Musei. Riflessioni sui direttori di domani

Sono nati vent’anni fa o poco più. Sono destinati a dirigere i nostri musei, a valorizzare il nostro patrimonio culturale. Ma come vengono formati? Che strumenti offre l’Italia ai futuri direttori? Una testimonianza dall’interno. Chiara e precisa. All’indomani della VII Conferenza Nazionale dei Musei d’Italia.

Museo del Novecento - Milano
Museo del Novecento - Milano

Quando negli anni ‘90 i direttori si interrogavano su quale potesse essere la forma di gestione più adeguata per guidare i musei in una società che stava mutando rapidamente, sembrava che le uniche professionalità degne di essere chiamate in campo fossero due: gli storici e i manager.
Appartengo alla generazione di coloro che hanno superato tale dicotomia e che credono che la gestione dei musei non debba essere affidata né agli uni né agli altri. Non ai primi poiché spesso non possiedono le competenze economiche indispensabili per gestire i musei in modo sostenibile, non ai secondi perché mancano di quella sensibilità umanistica che sta alla base dell’istituzione museale e che deve costituire il punto di rifermento obbligato per qualsiasi manovra all’interno della stessa.
Appartengo alla generazione di coloro che, nati tra il 1987 e il 1992, sono entrati all’università in un momento drammatico, caratterizzato dal susseguirsi di riforme che hanno distrutto i cardini di un sistema scolastico che certamente andava modernizzato, ma che ora sembra un vero e proprio campo di battaglia.

Il Mart di Rovereto
Il Mart di Rovereto

Appartengo alla generazione di coloro che credono nella museologia come disciplina degna di autorevolezza, e questa coscienza ci spinge a credere che saranno i professionisti istruiti in questo ambito i soli che potranno permettere ai musei italiani di sopravvivere alla situazione di dura crisi che si apprestano ad affrontare. Ovvero coloro che, a seguito di una laurea triennale, si specializzano nell’ambito dei Museum Studies, termine con il quale nel mondo accademico internazionale ci si riferisce a interi corsi di laurea, non a singoli esami. Per permettere all’istituzione museale di sopravvivere mantenendo uno statuto etico e sostenibile, nel mondo (in Italia no di certo) sono state istituite intere facoltà che offrono corsi di laurea in tutte le professionalità che si trovano a operare all’interno dei musei. Questi corsi di laurea costituiscono la messa in pratica di tutti i principi e le linee guida offerte da ICOM e che sono scaturite dal dibattito museologico degli ultimi anni. Sono una risposta concreta alla Carta Nazionale delle Professioni Museali, approvata anche in Italia, ma che non trova alcuna applicazione in ambito accademico, specialmente in quei campi che valorizzano i contenuti del museo e che, mediandoli al pubblico, permettono alla storica istituzione-museo di stare al passo con i tempi.

MAMbo – Bologna

Appartengo quindi alla “generazione futura” per cui molti di coloro che lavorano oggi nei musei si sono battuti e che dovrà affrontare le prossime battaglie, ma lo scenario che si annuncia è duro e non siamo armati adeguatamente.
La nostra generazione due carte vincenti però le ha avute: spetta a noi decidere se giocarle in favore dell’Italia oppure no. Noi abbiamo “visto il mondo” e siamo i figli delle nuove tecnologie. Parliamo quindi le lingue straniere e sappiamo mettere il web e i social network al servizio della cultura. Anche se non abbiamo i mezzi economici per viaggiare nei musei di tutto il mondo, siamo aggiornati in tempo reale su ciò che vi accade e siamo al corrente delle iniziative che nel mondo vengono intraprese nei musei, varchiamo virtualmente le loro porte e discutiamo con le persone che contribuiscono ad avvicinare il museo al visitatore.
Questo per dire che a noi non interessa se il 77% delle persone che visitano i musei italiani ne escono soddisfatte, perché ci accorgiamo che, a livello internazionale, la qualità della visita al museo è superiore. Non certo perché il patrimonio del Bel Paese abbia nulla da invidiare; anzi, l’Italia nono possiede forse oltre il 40% del patrimonio culturale mondiale?

