Nostalgia di Karl Marx Strasse

Con gesti e materiali semplici, Serena Vestrucci, mette in discussione il ruolo dell’artista e dello spettatore. E non solo. Sfida le regole del mercato, barattando le sue opere o prestandole ad altri artisti a corto di idee. Classe 1986, dopo un periodo berlinese si trasferisce a Venezia per frequentare lo Iuav e la residenza alla Bevilacqua La Masa. Ha determinazione e idee chiare. Il giusto binomio per raggiungere grandi traguardi.

Serena Vestrucci - Forme di passeggiata con qualcuno - Venezia 2011

Musica e libri che hai per le mani al momento.
Ascolto il Violino Tzigano e con molto piacere continuo a riprendere instancabilmente Scritto di notte di Ettore Sottsass, L’uccello e la piuma di Luca Cerizza e 25 modi per piantare un chiodo di Enzo Mari. I buoni libri si possono riaprire a caso, e, lì dove ci si trova, ricominciare a leggerli. Così come per i film. Penso a Mamma Roma: si arriva al punto in cui è possibile iniziarlo a metà e commuoversi per quanto è denso.

Ecco, parliamo di cinema.
Non so quante volte ho visto Teorema. Sento di non averlo capito del tutto. E questo mi porta a un frequente desiderio di guardarlo ancora, e per la prima volta. Lo stesso per Le notti della luna piena di Éric Rohmer e Fata Morgana di Werner Herzog.

Luoghi. Dove vorresti essere ora? A Berlino, scommetto…
Già. Tra Skalitzerstrasse e Hermannstrasse. Non c’è nulla di straordinario tra quelle vie, ma sento una forma di innamoramento per il quartiere di Rathaus Neukölln…

I maestri che ti hanno ispirato e i “colleghi” artisti coetanei a cui ti senti vicina.
Penso spesso a quanto darei per poter tornare indietro e conoscere Duchamp, Fabro e Boetti. A volte, di notte, sogno di chiacchierare con loro; mentre di giorno sono felice di avere amici come Elisabetta Alazraki, Derek Di Fabio e Davide Stucchi.

Mi ha colpito il tuo continuo porti questioni. L’ultima domanda che ti sei fatta?
Cosa succederebbe se anche i film o i libri seguissero la moda del Senza titolo? Potrei consigliarti Senza titolo di Calvino e Senza titolo di Mann. Penso che nominare il proprio lavoro sia uno sforzo per capirlo, un esercizio per conoscerne la sostanza. Che si tratti di una sola parola o di un periodo complesso, l’articolato tentativo di riduzione al titolo diventa un lavoro di approfondimento, in un primo tempo, e di sintesi, in un secondo.

Il tuo lavoro sembra scaturire dalla messa in discussione del ruolo d’artista e di quello dello spettatore. Come?
Concordo con Boetti nel ritenere che le mostre personali siano mostre collettive. Ogni cosa è influenzata dalla propria storia individuale e da quella collettiva in cui viviamo: il mio lavoro allora è un momento di coincidenza, o addirittura scambio, con il tuo esserci. Da Duchamp sappiamo non esistere produzione senza consumo: un concetto non consumato è un concetto mai pensato; ma, all’interno di tutto questo, non mi sono ancora chiari i confini dell’uno e dell’altro.

Sfidi le regole del mercato, dando in prestito le tue opere a un altro artista quando è a corto di idee, barattandole con altri lavori, e a volte le regali, con l’unica condizione di deciderne la collocazione.
Non è uno sfidare le regole, ma una prova per vedere cosa succederebbe se si cambiasse gioco. Scala Quaranta non è una sfida a Machiavelli, ma solo un’altra situazione.

Serena Vestrucci - Tu mi hai detto cosa e io l’ho fatto - 2010

Usi materiali come fogli da disegno, di plastica, adesivi o da collage, pennarelli, colori e compensato. La forma viene dopo?
La forma viene unicamente quando mi tolgo dalla testa di fare un bel lavoro. Si tratta di capire che ciò che sto facendo non è niente di diverso da ciò che farei nonostante l’arte. Meno mi sento artista, meglio è.

