’Arte Partecipata valorizza le capacità, i punti di forza di ognuno, che vengono messi a disposizione di tutti i partecipanti. Il risultato finale non sarà uguale alla somma delle individualità ma molto, molto, infinitamente più grande e significativo. I processi che vengono attivati non si concludono con la realizzazione dell’evento ma si protraggono a lungo nel tempo.
    Il ruolo dell’artista o del gruppo che elabora il progetto iniziale è simile a quello di un coordinatore, di un allenatore di una squadra di calcio. Il suo compito è importante soprattutto nella preparazione, nel saper utilizzare al meglio le peculiarità di ciascuno, nel gestire adeguatamente le diverse situazioni che vengono a crearsi durante il procedere del lavoro.
    Si tratta di un nuovo tipo di artista che riassume in sé competenze più ampie come quelle di operatore socio-culturale, educatore, curatore, facilitatore ….
    Ovviamente, diffondendosi a macchia d’olio nel mondo l’Arte Partecipata (Participatory Art) ha preso nomi, connotati e forme fra le più varie a seconda degli autori e delle necessità contingenti ma alcuni dei punti su esposti permangono e mantengono tuttora la loro validità.

    • Il Gatto e la Volpe

      Concordo con Marras. Il concetto di opera d’arte collettiva o, se vogliamo con un termine moderno, arte partecipata era la prassi comune e non riguardava solo le arti visiva o l’architettura, ma anche la letteratura. Noi siamo legati al concetto di autore inteso come singolo che rivendica la paternità dell’opera e questo a partire dal medioevo. Fino a quel momento l’opera d’arte era il frutto di più di un circolo di autori sul quale poteva spiccare una personalità maggiore. Questo, come diceva anche per le opere d’arte antica dove vigeva il concetto di pseudoepigrafia: l’opera d’arte veniva messa sotto l’alto patronato di un grande nome, ma l’opera era in realtà più recente rispetto a quell’autore ed era frutto di più mani. Si badi bene che, oggi, questa prassi assolutamente interessante, ma tutt’altro che originale ma sicuramente sicuramente positiva perché porta al confronto di più individualità, nonché alla ricerca di possibili valori comuni condivisi, nel rispetto della propria identità (questa è la forma più elevata del dialogo) e del proprio percorso artistico. Si tratta comunque di una strada, come dicevamo, che bisogna avere il coraggio di percorrere, per uscire da un’arte basata solo sul proprio teatro psicologico o su un puro compiacimento che è quanto di più inutile e privo di significato che l’arte possa oggi produrre. Come dice Savino Marseglia bisogna ridiscutere il concetto di contemporaneità, che oggi sembra sempre meno aderire alla vita e al presente, ma alle leggi del proprio compiacimento e del mercato. Questa libertà “assoluta” nel senso di sciolta da ogni vincolo sta portando l’artista ad una fredda solitudine nonché all’indifferenza da parte del pubblica. In realtà si tratta di una falsa libertà non solo per questo motivo, ma anche perché il condizionamento delle logiche di mercato permane, nonché una logica di spettacolarizzazione dell’arte fine a se stessa. Quando l’artista si pone troppo il problema dell’entrare nel circuito ufficiale dell’arte, in realtà sta ponendo un limite alla propria libertà artistica “autocastrandosi”.

