Torino (ex) capitale

Ex capitale d’Italia, ma pure del contemporaneo? Un gruppo di artisti che si ribella a certe modalità operative del Padiglione Italia. Una martellante campagna stampa intorno al Castello di Rivoli. Una fiera “giovane” che sta diventando grande (Artissima) e una nuova fiera (The Others). Torino è una città da pensare e ripensare. Quale ruolo può/deve avere nel panorama italiano e nel contesto internazionale? La parola ai protagonisti, a chi s’è preso l’onore e l’onere di rispondere al nostro invito alla riflessione. Mentre si attende il responso sul nuovo direttore di Artissima.

Fulvio Gianaria

Fulvio Gianaria
presidente della fondazione per l’arte crt cassa di risparmio di torino
Il dibattito sull’arte contemporanea, come spesso avviene nei piccoli mondi autoreferenziali, rischia di intrappolarsi nella competizione verbale fra gli addetti ai lavori e di svilupparsi in esercizi classificatori tra città, periodi, musei e così via… Vorrei sottrarmi a questo gioco da salotto ricordando che, se l’arte procede come un aggregato chiuso ed elitario, si dissolve quando incontra il contesto che la circonda. Torino deve e può sottrarsi a questa sorte se le sue eccellenze museali, Artissima e le istituzioni sapranno essere al servizio della comunità che le circonda e che tradizionalmente le sostiene. Perciò continueremo a impegnare le risorse della Fondazione per fare in modo che il territorio possa usufruire di un patrimonio sempre più importante, che i progetti di educazione e formazione dovranno rendere sempre più familiare e accessibile.

Andrea Massaioli

Andrea Massaioli
artista
Se fossi il dittatore del mondo, chiamerei subito Carlo Petrini a dirigere la Gam. Provate solo per un momento ad applicare la filosofia di Slow Food al sistema dell’arte contemporanea: sostituite produzione alimentare con produzione artistica, cibo/arte, contadino/artista, l’agricoltura industriale, meccanizzata, centralizzata e divoratrice di energie fossili/il Sistema dell’arte contemporanea dei nostri musei, biennali, fiere, le monoculture e allevamenti intensivi altamente insostenibili/la produzione di mostre legate spesso alle stesse lobby di artisti/direttori/assessori… Immaginiamo invece una rete (come Terra Madre) orizzontale, che porta alla luce una vera biodiversità artistica (doc), locale e globale insieme, volta a ridisegnare e accorciare la filiera che lega il prodotto artistico al consumatore finale. Qualcuno ha il numero di telefono di Petrini?

Rocco Moliterni

Rocco Moliterni
giornalista de la stampa
Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare: è il momento di vedere se a Torino ci sono duri in circolazione. Il problema non sono (solo) i soldi, ma gli uomini e le idee. Oliva e Alfieri ci hanno lasciato in mutande: sono riusciti a min(ol)are Rivoli, a sprecare sull’arte contemporanea l’occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia,  a non trovare in dieci anni una sede per la Gam. Coppola e Braccialarghe riusciranno a ridarci un abito decente? La decenza ha portato molti artisti a non accorrere alla corte di Sgarbi. Per l’assenza di un progetto affidabile. Che speriamo, tra Ogr e polo unico del contemporaneo, abbiano le Fondazioni bancarie. Sempre in attesa che i privati entrino in gioco: siamo già ai tempi supplementari.

Roberto Casiraghi

Roberto Casiraghi
direttore di the others e road to contemporary art
Torino, Italia. E perché dovrebbe essere diversa dalle altre città del mio Paese, soprattutto oggi che la mancanza di denari appiattisce tutti e persino il Monviso sembra più basso? Avevamo molte eccellenze nel sistema dell’arte contemporanea e la politica, che quelle eccellenze in parte le pagava e le usava per lustrare i curricula, ha trovato più interessante gestirle con congreghe di amici; come le figurine dei calciatori di una volta, celo celo manca, ed erano sempre le stesse. Arriva un nuovo assessore regionale e gioca con le figurine del Castello di Rivoli, due al posto di una e compra un pacchetto anche a Roma: purtroppo è una sola, con la o aperta, non è Pizzaballa che sistema la collezione (di figurine intendo). E si aggira per la città lo spettro di un altro personaggio che, come un suo illustre omonimo, si è legato a una sedia di Giunta Comunale per 35 anni con qualche breve interruzione solo per cambiare l’imbottitura del cuscino e oggi aspira alla Superfondazione per l’arte che riunisca tutte le altre fondazioni e la fiera, tutti insieme appassionatamente purché sia, non ha importanza se i ruoli, le missioni e i contesti sono differenti. E poi si legge da tutte le parti che il Circo è in crisi. La crisi molto pesante che stiamo vivendo rende evidente che sulla pista del circo scarseggiano sempre più le belve feroci, domatori e stanchi trapezisti, ma abbondano i clown che non fanno più ridere. Confido solo nei pensieri e nei comportamenti dei giovani e degli “altri”.

