Damien Hirst è morto? Viva Damien Hirst!

Il “Village Voice” pubblica un finto memoriale di Damien Hirst, un articolo satirico e molto arrabbiato che inscena la morte dell’artista. Ma perché la mostra globale targata Gagosian fa tanto imbufalire il mondo dell’arte? Una riflessione sulla provocazione artistica e i suoi limiti.

Damien Hirst con uno Spot Painting come quinta

La notizia ha cominciato a rimbalzare freneticamente su blog e social network, generando reazioni d’ogni tipo. C’è chi c’è caduto, dando per buono il titolo senza leggere l’articolo, mentre molti hanno subito individuato la natura satirica e provocatoria della notizia, interrogandosi sull’opportunità della sua pubblicazione.
Damien Hirst (1965-2012). In memoriam: così titola il finto memoriale pubblicato ieri sul Village Voice a firma Christian Viveros-Faune. Un lungo pezzo al vetriolo, che stigmatizza l’ultima operazione di Damien Hirst, ossia la mostra degli spot painting diffusa in una decina di gallerie Gagosian sparse per il globo. Questo l’incipit: “Damien Steven Hirst, l’artista più ricco del mondo (332 milioni di dollari secondo il britannico ‘Sunday Times’), businessman a tempo pieno, collezionista part-time, ristoratore occasionale, emulo di P.T.Barnum, e noto membro dei Young British Artists (YBAs), una comitiva creativa salita alla ribalta negli Anni Novanta, è morto lo scorso giovedi 12 gennaio a New York in seguito alle complicazioni di una diverticolite acuta provocata dallo sforzo suinamente speculativo, grossolanamente cinico e intellettualmente stitico per piazzare 11 mostre contemporanee di merda riciclata e costosa. Aveva 46 anni”.
Al di là dei possibili giudizi sul facile sensazionalismo di una tale operazione, confezionata con l’evidente obiettivo di moltiplicare i clic, una cosa è certa: questa volta Hirst ha fatto imbufalire di brutto il mondo dell’arte. Gli articoli che biasimano l’operazione “spot painting” non si contano e sono tutti caratterizzati da una virulenza straordinaria e peraltro assai rara nella critica d’arte di oggi, più spesso incline alla cronaca che alla stroncatura.

Damien Hirst - Famotidine - 2004-11 - © Damien Hirst and Science Ltd

Interessante in questo senso l’analisi di Emily Colucci pubblicata qualche giorno fa sulle pagine di Hyperallergic e intitolata Damien Hirst’s Power to Piss People Off, ossia “La capacità cha ha Hirst di far incazzare la gente”. La Colucci si interroga infatti sui motivi di una tale ondata di indignazione e si chiede se il fenomeno non sia da considerare un sintomo di un problema più ampio del mondo dell’arte, alle prese con le estreme conseguenze dei suoi stessi meccanismi. Nei commenti a questo stesso articolo apparsi su Facebook, ad esempio, spicca la posizione di Kathleen King, che riassume efficacemente il punto di vista dei – sempre più rari – sostenitori dell’artista: “Io amo Damien Hirst. Come un vero ‘working class punk’ inglese, prende in giro i ricchi usando un linguaggio che essi comprendono a malapena e nel frattempo gli sfila i soldi dalle tasche”.

Damien Hirst - Eucatropine - 2005 - © Damien Hirst and Science Ltd.

Il dubbio dunque rimane, e si potrebbe riassumere nel rituale “ma Hirst c’è o ci fa?”. Le sue azioni sono consapevolmente provocatorie e volte a mettere il dito nella piaga di un sistema dell’arte in piena crisi esistenziale, oppure è semplicemente un artista in stallo creativo e per di più corrotto dal mercato? La discussione è aperta, ma un fatto sembra incontrovertibile ed è il diffondersi di un profondo senso di stanchezza verso un certo genere di provocazione come elemento centrale dell’atto artistico. Una provocazione centrata sul sensazionalismo mediatico, che si ripete nella forma senza esprimere alcuna sostanza, incapace di direzionare l’attenzione – e la rabbia – sugli obiettivi che meriterebbero di essere attaccati (che siano la società, la politica, la cultura o altro).
Un loop, insomma. Un’arte chiusa nelle sue beghe interne, che si dimostra ancora capace di sollevare gli animi, ma solo contro se stessa.

