Sull’inesistenza del cinema italiano contemporaneo

Il cinema italiano ha un problema molto, molto serio. Tutte le sue criticità, che sono peraltro costantemente sotto gli occhi degli spettatori (difficoltà produttiva, insipienza creativa, obsolescenza narrativa, aridità interpretativa ecc.) possono in fin dei conti essere ricondotte a un’unica questione che riassume tutte le altre, e che ad esse preesiste, nel tempo e nella pratica: la dissociazione fondamentale, il distacco dalla realtà.

Stefano Sollima - ACAB - 2012

Il distacco dalla realtà è un male comune – come si è spesso detto su queste colonne – ad altri territori creativi e culturali, nazionali e non (arte visiva, letteratura, musica) ma nel cinema risulta particolarmente evidente. Per una serie di ragioni storiche.
Il cinema, si sente spesso dire, è un’industria (e un’industria non particolarmente in salute, al di qua e al di à dell’Atlantico). Un’industria che ha una forte componente artistica e creativa al suo nucleo: si potrebbe dire, quasi, l’idea platonica di industria culturale. Ora, una delle ragioni per cui il nostro cinema, dagli Anni Quaranta agli Anni Settanta, è stato un modello per il pianeta risiede nell’attività, oltre che di geniali registi e sceneggiatori, di maestranze artigianali iper-competenti che tramandavano di generazione in generazione saperi elevatissimi (lo stesso Mario Bava, per dire, era figlio di uno di questi straordinari tecnici-artigiani-artisti, e a sua volta ha poi trasmesso al figlio Lamberto gran parte di ciò che aveva appreso). La maggior parte di questa tradizione nazionale è stata dispersa negli Anni Ottanta, con la diffusione delle tv private e la crisi delle sale cinematografiche in tutta Italia, che si è tradotta subito dopo o addirittura contemporaneamente in crisi del cinema italiano tout court.

Mario Bava - Terrore nello spazio - 1965

Questa crisi perdura ancora oggi – e ha assunto nei decenni successivi tratti addirittura paradossali: in breve, produttori cresciuti in batteria allevano in batteria autori, registi e attori allo scopo di soddisfare esigenze che non sono affatto del pubblico, ma che esistono solo nella loro testa. La supposizione e l’induzione di queste esigenze non fa altro che confermare ciò che è già esistito negli ultimi decenni.
Ogni grande stagione culturale – e quindi anche cinematografica – consiste principalmente, invece, in un livello elevato di innovazione. L’innovazione riguarda, prima di tutto, lo sguardo. Il Neorealismo è stato un nuovo sguardo, una nuova prospettiva sulla realtà: il riconoscimento della realtà (fuori dalla sala) attraverso il suo rispecchiamento sullo schermo (all’interno della sala). Questo rispecchiamento è, di fatto, il posizionamento di se stessi all’interno del mondo e della realtà stessa. È un processo continuo, che ha a che fare con la vita individuale e collettiva.

Umberto Carteni - Diverso da chi - 2009

I film italiani degli ultimi venti anni, purtroppo, non sono per la stragrande maggioranza portatori di un punto di vista innovativo. Al contrario, della realtà nazionale e occidentale offrono una rappresentazione congelata, un teatrino di stereotipi. Aderiscono cioè completamente alla zona finzionale, a una rappresentazione che esclude il suo oggetto (la società, la storia, le relazioni umane: la vita, appunto) al punto da prescindere  drammaticamente da esso, nell’illusione addirittura di sostituirsi ad esso. È un’illusione, appunto: ma ha avuto conseguenze devastanti sulla percezione della nostra identità, e delle mutazioni a cui era andata incontro nel frattempo. Il racconto falsato ha finito per falsare anche la comprensione di processi e meccanismi fondamentali.
A questo, come sempre, ci sono le dovute eccezioni, certo: solo per fare due esempi, Lacapagira (Alessandro Piva 2001), e certamente il recentissimo ACAB di Stefano Sollima (non a caso, anche lui ha appreso bene dal padre Sergio, sopraffino regista di western e poliziotteschi politici), tratto dal libro-inchiesta di Carlo Bonini. Se ne possono citare anche altri: ma sono e rimangono, appunto, eccezioni. E non costituiscono affatto la norma del nostro cinema.
La norma è la didascalica narrazione dell’inesistente, la messa in scena di semplificazioni e stereotipi socio-culturali. Quello che si è prodotto in questi ultimi venti anni è un cinema privo di mordente, che anche quando potrebbe permettersi di osare – grazie a tematiche che vengono sfiorate e ad attori di talento da spremere – decide di ricadere sempre nell’intrattenimento, nel cosiddetto cinema di evasione e purtroppo, altrettanto spesso, nel buonismo di una generazione che ha perso il filo del discorso e parla per frasi fatte senza soluzione di continuità.

