Affrontare New York oggi: 2. L’osservazione

Seconda puntata del tour del curatore Alessandro Facente nella Grande Mela. Con un giro a Chelsea, fra una mostra ad alto tasso di curatorialità e una spiccatamente commerciale, ma con che lavori! E poi MoMA e giovani artisti. Con una lezione, almeno, per l’Italia.

New York vista da Chelsea

Passare del tempo a New York significa assistere nella gran parte dei casi a una costante erogazione di proposte di forte impatto e caratura internazionale. L’elemento che si nota in assoluto è una continuità diffusa che, nel caso di elementi di bassa qualità, è probabile che sia data in pasto ad articoli di critica disinibita. Due elementi che favoriscono da una parte stabilità e dell’altra informazione lucida e analitica, che combinati insieme ti permettono di capire meglio l’andamento del sistema generale.
Quindi, che si tratti di gallerie private, musei, spazi non profit o collettivi, l’offerta ti allena in maniera decisiva a sviluppare crescita visiva rimanendo semplicemente a guardare.
Il confronto con le opere, i concetti e il modo in cui vengono combinati insieme è frutto di un ragionamento puntuale in cui l’obiettivo finale spesso giunge a modelli funzionanti.
Le finalità e gli obiettivi, le cosiddette “mission”, la fanno da padroni e ogni mostra, buona o pessima, impressiona per la chiarezza con cui viene costruita, presentata e percepita dall’utenza che ne beneficia.
Sia che si tratti di mostre dal taglio finemente curatoriale o che parliamo di fredda finalità commerciale, la verità dei fatti è che qui si vedono mostre museali anche quando a presentarle sono le gallerie private. Chelsea è un po’ il centro nevralgico di tale opulenza, una certezza, a volte istrionica, che averla sott’occhio non fa mai male se parliamo di formazione.

Walker Evans - Graveyard Monument - 1973-74 - The Metropolitan Museum of Art, New York

Faccio quindi un giro lì e street dopo street trovo due begli esempi di mostre che fanno al caso nostro.
Da Andrea Rosen Gallery, Ydessa Hendeles è molto chiara a spiegarci nel suo testo il ragionamento curatoriale che sviluppa intorno a un meraviglioso gruppo di polaroid di Walker Evans che dialogano con una grande installazione al centro della sala: una gabbia/cattedrale per uccelli. La compostezza delle case (stile americano) rappresentate negli scatti, la superbia dello spazio e la grande installazione che spinge il punto di vista vorticosamente verso l’alto saturano il senso di vuoto di un contesto generale che non eccede in coralità.
David Zwirner ci va invece pesante, non vuole sviolinate, nessun curatore tra i piedi e ti piazza due caterpillar della pittura internazionale: Neo Rauch e Michaël Borremans. Non ci sono particolari dettagli da spiegare, se non dei pezzi davvero intensi. Tutto si svolge in una quadreria allestita a dovere, una scuola di pittura come si deve e una vera e propria lezione di museologia dalla più pachidermica delle intenzioni di mercato. Ed è su Neo Rauch che mi incastro, perché nei musei c’è stato e come: “Metropolitan Museum of Art, New York 2007; Musée d’art contemporain de Montréal; Kunstmuseum Wolfsburg, Germany (both 2006); Centro de Arte Contemporáneo Málaga, Spain (2005); Albertina, Vienna (2004); and the Bonnefantenmuseum, Maastricht, The Netherlands (2002). Major museum collections which hold works by the artist include the Gemeentemuseum, The Hague; Hamburger Bahnhof – Museum für Gegenwart, Berlin; Kunstmuseum Wolfsburg, Germany; Los Angeles County Museum of Art; Metropolitan Museum of Art, New York; Museum der Bildenden Künste Leipzig; Museum Ludwig, Cologne; The Museum of Modern Art, New York; Pinakothek der Moderne, Munich; Solomon R. Guggenheim Museum, New York; Stedelijk Museum, Amsterdam; among others”.