Valentina Tanni

LEGGI ANCHE:
Cronaca della mostra romana
L’articolo del Village Voice
L’articolo su Hyperallergic

CONDIVIDI
Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • giampaolo

    Ogni volta che Hirst “esce” si dicono e pensano sempre le stesse cose, dimenticandosi appunto chi è e sopratutto..non solo cosa fa ma come lo fa. Giù a criticare. Hirst è il numero 1 perchè fa diventare critici anche chi non è nel mondo dell’arte..ed esalta l’ego degli “addetti ai lavori” che possono scrivere di tutto. A mio avviso Hirst rimane “grande” perchè incarna in tutto e per tutto l’uomo medio “vincente di questo periodo storico…e…per quanto riguarda questo suo ultimo lavoro…forse è uno dei migliori…perchè fotografa appieno i nostri tempi. Quando fra 100 anni si chiederanno com’era e cosa c’era nel mondo tra gli anni 2005/2015 ad esempio…non c’è quadro che lo possa esprimere meglio che..appunto..dei Pois colorati nemmeno fatti da chi firma il quadro, cioè Il vuoto e la presa per il culo.

    • Io non credo che si possa usare il criterio della “mano” per operare dei distinguo così netti. Così facendo butteremmo a mare mica solo tanta parte del Novecento, ma anche tantissime opere del passato che uscivano dalle botteghe. Per non dire di altre “arti”: quando il regista non scrive la sceneggiatura, non recita, non fa il cameraman allora non vale nulla? E si potrebbe andare avanti a lungo. Dunque, il “problema” Hirst forse va formulato diversamente.

      • hm

        – Hirst è il numero 1 perchè fa diventare critici anche chi non è nel mondo dell’arte. –

        con questa logica anche justin bieberon e lady caga sono i musicisti numero uno al mondo, complimenti .

        – A mio avviso Hirst rimane “grande” perchè incarna in tutto e per tutto l’uomo medio “vincente di questo periodo storico… –

        sbagliato è la caricatura dell’uomo medio . tutto ciò che viene pompato in dosi massicce dal mainstream è caricatura di qualcosa, deve necessariamente essere una finta .

        • hm

          ovviamente si potrebbe obiettare che qualsiasi arte è finzione/fiction, ma c’è chi ricerca la verità nella fiction e chi sguazza nella finzione ironica e spigliata saltando di palo in frasca senza approfondire nulla (che è proprio ciò a cui è interessato il pop mainstream) . la science fiction per esempio è finzione interessata a scenari futuri reali, immaginazione e fantasia alla ricerca del verosimile e quindi non autocrogiolante nel vacuo e nell’ironia .

        • giampaolo

          Vedi…le tue risposte ed il tono saccente che usi sono uno dei motivi per cui ci meritiamo i Pois colorati e poco altro.

          • hm

            – Quando fra 100 anni si chiederanno com’era e cosa c’era nel mondo tra gli anni 2005/2015 ad esempio…non c’è quadro che lo possa esprimere meglio che..appunto..dei Pois colorati –

            lol sì guarda i destini del mainstream dipendono dalle mie risposte saccenti, quella sopra poi è una tua frase entusiasta, se non sai nemmeno quello che scrivi non è colpa mia, analizzati di più .

      • giampaolo

        Bè ma infatti non ho scritto/detto che il “problema”..se di problema si tratta…è solo la “mano”. Essa fa parte sicuramente di un qualcosa di piu articolato..

        • giampaolo

          rido…tu chissà da quanto tempo ci vai in analisi…ma con scarsi risultati…

      • lucianoperrotta

        Già, il problema va formulato diversamente. Hirst ha dichiarato in un’intervista che sul mercato ci sono cxirca seicento suoi quadri a pois, ma pare che ne abbia fatti almeno il doppio. Tralasciamo pure il fatto che fece causa alla British AIRWAYS perchè questa si permise l’azzardo di scegliere i pallini colorati per una campagna pubblicitaria. Avrebbe potuto far causa anche a mia maDre, che ha una tovaglia decorata a pallini colorati. sE LA COSA SI RIDUCCE A QUESTO, LA CERDIBILITà DI hIRST NON risulterebbe intaccata più di tanto. Purtroppo c’è di più. Ricordi i dischi ottici di Duchamp? E QUELLI che si poteva dipingere per poche lire presso certi giostrai negli anni Settanta? Hirst li ha rifatti uguali. Che dire, ancora, del suo portacenere del diametro di 240 cm? Sembra un lavoro di Oldenburg. VEDI, gIACOMELLI, DA CHI ritiene che l’idea debba prevalere sul resto, io m’aspetto che questa sia almeno di prima mano.