Emanuele Crialese - Terraferma - 2011

Ne è purtroppo un esempio Terraferma di Emanuele Crialese, che rimane sulla superficie delle cose, affidandosi a interpretazioni caricaturali e personaggi da commedia dell’arte (lo sbirro cattivo, il giovane sensibile e problematico, il tamarro gestore del bagno ecc.) per descrivere un’Italia fatta di macchiette e banalità, dove compaiono solo a sprazzi (ne è un esempio la riunione dei pescatori per discutere le incongruenze e la difficile coesistenza tra la legge del mare e quella dello Stato) la discrezione e la sensibilità poetica delle sue opere precedenti (Respiro e Nuovomondo).
Oppure, il molto osannato This Must Be the Place, in cui un ormai totalmente americanizzato Sorrentino presenta in una forma perfetta la storia più antica del mondo: il viaggio come strumento di conoscenza di se stessi, di crescita, come soluzione ultima e unica per affrontare le proprie paure, il proprio passato, i propri fantasmi. Una tematica antica come il mondo, semplice ed efficace per un pubblico giovane, confezionata ad hoc negli studios di Hollywood, con un protagonista d’eccezione in un “costume di scena” accattivante.

Paolo Sorrentino - This must be the place - 2011

Non ci sono scuse, purtroppo: il grande cinema italiano è scomparso e ha lasciato la scena a sceneggiatori e registi che, anche se capaci, hanno deciso di votare la propria arte e la propria vita alle esigenze – supposte, presunte, indotte – della produzione e della distribuzione.

Christian Caliandro e Giulia Pezzoli

CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • DSK

    Appena letto cotanto ottimistiko kostruttifo kreatifo titolo h intuito ki ne era l’autore :::: il Giordano Bruno di Nola – pardon – di Mottola, Christian Caliandro!
    Da sostituire kon “Sull’inesistenza della kritika cinematografika del paesotto kontemporaneo” :::::

    • xyz

      ma come scrivi? come scrivi? kkkk….nnnnn…..ttttttt……Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!ps. Questo è Dante Alighieri…

      • DSK

        “Serva Italia di Scuola Elementare & Professori otaggio (e ostello)” – xyz sei rimasto al Dante della scuola non ti hanno ancora insegnato che con la lingua si può sperimentare & giocare…..
        “Anche con un tormentone, siamo testimoni d’eccezione, o dei
        kontrokontrocorrente, come tutta la gente komune?” p.s. Questo è Arbasino

        • A proposito di Arbasino – con “Rap2” pensavo di possedere una gemma di rarità ma xò poi che scopro?

          http://books.google.it/books/about/Rap_2.html?id=hgbIQp9P20AC&redir_esc=y

          Utilizzatelo come antidoto all’avvelenamento da Professori professorali,
          da specialisti di Musei Contemporanei, da colletti bianchi e grigi, dai leccalecca,
          dai morsi dei servi del potere, da chi è entrato nella Danteland lasciando la speranza all’entrata.

          • xyz

            amico, secondo me tu non stai bene. Arbasino si, malgrado non sia più nel fiore degli anni, ma tu certamente no.

          • DSK

            Christian Caliandro eccede in catastrofismo. L’equivoco di fondo di questa sua rubrica risiede in un punto assai semplice, a mio avviso, da spiegare. Egli ha tentato d’introdurre nella critica cinematografica un “anti-metodo” consueto nella critica d’arte contemporanea. Si tratta di un anti-metodo da “stile unico”, che ha prodotto mostri sul genere Italian Area e Galleria Contemporaneo Mestre: il non distinguere tra generi e tendenze; il valutare prodotti e opere diverse con un solo paradigma di confronto, in questo caso quello del film d’autore. Mentre nella critica d’arte, grazie alla mancanza di confronto e agli ambienti estremante elitari in cui opera, tale erroneo pensiero può far danni indisturbato per decenni, nella critica cinematografica il discorso è diverso: ignorare i generi significa voler evitare di parlare di cinema. Mancanza di metodo, quindi. Mancanza di rigore, oltretutto. Se davvero a Caliandro interessa solo il cinema d’autore limiti le sue recensioni a quello – oppure accompagni i suoi scritti giornalistici con le etichette “drammatico”, “horror”, “commedia” (sì, esiste un genere “commedia”!) ecc…

