Musei di moda

La moda è in relazione con le arti visive già da almeno un decennio. Ora però arriva anche da sola dentro i musei, senza artisti che la citino o reinterpretino. Scende dalle passarelle, esce dai negozi ed entra nei templi della cultura mondiale. Caso di studio per eccellenza è “Savage Beauty”, la mostra blockbuster di Alexander McQueen al Metropolitan di New York.

Alexander McQueen - Romantic Nationalism

Se nell’ultimo decennio è esploso il fenomeno della moda che si occupa di arte visiva, mettendole a disposizione spazi e mezzi – come hanno fatto e fanno tuttora le fondazioni Cartier, Prada, Trussardi, e Max Mara; Pinault con l’acquisizione di Palazzo Grassi e l’apertura di Punta della Dogana; Comme des Garçons con il sostegno ad artisti giovani, e Louis Vuitton con le sue collaborazioni con artisti affermati – ultimamente un’inversione è in auge: la moda scende dalle passerelle, esce dai negozi ed entra nei musei. Quest’anno ci saranno infatti almeno dieci mostre sulla moda contemporanea proposte da importanti istituzioni museali, da Denver a Parigi, da Venezia a Londra.
Soltanto questa primavera apriranno Christian Louboutin al Design Museum di Londra; Louis Vuitton Marc Jacobs al Musée Des Arts Decoratifs di Parigi; Diane Vreeland – The Eye has to Travel al Museo Fortuny di Venezia; Yves Saint Laurent al Denver Art Museum; Fifty Years of James Bond Style al Barbican di London; Elsa Schiaparelli and Miuccia Prada: On Fashion al Metropolitan Museum of Art di New York. Inoltre, riaprono le gallerie del costume del Victoria and Albert Museum, con Ballgowns: British Glamour Since 1950.  Sono finiti i tempi in cui oltre alle opere d’arte i soli costumi storici avevano spazio nei musei.

Alexander McQueen - Jungle - 1997-98

La nuova tendenza è avvalorata in gran parte dal successo di Savage Beauty, la retrospettiva su Alexander McQueen tenutasi al Metropolitan Museum of Art di New York, che ha attirato un numero di visitatori senza precedenti per una mostra non prettamente d’arte – ben 661.509 – tanto che si è trattato di una delle dieci mostre più visitate nei 142 anni di vita del venerabile museo.  Harold Kado, curatore del Costume Institute del Metropolitan, esulta: “Il successo sia critico che popolare della mostra di McQueen ci indica chiaramente che il design di moda ha un posto sicuro nell’ambito del museo d’arte.
Eppure non è scontato che il successo di Savage Beauty possa essere facilmente replicato. Si è trattato infatti di una mostra eccezionale sotto molteplici aspetti. Quando Kate Middleton arrivò all’altare in un abito da sposa McQueen, lo stilista aveva già trovato la sua tragica morte e Savage Beauty stava già diventando un blockbuster. Niente vende come il sesso, eccetto la morte e l’artistocrazia. Il curatore di un importante museo di New York mi confessò sbalordito: “Sembra che ovunque tu vada, non importa chi incontri, tutti stiano parlando estasiati della mostra di McQueen.” La quantità e la varietà dei visitatori dimostrano quanto il fervore per McQueen abbia oltrepassato i circoli ristretti dell’arte e della moda: il giorno in cui l’ho visitata c’erano donne bianche post-menopause provenienti dai suburbs, che mentre osservavano una creazione di Tartan e tulle, discettavano di marche di cereali; teenager afro-americani incappucciati che studiavano intensamente gli accessori estremi in cui si fondono ossa di animali e parafernalia sadomaso; molte persone under 30, ma anche anziani su sedie a rotelle, intere famiglie della periferia e turisti di ogni tipo. Per far fronte alla folla, il Metropolitan ha dapprima esteso l’orario di apertura, poi è rimasto aperto anche il giorno di chiusura, e alla fine ha deciso di prorogare la mostra.

Alexander McQueen - Dante - 1996-97

Ma non lasciamo che l’hype offuschi l’aspetto più significativo del fenomeno. Semplicemente, quello che il pubblico ha trovato all’interno della mostra era qualcosa di folgorante: una visione intricata, di grande impatto, radicale e differente. McQueen non disegnava solo vestiti, ma creazioni che funzionano come ideali platonici. Qualche esempio? Un’armatura modellata per la schiena in vetro cesellato, rotta in corrispondenza della scapola sinistra come se qualcuno avesse tentato di indossarla, come se l’armatura stessa si fosse rifiutata a qualsiasi uso; o un abito da sera di chiffon, lirico quanto impossibile, appesantito da densi strati di fango. Appropriatamente intitolata Savage Beauty, la mostra esaltava in McQueen una singolare visione della bellezza, che egli scopre nel grottesco, nel lurido, nel tragico e nei più bassi momenti della storia. Rivelando, come un odierno Rimbaud, eclatanti flash di bellezza nell’orrore.
Argutamente Umberto Eco sottolinea che, malgrado sia sempre stata meno contemplata storicamente, la bruttezza ha forse più spessore della bellezza. In effetti, la forza della visione sublime e complessa di McQueen è dovuta al fatto stesso che il contesto in cui opera è la moda, dove regna ordinariamente una concezione facile della bellezza; se il suo lavoro fosse confinato all’arte visiva vera e propria – dove tutto va ammesso a prescindere – paradossalmente la sua tensione fondamentale si perderebbe. Proprio perché si tratta di moda, la bellezza selvaggia della visione di McQueen funziona come un cavallo di Troia, che accede nella città del quotidiano e problematizza nozioni canoniche della bellezza, collegandola a sensazioni inaspettate e riferimenti perturbanti. Se il pervenire a esiti felicemente destabilizzanti è una delle opportunità più alte che la cultura può offrire, allora Savage Beauty dimostra che anche la moda è in grado di esserne causa scatenante. Di fatto è solo molto più raro rispetto all’arte, che la moda riesca a interrogare le prerogative del paradigma visivo corrente.

Alexander McQueen - Black Duck Feathers - 2009-10

Mi dilettano le scarpe di Louboutin, è un sogno possederle, ma non comportano una visione densa o profonda: quello che si può vedere in una vetrina di negozio rivela già tutto quello che c’è. Di McQueen invece sconvolgono le creazioni mitiche, impossibili, rispetto alle quali il possesso è irrilevante, e che vanno oltre i limiti della vetrina rompendo preconcetti. La moda deve essere ben più ambiziosa per meritare spazi museali, come nel caso di Savage Beauty, altrimenti si presta tuttalpiù a letture storico-antropologiche. Ovvero, in ultima analisi, ad essere più o meno interessante, ma non ad aprire a nuovi immaginari, ambito che è proprio dell’arte.

Daniela Salvioni

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