Musealizzare la fotografia

Un Museo della Fotografia per la Capitale? L’ipotesi è stata presentata pochi giorni fa in un convegno e le possibilità che sorga davvero sono buone. Come spazio autonomo oppure come dipartimento specifico del Macro. Daniele De Luigi ripercorre la storia dei musei di fotografia e si interroga sul loro ruolo nella contemporaneità.

International Center of Photography, 2010 - photo John Berens

Corre l’anno 1930 quando il Museum of Modern Art di New York inizia a collezionare fotografie, e il 1940 – giusto un secolo dalla nascita del mezzo – quando decide di assegnarle un proprio dipartimento. Il primo museo dedicato interamente alla fotografia viene invece fondato nel 1949, non a New York ma nell’omonimo stato, a Rochester: la George Eastman House, che è ancora oggi una delle istituzioni leader del settore.
Sono gli anni del trionfo del modernismo fotografico, l’epoca in cui la fotografia, perseguendo tenacemente la strada di un’orgogliosa autonomia espressiva ed estetica, riesce a ritagliarsi il proprio spazio (per quanto sempre piuttosto marginale) nel sistema istituzionale dell’arte. Negli anni Sessanta qualcosa comincia a cambiare per lo status del medium. Nel 1964 il direttore del dipartimento di fotografia del MoMA, John Szarkowski, realizza la mostra The photographer’s eye, che due anni dopo diventerà un una sorta di libro-manifesto del nuovo linguaggio come arte indipendente, segnandone forse l’apogeo. Un anno dopo, nel 1965, Joseph Kosuth realizza la sua opera One and three chairs, con cui inizia la decostruzione dell’immagine fotografica e la sua messa in crisi come sistema autonomo di significazione. Nel periodo che segue fioriscono altri luoghi istituzionali per la fotografia, tra cui la Photographers’ Gallery a Londra (1971), l’ICP a New York (1974), i dipartimenti dei Musei Folkwang e Ludwig (1979), che negli anni hanno saputo cogliere, e in alcuni casi arrivare a guidare, la sfida del cambiamento già in atto.

Erik Kessels- 24 hrs photos - photo Gijs van den Berg

Un periodo che vede anche sorgere una distinzione, quella tra “fotografo” e “artista che usa la fotografia”, che avrebbe iniziato a incrinarsi solo tra la fine degli anni Ottanta e l’alba dei Novanta (con il boom del mercato della fotografia, l’emergere di protagonisti come i tedeschi della scuola di Dusseldorf, Jeff Wall, Nan Goldin, e la nascita di numerosi altri musei, tra cui in Europa annoveriamo l’Elysée di Losanna, il Fotomuseum di Winterthur, la Maison Europeénne de la Photographie a Parigi), fino a sgretolarsi e solo di recente a perdere di significato. Oggi la fotografia, che ha sviluppato negli anni molteplici identità formali e concettuali, è onnipresente, e ha assunto una tale centralità nell’arte contemporanea che questa non è di fatto pensabile senza di essa.
A questo punto, pare inevitabile domandarsi il senso di istituire un “Museo della fotografia” oggi, nel secondo decennio del XXI secolo, dopo che la fotografia è uscita dal recinto e tutti i musei di arte contemporanea la ospitano e la rappresentano. Un senso ancor più stringente assume la domanda se questo museo lo si vuole fondare nella capitale di un paese come l’Italia, che nel secolo scorso non ha saputo né voluto dare vita a una propria significativa esperienza in questa direzione. Il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo è nato dopo un lungo parto nel 2004, e unico caso in Italia ha avuto il coraggio di porsi proprio questa domanda sul perché di un museo della fotografia in un’epoca in cui si parla di post-photography. Domanda attualissima, tanto che proprio quest’autunno il Museo Foam di Amsterdam ha avviato una piattaforma di discussione dal titolo What’s next? che affronta questi temi, non ultimo quello del futuro del museo di fotografia.

