Good night, and Good Luck

Trent’anni di storia patria in 5mila battute. Perché la crisi che stiamo affrontando non assomiglia a quella di cui parlava Roosevelt solo per la sua parte economica. È la questione sociale, e politica, il cuore della questione. E il problema maggiore è la rimozione di questa componente fondamentale.

George Clooney - Good night, and Good Luck - 2005

Quando diciamo che occorre ricostruire la base morale dell’intera nazione, stiamo in realtà considerando il risultato di un intero processo storico. Durato più di trent’anni.
Lo smantellamento del sistema di valori di riferimento che aveva guidato la Repubblica dalla sua nascita postbellica agli Anni Settanta – certamente tra alti e bassi, con luci e ombre, punte di nobiltà e zone di bassezza – ha richiesto un’opera capillare e chirurgica di rimozione, attraverso la costruzione di un’intera ideologia e di un immaginario culturale. Questo immaginario non è stato, ovviamente, solo autogenerato, ma si è prodotto insieme e all’interno di un più ampio schema: quello del neoliberismo occidentale, intessuto di politica, economia, cultura popolare e di una ben determinata visione del mondo. Quella stessa visione che fece dichiarare a un anonimo funzionario della Casa Bianca, durante il primo mandato dell’amministrazione Bush: “Adesso siamo un impero e, quando passiamo all’azione, siamo noi a creare la realtà. E mentre voi studiate quella realtà […] noi passiamo di nuovo a all’azione e creiamo altre realtà, che voi potrete studiare, e così i conti tornano”.

George Clooney - Good night, and Good Luck - 2005

È quella stessa visione che ha fatto osservare a Maurizio Ferraris, nell’ormai celebre prima formulazione del Manifesto del New Realism (la Repubblica, 8 agosto 2011), appena divenuto anche un libro: Nei telegiornali e nei programmi politici abbiamo visto regnare il principio di Nietzsche ‘non ci sono fatti, solo interpretazioni’, che pochi anni prima i filosofi proponevano come la via per l’emancipazione, e che in effetti si è presentato come la giustificazione per dire e per fare quello che si voleva. Si è scoperto così il vero significato del detto di Nietzsche: ‘La ragione del più forte è sempre la migliore’”.
La complicazione principale, nel caso italiano (tutto peculiare, come del resto quasi ogni cosa che riguardi il nostro Paese e le sue vicende), è data dal fatto che l’interpretazione distorta del principio “non ci sono fatti, solo interpretazioni” ha riguardato tutte le parti politiche (e sociali). Nessuna esclusa. Qui, infatti, ci sono almeno due o tre generazioni che, sganciandosi progressivamente dalla realtà della loro vita e di ciò che stava accadendo a livello collettivo, hanno progressivamente smarrito la capacità di distinguere il “bene” dal “male”, il “giusto” dall’“ingiusto” (convincendosi nel frattempo del fatto che questa indistinzione fosse perfettamente contemporanea, e legittima). E soprattutto – ciò che costituisce l’aspetto forse più grave di questo fenomeno – hanno sviluppato un’incapacità cronica, letteralmente patologica di riconoscere, proteggere e coltivare il “bene comune” (e non il compiacimento momentaneo e la soddisfazione immediata di esigenze contingenti).

George Clooney - Good night, and Good Luck - 2005

È la fase della negazione – o meglio, tecnicamente, del “diniego”, come momento ulteriore, ancora più grave, della rimozione. Questo è il motivo principale per cui abbiamo, oggi, la necessità di riaffermare e di ristabilire valori essenziali (come i “beni comuni”, la dignità del lavoro, la solidarietà, la condivisione delle regole e dei diritti), aspetti una volta noti ed elementari (e man mano privati di senso e di contenuto: ridotti a scatole vuote). Perché si sono persi per strada. Sostituiti, nel corso di una lunga, rapidissima mutazione “rivoluzionaria”, da altri (dis)valori che hanno progressivamente dominato e governato la nostra società.
Alla base di questo sistema di valori totalmente negativo e distorto c’è chiaramente un fattore tremendo: la spinta a cancellare l’altro, perché non solo ci sono prima io, ma io è l’unica cosa che esiste e che importa. Dietro questi comportamenti e atteggiamenti, individuali e collettivi, c’è ovviamente una fortissima carica autodistruttiva, oltre che distruttiva. Non riconosco l’altro perché non riconosco – e, cosa ancor più grave: non voglio riconoscere – me stesso. È una strana forma di autoriflessività, italianissima, in cui il soggetto più si rispecchia e meno si conosce: si perde. Si annulla.

