Craniologie, craniometrie & cranioscopie

Alberto Zanchetta cura una rapsodia lungo il percorso del teschio come oggetto, simbolo e repertorio iconografico. Attraversando la storia dell’arte e della coscienza collettiva fino alla contemporaneità. Tra rarefazioni e ipertrofie del simbolo par excellence dell’unica cosa certa.

Alberto Zanchetta - Frenologia della vanitas

All art is about death. Sarebbe impossibile scrivere una storia dell’arte (e una storia dell’uomo) che prescinda da una “storia della morte”, l’Intrattabile che accompagna l’intera esperienza umana, dell’individuo come della specie, come il misterioso viandante incappucciato che si affianca e segue pochi passi dietro nelle gothic novel. Tuttavia, poiché la morte in sé è inconoscibile, ha bisogno di simboli e figure che la rappresentino. Questi, e in primo luogo il teschio, sono l’oggetto d’indagine del volume Frenologia della vanitas.
Il primo teschio dell’arte occidentale appare in un mosaico rinvenuto dentro una villa pompeiana. Tuttavia, prevedibilmente, è a partire dal Medioevo e fino all’epoca barocca che nascono e si sviluppano i soggetti e i sottogeneri della vanitas: il memento mori, l’Et in Arcadia Ego, l’homo bulla, le allegorie delle Tre età dell’uomo e della Morte e la fanciulla, così come le danze macabre e i Trionfi della morte. La matrice della vanitas è da ricercare in uno dei libri più extravaganti e moderni della Bibbia, il Qoelet o Ecclesiaste, il quale declina, in termini proto-esistenzialistici, il postulato dell’havel havalim, “tutto è vanità” o “tutto è vuoto”, deducendo che ogni affanno terreno, sapienza, gloria o piacere è completamente inane. Estratti dal Qoelet erano spesso riportati in calce alle pitture di vanitas.

Albrecht Dürer - Stemma con teschio - 1503

Dalle arcigne e macabre rappresentazioni medievali di corpi verminosi, teschi parlanti e morti trionfanti a modo di ammonimento, passando per le melanconiche meditazioni umanistiche (da Dürer a Holbein) sull’inermità della conoscenza avversa al mistero del trapasso, fino alle borghesi nature morte secentesche, l’arte è stata popolata di teschi e scheletri più di un camposanto. Il saggio di Zanchetta segue l’avventura del teschio, nell’arte come nella (pseudo)scienza, quando il cranio divenne la superstar a cavallo tra Settecento e Ottocento grazie a Cesare Lombroso e alla frenologia, registrandone i motivi e le filiazioni e varianti nella nostra contemporaneità.
In termini generali, il teschio contemporaneo si pone nei confronti del teschio “classico” in una linea di continuità formale e discontinuità nell’area del significato e dell’evocazione. Sono innumerevoli gli artisti che hanno reinterpretato i soggetti canonici. Ricordiamo, a titolo esemplificativo, le vanitas minimali di Gerard Richter e quelle barocche di Jan Fabre, gli apocalittici, fumettistici trionfi della morte di Jake & Dinos Chapman, le età dell’uomo interpretate in prima persona da Yan Pei-Ming, i santi corredati di cranio stravolti da Julian Schnabel o Joel-Peter Witkin, la meditazione amletica di All thing mellow in the mind di Duane Michals. There’s no sex life in the grave ammoniva Wystan Hugh Auden. Evidenza smentita dai numerosissimi scheletri copulanti (di Pascal Bernier, Maurizio Cannavacciuolo, della street art come delle performance di Marina Abramovic), i quali non sono solo un secondo tempo della Morte e la fanciulla di Hans Baldung Grien, ma anche un aggiornamento del legame covalente freudiano Eros-Thanatos.

Damien Hirst con For the Love of God

La contemporaneità della testa di morto è racchiusa tra due teschi opposti e complementari e altrettanto celebri: Black Kites di Gabriel Orozco (1997) e For the Love of God di Damien Hirst (2007). “Teschio topografico” il primo, introverso, segnato da una scacchiera che intende riportare il disegno razionale sull’imponderabile; teschio chiassoso, tutto esteriore, ricoperto di 8mila diamanti il secondo. L’epoca contemporanea ha decretato la vittoria di Hirst: il senso del teschio ha perso in densità. Nel tentativo di un’era ipocondriaca di esorcizzare la morte, rimuoverla, depotenziarla, si è assistito a una proliferazione del suo simbolo (nell’arte, ma anche nella moda, nei gadget, nei loghi) atta a esautorarne il significato per inflazione. Why am I so popular?, si chiede il teschio stilizzato con un gessetto da Dan Perjovschi. La conclusione di Zanchetta è che ciò accade affinché “il simbolo della morte decada nella sfera dell’ovvio e del ludico”.

Alessandro Ronchi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #3

Alberto Zanchetta – Frenologia della vanitas
Johan and Levi, Milano 2011
Pagg. 411, € 33
ISBN 9788860100382
www.johanandlevi.com

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Alessandro Ronchi
Alessandro Ronchi (Monza, 1982) è critico d’arte e giornalista culturale. Si interessa specialmente di arte dalle origini alla contemporaneità, iconografia, cinema, letteratura, musica e pop culture. Ha diretto il mensile Leitmotiv e collabora con testate giornalistiche, website e gallerie. Tiene corsi di cinema e cultura visiva presso istituti scolastici. Fa parte dello staff redazionale di Artribune dalla fondazione nel 2011.
  • Zanchetta con questo testo ha fatto un lavoro incredibile, minuzioso e gigantesco allo stesso tempo. Un vero caposaldo sull’argomento. Gli auguro di cuore che i tipi della Johan & Levi gli permettano di editarlo anche in lingua inglese.

  • paolo

    mi congratulo con l’amico Zanchetta per la solidità delle tesi e la ricchezza del testo, Il libro in inglese sarebbe una rampa di lancio per una delle penne più interessanti del panorama italiano, spero che l’editore abbia l’occasione di sostenere Frenologia della Vanitas con l’energia che un saggio del genere indubbiamente merita.

  • hm