La nuova sede in costruzione della Photographers Gallery, Ramillies Street, Londra 2011

Eppure, a dispetto delle apparenze, i motivi per rispondere positivamente non mancano. Perché la fotografia mantiene una propria specificità concettuale che modifica e condiziona sia la sua stessa evoluzione, sia quella delle forme d’arte e comunicazione in cui penetra, e per questo va costantemente indagata con gli strumenti appropriati. Perché ha una propria storia che è di importanza assoluta per la storia della cultura e delle arti, ed è ancora ampiamente misconosciuta e frammentaria. Perché se è vero, come è vero, che la fotografia (la fotografia tout court) è un elemento chiave della civiltà contemporanea, e che i musei internazionali di fotografia stanno godendo di un momento estremamente brillante e proficuo, potrebbe non essere ancora troppo tardi perché l’Italia faccia un po’ di più la sua parte sullo scenario globale. A patto, certo, di saper immaginare una nuova idea di museo della fotografia, frutto di una profonda riflessione sui mutamenti non solo della fotografia stessa, ma dell’arte contemporanea, della funzione del museo e del ruolo della cultura visiva nella società.
A patto che sia in grado di stimolare la cultura fotografica, la formazione e l’educazione. Di creare mostre trasversali (nel tempo e nei contesti) che generino prospettive nuove. Di interrogare il mezzo e i suoi continui spostamenti. Di inventare motivi nuovi per giustificare la propria esistenza. Insomma, basta che non sia un museo novecentesco della fotografia, che si limiti a conservare e mostrare, rimettendolo in gabbia, ciò che oggi ha il diritto di stare in un qualunque museo d’arte. E che non sia un museo retrospettivo, che della fotografia mostri al pubblico la salma imbellettata, mentre altrove si assiste alle sue spettacolari trasformazioni.

Daniele De Luigi

  • Museo di cosa? Museo per cosa? Museo con cosa?
    Bellissimo, più spazi stabili ci sono per la fotografia meno la fotografia in Italia resterà un passatempo da festival estivi, ma dire museo non basta. Né elencare una serie di cose che il museo “non” sarà.
    Bisogna chiedersi cosa fanno i musei oggi.
    Bisogna chiedersi cosa fanno i musei di fotografia oggi.
    Non si progettavano tanti musei di fotografia come da quando la fotografia è dichiarata morta. Musei o mausolei?
    Queste sono le domande.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      IL MUSEO COME RIPARO DELL’ARTE DAL MONDO BRUTTO CHE LO CIRCONDA !

      la dimensione estetica di un museo, serve a deturpare la città e il paesaggio nella sua dimensione non estetica. In altri termini, la scatola museo, valorizza l’arte, ma non il tessuto urbano e sociale che lo circonda.

      Questi musei sono concepiti architettonicamente, come spazi neutri rispetto contesto urbano. Qui, l’arte trova il suo giusto riparo dalle insidie vertiginose del mondo esterno. Domanda: l’estetica del territorio dovrebbe apparire quando il museo scompare dalla città ?

      Purtroppo no ! Tale scomparsa è solo un’ illusione ottica, creata dall’abitudine degli addetti ai lavori e del pubblico che hanno ancora un’idea di museo, come luogo sacro: come recupero di ideali, di valori e di bellezza visiva…, ormai morti.

    • Daniele

      Domande a cui bisognerebbe dare risposte, come lasci giustamente intendere. Non c’è dubbio che porsi le domande sarebbe già, direi, quasi la metà del percorso.

      • SAVINO MARSEGLIA (artista)

        daniele, alcune delle risposte le può già leggere nel commento qui sotto: (bisogna avere il coraggio di uscire dall’olimpo dell’arte contemporanea).

  • … non ti preoccupare Michele, non c’e’ nulla che dia vita ad un’arte come le insistenti previsioni di sua morte imminente! I musei? Ma ben vengano, naturalmente!! Ma, sopratutto per la fotografia non son certo loro il suo futuro anche se vanno benissimo per il suo passato.

