Sicilia burning. La rivolta dei Forconi e dei musei

Il Movimento dei Forconi, insieme al popolo di Forza d’Urto, invade la Sicilia e la condanna a giorni di paralisi. I lavoratori (forse) autonomi scendono in piazza e bloccano l’economia di una regione. In segno di protesta. Per poi procedere verso il resto d’Italia. Stesse sfide e stessi timori per gli indignados dei musei siculi. Il fallimento della politica segna la fine di un’epoca. E l’inizio, forse, di un risveglio civile. Ma non è tutto così limpido.

Caos ai caselli autostradali, durante la protesta dei Forconi

Chi l’avrebbe mai detto. Proprio lei, l’isola gattopardiana, annegata in un mare di diffidenza e di torpore, avvezza a un’idea di destino senza grazia né riscatto; lei, terra d’orizzonti che non scandisce il tempo del futuro, è oggi la madre di tutte le proteste, regina degli indignati d’Italia, come avvenne vent’anni fa all’epoca del movimento studentesco della Pantera. La Sicilia del 2012 non è la Sicilia di sempre. Non quella che ci eravamo abituati a raccontare nei libri, nei film, nelle chiacchiere da bar.
La situazione è esplosa. E la sensazione, stavolta, è che non si tratti del solito fuocherello di paglia. È in ginocchio, in questi giorni, l’isola. Per via di quei Forconi inviperiti che, in barba a fedi politiche ed etichette di sorta, prendono di petto il sistema e dichiarano di voler fare la rivoluzione. Migliaia di agricoltori, pescatori, artigiani, trasportatori, a cui si sono uniti studenti, pensionati, casalinghe, bloccano gli ingressi autostradali e presidiano zone strategiche delle città. È la paralisi: treni fermi, esaurito il carburante, scaffali dei supermercati vuoti. Cinque giornate di passione, tra sit-in, scontri, qualche incidente e una comunicazione partita in sordina, esplosa sul web e in ultimo approdata a quotidiani e tv.
Del movimento si dice di tutto e di più: manovrati da Forza Nuova (di cui è simpatizzante uno dei leader, Martino Morsello), intercettati dalla mafia (Ivan Lo Bello, alias Confindustria Sicilia, non ha usato eufemismi in proposito), i rivoltosi rispediscono al mittente ogni provocazione, dichiarandosi apartitici e, soprattutto, onesti. Gente che lavora e che rivendica i suoi diritti, che è stufa del malgoverno, del caro-benzina, delle tasse scellerate, delle imprese abbandonate,  dei fondi europei dispersi, delle poltrone arroganti, dei giochi tra eminenze grigie, politici conniventi e funzionari strafottenti. Miriadi di rivendicazioni si mescolano in una ventata di malcontento che dà la temperatura dell’Italia d’oggi.

Per le strade il Movimento dei Forconi

Eppure, lo spauracchio è sempre uno. “Strumentalizzazione!”, gridano gli intellettuali di sinistra, quelli radical chic come quelli dell’underground, sottolineando che dietro le vagonate di lavoratori in agitazione si nascondono i capipopolo politicizzati, ex Mpa, PSI o FI che mirano ad accordi di palazzo ed estorcono privilegi a colpi di scioperi. Gli stessi che, dopo aver sostenuto Lombardo, Craxi o Cuffaro, si scagliano contro l’intera classe dirigente sicula, nei panni – comodissimi – dei paladini arrabbiati e immacolati.
Che di immacolato ci sia poco, dietro questa protesta in odor di estrema destra, è per molti versi possibile. Ma il dato significativo è un altro. Un’ondata trasversale di cittadini stanchi, pronti a rivendicare un futuro, ha investito l’isola in lungo e in largo: un primo elemento che ha già una valenza sociologica concreta.
E poi c’è la geografia ideale lungo cui si sta spalmando questa folla inferocita. Un luogo che è tanto invisibile quanto spaventoso: il vuoto della politica, la sua deriva che è divenuta sparizione, la sua ingerenza che ha prodotto odio sociale, la sua inefficienza che ha condotto alla saturazione, la sua disonestà che ha annegato ogni pudore. La misura sembra essere colma, per una società che nella politica non si riconosce più, che con la politica non parla più, che non ci crede, che non ci spera, che non ne ha considerazione. Destra, sinistra, terzi poli, unioni di centro. Una grande pochade con cui la collettività sta rompendo qualsiasi tipo di patto sociale, da quello più etico (leggi “cura della polis”) a quello più immorale (leggi “voto di scambio”). Nessuno crede in niente. L’Italia dei partiti è crollata, tra echi sordidi di un liberalismo infranto, goffaggini di una destra disossata e tristi mitologie di una sinistra mai nata,  lontana ormai anni luce dall’elettorato proletario.