Neo Rauch - Heilstätten - veduta della mostra presso David Zwirner Gallery, New York 2011

Se è di orientamento che stiamo parlando e l’osservazione è lo strumento che abbiamo, il mio obiettivo in queste due tappe è trasmettere che la formazione non è un qualcosa a cui arriviamo per suggerimento dall’alto, per esempio i musei, ma una capacità che autonomamente abbiamo di trovare gli insegnamenti che ci servono in ciò che vediamo, purché la struttura a cui ci riferiamo ci aiuti a capire, progettando e perseguendo costantemente i suoi obiettivi in maniera didattica e tendenzialmente formativa. Questo è ciò che possiamo e dobbiamo pretendere dal nostro sistema.
Se si prova a uscire dalle gallerie private e si entra al MoMA troviamo in una botta sola una retrospettiva di Diego Rivera con un lavoro su New York, Frozen Assets, da capogiro e la possibilità di navigarci in una sezione del sito interattiva; una, cito testualmente, “comprehensive solo exhibition” di Harun Farocki, Images of War (at a Distance) che consiste, continuo citando, in una “recent large-scale acquisition” del museo; e una retrospettiva di Willem de Kooning che male non fa.
Il problema sono le finanze che non abbiamo per sostenere artisti di caratura internazionale?
Prendiamo come esempio il Whitney Museum, che si struttura dichiaratamente sull’arte americana, lavoriamo seriamente spingendo e sostenendo gli italiani, basiamoci sull’eccellenza ragionata degli approfondimenti scientifici e il rigore curatoriale che sviluppa a ogni mostra incassi astronomici.

Man Ray - La Fortune - 1938 - Whitney Museum of American Art, New York

Real/Surreal è un esempio concretissimo. È una raccolta di lavori storici della collezione tra gli anni ’20, ‘30 e ’40 con Grant Wood, George Tooker, Charles Burchfield, Mabel Dwight, Andreas Feininger, Peter Blume, Edward Hopper, Philip Evergood, Louis Lozowick e molti altri. Il tocco del curatore, Carter Foster, svela come un archivio di immagini possa spezzare quell’esile linea che a stento divide reale e surreale, costruendo un percorso logico in cui realtà e surreale diventano le due forme di narrazione e lettura della vita urbana, sociale e post guerra degli americani. Una delle mostre più belle e formative viste negli ultimi viaggi nella Mela.
Ma non è finita perché, rimanendo in tema di didattica, i tre video di Lichtenstein, esposti in una sala tutta per loro a cura di Chrissie Iles, sono il frutto di un ragionamento prettamente scientifico che il museo fa per mostrare qualcosa che del maestro si conosceva a stento, perché esposto l’ultima volta nel 1971 al Los Angeles County Museum. Questo è un chiaro esempio di come la curatela contemporanea sia di estremo supporto per materiale prettamente storico, lavorando, valorizzando e ridisegnando la collezione su ragionamenti attuali a beneficio di un’utenza altrettanto attuale.
Abbiamo assistito più di una volta nei nostri musei a scelte non prettamente curatoriali e sono disposto a condividere se allearsi con le risorse locali serva a mantenere in vita una programmazione con poche economie; sarei addirittura umanamente felice se tale formula aiutasse un giovane artista a esporre in un’istituzione pubblica, ma professionalmente preoccupato se la scelta di farlo esporre non rientrasse nello specifico piano di scommessa del museo. Mi preoccupa perché da una parte lancerebbe nel vuoto l’artista senza costruirgli attorno il giusto contesto che lo porta al successo internazionale e dall’altra abbasserebbe le qualità della struttura stessa compromettendo l’informazione, circa l’offerta contemporanea, che trasmettiamo all’utenza comune. Quella dei neolaureati, degli studenti dell’accademia e del visitatore occasionale, ad esempio.