  • Ma ben venga, soprattutto a Roma, purché trovi il modo di fare veramente cultura e sia capace di coinvolgere anche gente fuori dal giro. Un’arte che più di ogni altra costringe ad aprire gli occhi (e la mente) e spesso da fastidio a chi sguazza nel volgo sopito ha bisogno di spazi per svolgere un ruolo che è anche rivolto alla crescita sociale.
    Quando morì Cartier-Bresson un nostro quotidiano nazionale titolò “E’ morto il grande fotografo di moda”, questo per dire come siamo messi.
    Quindi che non sia solo un cimitero di opere ma un centro attivo nell’educazione alla lettura del linguaggio visivo.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      I MUSEI – OBITORI DEL CONTEMPORANEO ITALIANO !!!

      Claudio@ i musei italiani, a giudicare dall’esiguo pubblico che li frequenta, non assolvono nessuna funzione educativa, se non quella di difendere ruoli e posizioni di potere istituzionali di ordine economico e politico.

      Il problema di fondo, è quello di partire fin dalla scuole primarie ad insegnare, educare e diffondere la cultura dell’arte contemporanea. Quello che oggi avviene all’interno di questi musei-obitori italioti, non è certo una prassi comunicativa di qualcosa di significante per la vita delle persone, tale da incuriosirli e avvicinarli alla fruizione e lettura dell’arte contemporanea – come del resto accade in tutti i paesi più civili di noi – dove l’insegnamento e l’educazione all’arte contemporanea è disciplina obbligatoria, che viene praticata in tutte le scuole di ogni ordine e grado..

      L’arte, non è poi così misteriosa e complicata come qualcuno vuol far credere? Ciò è solo demagogia!

      Secondo me, è possibile leggere l’arte contemporanea e decifrare i suoi significati, il suo linguaggio. Lo dimostra il fatto che dove si educa e si insegna l’educazione all’arte contemporanea – i musei, le gallerie sono sempre pieni di visitatori. Ciò la dice lunga sul sistema museale italiano che è il contrario di tutto questo: un fantasma di se stesso!

      Assistiamo impassibili al fallimento di questi obitori, gestiti da una classe dirigente, super pagata, spesso incapace di assolvere alla funzione educativa a quella maggioranza del pubblico che è a digiuno d’arte.

      Questi obitori-musei, paradossalmente richiamano la morte dell’arte, profetizzata da Hegel e annunciata dalle avanguardie storiche in momenti diversi attraverso proclami e manifesti sulla pena capitale di musei, pittura o di altre forme espressive.

  • Più che un museo della fotografia forse sarebbe necessario un “museo dell’immagine”, che parta dalla ricerca fotografica per estendere il proprio raggio d’azione ai suoi derivati. Questo offrirebbe al pubblico gli strumenti necessari per comprendere l’attuale scenario artistico, cosa che non sempre i musei d’arte generici sono in grado di fare. Soltanto così si potrà evitare l’anacronismo.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      La fotografia non è finita ma c’è in giro una pessima fotografia.

    • Daniele De Luigi

      Questa è un’idea che mi trova completamente d’accordo Luca, un dipartimento nell’ambito del museo di ricerca sull’immagine fotografica, in una prospettiva di revisione critica della storia e di laboratorio delle tendenze attuali, e in relazione con esso. Credo che un conto sia dire che la fotografia ha una sua specificità, un altro musealizzarla in un sistema parallelo e indipendente. Operazione questa non illegittima ma quantomeno equivoca.

      • Daniele, credo che le peculiarità della fotografia possano essere svelate soltanto mediante il confronto con altre discipline di analoga natura. Mi riferisco al cinema sperimentale, alla videoarte, a certa (seppure rara) buona televisione e alle nuove tecnologie di matrice informatica. Alle immagini tecnologiche insomma! Queste rappresentano l’oggetto di analisi più interessante della nostra contemporaneità. Un museo dell’immagine dovrebbe analizzare il presente per proiettarsi nel futuro, dove la fotografia e la sua storia siano l’inizio di un percorso molto più complesso e articolato. Può sembrare utopia ma potrebbe divenire molto presto realtà, basta volerlo. E’ la nostra generazione, quella a cavallo fra i 30-40 anni, che deve rimboccarsi le maniche per fare in modo che il nostro Paese rimanga al passo con i tempi.