GNAM – Roma

I dati, al di fuori di un contesto, non significano nulla. Sarebbe da verificare, tanto per cominciare, quanti di quei “visitatori soddisfatti” sono turisti, a cui molto spesso non interessa che il museo valorizzi le opere: a loro basta vederle per essere soddisfatti. È questa la funzione che devono svolgere i musei italiani? Contenitori di opere fuori dallo spazio e dal tempo?
È alla luce della VII Conferenza Nazionale dei Musei d’Italia che nascono le mie  preoccupazioni, soprattutto considerate le allarmanti considerazioni fatte dalla comunità scientifica nazionale e pubblicate da ICOM sotto forma di appello. Se in passato la conferenza aveva permesso di compiere dei passi in avanti in favore dell’istituto-museo, maturando soluzioni concrete, quest’anno si è “ridotta” a una ricostruzione storica senza alcun dibattito. Si è ritenuto doveroso fare un excursus storico sui 150 anni della museologia italiana, senza tener conto del fatto che alla nuova generazione che avrà presto il compito di gestire quel patrimonio non è data l’opportunità di imparare a farlo. Noi non vogliamo essere né degli storici né dei manager, ma dei professionisti museali in grado muoversi in questi istituti. Per questo non ci accontentiamo dell’offerta formativa attuale, dove però trovano spazio corsi di laurea che coniugano arte ed economia senza criterio, con piani di studio che sembrano più delle liste della spesa con esami scelti a random dal banco della cultura e dell’economia che dei veri corsi di laurea. È per questo che, se vogliamo essere istruiti nella disciplina che amiamo, siamo costretti ad andare all’estero.

Jenny Holzer per il Museo MADRe di Napoli

A tutti coloro che hanno già varcato le soglie delle università, andare all’estero per specializzarsi appare come l’unica opzione, perché il Paese con la più alta concentrazione di beni culturali non propone loro nessuna valida alternativa. Resta da chiedersi se, una volta terminati gli studi, torneranno in Italia. E a quel punto, quando la crisi economica avrà fatto il suo corso e si farà il punto della situazione (speriamo non debbano trascorrere altri 150 anni), si vedrà quanti ne rimarranno degli oltre 5.000 musei italiani.
Avendo a cuore l’inestimabile valore di questi ultimi, credo spetti a ICOM Italia il compito di battersi affinché si creino le giuste opportunità formative. Chissà, forse il nuovo governo potrebbe dare ascolto a questa proposta, che è una risposta all’appello lanciato da ICOM “per dare una risposta coraggiosa alla crisi”. Speriamo che non si debba attendere un altro anno per poterne discutere.

Nicole Moolhuijsen

www.icom-italia.org

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Nicole Moolhuijsen
Nicole Moolhuijsen (Erba, 1989) si interessa di museologia e di audience development con un focus particolare sul museo d’arte. Si è specializzata in Museum Studies presso la University of Leicester, dove ha condotto una ricerca sulle metodologie innovative per avvicinare l’arte a un’utenza ampia e differenziata attraverso la progettazione partecipata degli allestimenti e l’accessibilità. Si è occupata di marketing e studi sui visitatori presso la Fondazione Musei Civici di Venezia, la British Library di Londra e attualmente svolge come ricercatrice per ICOM Italia un’analisi sul pubblico presso la Fondazione Querini Stampalia. Lavora a VITRARIA Glass +A Museum, collabora con il Coordinamento Veneto di ICOM e segue da vicino il dibattito internazionale.
  • San Tommaso

    Non credo sia utile un intero cursus in museologia e museografia finalizzato all’esclusiva carica di di Direttore Supremo di un museo qualunque se non si possiedono fondamenta compatte e solide di storia, storia dell’arte e di metodologie di conservazione e restauro ecc.. ; e soprattutto se non si è fatta della gavetta anche a fronte di sacrifici economici di stage non retribuiti sia in italia che all’estero… Appartieni a quella generazione che vuole forse tutto subito… Incomincia a mettere il naso in qualche museo non come semplice visitatrice ma come mediatrice culturale (=guida), incomincia a farti il mazzo a catalogare le collezioni, archivi, anche di nomi non conosciuti della cosmogonia artistica, ecc. ecc. Insomma incomincia a vedere operativamente dal dentro come funzionano gli ingranaggi.