Botto e Bruno

Botto e Bruno
artisti
Quello che abbiamo trovato cambiato positivamente in questa città è stato che, per la prima volta, molti artisti hanno detto no, collettivamente, a un invito espositivo, la Biennale, perché non vi erano le condizioni necessarie per poter esporre . L’idea che finalmente gli artisti preferissero rinunciare piuttosto che essere presenti a tutti i costi ci ha fatto pensare a quante cose potremmo conquistare collettivamente se solo costruissimo di più energie collaborative, scambi. Che sia o sia stata una città ricca di fermenti a livello italiano è sicuramente vero, ma la sensazione che abbiamo è che ci sia una stanchezza generale non riconducibile soltanto alla crisi economica. A livello istituzionale pensiamo che ci sia stato un totale disinteresse per molti artisti che hanno lavorato sul territorio, anche per quelli che hanno avuto un percorso internazionale. Una paura di provincialismo, forse… Abbiamo sempre amato di Torino quello spirito underground, quell’energia nascosta che pulsa e che ha difficoltà a venir fuori, ma proprio per questo è ancora più dirompente. È forse è quello che è da salvare e tutelare, perché ci sembra la cosa più vera e genuina che la città può proporre.

Patrizia Sandretto

Patrizia Sandretto
presidente della fondazione sandretto re rebaudengo
Negli ultimi vent’anni gli investimenti degli enti pubblici, dei privati e delle fondazioni ex bancarie hanno permesso a Torino di diventare un modello da imitare nel nostro Paese. Questo importante risultato è stato raggiunto grazie alla proficua collaborazione tra pubblico e privato, e a fronte di un impegno economico che incide in minima parte sui bilanci delle amministrazioni pubbliche (la Regione Piemonte destina alla cultura lo 0,6% del bilancio – dati 2010). La crisi economica minaccia la sopravvivenza di questo virtuoso sistema. Auspico che non si voglia disperdere il patrimonio di idee e innovazione già consolidato. L’investimento in cultura è fondamentale per lo sviluppo economico e sociale di un territorio.

Francesco Manacorda

Francesco Manacorda
ex direttore di artissima
Torino, così come tutta l’Italia, sta vivendo un momento molto difficile sul piano delle risorse destinate alla cultura. Ciò che appare fondamentale, per affrontare questo periodo e queste problematiche, è che la cabina di regia politica riunisca intorno a un tavolo gli interlocutori tecnici – tavolo peraltro già attivato dall’assessore Braccialarghe – per fare un piano strategico condiviso, che difenda i risultati di qualità, visibilità e sperimentazione che tutti riconoscono alla città a livello internazionale. Io credo sia importante discutere di questi aspetti attraverso le pagine dei giornali, ma è urgente che l’assetto del sistema torinese sia ricostruito da tecnici e politici insieme, pragmaticamente in base alle risorse e scientificamente difendendo le istituzioni, la loro autonomia e i loro pesi specifici. Solo in questo modo si potrà ottenere la stabilità gestionale e finanziaria che sta alla base di una programmazione scientifica pluriennale.

Franco Noero

Franco Noero
direttore della galleria franco noero
Il momento è sicuramente difficile e mai come oggi vi è mancanza di punti di riferimento e il senso di perdita è forte. È vero, verissimo, ma credo proprio che sia in momenti come questo che si costruiscono grandi cose. Diventa necessario pensare in maniera più sintetica, così da poter incidere adeguatamente sul futuro, data l’estrema competitività e offerta attuale. Basta con sterili polemiche, è solo utile concentrarsi sulla qualità di quanto fatto fino ad ora per proiettare la città in un contesto e in una realtà veramente internazionali.