      • Lorenzo Marras

        La Volpe , si in sostanza il termine che puo’ benissimo essere usato e che prendo a prestito da Savino è ADDOMESTICAZIONE. E’ un processo che tu giustamente fai derivare da molto lontano , ma che oggi noi possiamo senz’altro designare come COMPIUTO.
        A partire dai luoghi bada, non solo dai linguaggi che secondo me è assimilabile a quella che pare essere una frigida scienza ovvero la adorata “Storia dell’arte”.
        sTORIA DELL’ARTE che ha potuto ricapitolare e rendere , possiamo dire vincolanti ogni linguaggio che trova un posto caldo nella sua baracca e tiene lontani quelli che sanziona come EPIGONI.
        Chi entra nella storia dell’arte ha valore ed ha valore chi sta nella storia dell’arte. La formula di Hegel che a prima vista sembra cosi innocua cosa è , se non la GLORIFICAZIONE del successo ?
        Storia dell’arte che in tutto e per tutto ha straordinarie assonanze con quella che non è altro che il processo di valorizzazione capitalistica, oggi molto e molto piu’ subdola che in passato perche’ va a colonizzare il sociale di ciascuno individuo con i suoi imperativi : devi essere efficente..devi essere intelligente…devi saperti organizzare nella tua promozione…devi sapere relazionare..devi sapere difendere la tua merce (ovvero te stesso)… insomma c è tutto un insieme di dispositivi , funzionali a neutralizzare ogni possibile “divergenza”. Addirittura anche le DIVERGENZE sono state adeguatamente sequestrate e rese inerti nel linguaggio e mi riferisco in vero a quelle attribuite a tavolino a personaggi dello star system; qualche bestione qui dentro ha avuto la spudoratezza di definire Cattelan un rivoluzionario giusto per fare un esempio.
        E’ il problema della LIBERTA’ La Volpe e se mi permetti ti suggerirei di leggere quel veramente e fondamentale testo di Nancy quando a proposito ne ri-definisce l’essenza non a partire da un concetto giuridico-istituzionale come miserabile “dato” a se, quello per intederci che pressoche’ tutti pensano essere scontato o confuso con un diritto ma bensi’ fortemente esistenziale ed in cui le singolarita’ si ri-appropriano della possibilita’ di sperimentarLa continuamente e non darla come forma definitivamente acquisita.

        • “qualche bestione qui dentro ha avuto la spudoratezza di definire Cattelan un rivoluzionario”… Caro Lorenzo, Cattelan non e’ certo un “rivoluzionario”, almeno nel senso socio-politico del termine che e’ quello che risulta rilevante dal contesto del tuo post, ma, detto questo? Senza voler far paragoni, che solleverebbero le solite polemiche sterili, sono veramente pochi pochi i grandi artisti che possano essere definiti dei “rivoluzionari” in tal senso.
          E’ un errore voler giudicare l’arte in base a categorie socio-politiche, e’ un errore pensare che essa *debba necessariamente* avere funzione didattico-politica o di denuncia o di rivoluzione sociale. Come e’ un errore, quello in cui cade la “Premiata Ditta Termometri Universali”, pensare che il mondo dell’arte possa essere un universo d’indagine socio-politica, dallo studio ed analisi del quale, poter trarre conclusioni e quindi soluzioni applicabili agli altri campi dell’agire umano.
          L’arte e’ una delle realtà e delle manifestazioni di questo agire e si mescola ed interseca, quindi, con tutte le altre ma, come ciascuna di esse, ha i suoi propri metri di valutazione ad essa peculiari. D’un artista possiamo, ovviamente, prendere in considerazione la biografia e dare dei giudizi positivi o negativi sul suo essere “uomo”, ma questo ci aiuterà ben poco a valutare le sue opere.
          Ed e’ la valutazione delle opere il punto fondamentale, che vien fin troppo spesso trascurato: di fronte ad una mostra, ad un’opera, le considerazioni che leggo in questi commenti sono, prevalentemente, relative al fatto che l’autore sia o meno ricco ed affermato, come abbia fatto per diventarlo, quanto sia contiguo o succube di questo e quello, se appartenga o meno a questa o quella “scuderia” se sia ripetitivo, quanto sia originale e innovativo ecc. ecc., insomma, una netta prevalenza di considerazioni critiche sull’uomo, poche o nessuna sul lavoro, salvo le immancabili, quanto totalmente inutili, relative al suo valore venale.
          Credo che chi vuol parlare e commentare d’arte dovrebbe tenere in primo piano i lavori lasciando gli artisti molto più sfocati sullo sfondo, ma questa e’ solo la mia modesta opinione …

          • LorenzoMarras

            Luciano , ho scritto di “cattelan” perche’ è solo l’emblema di cio’ che puo’ rappresentare la “storia dell’arte” come dispositivo che seleziona, glorifica nello stesso modo in cui impone il silenzio agli esclusi (l’arma impropria , opera di epigoni cosa è se non una esclusione dell’eccedenza?! Visto separatamente dalla storia dell’arte per me Cattelan è una persona in carne ed ossa che non susciterebbe nessuna mia attenzione.

            Non do addosso alla coca cola perche’ mi fa schifo do addosso a meccanismi che ne rendono possibile il suo totale dispiegamento e pertanto non concepire la locuzione “cattelan” come artista ma, esclusivamente come “insieme” di esiti indotti e che ruotano intorno ad esso e ne determinano la sua proliferazione.
            Potevo scrivere di “vezzoli” ma NON avrei inteso , e ripeto, il Vezzoli in carne ed ossa, per le stesse ragioni.
            Confido che tu abbia compreso che non si tratti di niente di personale e che sopratutto non siamo di fronte ad una caccia per acchiappare farfalle ma bensi per esprimere esclusivamente il proprio pensiero.
            Luoghi e linguaggi … musei e metafisiche ..questi sono i bersagli.