    • SAVINO MARSEGLIA

      L’ INNO ALL’ ARTE CACCHIFERA !

      Insomma ammettiamolo: viviamo in un sistema dell’arte, incredibilmente di merda. Una conclusione cui potrebbe aderire, del resto, anche un “artista” di immacolata ricchezza come Hirst.

      Qui, tuttavia, non è in questione l’ultilità dell’arte in quanto tale. Il punto è invece quello di condannare questa mangeria stomachevole, che è l’attuale mondo dell’arte, solo nel momento in cui non si può attingere benefici nello stesso.

      Allora, ci si pone una riflessione e forse si comprende quello che non va e il marcio che vi regna.

      Per fortuna, le persone più avvedute cominciano a rendersi conto del marcio, del futile, dell’imbrogio e del brutto che alberga indisturbato in questo olimpo borghese dell’arte cacchifera.

    • Tiziano Licata

      Sembrano gli “smarties”, ma, a differenza degli smarties, non sono nemmeno commestibili. Almeno a qualcosa servirebbero

    • lucianoperrotta

      ma mi faccia il piacere! Lei un ministro?

  • hm

    – e sue azioni sono consapevolmente provocatorie e volte a mettere il dito nella piaga di un sistema dell’arte in piena crisi esistenziale, oppure è semplicemente un artista in stallo creativo e per di più corrotto dal mercato? –

    ovviamente la seconda, è in totale stallo creativo e corrottissimo dal mercato .

  • Possiamo provare a spostare un attimo l’attenzione da Hirst come caso particolare e discutere della provocazione nell’arte? Secondo me potrebbe essere un punto chiave, come ho provato a spiegare nel pezzo. Ci annoia? Ci fa arrabbiare? E se si, perchè?

    • christian caliandro

      Perché è obsoleta (e nostalgica), e non risponde in niente alle esigenze di questa epoca (appena iniziata). Che vanno nel senso diametralmente opposto. Grazie a Dio.

      • hm

        fondamentalmente è finta provocazione perchè agisce dentro uno stagno (occidentale) non in mare aperto . sì è obsoleta ma a me non sembra che la società vada in senso diametralmente opposto, per lo meno non in occidente . un piss christ fatto da un serrano che ambisce a entrare dentro la collezione del vaticano è la norma, così come cattelan è orgoglioso che il papa colpito dal meteorite piaccia alla chiesa (che d’altra parte resta orgoglio irremovibile di sion e della società occidentale, fa sempre comodo se non altro per le numerose proprietà immobiliari) .

    • cezanne

      interessante.

      credo però qui si confonda PROVOCAZIONE con SPETTACOLARIZZAZIONE.

      Hirst è spettacolarizzazione estrema ma non è affatto provocazione. La sua estetica da blockbuster holliwoodiano, con tematiche grosse e grossolane come morte e eternità, effetti speciali, sangue ovunque, e bombardamento mediatico, è fatta per shockare quelli che Robert Hughes definisce simple-minded.

      Al contrario, Cezanne diceva di voler stupire parigi con una mela.

      per chi fosse interessato questo è l’articolo di robert hughes

      http://www.guardian.co.uk/artanddesign/2008/sep/13/damienhirst.art

      • christian caliandro

        è la prima volta che sento definire la morte e l’eternità “tematiche grosse e grossolane” (!!!). magari “grosso e grossolano” sarà il MODO in cui questi argomenti vengono trattati e articolati, e non gli argomenti stessi. o no?

        • hm

          a parte il fatto che l’aggettivo grosse (di spessore) non implica il fatto che siano grossolane, sicuramente diventano grossolane per come le tratta hirst .

          • hm

            a dire il vero poi non le tratta nemmeno in quanto per lui esiste la morte e basta, l’eternità o qualsiasi step successivo non sono contemplati .

        • cezanne

          sì, scusate, avevo dato per sottinteso il “MODO”.

    • SAVINO MARSEGLIA

      Valentina, mi dispiace doverlo sottolineare, ma oggi discutere della trovatina provocatrice nell’arte contemporanea…, è come farsi una risatina, guardando le cretinate che si dicono al “Grande Fratello”.

      • Non intendevo discutere della trovatina. Ma dello status della trovatina. E degli effetti della trovatina.
        Mi interessa questo fenomeno di odio globale verso Hirst, mi sembra una cosa da cercare di interpretare.