Da piccola, tuo padre chimico ti chiedeva cosa vedessi in un bicchiere d’acqua e tu rispondevi di vederci tutto ciò che stava intorno e dietro. Oggi, cosa ci vedi?
Là dove vedevo una trasparenza, oggi vedo una sorta di lente attraverso cui gli oggetti circostanti appaiono ingranditi. Mi piace pensare a un bicchiere d’acqua come dispositivo per vedere il mondo più vicino.

A Milano, nello spazio UniCredit Studio, hai portato anche una piccola barca, intitolata Paesaggio, che hai costruito a quattro mani e hai varato in Laguna. Qual è la tua idea di paesaggio oggi?
Penso all’idea di aperto: è paesaggio ciò che è fuori dallo studio, fuori da casa, fuori da una mostra… Quando ho costruito insieme a un giovane architetto la barca a cui ti riferisci, m’interessava lavorare mesi all’interno di uno spazio, realizzando un mezzo con cui poi uscire e guardare quanto, intanto, mi ero persa. Un modo per vedere potenzialmente infiniti paesaggi, all’aperto.

Daniele Perra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #3


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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e advisor strategico per i media e la comunicazione. Editorialista di “Artribune”, collabora con “GQ Italia” “GQ.com”, "SOLAR" “pagina99”. È attualmente strategic communication advisor della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna e docente di Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". Ha lavorato come Direttore Comunicazione del Centro Pecci e Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Malmö, Svezia e ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005), è stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.
  • frappa

    E’ indecente… questa artista ha copiato spudoratamente il lavoro di Manuel Scano.
    Si conoscono, hanno esposto insieme e lei senza vergogna ha iniziato a rifare lo stesso lavoro con i pennarelli…e mi riferisco a quelle singole opere, non al processo che è diverso e di cui possiamo parlare per ore…ma che le opere della signorina Vestrucci siano dei furti fatti al bravo Scano è una cosa di cui si dovrebbe quantomeno vergognare

  • Sabrina

    Davvero esiste qualcuno che ambisce a copiare una tale pocaggine insulsa e sgraziata? In effetti è indecente che esistano personaggi di tal guisa

  • michele

    …interessante ma sembra aria fritta. Vedo un’artista giovane e un po ingenua sinceramente. Mi sembra una ricerca ma il passaggio che la trasforma in opera d’arte mi mette in difficoltà…

    il fruitore cosa diventa? solo un tramite per l’esperienza dell’artista? trovo distanza tra l’intenzione e l’effettiva messa in pratica. Allora la ricerca del teatro della libertà di boal in questo senso è molto più evoluta e sicuramente molto meno recente.

    • hm

      concordo, una catena di potenziali infiniti baratti? alla fine è più artistico e concettuale un pakistano che vende/regala le rose per strada . solo che non ha unicredit dietro .

  • tommaso

    Sono uno dei fortunati settanta! YO

  • Stefano

    PAROLE IN LIBERTA’ PER COPRIRE IL NIENTE! Perché i giovani invece di pretendere di affermarsi in fretta, utilizzando le infinite sirene come artribune che ne decantano le virtù (più ambìte che palesate) non si fanno un bel po’ di gavetta? e non si procurano, facendo fatica, almeno un po’ di cultura? Nella Montagna incantata Thomas Mann faceva dire al filosofo Naphta, rivolto al pimpante, giovane e ingenuo protagonista Hans Castorp: SI ISTRUISCA INGEGNERE, NON SI ESIBISCA!

  • paola

    @Tommaso. Tienitela stretta!
    @ “ha copiato spudoratamente il lavoro di Manuel Scano… manco fosse Duchamp!
    le ienette invidiose sono come le bugie… hanno le gambe corte

    • peacock

      bè quanti critici di successo, che esperti del settore…
      attribuire il giusto valore a un’opera, avendo visto 5 minuti un vernissage bevendo cocktails colorati, non è cosa da tutti. bisogna sicuramente avere un dono.
      che fortunelli che siete… SBALORDITIVI!