          • Me ne rendo conto, e lo avevo ben compreso. Il mio punto e’, pero’, un altro: e’ funzionale “commentare l’arte” per fare un discorso socio-politico? Non ci sono forse campi che offrono spunti più pregnanti e danno più ampio spazio a questo tipo di discorsi?
            Mi rendo perfettamente conto che ogni “campo” e’ suscettibile di un’ analisi socio-politica ed il “campo” arte non fa certo eccezione ma i fenomeni più tipicamente socio-politici che avvengono in tale “campo” sono molto più un portato, una deriva di ciò che accade all’intorno di esso che non suoi fenomeni “tipici ed “originari”.
            Il “discorso artistico” non sempre ha quale scopo il messaggio socio-politico e, quando ciò accade, molto spesso, usa modalità di linguaggio un po’ particolari, quali l’ironia, la satira, il gioco, l’esagerazione, la metafora, il paradosso, l’enfasi, l’eufemismo, l’iperbole ecc.ecc., non di rado inventa nuove “figure retoriche” che vanno scoperte e comprese per percepire il messaggio; spesso (in passato sempre) e’ condizionato o vincolato da problemi estetici e, sempre, dai limiti intrinseci al medium scelto.
            Per questo mi chiedo: se si desidera svolgere una seria analisi di problemi socio-economici perché farla rinchiudendosi in questo “campo” limitato e non paradigmatico? … ma, ripeto ancora, questa e’ solo la mia modesta opinione.

  • Lorenzo Marras

    Dunque Caposciutti se interpreto corretamente la sua spiegazione con “l’arte Partecipata”, si realizza un superamento dello stesso concetto di “arte” ?
    nel migliore dei sensi , ovviamente, perche’ attraverso la partecipazione dei singoli, del loro lavorare , capirsi e comunicare “insieme” l’opera che ne consegue non sarebbe altro che una societa’ sostenibile per tutti.
    Ammesso che “Arte partecipata” nella sua effettiva dispiegazione annulli ogni supposto confine che la parola Arte porta sempre atavicamente con se.
    Cosa ne pensa?

  • giustino caposciutti

    Gentile Lorenzo
    Sono d’accordo con le sue considerazioni ma trovo difficoltà a rispondere.alla sua domanda.
    Dico solo che fra le necessità che hanno fatto nascere l’Arte Partecipata vi era quella dell’INCLUSIONE.
    Persone escluse dal mondo dell’arte, dal mondo delle decisioni, trovano in questa pratica artistica la possibilità di un riscatto, di una partecipazione attiva. Mettendo insieme le personali esperienze e competenze possono dar vita ad opere ed azioni che nessun singolo artista sarà mai in grado di fare.
    Seguendo questo ragionamento, più che di un superamento del concetto di arte si tratta di un suo ampliamento: non più una pratica e un mondo per pochi “auto-eletti”, ma per tutti.

  • Lorenzo Marras

    Caposciutti eh invece Lei mi ha risposto con assoluta franchezza e precisione, giacche’ è quello che voLevo mi fosse chiarito. Benissimo , dunque l’esclusione riguarda insomma chi , e dico chi, la pratica artistica la esercitava nei suoi, diciamo, confini noti pressoche’ a ciascuno ma che, che , per svariate ragioni di fatto esclusi da quelli che sono i circuiti oggi dominanti ed ufficiali.
    Per quanto riguarda la questione di cio’ che lei ha definito piu’ un ampliamento debbo comunque farle osservare che se il medesimo riguarda il numero dei partecipanti, beh non era proprio quello che intendevo e glielo dico perche’ se , pur nei molti o nei DI PIU’, si ri-propongono le stesse anomalie di cio’ che si vuole correggere (ESCLUSIONI) o per meglio intenderci anziche’ “L’artistar” si abbia il “brancoArtistar” i risultati non sarebbero diversi. Non trova? l’esclusioni rimarrebbero tali e quali.
    lei è stato comunque molto gentile Caposciutti ed io la ringrazio sentitamente.