    Continuare gli studi all’estero non equivale poi ad atto di vigliaccheria nei confronti della Patria ma equivale ad un’esperienza arricchente per se stessi in primis e che serve poi in futuro per tornare a casa con un buon bagaglio tutto da valorizzare…

    Per concludere…

    Tra i tanti problemi in Italia per lavorare nei musei italiani tra i più indicativi c’è una penuria cronica di concorsi pubblici per i musei statali, ma anche ad una confusione dovuta dovuta alla poliedrica fisionomia giuridica della maggior parte delle altre realtà museali: fondazioni, associazioni, consorzi, ecc.
    Trovare concorsi pubblici in lungo e in largo per lo stivale diventa esso stesso un lavoro a tempo pieno

    Manca a mio avviso un coordinamento centrale che gestisca il flusso reale di richiesta di figure professionali da inserire all’interno dei musei statali, civici, regionali, ecc… Perché non avvengo concorsi coordinati tra stato, regioni e enti locali per i musei statali che territoriali ?
    In Francia per esempio a scadenza annuale si hanno più concorsi (in base alla specifica mansione e guarda caso per i musei si tratta esattamente di quelle descritte nella Carta) coordinati tra gli enti locali e lo stato centrale per figure che andranno a lavorare sia all’interno di musei (beni mobili), sia alle gestione del patrimonio (beni immobili), archivi, archeologi, ecc. Una volta vinto il concorso, per esempio di conservatore, si hanno 3 anni di formazione pagata… Nel senso che la formazione è gratuita ma tu sei pagato già con un piccolo stipendio ! Una cosa impensabile in Italia ! Maggiori info http://www.inp.fr

    Molto spesso poi i concorsi italiani vengono organizzati per “regolarizzare” il personale precario già attivo con contratti tipo co.co.co all’interno di musei e altri istituti pubblici. Trattasi di concorsi un po’ farlocchi in cui il personale precario si ritrova esaminato dal suo stesso “datore di lavoro”, mentre invece un “esterno” si trova davanti al contrario persone ma incontrate prima. La graduatoria finale rimane valida poi per lunghi periodi…

    Potremmo stare qui delle ore per descrivere cosa succede nelle varie regioni, province, comuni, ecc.

    Non ho tempo purtroppo per rileggere e non ho tempo per trarre ulteriori conclusioni… Lascio a te l’ardua sentenza… Un piccolo break all’estero giusto per cambiare aria se fossi in te me lo farei.

    Baci

    ST

    P.s. quella che l’italia abbia da solo il oltre 40% del patrimonio culturale mondiale è una bufala, se fossi stata attenta a Milano alla Conferenza Nazionale l’avresti
    sentito…

    • Nicole

      Gentilissimo San Tommaso,

      innanzitutto vorrei ringraziarla per aver offerto una risposta veloce alle riflessioni sovraproposte, peccato si siano rese necessare le provocazioni per smuovere le acque e che alla fine ognuno queste acque le abbia tirate al proprio mulino senza aver colto l’importanza della questione che si voleva portare alla luce. Pertanto vorrei ripercorrere il suo volo pindarico che ha spostato l’attenzione dal problema riguardante la mancanza di corsi di LAUREA SPECIALISTICA/MAGISTRALE (=POST TRIENNALE) con curricula in museologia per spostarlo su quello delle mancate assunzioni e dei concorsi pubblici inesistenti, che certamente rappresenta un’urgenza che merita la dovuta attenzione ma che, lo ripeto, seppur connesa è un’altra questione. Spero non si debba arrivare al punto di stabilire inutili graduatorie ma che, al termine di questo dibattito, sia possibile attuare delle soluzioni sinergiche e concrete, magari in entrambi i sensi.
      In aggiunta ci terrei a sottolineare che quando esprimo il desiderio che vengano creati dei corsi di laurea con curricula in museologia (come del resto ne esistono, anche in Italia, in archivistica e biblioteconomia) non intendo assolutamente affermare che al termine di questi debba seguire la carica di Direttore Supremo e pertanto non voglio sminuire l’importanza dell periodo di formazione sul campo, altresì detta “gavetta”. Al contrario, io e la mia generazione, siamo ben disposti a rimboccarci le maniche e siamo volenterosi di apprendere con tutta l’umiltà necessaria. Pertanto se al di là delle critiche volesse, Lei o chiunque altro, offrire delle soluzioni io e la mia generazione siamo qui per imparare. Come Lei afferma, anche noi siamo ben consapevoli dell’importanza rivestita dalla Storia dell’arte e dalle discipline afferenti nella formazione dei professionisti museali, crediamo solamente che non siano più sufficienti a coprire l’intera gamma delle competenze necessarie alle professionalità che si trovano a lavorare nei musei per valorizzare, comunicare, mediare il patrimonio storico-artistico e non solo.
      Se davvero crede nell’inutilità di percorsi di laurea specializzati nelle discipline relative alla museologia allora la prego di chiare a me e, ancora una volta alla mia generazione, il significato dei seguenti punti:

      a) La Carta Nazionale delle Professionalità Museali, specialmente per quanto riguarda l’ambito dei servizi, dei rapporti con il pubblico e delle pubbliche relazioni;

      b) La IV Conferenza Nazionale dei Musei (2008) dedicata al tema della formazione per il personale di musei;

      c) dell’esistenza di una consolidata tradizione univeristaria internazionale nell’ambito dei MUSEUM STUDIES sostenuta innanzitutto in primo luogo da ICOM e poi da una intera generazione di Professori Emeriti del calibro di Eilean Hooper Greenhill.

      Vorrei che quanto scritto non si riducesse in una polemica sterile ma che portasse alla maturazione di proposte concrete.

      Grazie per l’attenzione,
      Nicole

  • CM

    Appartengo come te alla “generazione dei futuri” (non si sa cosa).
    Credo come te che l’Italia non ci dia vere opportunità formative, a livello universitario, per sviluppare quel giusto mix di sensibilità artistica, doti manageriali e flessibilità, che una professione come quella che (mi auguro) un giorno riuscirò a fare richiederebbe.

    E credimi, parlo con cognizione di causa, dal momento che mi trovo a laurearmi a breve, sotto l’altisonante corso di laurea in Progettazione e Gestione di Eventi ed Imprese dell’Arte e dello Spettacolo (sì, 6CFU sono regalati quando impari il nome a memoria!).
    In 3 anni di università mi sono ritrovata a studiare di tutto, dal cinema, al teatro, dall’arte al marketing, alla comunicazione pubblica, fino alla telematica.
    Non ritengo, però, che il mio piano di studi fosse un’accozzaglia informe di materie, quanto piuttosto una prima scrematura su quelli che possono essere i ruoli da assumere nel mondo lavorativo.
    Detto questo, il problema arriva quando ti trovi a frequentare corsi di museologia con professori ottantenni, laboratori che sulla carta sarebbero validi, ma che, con una media di 60 persone a lezione, non riescono a farti partecipare abbastanza… E la lista delle pecche del mio CdL potrebbe continuare…

    Ma al di là di cosa offra nel concreto l’università, in Italia e all’estero, posso portarti quella che è stata la mia esperienza.
    Non parlo di grandi musei, ché sono realtà che non conosco a fondo, dal versante del “dietro le quinte”, quanto piuttosto dei centri d’arte e delle gallerie…
    Avendo lavorato in quest’ambito per un po’ (un bel po’, tra stage e affini), posso dirti che la miglior scuola si fa sul campo. Si fa trovandosi ad imbiancare ed allestire fino a 2 ore prima dell’apertura di una mostra, si fa imparando a risparmiare il risparmiabile, quando si sa che i soldi non basteranno mai, e si fa stando accanto a chi questo lavoro lo fa ormai da qualche anno.
    Sono d’accordo con ST prima di me, l’estero è un piacevole break, quasi necessario, per noi, che come tu dici giustamente, siano world wide connessi. Ma la scuola, quella che ti insegna davvero cosa ci sia da fare nella vita quotidiana, si fa con la gavetta, con il contatto con altre persone.

    Che non si debba abusare di chi, come me (e come te, suppongo), la gavetta deve ancora farla… Beh, questo è tutto un altro discorso.
    Però sono convinta che certi posti di lavoro abbiano bisogno di esempi, non di teoria universitaria.