        • Daniele De Luigi

          Certo, non l’ho specificato ma intendevo anch’io immagine fotografica e tutti i suoi derivati che tu citi (tecnici e concettuali). Non sarebbero possibili altrimenti né la revisione critica né la ricerca sul presente.

          • Nell’articolo di Daniele, così come nei commenti di Luca Panaro, e io sono d’accordo con loro, mi pare di capire che si cerchi di porre l’accento, sottolineare un posizionamento della fotografia all’interno di un più ampio spettro di discipline artistiche. A mio modo di vedere le discipline artistiche si sono compenetrate da quando ne sono esistite almeno due e non mi piace pensare a compartimenti stagni pur riconoscendo le peculiarità tecniche e concettuali che le varie discipline artistiche posseggono. Le parole di Delogu nel video suggerito da Andrea b8(Botto) pare vadano almeno parzialmente nella stessa direzione. Forse sarebbe anche opportuno sottolineare che visto che il Macro ha aperto i battenti nel 1999 è stata una mancanza all’epoca non attrezzarlo di un dipartimento di fotografia. Dopo oltre 10 anni di esperienza si sarebbe stati pronti per un museo dell’immagine.
            Ad ogni modo da quanto dice Marco Delogu non sarà un museo ma un dipartimento all’interno del Macro. Ora, il dipartimento è comunque una ghettizzazione? La fotografia in Italia è una costola scomoda dell’arte contemporanea?

            Secondo me un museo dell’immagine sarebbe più che opportuno. Immagini fotografiche e meta-fotografiche: il mondo che viviamo è fatto di rappresentazioni e la comprensione di queste rende possibile l’attualizzazione e la comprensione del contemporaneo della società che produciamo e viviamo.

            Chiudo riportando che, secondo lo statuto dell’International Council of Museums, un museo è “un istituzione al servizio della società che compie ricerche che riguardano le testimonianze dell’umanità acquisendole, conservandole e esponendole a fini di studio, educazione e diletto”.

  • Alcune risposte all’articolo di Daniele De Luigi sono già arrivate a velocità sorprendente da parte della Amministrazione della città di Roma. Il progetto del Museo era – sembrerebbe – un equivoco. In realtà non si darà vita a un museo specifico, ma si è costituito un dipartimento di fotografia del Macro (annunciato in questi giorni dall’Assessore Gasperini) che promuoverà eventi durante l’anno per rafforzare e rendere più stabile l’esperienza del festival FotoGrafia di Roma, giunto alla decima edizione. Qualche anno fa a Milano venne annunciato in pompa magna dalla amministrazione del tempo (Moratti) la creazione di un museo dedicato alla fotografia che poi divenne un museo dedicato anche alla televisione, poi anche al web e poi non se ne fece più nulla. Niente di nuovo sotto il sole quindi, in Italia si fanno annunci quando si sono trovati dei soldi per finanziare una ristrutturazione architettonica di uno spazio o di un palazzo, ma non vengono accompagnati da un programma dettagliato, ed è utile citare la fotografia in qualche caso anche perché non si rischia di esporsi a critiche dato che di critica sulla fotografia non si occupa nessuno. E così facendo si nega contemporaneamente l’esperienza di chi in Italia di fotografia si occupa attivamente, in termini di attività museale, espositiva e di divulgazione da molti anni. L’esperienza della Fondazione Forma, ad esempio, che non viene citata neanche nell’articolo di De Luigi (e non ne capisco i motivi), è molto utile da analizzare. Vera e propria Casa della Fotografia in Italia, Forma da oltre 6 anni propone mostre di altissimo livello, ha una attenzione costante alla fotografia italiana, che esporta anche all’estero, dialoga a tutto campo con le istituzioni europee e mondiali analoghe (tutte quelle citate da De Luigi più anche alcune altre), è universalmente considerata all’estero l’Istituzione più importante del nostro paese per la fotografia, offre da sei anni un master post laurea in fotografia, insomma è quel tipo di realtà che molti auspicano, altre città invidiano a Milano ma forse non tutti ancora conoscono. Da questo punto di vista invito chi è interessato ad avvicinarsi alla realtà di Forma, dove molte delle domande (interessanti e attuali) presenti in questo dibattito hanno trovato già una possibile risposta. Se la fotografia è morta o si stia agitando scomposta in un letto di agonia è stato peraltro il tema al centro dei primi Stati Generali sulla Fotografia, tenutisi a Forma per 3 giorni a marzo del 2011 (a marzo 2012 ci sarà il secondo appuntamento). Sta di fatto che la vivacità dei fotografi e di chi di fotografia si occupa non ha mai vissuto un momento così fertile in passato e chissà che questo non sia davvero l’inizio di una discussione seria e costante intorno a un linguaggio che non cessa di dimostrare la sua attualità e attira moltissimo i giovani, che la praticano, la studiano, la condividono.
    Roberto Koch
    Presidente della Fondazione Forma
    http://www.formafoto.it