    • SAVINO MARSEGLIA

      Caro Lorenzo, a questo punto il nocciolo della questione si sposta sull’arbitrarietà e sul settarismo che domina all’interno dell’ufficiale circuito dell’arte contemporanea.., ovviamente compreso gli “Artstar” e tutti i cicisbei che ne fanno parte a pieno titolo o nominati dal potente di turno o legittimati dal potere culturale sovrano dominante.

      In altri termini, non esclusi tutti i “critici-grilli cantarini” e tutti coloro che in una certa misura occupano e intossicano gli spazi pubblici dell’arte, i cosiddetti: (chierici-curatori di anime morte, addetti all’ imbalsamazione di feticci da custodire all’interno di musei mausolei).

      Pertanto, non rimane che rifiutare questo circuito asfittico, questa torre d’avorio di artisti patinati dalla borghesia e truccati dal mercato dell’arte dei feticci.
      Si potrebbe iniziare ad abolire la stessa parola “Arte contemporanea”, così come viene oggi concepita: un feticcio d’orato, esclusivo per pochi miliardari.

      Si potrebbe anche cominciare a mettere in discussioni questi meccanismi perversi sul “contemporaneo” per permettere a tutti coloro che lo desiderano di fare “arte”, in libertà, di contemplare, studiare, di lavorare, opinare, lottare, amare…

      Senza cercare di entrare o confrontarsi con questo circuito ufficiale, asfittico dell’arte…o con questi chierici della nuova inquisizione contemporanea.

  • Lorenzo Marras

    caro Luciano e qui che cadi in errore. E ci cadi quando pensi che il mio sia un discorso “socio-politico” e non lo è affatto. Te ne potrei dare innumerevoli esempi ma, giusto per non tirarla per le lunghe, posso argomentare la cosa cosi’ :
    – se il mio fosse un discorso come dici tu, io dovrei essere “contro” questo chiamiamolo sistema nel senso che ne vorrei o auspicherei con desiderio la sua dissoluzione. Ma non è assolutamente cio’ che io ho mai pensato. Anzi sotto certi aspetti , vedili anche “paradossali” , è quanto mai opportuno che esso esista perche’ solo cosi sara’ concretamente possibile una liberazione dai desideri che si hanno di esso.
    Il sistema, vive di questo ; dal desiderio che si ha di farvi parte e di godere delle sue infinite possibilita’ coincidenti con l’accettare i profili che esso impone.
    Solo con una vera liberazione da esso si potra finalmente parlare di Artista nelle declinazioni anche adombrate dall’articolo oggetto delle nostre discussioni.
    Dissolvere un sistema per sostituirlo con un altro , non ha alcun senso, per il sottoscritto ovviamente.
    Il discorso, semmai, è completamente esistenziale, non trovi ?

    • Caro Lorenzo forse ilo tuo (e, peraltro, quello di molti altri commentatori) non sara’ un discorso “socio-politico”, ma esso verte sul “sistema” (che tu lo voglia conservare o cambiare, sostenere o demolire, poco importa) e, quindi, non saprei come altro definirlo.
      Certamente posso accettare la tua definizione di “discorso esistenziale” ma ti ricordo che quando parliamo di fenomeni esistenziali siamo, appunto, nella sociologia o se preferisci nella filosofia del sociale.
      Ti riporto la tua conclusione “Solo con una vera liberazione da esso [sistema] si potra finalmente parlare di Artista nelle declinazioni anche adombrate dall’articolo oggetto delle nostre discussioni.”
      Ecco io penso (continuo a ricordarti che si tratta sempre e solo di mie opinioni) che l’ artista esista a prescindere dall’esistenza di questo, di altro o di nessun “sistema” ed insisto sul fatto che, per me, il discorso sull’arte e’ (o dovrebbe essere) un discorso sulle “opere d’arte”, sull’ “operare artistico”, sul “linguaggio dell’arte” non sul “sistema” dell’arte e neppure sull’ “artista” in quanto “persona”.
      Per chiarezza aggiungo che non e’ che, per me, i discorsi “socio-politici” o “filosofici” o “esistenziali” come quelli sulla “biografia” degli artisti non possano o non debbano aver spazio in una pubblicazione come questa o nel suo commentari, al contrario! Dico pero’ che troppo spesso essi rappresentano la quasi totalità dei commenti di un qualche spessore o interesse (ovviamente non tengo conto della maggioranza, purtroppo, di commenti del tipo insulti, frizzi, lazzi, trollate, mi piace/non mi piace e “messaggi promozionali”) mentre l’analisi delle opere e del linguaggio artistico (che, pure, spesso e’ l’oggetto principale degli articoli) e’ largamente trascurata se non del tutto ignorata da chi commenta.
      Ma magari sono io che sbaglio…