    Grazie dello spunto riflessivo.
    CM

  • Nicole

    Carissima CM,
    innanzitutto grazie a te per il commento. Condivido moltissimo di quanto hai detto e colgo l’occasione per ribadire che non intendo assolutamente sminuire l’importanza fondamentale della formazione sul campo, anzi, ma nemmeno negare il rilievo rivestito dalla formazione, specialmente da quella universitaria. Se così fosse allora non dovrebbero esistere neanche le Facoltà di Lingue Straniere perché tanto basta viaggiare e parlare con stranieri per imparare una lingua, e così potremmo stare a ragionare per ogni corso di laurea credo…ma ancora una volta non è questo il punto. Certo la nostra generazione ormai in questo senso non ha molto da sperare, a meno che non rivolga i propri sguardi all’estero e non tanto “per farsi un giretto”, come diceva poc’anzi il Santo Incredulo… Tuttavia spero che molte lacune del nostro sistema universitario possano essere colmate, in vista della situazione di emergenza che per forza di cose si dovrà attraversare ma sopratutto delle future generazioni e del nostro patrimonio culturale. Ho avuto la fortuna di sedere al banco di professori di museologia illuminanti, le cui lezioni hanno sempre superato di gran lunga le attese… E questo per lo meno mi lascia ben sperare…

    Grazie
    N

  • Valentina

    Mi permetto di spezzare una lancia in favore di Nicole, trovo che la sua accorata ed accurata denuncia nei confronti di una lacuna grave del sistema universitario italiano sia giusta. Un sistema universitario che tenga conto dei risvolti professionali è a mio modesto avviso auspicabile. Come ha già detto Nicole questo non vuol dire svalutare il valore della formazione culturale o cercare di bypassare l’inevitabile gavetta. Semplicemente immagino che sia molto più eccitante passare le notti sui libri con cognizione di causa ed imbiancare i muri consapevolmente. Che poi lo si faccia in Italia o in Venezuela va bene comunque, purchè emigrare sia una scelta e non un obbligo.
    un cordiale saluto a tutti e buonanotte!
    Valentina

  • Mastino

    L’articolo era necessario. In ordine sparso faccio alcune considerazioni. La Museologia è una disciplina giovane. Se ci pensate bene essa non può comprendere solo l’ambito delle arti visive ma tutto ciò che entra o si vuol far entrare nei musei (beni materiali e immateriali). Il problema vero è che detto ciò bisognerebbe ripensare l’insegnamento come interdisciplinare: esistono musei della medicina, della geologia, antropologia, del cinema etc. In quelle facoltà o corsi di laurea s’insegna la museologia? Non mi pare. Venendo all’arte visiva. E’ inutile insegnare la museologia e la museografia come la storia del collezionismo ai ventenni senza insegnare la storia dell’arte (tutta! dalla scuola materna). Che senso ha insegnare Dante senza insegnare Giotto? Nelle facoltà di Lettere e a Beni culturali questo è stato fatto (in maniera spesso disorganica ) ma a quale scopo se la gran parte delle legioni di laureati oggi è disoccupato o fa altro? Il problema oltre che “formativo” è principalmente di natura culturale, economica e strategica. Finché in Italia non si porrà al centro la necessità storica di un altro passo di marcia improntato ad una visione olistica dell’Italia non si andrà da nessuna parte. Paesaggio, città, museo, museo diffuso, questa è la “filiera” della consapevolezza da seguire altrimenti finiremo come nelle impietose analisi di Report di domenica scorsa: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-11388569-77af-4d72-a688-709c0a05f188.html.
    Altra cosa: la museologia la s’impara facendola, entrando nel merito dei problemi di cosa significa far mandare avanti un museo dagli aspetti scientifici a quelli amministrativi. E’ come per il medico: senza pratica ospedaliera o di laboratorio diventa un burocrate incompetente. Infine, per carità, correggete l’imprecisione del 40% dei beni culturali in Italia mai è stato fatto questo calcolo, riguardo a cosa poi? E’ come qualcuno che dice l’Italia è il più bel paese, con questa retorica ci sciacquamo la bocca e lasciamo andare in malora la memoria. Buona prosecuzione

  • Nicole

    Caro Mastino,
    ti ringrazio per avere avuto la pazienza e la lucidità per permettere alla questione di evolvere.
    Quanto al dato del 40% dei beni culturali… sono consapevole che la sua infondatezza sia verità condivisa già da tempo, voleva essere una provocazione e sono ben lieta di constatare che abbia funzionato.