    • Daniele De Luigi

      Rispetto all’intervento di Roberto Koch – che mi ha fatto molto piacere – voglio precisare che non ho citato l’esperienza di Forma per il semplice motivo che stavo parlando di esperienze museali, ovvero di un tipo di istituzione che per essere tale deve possedere determinati standard e requisiti. Tra i casi citati, a regola farebbe eccezione la Photographers’ Gallery, che non mi risulta possieda una collezione ma che tuttavia non ha una presenza attiva sul mercato. Nell’omissione non c’era quindi alcun giudizio implicito nel merito dell’attività di Forma.

  • Filippo De Tomasi

    Certamente bisogna distinguere fin da subito tra un museo-collezione, ovvero un museo di stampo ottocentista, da un tipo di museo aperto e interdisciplinare dove la fotografia dovrebbe e potrebbe essere fruita con la parallela ricerca artistica contemporanea, ma anche con l’ambito della moda, del reportage e dalle altre “varianti” fotografiche. Il compito è arduo, specialmente oggi in cui è difficile, e spesso insensato, distinguere la fotografia dall’arte. Proprio su questa linea di pensiero si deve riflettere tralasciando invece “idea” di post-fotografia, che richiamerebbe una discussione ben diversa dalla formazione di un museo per tale ambito.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      BISOGNA AVERE IL CORAGGIO DI USCIRE DALL’OLIMPO DELL’ARTE CONTEMPORANEA !!!

      Io penso che, storicamente, sia giunto il momento di far uscire la fotografia ed altre altre discipline creative, fuori da questi musei estranei all’ambiente che li circonda. Non solo, penso che l’arte e la fotografia contemporanea non devono essere concepite solo sotto l’aspetto creativo, moda o vari interessi commerciali; ma come un’opportunità per intervenire sul territorio, contribuendo a rendere meno scandalosa l’assoluta mancanza di qualità estetica, in conseguenza di un processo di “bruttificazione” che sembra contraddistinguerla.

      E’ necessario essere consapevoli del ruolo dell’artista e della produzione di arte contemporanea, in particolare in questo momento storico, così drammatico e travagliato da una terribile crisi economica. In altri termini, bisogna pensare ad una produzione artistica che si sposi e si integri con le istanze sociali con il paesaggio urbano, ridefinendo gli spazi architettonici, di democrazia partecipativa su cui va ad operare. La qualità del tessuto urbano, può rafforzare la coesione sociale, ma anche indebolire l’identità del singolo e della collettività.

      E’ su questa linea che un museo può svolgere un nuovo compito finora inedito, ovvero quello di valorizzare la partecipazione della comunità e quello di contribuire a valorizzare tutte le istanze del territorio d’appartenenza.. Gli attuali processi di mercificazione dell’arte e del territorio , ormai da tempo hanno finito di “ottimizzarsi” con le nuove tecnologie, nel modo più spregiudicato.