13 gennaio 2012, la folla assiepata davanti ai portoni sbarrati del Museo Riso. Annullata dalle autorità l'assemblea cittadina - foto Alessandro Di Giugno

E allora, da questi forconi simil-destrorsi, che con un perfetto lessico no-global sbandierano contenuti da eco-progressisti (tutti contro le banche e le multinazionali, difendendo la pulizia di mari, pascoli e coscienze), che cosa ci dobbiamo aspettare? La cara, vecchia rivoluzione gramsciana pare esplodere, paradossalmente, tra le mani nerborute di contadini e camionisti del terzo millennio, quando a mancare, però, è una reale coscienza delle cose, una consapevolezza degli obiettivi e delle strategie, una maturità popolare più forte della rabbia momentanea.
Qui, in assenza di un partito che orienti e strutturi la rivolta, si intravedono, semmai, residui di politica pronti a resistere, a opporsi o a infiltrarsi, a dare mezze risposte e fare false promesse, a ribadire una fittizia presenza che ben camuffi la vergognosa assenza. Con tutti i rischi del caso, che ogni crisi vera comporta. Incluso l’avanzare di estremismi bui.
Se poi spostiamo la scena dalle campagne ai musei, poco cambia. È vero, i Forconi sono migliaia, mentre gli indignados della cultura giusto una manciata. Ma è pur sempre qualcosa rispetto al consueto niente. Così, a Palermo, esplode prima il clamore dei Cantieri Culturali alla Zisa, con i gruppi di lavoro, i forum di discussione, la tre-giorni di eventi e un movimento che da oltre un anno ragiona intorno a una possibile riappropriazione dell’incredibile spazio-fantasma. E poi il Museo Riso, al centro di una clamorosa bagarre in cui la direzione, contraddetta dall’amministrazione regionale, annuncerebbe la chiusura del Palazzo per via del mancato arrivo degli attesi fondi europei e dell’imminente inizio di un cantiere invasivo.

Un'assemblea dei Cittadini per il Museo Riso - photo Mariangela Insana

In entrambi i casi, la paura d’esser strumentalizzati non ha tardato a venire. Alla Zisa, tra un’assemblea e un concerto, si aggiravano imperturbabili e silenti personaggi come il candidato sindaco Leoluca Orlando e il suo ex assessore Francesco Giambrone, la vecchia guardia della Primavera palermitana che a fine Anni Novanta consegnò alla cultura cittadina quell’immenso ex-sito industriale e che ora fa capolino a poche settimane dalle elezioni comunali.
E la faccenda di Riso, nonostante la mobilitazione di cittadini, artisti e operatori culturali, è stata ben presto scippata – dalla stampa e dal chiacchiericcio nazionale – al suo rigore ideologico (la salvaguardia del museo) per fa spazio alle solite semplificazioni manichee: dietro il caso ci sarebbe la guerra tra Miccichè e Lombardo, anche qui con la Regione a un passo dal rimpasto di giunta.
Così, a raffreddare la protesta, tornerebbe il solito spauracchio della strumentalizzazione politica. Diffidenza e cautela, in primis. Perché combattere allora? Meglio star zitti, o si rischia di fare il gioco dei potenti, lasciando che quelli-di-dietro vincano, sfruttando l’ingenuità di quegli altri in trincea. Siamo, daccapo, all’ombra del maledetto retaggio gattopardiano.