    Buona giornata,
    N

  • San Tommaso

    Sia io che Mastino abbiamo enunciato ragionamenti analoghi.
    Formazione solida e difficoltà di orientamento e inserimento nel caotico contesto italiano.
    I miei “voli pindarici” non nascono a caso ma nascono invece dalla necessità di illustrare quella che è nell’immediato la situazione drammatica, più che all’interno delle mura delle università, nel cosiddetto cruel world fuori dalla tua cameretta di studente.

    In Italia esistono corsi di specializzazione, spesso chiamati Master, per esempio all’Università di Ferrara (http://www.mcm-unife.it/), di Trento (http://www.tsm.tn.it/interne/martmac_master_of_landscape,_art_and_culture_management_-_intensive_edition_interna.ashx?ID=8260), alla Cattolica di Milano (http://milano.unicatt.it/masters_9089.html), tutti orientati bene o male ai Museum Studies, peccato che i costi di iscrizione siano molto onerosi. Il sistema da mettere sotto accusa, come da te giustamente inserito all’inizio della tua lucida disamina, è tutto il sistema universitario italiano che con il 3+2 ha fatto in modo che proliferassero senza controllo e come specchietti per le allodole tanti diversificati corsi e master, ecc. ecc. orientati alla conservazione, valorizzazione, del patrimonio culturale, museum studies inclusi, generando così ogni anno battaglioni di disoccupati. Certo uno è libero di scegliere in base al cuore quello che vorrà fare nella vita, ma vista le difficoltà attuali è forse utile scegliere più con la testa e optare magari per una doppia formazione, umanistica e “tecnica”.

    Rimane comunque un dato di fatto che il binomio gavetta e sudate carte
    sia imprescindibile, fortemente consigliata per ulteriore apertura di spirito e ricambio aria l’esperienza all’estero (http://www2.le.ac.uk/departments/museumstudies oppure http://www.ecoledulouvre.fr/enseignements/etre-eleve)

    Allez, good luck !!! ;)

    ST

    P.s. sulla stima del 40% ti sei salvata in corner…

  • San Tommaso
  • Nicole

    Bene,
    mi congratulo per aver fornito una panoramica pressoché totale delle opportunità formative presenti sul territorio e di averne citate due, fra le più significative, offerte dagli atenei d’oltralpe. Però se si vogliono ben guardare i piani di studio dei corsi da Lei indicati si noterà che non sono orientati ai museum studies nel complesso ma agli aspetti economici e gestionali legati al museo, pertanto, se il consiglio che offre alle future generazioni e che in parte condivido è quello di optare per una formazione umanistica sappia che al termine di questa non sarà loro possibile iscriversi ad uno dei corsi di specializzazione da lei linkati perchè la maggiorparte richiede una un laurea in economia per accedervi e non in storia dell’arte o lettere che sia. . Inoltre, il validissimo e rinomato Master di Ferrara non è un corso post triennale ma post magistrale. Per riportare l’attenzione al nocciolo della questione, vorrei dire che la mia preoccupazione riguarda il fatto che l’esperienza all’estero che Lei saggiamente consiglia potrebbe trasformarsi per molti in una partenza definitiva e non in un ricambio. Credo che questo fatto meriti l’attenzione di come Lei, credo e spero, stia faticando per salvaguardare il patrimonio storico-artistico-scientifico…della Nazione. Detto questo, invito Lei e gli altri lettori ad abbandonare la strada infruttuosa della polemica botta e risposta e ad intraprendere quella del dialogo.

    Grazie,

    N

  • Valentina M.

    Cara Nicole e cari tutti,

    leggo con piacere il tuo articolo e i successivi commenti e ahimè! mi trovo d’accordo con molte delle vostre affermazioni.

    Ho 26 anni (classe 1985, celo!) e mi sto per laureare alla specialistica in “Arti, Patrimoni e Mercati” allo IULM di Milano.
    Ora, per “mia colpa”, anche se rifarei tutto uguale dall’inizio, provengo da una facoltà triennale in Comunicazione (tale “Relazioni Pubbliche e Pubblicità) e quindi ho delle lacune spaventose su alcuni aspetti come possono essere le storie dell’arte. Storie al plurale, perchè se ben in specialistica abbiamo seguito un corso monografico su Tiziano, tutta la storia che viene prima, quella medievale ad esempio, e quella che viene dopo, come quella contemporanea, manca.
    Quindi sì, CdL che a volte sono un’accozzaglia di materie senza criterio o che perlomeno, non sono sviluppate al massimo per cercare di darci una panoramica quanto più generale ma comunque non generalista.