  • siete invidiosi

    E’ indecente chi spreca del tempo a fare degli appunti critici così ingenui e banali.
    Serena mi sembra una brava artista, giovane, con tante energie. Perchè in questi commenti si cerca sempre di strappare il germoglio della piantina che sta crescendo, invece di dire qualcosa di utile? Un incentivo? Uno spunto di riflessione costruttivo?
    Vestrucci che copia Scano? Allora potremmo dire che anche Scano ha copiato i disegni fatti con il trapano di Alberto Tadiello e Tadiello a sua volta l’opera di arte all’arte di Garutti. e tutti quelli che hanno fatto pittura automatica nella storia dell’arte? Non è l’aboutness dell’opera quello che conta? Se il processo è completamente diverso chissene frega se esteticamente i due lavori si somigliano. Non stiamo parlando di design. Forse la critica andrebbe mossa su altri piani di lettura. Ci sono un sacco di spunti molto più ricchi da cui partire. Ad esempio il rapporto tra l’opera regalo e il contesto fieristico.

  • Mario

    100% fuffa

  • peacock

    @siete invidiosi: grazie per dimostrare con il tuo commento che qualsiasi tipo di critica che voglia prendersi la responsabilità di questo termine, non può prescindere dalle argomentazioni.
    probabilmente gli “sgarbi” della situazione hanno in mente dibattiti alla maria de filippi, ma d’altra parte è giusto che il popolo bue, preso dall’ansia del nuovo, non sappia riconoscere la qualità della ricerca, dal momento che nessuno guarda più le opere come nessuno si perde un vernissage.
    quello che conta è esserci a tutti i costi, dire la propria per non frustrare la propria “libertà” d’espressione, non importa se il contesto non è quello giusto, e si fa una figura abietta.
    ce la meritiamo una biennale come quella appena passata!
    ok che siamo figli del pensiero debole ma dare un senso alle parole che si usano è imprescindibile per considerarsi persone degne di questo nome.
    più umiltà e meno protagonismo! l’arte contemporanea si fruisce in una condizione di ascolto, piuttosto che di sproloquio… riflettere prima di parlare grazie!

  • roberto

    Posso assicurarvi che Serena di gavetta ne ha fatto tantissima!

  • Gwido Robin Roof

    …’we cannot not change the world”..giovane, ingenua, dritta la Vestrucci regalo’ il suo giocattolo allo Scano, o lo Scano regalo’ il suo giocattolo alla Vestrucci?.. Nella 54? ..O in una delle parallele alla Karl-max ? Nella parallela della Sonnenallee, andava sul’ idee!…piangeva?…non si ci ricorda perfettamente. – Una Vestrucci al Kindergarten, prego: ignoriamo il design del umore estetico della ricerca visiva cosi’ come la base concettuale-decorativa. A valerne sono la coscienza continuativa che gia’ lei stessa padroneggia naiif, ecco l’ impegno dell’ artista stessa: strategie nel design-sociale, e funzionano…
    …Il periodo non e’ piu complesso: nel contemporaneo ella sviscera modernita’ dietro modernita’. Ne farei del futurismo qui e li’, ma lasciamo la draughtmanship a capire, ch’esso, il Popolin si serva del tale unico “credit”. Ma non solo, quello che l’ artista tenta di comunicare e’ esattamente il preludio dello stato sociale. Spossessa le spade dai bastoni. Faust-Frust(r)ate(i) apparte, cominciate pure a godervi questa “artista-truzza senza chiodi, dal seme di fagiolo”, la prima con le stella rossa nel portafogli”‘, e non ce nulla di straordidinario in questo. ( .. the contemporary way to drink an …. coffeee Serena Vestrucci, 2009)