Mika Rottenberg - Squeeze - 2010 - courtesy Mary Boone Gallery/Nicole Klagsbrun Gallery - photo Henry Prince

Si vuole puntare sui giovani perché costano meno o perché le gallerie di riferimento sono disposte a coprire le spese?
Allora puntiamo, studiamo, approfondiamo, scoviamo i giovani, visitiamo i loro studi, ma analizziamo il loro lavoro su base scientifica, ed edifichiamo una rete di collaborazioni a catena che andrà a coinvolgere le competenze locali indipendenti che a loro volta faranno da connessione con il sottobosco locale, finalizzando il tutto al lancio di artisti con un lavoro potente. E sarebbe un bene perché, alla peggio, ci farà assomigliare un po’ al PS1 che presenta, ad esempio, il catalogo di una mostra con la quale Mika Rottenberg ha chiuso il 2010 esponendo Squeeze, un lavoro video pazzesco da Mary Boone (in collaborazione con Nicole Klagsbrun Gallery), e che permette di uploadare i portfolio degli artisti nella sezione “studio visit”.

Alessandro Facente

  • Gelarda

    Sarà l’età, l’esperienza, parte di una vita passata qui a New York a lavorare nelle gallerie, a occuparmi d’arte…insomma, leggere l’approssimazione, il linguaggio generico e superficiale, l’imbarazzante disinvoltura nel parlare di cose di cui non si coglie la reale importanza ma solo il prestigio…l’uso, l’abuso di termini…al punto che basta definirsi qualcosa per diventarlo…un curatore, un artista, un esperto, un’autorità…vincere uno dei tanti premi
    Non si può neppure prendersela col borioso turista di celeste nomina che ha scritto l’articolo, e forse neppure con chi l’ha pubblicato, ma coll’italica cultura che valuta il contenuto delle cose come l’estensione considerata rispetto alla loro lunghezza e larghezza. D’altronde l’Italia è l’unico paese al mondo in cui un geometra può costruire un palazzo

  • tonni

    bah, mi sembrano esagerate le sue critiche, d’accordo sull’italica cultura, ma l’articolo a mio avviso vuole essere solo una ricognizione sommaria sulla rete di realtà offerte da New York nel campo dell’arte contemporanea, tanto per informare chi a NYC non è mai stato a lungo o non può andare così spesso. hai visto mai, magari si riesce un pò a riflettere su come la situazione potrebbe migliorare qui da noi, sia dal punto di vista galleristico che museale, che critico anche, visto che critici italiani non ne esistono più, e con la loro sparizione si è intorpidito ancora di più lo spirito critico di chi opera nel settore.

    • paola ugolini

      In effetti è esattamente così… L’articolo del giovane curatore Facente è una ricognizione, sicuramente non esaustiva ma interessante e ben raccontata con un linguaggio fresco e diretto di quello che succede in un luogo dove l’arte contemporanea è presentata al suo massimo livello. Non capisco perchè tanta virulenza verbale da parte di Gelarda al di là del fatto che concordo pienamente con lui\lei sulla mancanza di professionalità italiota specialmente in campo culturale.

    • Fedole

      Se non fossi appena tornata dal mio primo viaggio a NY, come artista, avrei letto l’articolo di sfuggita imparando ben poco. Come scrive giustamente Gelarda, tutto è troppo superficiale, tutti possono essere tutto,( apparentemente in Italia ). Anche se ho trascorso solo un mese nella grande mela (tempo estremamente breve ma fortunatamente sotto la guida di una grande artista del luogo) , ho visto quasi di tutto, arte bella, brutta, indecente, scadente, carina, buona ..ecc.
      Quel che è certo un po per tutti , inclusa NY, è che francamente il talento non basta più o a volte non conta affatto, che si va avanti per conoscenze nel mondo.
      Dunque rimane da domandarsi perché solo l’Italia non si espone di più, perché non tentiamo mai di proporre collaborazioni nuove, arte nuova, accogliendone anche i rischi?