    Allo stesso tempo, sebbene NON SI FINISCA MAI DI STUDIARE, posso dire con umiltà che ne so un pochino di economia dell’arte o di archeologia, o di teatro, o di curatela. Una figura ibrida, che sa quanto sia importante conservare e valorizzare il nostro patrimonio artistico/culturale ma che sa anche quanto sia importante investire in cultura, gestendo con criterio i denari e le persone che come me, come voi, sono innamorate dell’arte e che si trovano in un limbo pieno di contrasti. E’ un compito difficile e com’è giusto, si deve partire dal basso.

    Anche se, scusate, è profondamente svilente lavorare con passione ed aver studiato per farlo, senza esser pagati. Oltre che essere moooolto costoso. O peggio, generalizzando, lavorare con colleghi malmostosi e acidi, che non vedono l’ora di andarsene a casa (un esempio su tutti: il personale di sala di Brera, ohmioddio!)

    Cara Nicole, quando scrivi “È per questo che, se vogliamo essere istruiti nella disciplina che amiamo, siamo costretti ad andare all’estero” io ti dico che non è vero, l’estero è un’opportunità, un’esperienza d’arricchimento, io voglio rimanere in Italia, voglio lavorare per il mio Paese (attualmente non posso permettermi economicamente di studiare/lavorare all’estero anche se mi piacerebbe un sacco), il nostro arduo obiettivo è quello di cercare una via di mezzo, qualcosa di speciale, inventarci una professione e per una volta, avere il culo di trovare un posto di lavoro così, possibilmente non precario ;)

    Grazie, buona giornata
    Valentina M.

    • Nicole

      Cara Valentina,
      grazie innanzitutto.
      Visto che studi allo IULM colgo l’occasione per chiederti se hai mai sentito opinioni o parlato con qualcuno a proposito del Master in Museologia europea offerto dalla tua università (al di là del prezzo che è già di per sé un deterrente).

      http://www.iulm.it/wps/wcm/connect/iulmit/iulm-it/studiare-alla-iulm/master/master-specialistico-in-museologia-europea

      • rené

        Ho frequentato il master, l’impostazione è poco accademica, quella che viene presentata non è la museologia in quanto neo-disciplina più o meno strutturata, ma un insieme di saperi, pratiche e spunti utili per inserirsi o migliorare le proprie competenze nell’ambito museale. A parte le opinioni sul coordinatore didattico, si capisce l’impronta cercando il curriculum del direttore scientifico, Massimo Negri. Direi che il master è in larga parte il “suo” master. In sintesi direi che i punti forti sono l’apertura alle diverse tipologie museali, l’approccio pragmatico e le visite all’estero, punti deboli prezzo e alcuni relatori non all’altezza.
        Per me è stata un’esperienza positiva, non da ultimo per le persone conosciute.

        • gina

          e quanto costerebbe questo master?
          la maggior parte dei master in italia sono delle macchine succhiasoldi che servono alle università per aumentare i loro poveri budget ma agli studenti non servono a nulla, se non a “pagare” la speranza in un lavoro futuro che probabilmente non avranno mai (almeno non per le professioni studiate al master).
          non fatevi fregare!

  • Valentina M.

    Purtroppo no, anche perchè penso che l’abbiano attivato quest’anno.
    Parto forse leggermente prevenuta, ma Brega come Coordinatore Didattico e Rampello nel Comitato Scientifico mi lasciano perplessa.
    Più che altro il prezzemolo non va messo in tutti i piatti…

    Al ventaglio delle proposte, aggiungo anche: http://www.formazione.ilsole24ore.com/business-school/LA5149-master-economia-management-dell.php
    10mesi a 11.500€ + IVA

  • chm

    “Manca a mio avviso un coordinamento centrale che gestisca il flusso reale di richiesta di figure professionali da inserire all’interno dei musei statali, civici, regionali, ecc…”