        Dal mio punto di vista, Hirst è un artista che ha avuto un’importanza fondamentale negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, poi si è seduto, adagiandosi su cose già fatte, già digerite e diventate obsolete. Ma quello di cui volevo parlare è l’ondata di indignazione del mondo dell’arte verso questa mostra, mai visto tanto livore tutto insieme. Ho il sospetto che oltre alla condanna verso l’operazione in sè, che di fatto è inerte, ci sia di mezzo un fastidio legato soprattutto alla quantità di denaro coinvolta. E anche su questo ci sarebbe da riflettere…

        • SAVINO MARSEGLIA

          Sinceramente, io rimango indifferente nei confronti di questi feticci kitsh di Hirst, intrisi di esibizionismo e di finte provocazioni piccolo borghesi.
          Bisognerebbe rianalizzare al microscopoio, sotto un’altro punto di vista critico, ogni sua opera a partire dagli anni novanta…, ma non certo con la pretesa di fornire versioni già fatte dall’attuale “nomenklatura dell’arte” che l’ho sostiene, quanto per dipanare ad una ad una il senso delle sue opere che si sono sedimentate (fin dall’inizio), in un linguaggio da marketing televisivo, omologato alla comunicazione pubblicitaria dei nostri tempi.

          Un linguaggio evanescente che ha un significato vacuo che si rimodella in base alle aspettative di voraci collezzionisti.
          L’opera “Eucatropine” (una comune carta da parate), ne è una chiara dimostrazione.
          Mi domando questo linguaggio ha senso e può concretamente interpretare la nostra comlessa realtà ?

        • christian caliandro

          ecco un esempio della differenza tra una “trovatina” e una riflessione potente, provocatoria senza essere una “provocazione”. Il testo del regista Romeo Castellucci sul suo spettacolo teatrale “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” è riportato da Ilaria Mancia in calce al suo articolo (http://www.minimaetmoralia.it/?p=6252#comments):

          “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio nasce come un getto diretto delle e dalle Sacre Scritture. La Teodicea del Libro di Giobbe, il salmo 22, il salmo 23, i Vangeli. Il libro della Tragedia appoggiato su quello della Bibbia. L’azione teatrale vuole essere una riflessione sulla difficoltà del 4° comandamento se preso alla lettera. Onora il padre e la madre. Un figlio, nonostante tutto, si prende cura del proprio padre, del suo crollo fisico e morale. Crede in questo comandamento e fino in fondo sopporta quella che sembra essere l’unica eredità del proprio padre. Le sue feci. E così come il padre anche il figlio sembra svuotarsi del proprio essere e della propria dignità.
          Questo spettacolo è una riflessione sul decadimento della bellezza, sul mistero della fine. Gli escrementi di cui si sporca il vecchio padre incontinente non sono altro che la metafora del martirio umano come condizione ultima e reale. Non c’è niente di provocatorio, ma tutto quello che si vede, si sente e si prova arriva dall’osservazione diretta della realtà. Per questo ho scelto il dipinto di Antonello: a causa dello sguardo di Gesù che è in grado di fissare direttamente negli occhi ciascuno spettatore con una dolcezza indicibile. Lo spettatore guarda lo svolgersi della scena ma è a sua volta continuamente guardato dal volto. Il Figlio dell’uomo, messo a nudo dagli uomini, mette a nudo noi, ora.
          Quando le condizioni tecniche lo rendono possibile, è previsto l’ingresso di un gruppo di bambini che svuotano i loro zainetti del loro contenuto: si tratta di granate giocattolo. Uno ad uno lanciano queste bombe sul ritratto. È un gesto innocente portato da innocenti. L’intenzione è quella del bambino che vuole tutta per sé l’attenzione del genitore distratto. È possibile pensare alla frase del salmo 88: “Dio non nascondermi il tuo Volto”. Solo in questa azione nasce la musica, tutto il resto è in silenzio.
          A Milano non è stato possibile includere questa scena non certo per un’autocensura: non c’erano le possibilità logistiche per poterlo fare. Decisione presa un anno fa, prima delle polemiche. Questa scena è regolarmente presente in tutte le città, là dove la si potrà attuare. Le immagini dure e spiacevoli del lavoro appartengono alla vita, non sono una mia invenzione sadica. Certe volte il teatro utilizza, come nella tragedia greca, una tecnica antifrastica, omeopatica; una tecnica cioè che utilizza gli elementi estranei per significare l’opposto. E così, per esempio, un gesto violento vuole significare la fragilità umana e il bisogno di amore. Anche le cose spiacevoli possono misteriosamente veicolare un senso di bellezza profondo che, scavalcando l’ordine del grazioso, possono parlarci in modo ancora più profondo e vero.
          Questo spettacolo mostra, nel suo finale, dell’inchiostro nero di china che emana dal ritratto del Cristo come da una sorgente. E tutto l’inchiostro delle Sacre Scritture qui pare sciogliersi di colpo, rivelando un’icona ulteriore: un luogo vuoto fatto per noi, che ci interroga come una domanda. Devo denunciare qui le intollerabili menzogne circa il fatto che si getterebbero feci sul ritratto di Gesù. Che idea. Niente di più falso, di cattivo, di tendenzioso. Chi afferma queste cose gravissime risponderà alla propria coscienza di avere offeso – lui sì – con questa immagine rivoltante il volto di Gesù.
          Alla fine dello spettacolo la tela del dipinto si lacera come una membrana. Un campo vuoto e nero in cui campeggia luminosa una scritta di luce, scavata nelle tavole del supporto del ritratto: “Tu sei il mio pastore”. È la celebre frase del salmo 23. La scrittura della Bibbia perde il suo inchiostro per esprimersi qui in forma luminosa. Ma ecco che si può intravedere un’altra piccola parola che si insinua tra le altre, dipinta e quasi inintelligibile: un non, in modo tale che l’intera frase si possa leggere nel seguente modo: Tu non sei il mio pastore. La frase di Davide si trasforma così per un attimo nel dubbio. Tu sei o non sei il mio Pastore? Il dubbio di Gesù sulla croce – “Dio perché mi hai abbandonato?” – espresso dalle parole stesse del salmo 22 del Re Davide. Questa sospensione, questa intermittenza della frase, racchiude il nucleo della fede come dubbio, come luce, come l’incerta condizione umana.
          L’ultima considerazione vorrei riservarla a coloro che hanno giudicato lo spettacolo: dove lo hanno visto? Che cosa hanno visto? Perché hanno creduto alle caricature mostruose apparse nei blog semplicistici dei nuovi fustigatori della società? Come e cosa hanno potuto giudicare? Le cose allucinanti e oscene di cui leggo non sono il mio spettacolo, che ho invece concepito come un de profundis. E poi perché non leggere gli articoli di stampa – in primis quello del compianto Franco Quadri sulle pagine di Repubblica e di centinaia di articoli del mondo intero – che hanno recensito lo spettacolo più di un anno fa? Invito pacatamente tutte le autorità di questa città a prendere informazioni da fonti attendibili e serie prima di esprimere pareri che avranno certamente un peso abnorme nel clima culturale già devastato di questo Paese.” (17 gennaio 2012)