  • A mio avviso, agli elementi sottolineati nell’articolo, va aggiunta la crisi della figura dell’intellettuale (molti dei quali da vera gauche caviar), che nel nostro Paese è tra le più gravi dell’Occidente. Troppo frequentemente chi ha svolto quel tipo di mestiere si è chiuso corporativamente nel proprio orticello, a tutelare la propria diversità (la supposta alterità rispetto alle masse), anziché combattere in trincea contro quei poteri che imponevano una weltanschauung fatta di Drivein, Dallas, ecc. che le persone si ciucciavano come il latte materno.
    La trincea più importante era la televisione (quella pubblica in primis), poi la scuola. Troppi hanno dato forfait, per orgoglio personale, e sono rimasti invischiati in quel blob che essi stessi avrebbero dovuto combattere. E così sono finiti essi stessi vittime di quel deficit di realtà, che è esattamente ciò che mettono in scena.
    Ultima osservazione sui generi cinematografici, del tutto personale. I registi americani, per i quali il cinema è davvero un’industria, non si preoccupano di fare un film che potrebbe essere di genere: sarà poi la qualità della pellicola (regia, recitazione, fotografia) a sdoganarla oppure a ritenerela un dignitoso prodotto di serie. I registi italiani cercano sempre di fare il film che cambia la storia del cinema, con quegli effetti ridicoli di cui parlava l’articolo.

  • DSK

    Un’industria si concreta in una rete di rapporti a più livelli costituita non solo dai produttori, ma anche da chi distribuisce e pubblicizza. Se un prodotto trova una pessima pubblicità, probabilmente non piacerà.
    Perché non parliamo della crisi della critica cinematografica?
    Siamo di fronte ad una generazione di critici-intellettuali con evidenti lacune di metodo, e non solo in questo settore.  Per attuare delle critiche costruttive e non generiche sono necessarie conoscenze tecniche specifiche, saper mediare tra la qualità e le esigenze delle fasce di mercato, dote assolutamente assente tra i critici nostrani. Per atteggiarsi ad intellettuali finiscono per essere tranchant e sovrapporre malamente ogni distinzione tra generi, fasce di mercato, film d’autore e non. Un problema in + x il cinema italiano…

    • christian caliandro

      vedi che l’articolo è anche a firma di giulia pezzoli: immagino, dal tuo punto di vista, un’altra “critica-intellettuale con evidenti lacune di metodo”. tanti auguri

  • Angelov

    Il Cinema, Arte completa, sintesi ultima di letteratura, fotografia, pittura, teatro etc. non poteva non risentire del degrado culturale dell’Italia dagli anni 80 in poi. Una delle cause Strutturali di questo stato di cose, è dovuto alla speculazione finanziaria di cui è al centro: basti pensare al Doppiaggio di un film straniero, (che corrisponde all’andare al ristorante e a farsi servire un piatto già masticato da qualcun’altro), è praticato in tutte le nazioni in cui questa crisi è più evidente. Negli Stati Uniti i pochi film importati vengono sottotitolati, Che bisogno c’è di un cinema Italiano, quando tutto ti viene già servito senza sforzi, sopratutto mentali e già predigerito? In America poi, i figli o discendenti di attori o registi famosi, a parte quelli di origine italiana, cercano di camuffarsi dietro pseudonimi, per evitare quello che invece si vuole evidenziare qui da noi. Vorrei tracciare un parallelo tra arte figurativa e cinema; un pittore ha una Visione Pittorica del soggetto che vuole rappresentare, mentre un fotografo, ha un “occhio fotografico” che differisce molto da quello del pittore. A volte si incontrano opere di pittura che sono contaminate, nel senso che la visione era fotografica, ma il pittore ha insistito nel volere rendere il Lavoro con tecnica Pittorica. Lo stesso è ciò che capita tra Televisione e Cinema; molti film risentono troppo di una Visione Televisiva, la quale come la Fotografia, ha raggiunto una sua indipendenza dal Cinema. Ma questi autori non si rendono conto che in definitiva non realizzeranno altro che Films per la televisione, che ripeto è cosa diversa dal Cinema. Questa distinzione viene data troppo per scontato. Non voglio affermare il primato del Cinema sulla Televisione, ma se ci interessa il destino del Cinema, non si può non notare che questa mancanza di distinzione non fa che inquinare le acque. Mi fermo qui, per rispetto di quelli che hanno capito il mio punto di vista potendo continuare ad approfondire questo argomento indipendentemente con i propri strumenti culturali.

  • ugo

    non sono molto d’accordo con l’articolo
    non sono le maestranze a mancare, gli ‘artigiani’

    anzi, semmai è il contrario

    il problema è che gli ‘artigiani’ oggi riescono troppo facilmente a fare i registi

    e i risultati sono sotto gli occhi di tutti!

    il regista ha da essere un artista, altrimenti il film NON C’E’
    artisti erano fellini, antonioni, de sica e tutti quanti gli altri, anche quando facevano del realismo

    la gran parte di questi di adesso no, nel periodo ’40-’70 non avrebbero mai diretto un film, semplicemente perché nessuno avrebbe scambiato un artigiano per un artista