    • Gelarda

      Forse dure, ma non esagerate, mi creda. A parte la pochezza immaginativa e la penuria letteraria, nel suo scritto il signor Facente non dice assolutamente nulla, non svirgola neppure, non pàzzia, come avrebbe detto De Filippo, non svolazza non insubordina ne’ sovverte. Nessuno gli chiede di essere un diarista alla Gadda ne’ un teppista alla Rosai, e neppure un più modesto Frusciante o un Culicchia, ma di essere “real” e tenere le sciocchezze per la sua pagina di feisbuc o cinguettarla altrove. Chi scrive pubblicamente ha delle responsabilità ed è bene che qualcuno glielo ricordi, di tanto in tanto.
      Io la prego, signor Tonni, di prendersi la briga di leggere anche solo le prime righe e chiedersi cosa significhi per esempio “L’elemento che si nota in assoluto è una continuità diffusa che, nel caso di elementi di bassa qualità, è probabile che sia data in pasto ad articoli di critica disinibita.” oppure scovare quelle perle di abilità critica che avrebbero fatto ingelosire una Carla Lonzi, un Emilio Villa, un Briganti o il Cesare Brandi che correva dietro ai pantaloni corti di giovani critici celesti, come quando il signor Facente dice “David Zwirner ci va invece pesante, non vuole sviolinate, nessun curatore tra i piedi e ti piazza due caterpillar della pittura internazionale: Neo Rauch e Michaël Borremans. Non ci sono particolari dettagli da spiegare, se non dei pezzi davvero intensi.” “Linguaggio fresco” dice qualcuno… ancora… nomi di artisti scritti in maniera sbagliata, citazioni che non citano niente, e la lingua inglese volgarizzata e tradotta in maniera sbagliata (“missino” non significa finalità o obiettivo ma missione; finalità o obiettivo possono essere un “aim, end, purpose, goal, obiettive”)…bella “ricognizione”! (tra parentesi le ricordo, per esser più pedante, che “ricognizione” è vocabolo d’etimo latino, usato per linguaggio legale o militare e significa riconoscimento, nel senso di quelle operazioni che la milizia compie in guerra per riconoscere – appunto – le forze e le posizioni del nemico. Se la “ricognizione” non è precisa, la forza amica è fottuta!).
      Io non ho nessuna intenzione di continuare l’analisi del testo, chè sarebbe umiliante per chi l’ha scritto e penoso per l’anatomizzatore, ma credo che letture pubbliche delle baggianate che vengon scritte e pubblicate sarebbero cosa sana e giusta.
      Per tornare a noi, signor Tonni, e alla sua replica, io non credo che da questo scritto lei possa farsi neppure una lontana idea della realtà niuiorchese. Non credo possa aver capito chi sia Ydessa Hendeles (ne che lo sappia il signor Facente) e non credo le possa esser chiaro il testo della signora sopramenzionata che presenta la mostra e che invece sembra tanto chiaro all’autore…non credo serva a “migliorare la situazione che c’è da noi” e anzi, credo contribuisca a peggiorarla falsificando il mito di una che esiste in maniera diversa e che forse sarebbe utile capire.
      Se non è mai stato a New York e desidera avere un’idea di quel che capita qui nel 2012 le consiglio di non leggere l’articolo o le didascalie, come quella che dice “New York vista da Chelsea” perché la vista non è da Chelsea e quella che vede è Manhattan, non New York. Può sempre provare con la miriade di siti web che le daranno informazioni più esatte e complete (sulla pagina del Whitney troverà anche le misure e la tecnica del quadro di Man Ray – http://whitney.org/Collection/ManRay/72129).

      • Gelarda

        “missino” sta per “mission” (lapsus berlingueriano!)

  • Antonio Inoki

    Fa comunque pensare che il giovine aspirante critico non sia in grado di dire nulla riguardo a rauch e borremans se non elencandone il curriculum. In questo l’aspirante si conforma alla becera professionalita del mestierante che guarda i documenti di accompagnamento ma non la sostanza. Tanto per dire a me borremans mi sembra assai sopravalutato, esistenzialismo di maniera per non compromettersi con problemi reali.
    A mew york c’è di tutto ma anche molto pessimo e tanta approssimazione diffusa, pochi discorsi o ci
    Dunque ridotto all’osso per cause di affollamento

  • Antonio Inoki

    Pochi discorsi o comunque ridotti all’osso
    (errata corrige)

  • Angelov

    New York è la più bella città al mondo; culturalmente la più disponibile e rappresentativa. Sopratutto per la stragrande maggioranza di coloro che non l’hanno mai visitata e negli Stati Uniti non ci sono mai stati neanche come turisti. E’ il luogo dove è stato coniato il “politicamente corretto”. Il che annulla già sul nascere qualsiasi critica nei Suoi confronti.