          • hm

            secondo me è più provocatorio riflettere che senza giuda cristo non avrebbe fatto il cristo, e per diventare un’icona fashion indossata dai gangsta rapper con la catenona al collo (ma anche da totò riina nella sua grotta del cuore) ha avuto bisogno di giuda, ma giusto così random mentre si fanno altre cose eh? senza perderci sopra troppo tempo . o anche riflettere sul fatto che i giudaei hanno importato il culto di cristo a roma e nessuno di loro ci crede . un po’ fake come mossa no? per quanto mi riguarda gli unici simboli con un minimo di senso sono il tao, la croce celtica e la svastica http://it.wikipedia.org/wiki/File:Swastika_iran . ovviamente sono solo i 3 più conosciuti ce ne sono anche molti altri fondamentali come l’uroboro, la spirale (questa ultimamente molto ambita dai massoni cfr pianta a spirale della chiesa di padre pio che ha sostituito la tradizionale pianta cabalistica a 3 navate) etc etc
            per me cristo è solo un simbolo che serve a instillare senso di colpa nel prossimo per renderlo più governabile mansueto e ipocrita, anzi penso che il catechismo sia una forma di lavaggio del cervello e violenza psicologica molto pericolosa sui bambini che li porta ad essere succubi e soggiogati mentalmente per anni .