Luca Beatrice

Luca Beatrice
presidente del circolo dei lettori
Quando Torino era recepita come la capitale dell’arte contemporanea e c’erano tanti tanti soldi elargiti a man bassa e a pioggia, mi permettevo di scrivere articoli molto critici e alquanto scettici su un sistema destinato prima o poi a implodere. Facile prevederlo. La carenza di risorse non può nascondere una carenza di idee ormai cronica e un’assoluta mancanza di strategia. Mi permetto allora di ripresentare le stesse domande di un tempo, magari a qualcuno saranno venute le risposte… 1. Perché GAM, Sandretto e Rivoli si sono scontrati sullo stesso settore, triplicando di fatto l’offerta con poca risposta di pubblico, senza differenziare ciascuno il proprio specifico? 2. Perché nessuno si è preoccupato del territorio, senza valorizzare la ricca produzione artistica torinese e piemontese post-poverista? 3. Perché, chiuso Palazzo Bricherasio, nessuno ha preso il suo posto, dedicandosi alle mostre del Novecento che tanto piacciono al pubblico? 4. Con che criterio Artissima esclude ottime gallerie italiane e torinesi? 5. Perché sono stati nominati a Rivoli due direttori invece di uno? Nonostante tutto, Torino continua a essere una città bulimica, in quanto a offerta culturale (e non mi riferisco solo all’arte). Qualcosa va accorpato, senza fare danni a nessuno, così avremo il tempo di andare al cinema, ogni tanto.

Guido Curto

Guido Curto
ex direttore dell’accademia albertina
Non penso che il dibattito sul Castello di Rivoli sia stato “orchestrato”. Semmai c’è il grosso problema di finanziare ogni anno con 4,5 milioni di euro (quasi tutti a carico della Regione Piemonte e quindi del contribuente!) un museo non amato dal grande pubblico e che ha perso appeal e identità. Un errore è stato insediare ben due direttori (aumentando i costi e rendendo più difficile la governance), ma soprattutto un grave errore ha commesso l’ex assessore alla Cultura della Regione, Gianni Oliva, nello scegliere come presidente Minoli, troppo lontano dal mondo-sistema dell’arte contemporanea. Ritengo che i musei d’arte contemporanea abbiano fatto il loro tempo, anzi sono convinto che il loro stesso costituirsi sia minato da una contraddizione ontologica: non si può musealizzare il contemporaneo. Meglio sarebbe riconvertire il Museo di Rivoli in una Kunstahalle o meglio ancora in un Istituto di Alta Formazione sul modello di Villa Arson a Nizza. Così facendo il museo avrebbe una vitalità costante di appassionati fruitori, e anche la Città di Rivoli avrebbe un ritorno economico dovuto alla residenzialità degli studenti. Già che parlo di residenzialità: Rivoli potrebbe nel contempo diventare una splendida residenza d’artista, sul modello della Kunstlerhouse Betanien di Berlino. Di tutto questo avevo parlato con Bellini e Merz, e sembravano interessati, ma poi nulla si è concretizzato. E pensare che questo progetto ha costi bassissimi, anzi si autofinanzia; inoltre può ottenere risorse ingenti attingendo da capitoli di spesa destinati all’università e alla ricerca, compresi i finanziamenti europei. Questo progetto di alta formazione potrebbe e dovrebbe coinvolgere i tanti eccellenti artisti che vivono a Torino e in Piemonte. Per tutto il resto sono ottimista: ben venga Artissima, diretta [sino all’edizione 2011, N.d.R.] dall’ottimo e coltissimo Manacorda; ben venga The Others, ideata dell’indimenticato Casiraghi, più tutto ciò che gli sta intorno, e così speriamo di non perdere quel primato faticosamente acquisito negli ultimi vent’anni di “Torino Capitale d’Italia dell’Arte Contemporanea”, slogan che mi vanto di aver coniato nell’ormai lontano 1996.

Franco Soffiantino

Franco Soffiantino
direttore della galleria franco soffiantino
Torino. Oggi come in passato città di grande fermento culturale, in cui convivono diverse realtà, unite nell’interesse comune di ricercare l’eccellenza nel panorama dell’arte contemporanea internazionale. Una fiera, Artissima, che per le nuove proposte sta diventando ogni anno sempre più all’avanguardia e propositiva. Fondazioni che subiscono la crisi e istituzioni museali che “faticano ad arrivare a fine mese”. In questo clima di difficoltà economiche, di confusione e disagio, perché non pensare di unire l’impegno del privato nel settore pubblico?