  • sara

    Ma che articolo delirante!
    Quale sarebbe il punto? Il giovane curatore, forse, dovrebbe prima imparare a scrivere. Poi offrirci il suo diario coi ritagli di comunicati stampa mal compresi.

    Questi reportage da -zero soldi- che commissionate al primo che si trovi in questa o quella parte del mondo sono davvero clic e tempo sprecati.

  • Alessandro Facente

    Sono un po’ amareggiato circa il tono con cui si stanno formulando i vostri contributi.
    Questo forum mi dà tutta l’impressione di un’arena in cui si stanno consumando questioni personali. Credo di vivere in una società libera e positivamente promiscua dove lo scambio e il dibattito lucido, educato e rispettoso sia alla base per edificare una società evoluta ed illuminata. Siamo esseri umani e non bestiame. Il mio contributo professionale l’ho già dato e confido in qualcosa che riesca ad incrementare ciò che può essermi sfuggito nelle cose che ho, come individuo libero di esprimere la mia creatività, scritto. Inserisco una mail personale per chiunque abbia il piacere di approfondire, con i toni degni del rispetto che deve esserci tra esseri pensanti, la mia conoscenza e farsi un’idea più ampia. Buon lavoro e buona giornata a tutti.
    [email protected]

  • Ufo Robot

    Ma che commenti sono questi?
    E’ pazzesco che ci sia gente che non ha veramente niente altro da fare che mettersi lì a fare le pulci all’articolo di qualcun altro, quasi si sentissero delle maestrine con la penna rossa in mano.
    Poi la qualità dei commenti è puramente delirante.
    Avevo letto l’articolo quando è uscito e lo avevo trovato lucido e interessante.
    Conosco benissimo la realtà newyorkese per motivi professionali e di vita e posso dire che l’articolo compone un quadro necessariamente parziale non essendo un contributo enciclopedico, ma è un punto di vista reale e che può servire da ispirazione per comprendere la forza di un sistema che funziona sul piano economico e qualitativo, a differenza di quello italiano, ancora del tutto impacciato in una generalizzata confusione di ruoli e di obiettivi.
    L’articolo, può piacere o non piacere, si può essere d’accordo o non d’accordo, come sempre, come con gli articoli che appaiono quotidianamente sul Corriere della Sera o su Metro. Ma fa un po’ ridere vedere gente che non si è mai meritata una tribuna ufficiale su cui scrivere provare a ergersi a giudice delle analisi altrui sulla base di una totale e assoluta mancanza di riconoscibile professionalità.
    Scrivo questo non tanto per difendere Facente, che comunque ci mette la faccia, scrive ciò che pensa e fa il suo mestiere, ma perché su questa rivista, che è comunque uno strumento d’informazione utlie e serio, si sta sviluppando lo sport della critica selvaggia. Se ne sono accorti anche in redazione, visto che tempo fa pubblicarono anche un articolo a riguardo. Il mio punto è che a me non sembra che Artribune pubblichi una marea di risibili baggianate. Credo che questa rivista faccia il suo lavoro con serietà e pubblichi contributi degni di attenzione, seppur in possibile contrasto con posizioni personali di alcuni lettori. Trovare regolarmente sotto gli articoli una sfilza di attacchi canzonatori, in cui persone nascoste dall’anonimato si fanno beffe di quanto argomentato da professionisti del settore, mi pare che svilisca l’intera operazione editoriale. E’ uno spunto di riflessione che pongo al direttore Tonelli e alla sua redazione. Mi è capitato di leggere a volte articoli in cui alcuni professionisti rispondevano ufficialmente ad articoli che non avevano condiviso. Exibart, prima, e Artribune, oggi, hanno sempre dato spazio a queste forme di dibattito pubblico in cui due o più posizioni si scontrano nei limiti della correttezza. Sono per il lettore spunti di grande interesse e arricchimento, perché consentono di approcciare ad un tema attraverso differenti prospettive. Ma la proliferazione dei commenti zimbellatori di perfetti sconosciuti che parlano in virtù di non si sa quali titoli o quali riconosciuti talenti analitici è una cosa che davvero non interessa nessuno se non gli stessi commentatori che più scrivono e più si fomentano dando vita a discussioni fiume che sono testimonianza solo della stupida vanità di identità fasulle screditando la rivista, trasformandola in un pollaio.
    Quel che dico non ha immediata attinenza con questo singolo articolo, è un ragionamento generale che vale per tutto ciò che si pubblica su questo sito, ma certo stavolta mi fa un po’ ridere vedere che c’è chi si pretende intellettuale e poi cita scrittori o critici a casaccio, oppure si picca perché non c’è stata critica di una mostra in un articolo che aveva tutt’altro obiettivo. Insomma non solo i commenti sono irrispettosi (ha ragione Facente nella sua risposta e mi dispiace se la sia presa), ma oltretutto vanno fuori tema, dimostrano di non aver capito il pezzo che poi si divertono a criticare.
    Mi spiace solo che queste persone che ci tengono tanto a mostrare la propria invadente vanità non abbiano il coraggio di firmarsi con nome e cognome in modo da poter fare pubblicamente la figura che si meritano. Mi rendo conto però che sarebbe inutile, d’altra parte anche se usassero le loro vere generalità sarebbero lo stesso delle identità del tutto anonime.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Ufo Robot, perché non si firma col suo vero nome di battesimo?