Forum affollati al Cantieri Culturali alla Zisa, durante la tre-giorni di protesta e riflessione - photo Rosellina Garbo

E se invece, a sorpresa, la realtà dei veri rivoltosi si rivelasse più forte di tutto il resto? Se il popolo delegittimasse la politica definitivamente, esautorandola di ogni rimanente autorevolezza o funzione, in favore di una nuova fase?  Se si continuasse a pensare, a spingere, a ragionare, a proporre modelli e orizzonti differenti, rendendo questa storia del “bene comune” non più un ritornello vacuo ma una vera possibilità di riappropriazione etica? Progettare un futuro per i musei siciliani, liberarli dalle ingerenze politiche, inchiodare le amministrazioni a soluzioni eque e formule intelligenti. Ovvero: prendere posizione, affinare strategie, scegliere, agire, capire, esporsi. Combattere.
Utopia? Forse. L’immagine di una rivoluzione senza capi e senza guide, senza infiltrazioni e senza compromessi, pare fin troppo ingenua. Ma quel vuoto della politica, in cui la società precipita pian piano, occorre che sia tramutato in una chance. O il rischio, prevedibilmente, è che diventi il serbatoio da cui si nutriranno, zitti zitti, le mafie del presente e gli opachi fascismi di domani.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • Davide W. Pairone

    i manifestanti hanno davanti a loro due strade: farsi prendere la mano e aumentare esponenzialmente il livello dello scontro senza guardare in faccia nessuno oppure stabilire degli obiettivi chiari e un insieme di iniziative per ottenerli. Ovviamente i capetti hanno più interesse nell’opzione a)

  • fausto

    Complimenti ad HELGA per la grande lucidità di analisi. Credo che uno sforzo in più vada fatto nel cercare davvero soluzioni condivise e innovative, oserei creative. Uno sforzo per imparare a lavorare insieme e produrre un’alternativa; diversamente l’unica possibilità è quella conosciuta dell’autoritarismo o ancora peggio di un immobilismo che agonizzante aspetta la fine. La vera difficoltà è che certe parole in direzione eco-no global siano sincere e non mero lessico preso a prestito e che tutti siano disposti a scegliere una decrescita per una rinnovata qualità della vita. Insomma, siamo davvero pronti e disposti a rinunciare a qualcosa di personale per un Bene Comune?

  • Mauro Sgro

    bravissima,hai colto la complessità delle cose al di là delle comode semplificazioni….chapeau .

  • thegrassisgreener

    Quello che sta accadendo in Sicilia ha sicuramente dello straordinario, già solo per il fatto che succede lì. Lo dico da siciliana.
    Le grandi speranze di riscatto sociale si mischiano al timore. Il problema è capire cosa si appoggia o non appoggia, perché c’è poca chiarezza e sembra che ciascuno investa in questa protesta qualcosa di diverso.
    La mia vaga sensazione, purtroppo, è che invece di attaccare davvero la Regione (eletta, aihmé), si attacchino le vie per la legalità, che destabilizzerebbero molta economia siciliana. Pongo una domanda che mi sono già posta: perché contro la mafia e i mafiosi non si è mai visto uno sdegno nemmeno paragonabile?

    • Giovanni

      Economia siciliana? quale?

  • Ribadisco, come in passato dissi, brava Helga… e adesso andiamo avanti…

  • Monica Sanclemente

    Grazie per la bella analisi dell’intricata situazione!
    La deriva socio-politica dei continenti passa anche da qui, coi suoi propri indignados. Passa per il modo che questa terra conosce, con misteriose eminenze grigie, infiltrazioni più o meno evidenti, parole, molte parole, prese a prestito, forse populisticamente, un po’ qui e un po’ là: parole che vengono comunque spiegate dai fatti, a volte connotati violentemente sui singoli e in genere orientati ad una rivoluzione “generica” piuttosto che generale.
    La rivoluzione è di per sé un mutamento improvviso e profondo che comporta certamente la rottura del modello precedente e supporta il sorgere di un nuovo modello. Staremo a vedere, partecipi giocoforza. Succede un po’ dovunque: la deriva è già iniziata, a livello globale.

  • Si, il messaggio di Helga Marsala è convincente e propone corrette e utili riflessioni sulla complessità di quanto sta avvenendo in Sicilia in queste settimane. E mi sovvengono quelle parole di Baudelaire: «Non solo sarei felice di essere vittima, non mi dispiacerebbe neanche essere il carnefice, per sentire la rivoluzione in entrambi i modi»

  • Non è facile parlare di quello che sta accadendo, difatti la profonda indifferenza e superficilità con la quale la stampa italiana sta trattando l’argomento, lo può confermare. Finchè non scappa il morto. C’è sempre bisogno del morto per fare scalpore o di qualche soubrette mezzanuda.
    Helga ha saputo leggere fra le righe di questo movimento, al di sopra di facili considerazioni di tipo politico e sociale e siccome la stimo perchè una delle poche persone che sappiano scrivere in Sicilia, le faccio i mie complimeti come sempre. Non scrive solo bene di arte ma di tutto.