  • LorenzoMarras

    certo Luciano , sono d’accordo quando dici che l’opera ha un primato nel discorso. Accipicchia non mi sognerei mai di pensare ed affermare il contrario.
    Opera ed artista elementi inseparabili e vere energie che ri generano nuove possibilita’ di abitare il mondo. Ma con giustizia e LIBERTA’ , perche’ se si fanno le cose da subordinati non si hanno possibilita’ ma solo risultati, carini quanto si vuole ma risultati. Ed allora torniamo e ci colleghiamo benissimanente ai concetti che Luca riconduce alle Ikee evolute, un fare qualcosa in vista di un fine abbastanza circoscritto, la casetta con il suo bel idiliio domestico , gli amici, la reputazione e bla bla bla niente piu’ insomma.
    Ma L’ARTE è questa ? se è questa , beh allora mi do al design e trovo piu’ coerenza.
    Che cio’ , come discorso, non possa trovare spazio qui dentro è una posizione che rispetto ma che non comprendo proprio per la sua oggettiva attittudine a porre un confine a cio’ che è “eccesso” per natura.
    Angkor è tale anche se la foresta lo ha abitato per tutti i secoli che ci separano dalla sua origine. L’Arte per natura è eccesso…., guai , se subisse un destino di permanenza nel sicuro “perimetro”.
    E verso il Sistema non ho proprio NIENTE , i suoi meccanici possono tranquillamente continuare a eseguire i loro compiti, anzi , gli auguro buon lavoro.

    • “Che cio’ , come discorso, non possa trovare spazio qui dentro è una posizione che rispetto ma che non comprendo proprio per la sua oggettiva attittudine a porre un confine a cio’ che è “eccesso” per natura.”… attento Lorenzo non mi sono mai sognato di dire che “ciò non possa trovare spazio qui dentro” ho anzi positivamente affermato il contrario! Quel che mi dispiace e’ che “ciò” costituisca il 95% dei commenti mentre ad opere e linguaggi resti una frazione del rimanente 5% !!!
      Non sono, invece d’accordo, su questa tua proposizione
      “Ma con giustizia e LIBERTA’ , perche’ se si fanno le cose da subordinati non si hanno possibilita’ ma solo risultati, carini quanto si vuole ma risultati. Ed allora torniamo e ci colleghiamo benissimanente ai concetti che Luca riconduce alle Ikee evolute, un fare qualcosa in vista di un fine abbastanza circoscritto, la casetta con il suo bel idiliio domestico , gli amici, la reputazione e bla bla bla niente piu’ insomma.”
      Perché questo e’ proprio il tipo di discorso che io definisco “socio-politico”, che ha una sua validità ed un suo rilievo importantissimo, sia chiaro, ma che non ha nulla a che vedere con il discorso sull’arte.
      Per riprendere proprio il tuo esempio, Angkor non fu affatto frutto di “giustizia e libertà” ma precisamente volontà di “reputazione” ed “affermazione imperiale” realizzata da “subordinati” d’un Impero, quello Kmer, che era molto distante dall’esercitare “giustizia” e del tutto disinteressato alla “libertà” dei suoi sudditi. Esso fu espressione di una ristrettissima casta, sostanzialmente la famiglia imperiale, tanto lontana dal suo popolo, dalla sua cultura e dai suoi sentimenti (la popolazione Kmer era per la quasi totalità Buddhista mentre l’Imperatore e la sua famiglia praticavano il culto Brahmanico ed il complesso di Angkor, prima di essere “riconvertito” a templi Buddhisti era, appunto un complesso di palazzi imperiali e templi Brahmanici) che fini’ per collassare, totalmente.
      L’opera d’arte ha vita propria e non importa affatto perché e con quali fini sia stata fatta, se essa sia stata creata da un saggio illuminato o da un farabutto, la sua “essenza” sta’ (…sia chiaro, per me, ci tengo a sottolinearlo) nella sua capacita’ di comunicare ciò che sarebbe altrimenti incomunicabile e che, bada bene, non e’ necessariamente quel che il suo autore intendeva comunicare o magari non lo e’ più da molto, visto che una delle caratteristiche che, per me, distingue un’opera d’arte e’ appunto quella di saper “rinnovare” nel tempo la propria comunicazione.
      Quando la comunicazione che ci trasmette e’ intensa e profonda, siamo di fronte ad una grande opera d’arte (e poi potremo anche accapigliarci nel discutere e definire tale comunicazione come “sublime”, “istruttiva”, “edificante”, “terrificante”, “scioccante”, “ironica”, “divertente”, “meditativa”, “evocativa”, “critica”, “dissacrante”, “destabilizzante”, “rivoluzionaria”, “patriottica”, “internazionalista”, “imperialista” “irredentista”, se essa sia moralmente ed eticamente apprezzabile o deprecabile ecc. ecc. ) Se la comunicazione che noi riusciamo a cogliere e’ sostanzialmente la stessa, o almeno, e’ sulla medesima “lunghezza d’onda” di quella che l’autore desidera veicolare attraverso l’opera, allora siamo anche di fronte ad un grande artista.
      Infine anche un poster dell’IKEA o un suo mobile può essere un’opera d’arte ed anche il design, molto spesso, e’ stato, e’ e sara’ ancora in futuro “arte” (…inutile che ti ricordi, ad esempio il nostro grande Munari).
      Non lasciamoci ingannare dal fatto che oggetti dell’ IKEA e design hanno (anche o soprattutto) un “fine pratico” : la maggior parte dell’arte antica aveva (anche o soprattutto) un “fine pratico”