      Hanno appiattito e banalizzato in modo volgare la stessa natura critica e progettuale dell’arte, applicata al territorio d’appartenenza. Nel contempo, assistiamo passivamente alla monetizzazione e alla svendita di importanti risorse paesaggistiche, dei beni artistici, architettonici del demanio.

      Di fronte alla tecnologia e ai nuovi media, nel nome di una cultura dello spettacolo mediatico, omologata e virtuale alle mode artistiche mondiali, l’arte, compreso la fotografia, ha perso le sue radici progettuali, storiche, antropologiche con il territorio d’appartenenza, in tutte le sue accezioni, consolidando nel tempo quelle con potere mediatico e con il mercato finanziario, che è stato addirittura capace di recuperare aspetti profondamente antitetici ad esso, come nel caso di quella produzione in origine volutamente investigativa, come quella concettuale, effimera, radicale, scandalistica e contestativa che hanno subito un vero e proprio processo di assimilazione mondiale.

      E’ giunto il momento di fare uscire gli artisti da questo “olimpo dell’arte”, da questa “bolla esistenziale” in cui si trovano loro malgrado ad operare, per riportarli dentro la realtà e nella vita della collettività. Di abbandonare la produzione di opere d’arte che finiscono “recluse” all’interno di asettici Musei d’Arte Contemporanea, o nel viatico canonico, che attraverso gallerie, fiere, aste, collezioni private, porta al consenso mediatico, culmine di un processo anestetico, sterilizzante, disarmante a cui storicamente l’arte, da molto tempo è sottoposta. Il paradosso che molti artisti, critici, curatori e storici sono spesso complici di questo sistema malato dell’arte, non esitando a prestare loro contributo nell’avvalorare vere e proprie “brutture”, viste le continue e monotone mostre, performance, video-installazioni o provocazioni pseudo intellettuali che ci propongono in gallerie e musei omologati alle mode internazionali, sparsi in Italia e nel mondo. Un sistema malato dell’arte che toglie ogni spinta emotiva verso la ricerca di nuovi linguaggi, della bellezza applicata al territorio d’appartenenza. Spero un giorno che gli storici dell’arte non allineati con questo sistema dell’arte autoreferenziale sappiano fare giustizia di questa perversa deviazione culturale.

  • come contributo al dibattito, credo possa essere utile sentire le parole di marco delogu, fresco di nomina a responsabile del settore fotografia del macro
    http://www.youtube.com/watch?v=TFWr_xt03Pk&feature=related

    conoscendolo, sono certo dell’impegno e della passione che metterà in questo compito, ma spero che la nuova istituzione da lui diretta riesca ad andare oltre l’orizzonte locale delle commissioni su roma, pur di grande qualità, evitando quel peccato originale che in parte ha segnato il museo di cinisello con l’archivio dello spazio.

    ha ragione roberto koch quando dice che, nel nostro paese, ai grandi annunci nel campo della fotografia, raramente sono poi seguiti i fatti, soprattutto in termini di programmi e finanziamenti certi, riportando il tutto a calcoli politici, che stanno facendo vittime illustri anche in istituzioni culturali di prestigio.
    da questo punto di vista, Forma, al momento sicuramente lo spazio più attivo a livello italiano, essendo una fondazione privata, gode senza dubbio di maggiore autonomia, pur dovendo magari rispondere a logiche più commerciali e di gradimento di pubblico, che non sempre vanno d’accordo con la sperimentazione ed i rischi conseguenti.

    personalmente vedo con molto favore l’avvio di un dibattito finalmente aperto e approfondito in italia sia ruolo di un museo, sia su tutto ciò che riguarda la fotografia o l’immagine in senso più allargato e meno dogmatico come suggerisce luca panaro.

    mi auguro che tutto questo fermento serva anche a risollevare le sorti del Museo di Fotografia Contemporanea di cinisello, al momento unico spazio pubblico dedicato del nostro paese e, per questo, ufficiale “casa della fotografia” in italia.