      • Ufo Robot

        Ma perché anche io sono un perfetto sconosciuto come molti commentatori. Solo che la differenza sta nel fatto che io non mi ergo a giudice di quel che scrivono gli altri, non metto in discussione la professionalità di chi scrive e dunque non devo accreditare il pulpito da cui predico coi miei titoli o le mie medaglie (che tra l’altro non ho). Tutto qui. Rispetto l’anonimato di chi dice una opinione, lo rispetto meno se resta anonimo chi attacca, perché in quel caso è come lanciare il sasso e nascondere la mano, una cosa un po’ vigliacca.
        Comunque, io avevo semplicemente fatto un appello a commentare in modo rispettoso perché mi spiace la piega che questi forum stanno prendendo. Mi spiace vedere sguazzare i commentatori nella polemica sterile e spesso del tutto inattinente con i temi degli articoli. Questo forum potrebbe essere molto più interessante di così.

  • Gelarda

    Caro Ufo Robot
    non mi pare che la polemica sia poi così sterile, ma anzi, feconda e fertile, almeno a contare il numero di parole che ha suscitato. Lei ne mette in fila molte, incoerenti e contradditorie e si cimenta in un capriccio sull’anonimato dietro cui Lei si nasconde che è un piccolo capolavoro. Io mi firmo con nome e cognome. Sono Gelarda Pautasso. Ma potrei essere un Gianenzo qualsiasi e mi permetto di fare la stessa cosa che fa il signor Facente (gioco di parole allontana Ontani?). Commento.
    E Lei chi è ? Ufo Robot. Grendizer? Goldrake? Una macchinetta automatica non identificata? Un oggetto capace di svolgere, con opportuni comandi, alcune funzioni o attività proprie dell’uomo? Cheffà? Vola?
    A me pare di aver commentato, dato un giudizio motivato, detto cose precise, che non vedo confutate. Se vuole cambiare il tono dica qualcosa al riguardo e non si trasformi in un razzo missile.