  • Caro Lorenzo, spezzo la mia risposta in più parti perché quella “completa” e’ finita nella maglie del “filtro di moderazione” … e visto che due altri miei commenti sono “in moderazione” da tre giorni non desidero che questo faccia la stessa fine:
    “Che cio’ , come discorso, non possa trovare spazio qui dentro è una posizione che rispetto ma che non comprendo proprio per la sua oggettiva attittudine a porre un confine a cio’ che è “eccesso” per natura.”… attento Lorenzo non mi sono mai sognato di dire che “ciò non possa trovare spazio qui dentro” ho anzi positivamente affermato il contrario! Quel che mi dispiace e’ che “ciò” costituisca il 95% dei commenti mentre ad opere e linguaggi resti una frazione del rimanente 5% !!!
    Non sono, invece d’accordo, su questa tua proposizione
    “Ma con giustizia e LIBERTA’ , perche’ se si fanno le cose da subordinati non si hanno possibilita’ ma solo risultati, carini quanto si vuole ma risultati. Ed allora torniamo e ci colleghiamo benissimanente ai concetti che Luca riconduce alle Ikee evolute, un fare qualcosa in vista di un fine abbastanza circoscritto, la casetta con il suo bel idiliio domestico , gli amici, la reputazione e bla bla bla niente piu’ insomma.”
    Perché questo e’ proprio il tipo di discorso che io definisco “socio-politico”, che ha una sua validità ed un suo rilievo importantissimo, sia chiaro, ma che non ha nulla a che vedere con il discorso sull’arte.

  • Per riprendere proprio il tuo esempio, Angkor non fu affatto frutto di “giustizia e libertà” ma precisamente volontà di “reputazione” ed “affermazione imperiale” realizzata da “subordinati” d’un Impero, quello Kmer, che era molto distante dall’esercitare “giustizia” e del tutto disinteressato alla “libertà” dei suoi sudditi. Esso fu espressione di una ristrettissima casta, sostanzialmente la famiglia imperiale, tanto lontana dal suo popolo, dalla sua cultura e dai suoi sentimenti (la popolazione Kmer era per la quasi totalità Buddhista mentre l’Imperatore e la sua famiglia praticavano il culto Brahmanico ed il complesso di Angkor, prima di essere “riconvertito” a templi Buddhisti era, appunto un complesso di palazzi imperiali e templi Brahmanici) che fini’ per collassare, totalmente.
    L’opera d’arte ha vita propria e non importa affatto perché e con quali fini sia stata fatta, se essa sia stata creata da un saggio illuminato o da un farabutto, la sua “essenza” sta’ (…sia chiaro, per me, ci tengo a sottolinearlo) nella sua capacita’ di comunicare ciò che sarebbe altrimenti incomunicabile e che, bada bene, non e’ necessariamente quel che il suo autore intendeva comunicare o magari non lo e’ più da molto, visto che una delle caratteristiche che, per me, distingue un’opera d’arte e’ appunto quella di saper “rinnovare” nel tempo la propria comunicazione.

  • @Lorenzo…niente da fare, ci rinuncio, se mi mandi un recapito mail ti mando la risposta completa

  • Lorenzo Marras

    Lucia’ manda al : [email protected]

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