Collezionare videoarte (Part II)

Secondo appuntamento con Manuel de Santaren, tra i collezionisti di videoarte più impegnati al mondo. Questa volta approfondiamo con lui il ruolo dei musei nella promozione dell’arte “novissima” e i temi dell’archivio e della conservazione, ma anche i suoi desideri di collezionista. Cogliendo l’occasione per farlo sbottonare sulla mostra che inaugurerà domani 28 gennaio a Bologna, come già annunciato da Artribune.

Manuel de Santaren

Continuiamo la nostra chiacchierata e parliamo dei musei. Come è noto, il dibattito sul loro ruolo nella promozione della videoarte è in corso e ancora tutto da sviluppare. Ci sono a tuo parere già delle linee-guida da seguire? Ad esempio, sarebbero da approfondire le questioni dell’archivio e della conservazione, che in Italia occupano un ruolo ancora marginale…
Credo fortemente che il museo debba essere sempre più collezionista. La Tate Modern per esempio ha una ottima collezione, anche il MoMA di New York e so che il Reina Sofia sta investendo molto in questo senso. E tutti questi musei stanno cominciando a preoccuparsi a proposito del tema della conservazione. La Tate addirittura possiede la più esaustiva documentazione sull’argomento e, se parliamo di new media, sta diventando una sorta di Bibbia per tutti gli altri musei. Il MoMA ha un dipartimento di conservazione. Anche il Guggenheim, in cui sono coinvolto. Per ogni opera ci poniamo il problema di “collezionare” anche le attrezzature tecniche e abbiamo smesso di noleggiare, acquistiamo le cose che servono. Quando per esempio, invece, come collezionista compro un’opera, cerco di avere una conversazione con il gallerista, meglio ancora con l’artista, proprio per confrontarmi con lui circa la conservazione, guardando al futuro. La mia domanda è sempre: “Cosa dobbiamo fare di questo lavoro?”. Perché la tecnologia, come sai, cambia, e se un artista desidera che il proprio lavoro sopravviva alle nuove generazioni e non essere effimero, deve porsi questo problema. Perché la tecnologia può cancellare tutte le informazioni, rappresentare la morte dell’opera.

 

Villa delle Rose a Bologna

E i giovani artisti se ne preoccupano?
In realtà non molto. Se li interrogo rispetto a questo mi dicono “oh, non ci avevo mai pensato!”. Credo invece che dovrebbero, soprattutto se hanno l’ambizione di finire in una istituzione pubblica. Come può altrimenti il museo preservare, perché le generazioni successive fruiscano? Ma è anche vero che si tratta di un dialogo in svolgimento e non ci sono ancora risposte definitive in merito. Credo che il destino della conservazione sia l’aggiornamento. Ci sono però degli artisti che stanno cominciando a porsi la questione, ad esempio, una giovane artista che ho scoperto a Berlino mi ha fornito un documento in cui mi dà i dati effettivi per ciò che concerne la color correction di un suo video e ora questa informazione fa parte del mio archivio. Però ci sono delle opere degli Anni Novanta che non hanno nessuna linea-guida. Era un periodo in cui gli artisti erano più interessati a esplorare il mezzo e le sue implicazioni critiche, che a preoccuparsi di cosa sarebbe successo dopo, ad esempio del fatto che le loro ricerche sarebbero state fondamentali nella storia dell’arte. Adesso noi sappiamo che è così, ma loro nemmeno se lo immaginavano. Quando i musei più importanti del mondo cominciano a prestare attenzione a un mezzo significa che è diventato una fondamentale forma d’arte. Prima la più aggiornata era la fotografia, adesso c’è stato un superamento grazie al video e a tutto ciò che concerne le nuove tecnologie, compreso internet.

Maria José Arjona - Affirmations - 2010

Questo per ciò che concerne la conservazione. Ma se dovessi pensare di curare una mostra immaginaria, magari con le opere della tua collezione, quale sarebbe il concept?
Per me sarebbe fantastico confrontare i video degli artisti con i quadri della storia dell’arte da cui prendono le mosse.  Fare una mostra completa che ridefinisca l’idea di museo enciclopedico. Prendere ad esempio una collezione che racchiuda 2–3000 anni di storia e “riportarla al presente” con la tecnologia. Magnifico. E qui naturalmente il confronto tra Bill Viola e Pontormo non potrebbe mancare.

E se parliamo di performance?
Ci sarebbe Maria José Arjona. Il suo lavoro così psicologico ed emozionale, che pone le fondamentali domande della vita, è la reincarnazione contemporanea della figura del martire.

Julia Draganovic

A proposito di performance, che sarà il perno intorno al quale si svolgerà la mostra bolognese The Eye of the Collector: com’è nata l’idea di portare la tua collezione a Villa delle Rose?
È cominciato tutto un anno fa, insieme a Julia Draganovic, una collega, una amica e una curatrice che rispetto moltissimo. Lei conosce il mio impegno nell’arte, perciò in una casuale conversazione davanti a un caffè, mi ha chiesto se c’era il mio interesse a collaborare, creando una mostra della mia collezione a Bologna. La scorsa estate sono perciò andato a trovarla e mi sono immediatamente innamorato della bellezza e dell’energia di quello scrigno che è Bologna. Quando poi mi ha mostrato Villa delle Rose, la sede della mostra, è stato veramente difficile per me contenere l’entusiasmo per il progetto. Con Julia abbiamo quindi cominciato a studiare le opere della mia collezione e abbiamo capito che focalizzare il percorso sulla performance sarebbe stato l’ideale. Le azioni e la tradizione della performance spesso non usano il linguaggio. In queste opere non ci sono barriere linguistiche che limitano la comprensione dello spettatore. Il medium è perciò, in molti casi, universale e sentiamo che è molto importante raggiungere molte più persone possibile. La performance coinvolge lo spettatore/ partecipante ad analizzare ciò che sta guardando. Questo può essere un processo semplice o molto complesso, quando ad esempio la narrazione evolve nell’azione dell’artista/i. Quest’ultimo caso è quello che maggiormente mi entusiasma, perché chiede allo spettatore di formarsi la propria, personale interpretazione di ciò che sta succedendo, rendendolo, quindi, un partecipante attivo dell’opera.

Santa Nastro

LEGGI ANCHE:
La prima parte dell’intervista

Bologna // fino al 5 febbraio 2012
The eye of the collector. Video works from the Collection Manuel de Santarén
a cura di Julia Draganovic e Claudia Loeffelholz
nell’ambito di Art First
VILLA DELLE ROSE
Via Saragozza 228
www.mambo-bologna.org/news/news-44/

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.
  • Olà! mi è molto piaciuta il lavoro di Manuel De Santaren come collezionista di Videoarte.
    sono una artista Italo-Brasiliana e svolgo un lavoro in videoarte nella floresta amazzonica i Pantanal, dove registro il vento. Alcuni critici sie dal Brasile qui in Italia, considerarono di grande nivel di criatività i originalità.
    Come potrei fare per presentare a Santaren?
    Grazie mille
    helena manzan