    Le do qualche nuovo appiglio facendo l’editor (non pagato) e sottolineando con la matita rossa qualche altra papera da scuola elementare per cui qualunque giornalista o critico negli Stati Uniti verrebbe subito licenziato per scorretta disinformazione; Diego Ribera si scrive e si chiamava Rivera (Il nome originale è molto più lungo ma forse val la pena scriverlo per divertimento: Diego María de la Concepción Juan Nepomuceno Estanislao de la Rivera y Barrientos Acosta y Rodríguez) e il lavoro che nomina ma di cui non parla il signor Facente: Frozen Assets (che tra l’altro ha una data ed è del 1932) è un affresco commissionato da Rockefeller in cui si celebra il magnate e l’architetto Raymond Hood che costruì il centro e non vagamente New York (vedi http://www.moma.org/explore/multimedia/audios/288/3236). Al Moma poi, “In una botta sola” si trovano 18 mostre tra cui le due di cui parla l’autore (http://www.moma.org/explore/exhibitions/on_view) e “male non fa” vederle tutte. Su quella di De Kooning sarebbe stato interessante dire qualcosa, tanto più ch’è artista poco conosciuto dal grande pubblico in Italia ma molto da tanti artisti italiani; cito solo Mario Merz pittore, Piero Ruggeri, Mattia Moreni, Piero Manai, ecc. Ed è ipercurata, almeno l’allestimento.
    Le citazioni sul lavoro di Harun Farocki non citano un bel niente; una significa “una mostra personale esauriente” e l’altra “la recente acquisizione di una grande opera”. La frase che segue non ha senso logico (cosa significa “Prendiamo come esempio il Whitney Museum, che si struttura dichiaratamente sull’arte americana, lavoriamo seriamente spingendo e sostenendo gli italiani, basiamoci sull’eccellenza ragionata degli approfondimenti scientifici e il rigore curatoriale che sviluppa a ogni mostra incassi astronomici.”???) e così molte delle asserzioni successive (che cos’è “il tocco del curatore”, una pratica curativa, guaritrice?

    Se c’è interesse a capire come funzionano i meccanismi dell’arte nei musei o nelle gallerie niuiorchesi in relazione a quel che succede in Italia forse sarebbe bene informarsi e verificare, controllare le informazioni che si danno. Sarebbe interessante descrivere per esempio la differenza tra un mercato che si svolge finanziariamente alla luce del sole ed uno completamente in nero. Di un mercato in cui gli artisti sono riconosciuti come entità ed in uno in cui sono usati come pedine per giochetti delle tre campane.
    Caro UfoRobot, capisco sian faccende troppo puerili per uno che mangia libri di cibernetica, insalate di matematica e a giocar su marte va…

  • Angelov

    Ma come sia possibile che si invochi una Censura anche in un sito come questo dove chiunque ha la possibilità di esprimere la propria opinione, senza che sia “filtrata” o vagliata etc. Io ho vissuto molto all’estero e devo dire che in generale in Italia la Libertà fa ancora molta paura.

  • Gionni

    Bell’articolo. Aspetto il terzo reportage da NY

  • Redazione

    L’affastellarsi di tanti commenti un po’ borghesucci ci conforta sull’efficacia di questo ennesimo esperimento che abbiamo tentato su Artribune. Un approccio diverso, un linguaggio diverso, uno sguardo diverso rispetto a quello che avrebbe un “classico” giornalista della nostra testata. Non vi piace? Beh, era nel conto. Limitatevi però a lasciare commenti costruttivi, se ci riuscite, senza scadere nell’attacco personale contro chi, scrivendo e firmando con nome e cognome, si mette con generosità alla merce’ di chi, invece, pur avendo tanta esperienza ed avendo lavorato anni in gallerie a New York si guarda bene dal firmarsi. Chi scrive commenti nascondendosi nell’anonimato è perché si vergogna di quello che scrive, su questo non ci piove.

    • …giusto! Ma forse, allora, anziché regalarci periodici “pistolotti” da “maestrine” e poi lasciare che le cose vadano avanti cosí, ne potreste/dovreste trarre le logiche conseguenze…

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Ben detto Redazione! Finora si parla di commenti anonimi e siamo giunti alla conclusione che non si può dire “io sono la verità”.. nascondendosi dietro una maschera anonima !

  • Angelov