  • giampaolo

    Per quanto mi riguarda…mi annoia quando è ripetitiva…e mi fa arrabbiare quando quella “ripetitività” si spaccia per “novità”. Il primo esempio che mi viene in mente..non so..una performance o presenza di una donna nuda in strada/gallerie/eventi etc etc etc…Credo che la provocazione nell’arte debba avere cmq il “fine”…a mio avviso nobile…di farci pensare o modificare il punto di vista su una cosa. Poi bisogna anche distinguere le “provocazioni”…se sono di marketing/commerciali o, appunto, strettamente artistiche/concettuali

  • Paolo Strano

    Damien Hirst è come i cinepanettoni a natale e Larry Gagosian e come Neri Parenti. Finchè ci sarà gente così pazza da andare a vedere questi films o ancora più pazza da sperperare soldi per comprare pois etc etc, c’è li ritroveremo sempre tra i piedi.
    Io questi due li vorrei vedere fallire miseramente, poveri in canna quasi come me.
    Cari ricchi (mi rivolgo a chi a molti molti molti soldi) non comprate queste cose, che non ci fate affatto bella figura. Non sono chic e manco radical.
    Fatevi qualche viaggio “serio” per il mondo che sono meglio spesi, quindi no Portofino o Portocervo o Saint Moritz o la prima della scala o l’inaugurazione alla Gagosian o … o …
    La provocazione nell’arte? Una noia mortale al 99,99% (mi lascio lo 0,01 perchè non si sa mai).
    Ho delle regole:
    Ci sono Tette, culi, piselli e affini? Bandito.
    sangue, budella, intestini, squartamenti, macellerie? Bandito.
    Cristi, madonne, buddi, maometti, confuci e personaggi religiosi in atteggiamenti blasfemi? Bandito.
    … e così abbiamo tolto già il 90%. Rimane il 9,99% che vado a vedere … e ci rimango fregato.
    Sono bigotto ho una visione piuttosto retrò.
    Una volta ho sentito Ennio Calabria dire: “Duchamp ha aperto al dilettantismo cosmico”. Caspita sono caduto dalla sedia era la stessa cosa avevo sempre pensato … anzi io dicevo: Enrico Fermi sta alla bomba atomica come Duchamp all’arte contemporanea.
    Ma più o meno è lo stesso.

    • Tony

      “Duchamp ha aperto al dilettantismo cosmico”
      ahaha…questa frase e la sintesi dell’arte nel 900. Me la segno e la ringrazio.

  • Paolo Strano

    acc nella foga mi sono perso un’acca

  • Hirst mi lascia indifferente. Gli negherei l attenzione anche se potessi con tutta tranquillità pisciarli il cadavere. In arte non esistono provocazioni, entrate da in pezzo in in alveo di domesticita’, ma solo crimini.
    La cosa che nella vita mi ha sempre fatto brutalmente incazzare é stata la completa distruzione di Dresda forse perché ho sempre visto in ciò una premessa di annietamento futuro.

    • hm

      a me piaceva solo a thousand years, poi da quando ho scoperto che le mosche non nascono dalla testa di vacca putrefatta per bruciarsi nella luce ma solo da larve selezionate in scatola senza rispettare e formare di conseguenza nessun ciclo di vita che nasce dalla morte e ritorna alla morte del tipo A B A (morendo quindi esclusivamente con crudeltà gratuita attraverso un condotto che le porta a cibarsi) inizio seriamente a pensare che sia un povero coglione senza la minima parvenza di pensiero . su tutte le altre cazzate che ha prodotto no comment, era meglio se andava a fare il cacciatore di farfalle, senza contare le facce da culo ringhioposate con cui si fa sempre ritrarre e i suoi occhialetti blu da pirla .

      • hm

        ABA

        • hm

          ok artribune non prende più le freccette, cmq stavo tentando di indicare una doppia implicazione tra A e B .

  • G.

    N O I A. Non sa veramente più cosa inventarsi.

  • E ci risiamo!

    Appena un artista ( o presunto tale, ma non importa) raggiunge notorietà, fama, denaro, ecc. ecc. viene subito additato come incompetente, furbo, senza onore. Non dimentichiamo che Hirst ha fatto molto altro oltre ai “pois”, e sinceramente, sono opere stupende, visto anche che i Musei se le contendono.

    Lui ha studiato, si è diplomato, ha organizzato anche mostre, era nel giro dei BLUR (mi pare fosse addirittura a scuola con Albarn), provate voi ad entrare al St Martin di Londra! Pertanto, chi è davvero intelligente, invece di contestarlo, farebbe bene a capire come, dove, con chi si è mosso in questi anni per arrivare al successo. Non sprecate questa possibilità di conoscenza, che vale più di mille lauree…..

    Poichè, in definitiva, che vi/ci piaccia o no, questo è un successo. Un enorme successo. E poi, se qualcuno vuole spendere milioni e milioni per una qualunque opera d’Arte….a voi cosa ve ne frega? Vi cambia qualcosa?