  • Luca R. C.

    Sembra la volta buona… ma buona per cosa? Forse per pacificarci le coscienze e dire: “io ci ho provato, ho fatto la mia parte per la collettività, ho preso posizione, sono vivo, combatto per una causa!”? Gli altri decidono che è il tempo della rivoluzione, come gli altri decidono che va di moda il cibo vegan,,,,, Ho la sensazione che non si possa vivere la storia ma che è la storia ad avere il potere di viverci ..Ma questa non è una novità.. Allora ci sono due vie: aderisco e mi sento parte del tempo storico che sto vivendo con tutti i benefici sociali che ciò comporta e senza rinunciare a pensare avidamente al futuro: “un giorno potrò raccontare che io c’ero ed ero attivo”…. Il kairos è ora: scommetto che una simile atmosfera dominata da imperativi forti e ed emozionanti come “Questo è il tempo per agire! Ora o mai più!” si doveva respirare nel 1922. Ma oggi alla luce del poi ( e che luce! fatta di storiografie di accademici nominati dal potere coevo), dimentichiamo tutto e interpretiamo quella fase soltanto come l’inizio di una sventura senza precedenti…. Chissà come verremo interpretati noi domani…
    Andiamo alla seconda opzione : far finta che nulla stia accadendo e scegliere l’immobilità. Immobilità giustificata dal dubbio sulla possibilità di misinterpretazione dei posteri di cui dicevo or ora, oppure si può sempre opporre un’altra comoda argomentazione all’urgenza della rivoluzione: “io voglio continuare a vivere come sempre, non me ne frega un cazzo degli altri! Voglio starmene tranquillo a casa e che tutto vada in malora!” Posizione sconveniente e riprovevole! Meritevole di stigma sociale.. Insomma non sono cose che possono dichiararsi… E quindi per evitare feed-back sociali negativi diventiamo socievoli e buonissimi, ci affrettiamo a confessare un’interesse infinito per ciò che accade intorno a noi, una smania indicibile di partecipare alla rivoluzione… Ma appunto, la rivoluzione non permette nessuno di questi discorsi: e proprio per questo è violenta. E’ violenta precisamente perché impedisce il “libero delirio”: in tempi di rivoluzione non è consentito decostruire nessun senso (se non un vago desiderio di infrangerli tutti) ma è necessario invece seguire logiche stereotipe dettate dalla fretta, dal panico. E’ necessaria gente che agisca. Rapidamente.E poi sappiamo come continua…. Un ciclo archetipico irrinunciabile e inevitabile : la rivoluzione, la presa del potere, la stasi.. Che palle…. Adesso forse tocca a noi, che privilegio! La narratività prevedibile che porterà qualcos’altro al potere. Ci stancheremo mai di questi cicli? O stancarsi di questi cicli significa semplicemente uscire dalla storia e dal sociale? A ben pensarci non solo non possiamo farlo come singoli ma non possiamo nemmeno permettercelo… Insomma, che lo vogliamo o no, dobbiamo esserci, tutti interi, con i nostri corpi: il copione è pronto e per lo meno, abbiamo la fortuna di conoscerne già, pur per sommi capi, le battute…

  • brava helga. un’unica riflessione…
    la politica come concretizzazione delle scelte collettive è fallita quando si mosse per il potere tralasciando gli ideali… quindi prima ancora di nascere. togli il pane ai figli e i figli si rivoltano; tutto nella norma se non fosse che parliamo degli stessi figli che per anni hanno cercato la complicità della politica.
    cosa voglio dire? ben venga la primavera siciliana era ora…. ma non nascondiamoci dietro un dito: questa primavera è frutto prima di tutto della nostra connivenza.
    speriamo non sia mossa solo da un esagerato appetito ma che sia un reale cambiamento….. una reale svolta….. una rivoluzione delle coscenze individuali.