Andrea Bellini

Andrea Bellini
co-direttore del castello di rivoli
Credo che l’aspetto più pericoloso della crisi non sia la penuria di fondi, ma la perdita della lucidità. Di cosa c’è bisogno in questo momento a Torino? Mi verrebbe istintivo fare prima una lista di cose di cui non ci sarebbe bisogno. Non c’è bisogno di perdere la calma. Non c’è bisogno di slogan e di propaganda. Non c’è bisogno di ragionare ad alta voce. Non c’è bisogno di pensare che la cultura sia un investimento a perdere. Ci sarebbe invece bisogno di tornare a ragionare con calma, in un clima sereno, prendendo anche decisioni difficili se necessario, ma nell’ottica di una strategia ampia. Questa visione strategica dovrebbe fondarsi su una convinzione di base: il futuro di Torino passa attraverso la cultura contemporanea. Non c’è futuro per questa città, e forse per nessuna città, se non si considera la cultura come un fattore fondamentale per la crescita sociale, civile ed economica.  Solo se si parte con questa convinzione si può provare a vincere la drammatica sfida che abbiamo di fronte: trasformare questa crisi in un’occasione per ripensare il futuro del nostro Paese e per ripensare i modi attraverso i quali la cultura viene finanziata e promossa. Quando mancano i fondi, o si riduce la benzina da immettere nel motore o si inventa un motore nuovo. Insomma, non c’è bisogno di idee, ma di un progetto articolato, di una visione del futuro. “Oggi il cretino è pieno di idee”, diceva Ennio Flaiano. Come dargli torto?

a cura di Marco Enrico Giacomelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #3

CONDIVIDI
Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • bah..

    Troppi che si dicono le stesse cose da troppo tempo, forse bisognerebbe trovare persone che lavorano seriamente e meno amici di amici di amici…

    ridicolo bellini che parla di cultura fino ad ora ha fatto solo del pessimo mercato con l’assente marisa che ha mai lavorato … e si puppano oltre 145.000 euro a testa all’anno… cominciamo a licenziare e a prendere gente che lavora veramente…

    • lizzy bennet

      Le mostre di Bellini sono sempre state di qualità, il problema non è lui in un contesto simile.

  • mary

    magari gli artisti avessero detto NO collettivamente alla biennale! invece tanti hanno preferito esserci pur di rinunciare ad una vetrina. per fortuna a Torino siete stati un bel gruppo e questo vi fa onore. le mele marce nell’albero ci sono sempre.

  • francesco

    faticoso doverlo ammettere ma le uniche parole intelligenti che si leggono a seguito di queste interviste giungono da luca beatrice.

  • mario

    la signora sandretto non si vergogna neanche un pò? proprio lei che vive di soldi pubblici e si fa una fondazione privata. vergogna. e non sostiene il locale. doppia vergogna. e tripla vergogna lo sapete che gli spazi della fondazione sandretto vengono affittati anche per le feste di matrimonio? oltre che per altre menate.

  • Edoardo Di Mauro

    Il problema del sistema dell’arte torinese, al di là della indubbia quantita di proposte che rende la città meta appetibile specie per chi arriva da fuori, è la mancanza di pluralismo nella politica delle principali istituzioni. Dalla fine degli anni Novanta tutto si fonda sull’asse Rivoli-Sandretto con la GAM neutralizzata in un ruolo statico e penalizzata dall’angustia degli spazi, nonostante una maggiore vivacità della gestione Eccher rispetto all’immobilismo ed alla totale chiusura nei confronti della città che caratterizzò la decennale direzione di Castagnoli. Personalmente ritengo che la proposta della nuova Fondazione non sia da demonizzare. In tempi di crisi permetterebbe un notevole risparmio ed una ottimizzazione delle risorse anche in termini di comunicazione. Da un punto di vista artistico verrebbe mantenuta l’autonomia dei singoli musei e si potrebbe, inglobando Rivoli, farlo finalmente dialogare con il territorio. Non mi sembra che il mantenimento della situazione attuale presenti un così elevato indice di positività, tanto varrebbe sperimentare soluzioni nuove.

  • umberto

    vorrei solo sottolineare caro sig di mauro che castagnoli è stato l’unico direttore a muovere le proprie “chiappe” per andare a vedere gli studi degli artisti in città. cosa non da poco visto che la gam ha un dovere civico. eccher non sa nemmeno che esistono degli artisti in città a parte le quattro muffe che l’hanno voluto ad occupare questo posto che ricopre.

    • Edoardo Di Mauro

      Ah sì caro signor Umberto? Io è una vita che muovo le chiappe per andare a visitare gli studi degli artisti. I musei di Torino ed area metropolitana sono anni che disattendono il loro dovere civico. Faccio solo presente che durante la gestione Castagnoli nessun critico del territorio ha potuto curare un progetto legato all’arte contemporanea.

      • umberto

        invece con Eccher le cose sono diverse giusto? non si è mai visto a nessuna mostra nè in nessun studio. E i curatori torinesi non mi sembra che abbiano potuto accedere alla curatela di una mostra alla Gam. Come non si sono visti artisti torinesi.

  • artisti torinesi

    in quali studi di quali artisti si reca Edoard Di Mauro? qui non sì è mai visto nessuno.