    • Bologna insomma Lo dica esplicitamente, lei che da fare professione di cinismo con successo: “è tutta una questione di invidia sociale”.
      Anche Lei dopotutto non é quello che si dice un “originale” , da quello che scrive si intende.
      Ha le cattive maniere dei berlusconiani in minoranza a Bologna.

  • matteo

    Direi che la cosa più interessante sia l’uso di ‘merda riciclata e costosa!!!! Una assoluta novità per il campo del’Arte. Fino ad oggi si è sempre pensato che la spazzatura e la merda facesse parte dell’Arte, ora con questa operazione anche quella riciclata. Che Hirst sia informato sui problemi di riciclo che abbiamo a NApoli e dintorni?.. Che si sia accorto che forse non solo le ecomafie possono farci dei guadagni ma anche lui come YBA???? E’ una svolta interessante, forse si aprono delle nuove prospettive e dei nuovi spazi di concettualizzazione, non solo per l’artista, ma anche per la critica. Cioè, Hirst è come se ci stesse dicendo: ” va bene che il mondo dell’Arte è una merda tutti compresi, ma avete mai considerato la Merda Riciclata?” Perchè effettivamente c’è merda e Merda! MAtteo

  • vincenzo

    Bravo Paolo Strano, sono d’accordo con te, condivido tutto.
    Fulminante l’associazione di Gagosian a Neri Parenti e le mostre di Hirst ai cinepanettoni di natale che, infatti, non vedo.
    Come salto volentieri anche la mostra da Gagosian, a 500 metri da casa mia.

  • Nicolas

    Chi fa più soldi, La Gioconda o le t-shirt, gli orecchini, le tazzine, le cartoline e le penne-ricordo con su la La Gioconda? Se qualcuno ti dicesse: “Scegli, vuoi il quadro o i diritti del merchandising?
    D. Hirst, Manuale per giovani artisti, Milano, Postmedia Books, 2001, p. 69

    D.H. è morto, ma non giovedì 12 gennaio, molto tempo fa; tuttavia resterà ancora per un pezzo in una sorta di purgatorio, quale sarà la sua sorte? cosa sarà di tutto ciò che ha creato, o meglio, che hanno creato, dopo la sua vera dipartita? la morte fisica dell’artista non vuol dire nulla, anzi può portare risvolti positivi, sotto tutti i punti di vista. In questo caso il nostro YBA, molto sapientemente, è riuscito ad anticipare ciò che probabilmente sarebbe accaduto in futuro e continuerà a farlo. Nulla dovrebbe più stupirci a questo punto…

  • anna

    sono 50 anni e più che l’arte, in sostanza, ha rinunciato a indagare l’umano e fissare il risultato con il mezzo più bello, libero, certo e acuto che, l’umano stesso, possiede, l’arte……….

  • @Lorenzo Marras:

    Gentile Lorenzo Marras,

    le rispondo solamente per metterla al corrente che:

    -questo è un forum libero, pertanto ogni idea DEVE essere rispettata, ne’ tantomeno controvertita con stereotipi e luoghi comuni inutili;
    -Per questa volta lascio perdere, ma le ricordo che il reato di “diffamazione a mezzo internet” non è molto inusuale.

    Quindi, la prego di attenersi a ciò che è l’argomento (come io ho fatto) e soprattutto non insultare e non mettere in mezzo la politica, essendo (io sì, non so lei) in democrazia e pluralità di vedute.

    Eugenio Santoro
    349 2901981

    @Artribune: Sono spiacente, ma avete perso un lettore (io), non è possibile che ogni cosa venga aggredita in questo modo, se moderaste un poco non sarebbe male. Davvero.

    • giampaolo

      Serenarte….non prendertela cosi…lo dicevo io che è “colpa” di Hirst che fa diventare saccenti e critici..tutti…ma proprio tutti…

    • hm

      appunto quindi inizia a rispettare le idee degli altri invece del dare del ‘non intelligente’ a chi non la pensa come te . per me hirst è un povero coglione ma non mi faccio venire una crisi isterica come fai tu ogni volta che qualcuno la pensa diversamente da te .