  • helga marsala

    Delicatissima questione, momento storico di una complessità disarmante. Nuovi assetti socio-politici sono ormai necessari e tutto questo non può non passare da una condizione di pericolo, d’emergenza.
    Mentre in Sicilia la rivolta dei Forconi non si arresta (in queste ore si parla di una proroga degli scioperi), a Roma degenera la protesta dei tassisti. L’Italia assomiglia ormai a un teatro di rabbia, malumori, paura, ricatti e rivendicazioni. E’ un grande, progressivo incendio che divampa in mezzo al vuoto destabilizzante lasciato dalla politica. Pericolosissimo, quel vuoto: all’orizzonte possibili derive estremiste, l’ascesa della violenza, l’avanzata di un potere di destra che si insinua tra le maglie della crisi. E la sinistra, intanto, sta a guardare, vittima di una inadeguatezza antica.
    Occorre ripartire da quel vuoto e dalla verità di queste masse che urlano giustizia, diritti, lavoro: mai come adesso va cercato un senso nuovo, che arrivi, però, dal basso. Progettare l’utopia è possibile?

  • vincenzo

    Helga ha analizzato bene, ma vi invito a non bollare i nuovi fascismi, come una cosa negativa, conosco ed ho intervistato personalmente i ragazzi di Casa Pound, gente che ha messo il razzismo e l’omofobia da parte…. e si trova a lottare accanto a chi oggi è un vero proletario, non come i vari popolo viola e roba sinistrorsa… che protesta nelle giornate assolate della domenica mattina, fichetti con l’hobby di Marx in combutta con sindacati e nuovi potentati, la nuova rivoluzione parte da destra stavolta, cioè come le vere rivoluzioni, da dove meno te lo aspetti…in oltre non so se lo sapete, ma in Sicilia i carburanti costano circa un centesimo in più che nel resto d’Europa! Quindi w i Forconi!

  • Elena Manzoni di Chiosca

    Sì, non cadiamo nel gioco di dare del fascista a chi non è politicamente corretto, cioè non è un servo vile. E’ il tranello con cui l’establishement negli ultimi sessant’anni ha isolato, e talora perseguito tutte le idee nuove. E del resto, un Governo non votato, impostoci dal capo dello Stato, in obbedienza alla BCE-Goldmann e Sachs, è forse democratico?
    Mi pare che qui si guarda la pagliuzza, e non si vuol vedere la trave….

  • L’analisi proposta da Helga secondo me è molto utile:
    ci ridà il senso dell’analisi di un momento storico inserendolo perfettamente nel suo contesto riportando la centralità dalla forma alla sostanza, svelando contemporaneamente lo snobismo della sinistra siciliana incapace di riuscire a tessere, anche solo teoricamente, la trama che collega la storia di una Sicilia soffocata dalle mafie politiche, economiche e sociali e la voglia di riscatto dei siciliani stessi. Un riscatto che può e deve passare anche attraverso la riconquista dei beni comuni immateriali come i musei. ( Palazzo Riso ne è l’esempio)
    Se anziché oggi mettere i bollini sui “forconi”, tutti noi riuscissimo ad uscire dalla logica della denigrazione per individuare, non in questo movimento, ma questo momento storico come il momento in cui è possibile rintracciare il percorso per il riscatto di quest’isola, forse potremmo avviare un nuovo corso storico.
    Devo constatare con piacere che esistono intellettuali siciliani come Helga che non hanno consegnato le chiavi del proprio libero pensiero ai vari San Pietro della politica.

  • Angelov

    Ma perché questa protesta ha atteso la caduta del governo Berlusconi per esplodere? Forse perché l’attuale esecutivo fa almeno intravedere uno spiraglio al dialogo e al cambiamento, che il precedente governo praticamente avrebbe ignorato? E i Siciliani si accorgono solo ora che “le cose non possono più andare avanti così”,ma dopo avere appoggiato con il Voto elettorale praticamente per anni la Causa di tanto sfascio? Più che di un Voto, si è trattato di un Vuoto Elettorale.
    Questo non è per criticare i Siciliani in generale, ma per esprimere la preoccupazione che in questa Rivoluzione non si esprima il solito motivo di gattopardiana memoria, che cioè Si Deve Cambiare Tutto Affinché Tutto Rimanga Uguale A Prima.

    • hm

      perchè grazie a monti la benzina costa 2 euro al litro e un camionista siculo per viaggiare da modica a milano deve spendere la modica cifra di 1500 euro, semplice .