George Clooney - Good night, and Good Luck - 2005

Occorre, perciò, ripartire – e immediatamente – da qui: dal recupero della dimensione dell’altro, del “noi”. Che poi vuol dire società, comunità, collettività, al di fuori della quale l’individuo non vive, e neanche – se è per questo – sopravvive. Questa dimensione è infatti l’unica che possa posizionarci chiaramente e positivamente nel mondo. È l’unica, cioè, in grado di avviare la ricostruzione e la riappropriazione della nostra identità (individuale e collettiva), e la sua proiezione in una dimensione finalmente di prosperità e comune. La lezione (almeno, una delle lezioni) da trarre dal ventennio appena trascorso è che il benessere acquisito dai pochi a sfavore dei molti non dura a lungo, e ha conseguenze nefaste sull’intero sistema sociale.
L’aveva capito molto bene, settant’anni fa (all’indomani di un’altra gravissima crisi, con cui quella attuale fa evidentemente il paio) Franklin Delano Roosvelt: “Ho già detto che non possiamo accettare che mezza Nazione prosperi e l’altra metà sia alla bancarotta. Se tutta la nostra gente può contare su un lavoro, una paga equa e giusti profitti, ognuno può comprare i prodotti realizzati dal suo vicino e l’economia funziona. Ma senza gli stipendi e i profitti della metà del Paese, l’economia funziona solo a metà. Né è di grande aiuto l’eventualità che la metà fortunata sia davvero molto ricca: la cosa migliore è che tutti siano ragionevolmente benestanti” (Il “National Recovery Act” – terza chiacchierata al caminetto, 24 luglio 1933).

Christian Caliandro

 

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Va bene fare il punto della situazione. Mi sembra una buona base da cui partire. Immagino che queste considerazioni di carattere generale sull’attuale condizione economica, sociale, politica e culturale possano essere ampiamente condivise. Se dunque la priorità è “la ricostruzione e la riappropriazione della nostra identità (individuale e collettiva)”, in che modo l’artista può offrire il suo contributo, nell’ottica del recupero di una dimensione collettiva? La riflessione sull’identità è un tema che mi sta molto a cuore. Quali le sue possibili declinazioni in campo artistico?
    Il linguaggio obsoleto della provocazione, della spettacolarizzazione, che un certo mercato dell’arte cerca disperatamente di alimentare e perpetuare, ha fatto ormai il suo tempo? Esiste in Italia un pubblico pronto a reagire all’esasperato relativismo generato da decenni di ricezione acritica di “prodotti culturali”? Corriamo al contrario il rischio di un ritorno all’ordine antirelativista?

  • Coda

    Ci vogliono Fatti non parole. X Opporsi all’attuale sistema impone di “creare una nuova realtà” xchè non pensare di fondare un partito?

  • TheStylist

    Bellissimo articolo, mi sembra un eccellente manifesto sulla situazione socio-economica mondiale. Da rimarcare e da proporre a chi deve prendere decisioni critiche in questi momenti critici.

  • Poche e semplici parole descrivono ampiamente l’attuale contesto della perdita di etica e di morale della società contemporanea. L’ allontanamento dai valori primari dell’essere umano genera un senso di spaesamento e di destabillizzazione non solo nelle nuove generazioni ma in tutti coloro la cui sensibilità è aggredita ed offesa da principi e criteri economici fini a se stessi, in una totale mancanza di senso civico ed educazione intellettuale.