  • Egregio Santoro , ha ragione.
    Ritiro le affermazioni che ingiustamente hanno offeso la sua persona.
    La saluto.
    Lorenzo Marras

  • Gianfranco Mascelli

    Nel passato ci sono state le esperienze monotematiche di Piet Mondrian
    Oggi c’è quella di Damien Hirst. La differenza tra le due non sta solo sul segno grafico che distingue i pois dagli elementi quadrangolari, ma sta dalla differenza dei tempi in cui le due operazioni si sono svolte o si stanno svolgendo. Probabilmente se Gagosian, al tempo di Mondrian, fosse stato il Gagosian di oggi, avrebbe creato la stessa operazione. E sono certo, che il tutto è nato dall’idea di Gagosian a dimostrazione della sua onnipotenza e conoscenza del potere che ha sul pubblico (che conosce più Gagosian che Hirst).

    • hm

      peccato che la ricerca concettuale che sta dietro all’arte di mondrian non sia lontanamente paragonabile alle cagate industriali random e incoscienti di hirst :

      « Costruisco combinazioni di linee e di colori su una superficie piatta, in modo di esprimere una bellezza generale con una somma coscienza. La Natura (o ciò che ne vedo) mi ispira, mi mette, come ogni altro pittore, in uno stato emozionale che mi provoca un’urgenza di fare qualcosa, ma voglio arrivare più vicino possibile alla verità e astrarre ogni cosa da essa, fino a che non raggiungo le fondamenta (anche se solo le fondamenta esteriori!) delle cose… Credo sia possibile che, attraverso linee orizzontali e verticali costruite con coscienza, ma non con calcolo, guidate da un’alta intuizione, e portate all’armonia e al ritmo, queste forme basilari di bellezza, aiutate se necessario da altre linee o curve, possano divenire un’opera d’arte, così forte quanto vera. »

  • Gianfranco Mascelli

    … con coscienza E CON calcolo…può essere la filosofia di Gagosian e di molti altri che tentano di emularlo. Ossia, quella è stata una operazione di straordinaria
    pubblicità; l’inaugurazione della galleria a Roma in contemporanea con quelle distribuite nel mondo, malgrado i fusi orari, tutte con DH, secondo voi cos’altro potrebbe essere se non come analoga al delirio di onnipotenza? E DH sarà solo il suo rimborso spese + guadagno. E’ lavoro pure quello? Può darsi. Certo non è cultura. Almeno così la p’enso io.

  • anna

    solo decorazione. E’ di quelli che non vogliono impegnarsi,
    vogliono apparire e guadagnare molto.
    Se trova ricchi che amano vacuità….. i simili si sorreggono.

  • Tony

    “Se non ci fossero i fessi, come camperebbero i furbi”? Lui è riuscito a sfruttare il sistema dell’arte, fatto di poco talento e molte chiacchere, per arricchirsi. Non c’è ne poetica, ne provocazione, ne nulla in Hirst, è completamente vuoto. Ma lui sapeva che i chiaccheroni dell’arte (critici, giornalisti, e pattume vario) avrebbero cercato e analizzato a tutti i costi il messaggio segreto nascosto in questi criptici quadri con le palline. Hirst è quello che a teatro grida “a fuoco” quando il fuoco non c’è, ma tutti scappano e muoiono nella calca. Come provocatore, comico, con artist, è sicuramente bravo, ha fatto leva sull’idiozia di questo mondo in cui tutti vogliono essere artisti, designer, stilisti, ma non ne hanno le capacità, e allora si riversano nella marmaglia dei “fashion blogger, critici e altre stronzate da scrivere sul biglietto da visita da distribuire al vernissage a Milano. Chi ha fatto anche solo il liceo artistico, potrà notare delle aggiaccianti somiglianze tra i dipinti di Hirst (dei quadretti da 3 lire con i teschi che fece in risposta a chi lo accusava di non avere talento, dando pienamente ragione a questi ultimi e tirandosi la zappa sui piedi) e quei quadri fatti con l’acrilico maimeri al 3° anno che giravano nei laboratori di pittura: amatoriali, ingenui, fintamente profondi. Nelle sue parole: “all’inizio mi impegnavo anche, perchè dovevo diventare famoso, poi una volta raggiunto quel punto, ho detto: chi se ne fotte più?” Quindi un vaffanculo non tanto a lui, ma a quei personaggi che sono come il sughero e la cera nei tubetti di colori a olio: un riempimento che abbassa la qualità, una massa inutile, che da luce e spazio ai vari Hirst del mondo. E grazie a quei pochi che hanno ricevuto il talento innato della mano e della poetica e che lo usano. Le mie parole non sono rivolte alla signora Valentina che ha scritto questo pezzo.

  • Pingback: MAURIZIO CECCATO: DEAF, DUMB AND CONTAGEOUS * MAURIZIO CECCATO: SORDO, MUTO E CONTAGIOSO()