      • Angelov

        Secondo me non si può avere tutto dalla Vita: o fai l’Intellettuale o il Giornalista. La via difficile contro la via facile. Se non si ha il coraggio di scegliere, si rinuncia ad una cosa importante che e la Qualità. Che si parli di questi avvenimenti,è ovvio che sia giusto. Comunque la benzina in Sicilia se costa 20 centesimi in più che nelle altre regioni è per una Accisa regionale ed il governo Monti non centra con questo aumento. Informati.

        • hm

          spero che tu stia scherzando . secondo te le accise chi le ha decise . informati tu .

          • Angelov

            Quello che mi risulta, è ciò che ho scritto; forse sono stato male informato, ma la fonte è quasi certa e sicura. Comunque, se vogliamo essere ancora più precisi, in Italia troppo viaggia su ruote, e questo provoca molto inquinamento, quando nel resto dei paesi civilizzati il grosso del commercio viaggia su rotaie. Voler fare dei cambiamenti Strutturali, qui da noi, non si saprebbe da dove cominciare. Mi risulta che un TIR, che debba attraversare l’Austria, viene messo su un treno merci, e fatto scendere a destinazione, per poi rientrare sempre su rotaie. Anche questa è un Leggenda Metropolitana?

          • hm

            il problema non sono i 20 centesimi in più o in meno in sicilia (pagliuzza) ma il costo della benzina che per un camionista che parte da sud e arriva a nord diventa improponibile . e gli aumenti li ha stabiliti monti . quindi tu faresti viaggiare un tir su treno per tutta l’italia? che senso ha allora meglio un treno merci, magari privato ma non penso che un autotrasportatore abbia i soldi per comprarsi un treno personale . magari in austria ci sono anche costi minori e un territorio ridotto per sviluppare tutto su rotaia .

  • Valeria Carnevali

    Fare cultura con gli occhi aperti sul mondo non è sempre una prerogativa di chi si occupa di arte. Brava Helga e complimenti Artribune, come sempre attenti ad ogni aspetto del contemporaneo.

  • christian caliandro

    Bravissima Helga! :)

  • Angelov

    Avrebbero dovuto i Governi precedenti programmare in modo che la maggior parte della Logistica viaggiasse su rotaie, ma non ci sono riusciti. Per la stessa ragione il governo Monti, che sta tentando ora una specie di Cambiamento, incontra così forte resistenza, E tanto più in una Regione che ha condiviso per anni le politiche ingessate del gov Berlusconi, per poi accorgersi ad un tratto “che così non si può più continuare” . Ora che la paralisi si è estesa al resto dell’Italia, vuol dire che la protesta è Legittima? Ancora un voto dell’Audience a decidere? – per hm –

    • hm

      sisi bravo adora monti il pupillo della masSIONeria internazionale, vedrai dove ti porta, tanto l’euro sta per saltare perchè le agenzie di rating extracontinentali hanno deciso così sveglia, GLI USA HANNO 4 VOLTE IL DEBITO DELL’ITALIA E VOGLIONO FAR SALTARE L’EURO PER RIMANERE COME UNICA MONETA FORTE SULLA TERRA IN MODO CHE LA CINA NON LE CHIEDA IL CONTO, E’ TUTTO MOLTO CHIARO . sisi è sempre colpa dei governi precedenti, intanto l’androide monti ha promosso la legge per togliere la pensione ai parlamentari dopo 2 anni ma solo a partire dalla prossima legislatura, l’importante è procrastinare e mangiare il più possibile . si monti sta tentando il cambiamento ahahahah a me le dittature mascherate leccaculo fanno ridere .

      • Angelov

        In parte condivido quello che dici: l’esistenza dell’Euro come moneta di scambio internazionale, sopratutto per le transazioni del Petrolio, è sentita dagli USA come una spina nel fianco. Come l’Inglese è diventata la Lingua Internazionale, così il Biglietto Verde è la divisa internazionale. Del resto non mi occupo di Politica, le mie sono solo opinioni teoriche a ruota libera. Infatti questa è una Tribuna Culturale e non Politica, anche se bisogna ammettere che le Cose della Politica esercitano un certo fascino su molti intellettuali o artisti. Ma quella della Politica è una Forma Mentis diversa.