    • Trovo molto interessante quello che scrive andrea b8, anche se sarebbe più gradevole sapere chi è l’interlocutore, con nome e cognome. Resta il fatto però che questa separazione netta e anche “gerarchica” tra pubblico e privato nella concezione diffusa in Italia mi pare piuttosto superata e anacronistica. Nessuno negli Stati Uniti si chiede se il MoMA o il Metropolitan siano privati o pubblici, ma tutti li riconoscono certamente come due tra i musei più rappresentativi della città di New York, a casua della qualità della loro proposta. E per restare in Europa e nella fotografia, il Foam di Amsterdam o c/o di Berlino hanno affermato la loro centralità in Olanda e in Germania pur agendo da istituzioni private ma con finalità pubblica, così come è Forma. Ogni situazione peraltro è peraltro passibile di cambiamenti nel futuro. Quello che potrebbe essere più interessante come discrimine è analizzare chi fa produzione culturale finanziando il lavoro artistico e le mostre, come riesce a farlo e con quali mezzi e con che tipo di virtuosità fa progredire il percorso della fotografia, puntando sulla qualità delle proposte. Abbiamo bisogno di molta energia e non si può solo immaginare di sperimentare senza prima – o contemporaneamente – aver assicurato nelle forme e nei modi più opportuni la divulgazione dei classici. La questione oggi è di elevare il livello delle iniziative, con la collaborazione di tutti, privati o pubblico che siano. e anche con la fondamentale partecipazione degli sponsors, senza i quali oggi non riesce a fare nulla in ambito culturale neanche lo Stato, e alla cui presenza si deve una buona parte di quello che si riesce a realizzare. Dobbiamo guardare a modelli per la fotografia più attuali, più in evoluzione, con una osservazione attenta di cosa succede in Europa, e non farci imprigionare da dogmatismi ma alimentare il fermento.
      Roberto Koch

      • caro roberto, il mio non voleva essere uno pseudonimo per mantenere l’anonimato, ma solo un piccolo gioco di parole visto che il mio cognome è botto (b+8) ed avevo anche attivato il link al mio sito… ;-))

        comunque, sono d’accordo con te che non ci si debba limitare ad una distinzione tra istituzioni pubbliche e private, soprattutto in un momento in cui è quanto mai urgente e sempre più auspicabile una maggiore collaborazione tra le due parti.
        anzi, in alcuni casi direi che il sostegno privato è proprio vitale.

        concordo anche sulla necessità, soprattutto in italia, di una alfabetizzazione fotografica di base, a cominciare dalla storia e quindi dai “classici”.
        è indubbio l’impegno e lo sforzo in questo campo fatto negli ultimi anni dall’istituzione che rappresenti e credo nessuno possa dire il contrario.
        certo si può dissentire su alcune scelte, ma non si può negare che stiate facendo un’importante opera culturale.
        quindi, tanto di cappello, soprattutto perchè lo state facendo con investimenti privati.
        sono, perdonami, un po’ più cauto nel definire Forma la “casa della fotografia in italia”, e questo non per prevenzione, ma semmai per la consapevolezza banale che l’operazione culturale debba in qualche modo reggersi economicamente e produrre utili. cosa assolutamente legittima e sacrosanta per un’azienda privata, ma che a mio avviso lascia poco spazio alla sperimentazione o ad operazioni più coraggiose.

        comunque, non voglio spostare il discorso su forma, non è questo il punto dell’intervento di de luigi.

        quello che tu dici degli spazi all’estero è assolutamente vero, ma sai benissimo che l’italia è una storia a sè e che ci trasciniamo sulle spalle anni di ritardo, in tutti i settori, non ultimo quello della fotografia.

        quando parli del MOMA o del Metropolitan, parli di istituzioni con un’autorevolezza, una storia, una gestione che noi ci possiamo solo sognare e non certo per mancanza di curatori, studiosi o manager, anzi, ma per il solito discorso che in Italia anche musei importanti non sanno se resisteranno al cambio del ministro o dell’assessore di turno.

        la qualità delle scelte è sicuramente un ottimo discrimine ed un buon punto di partenza per spostare l’asticella della qualità sempre più in alto.
        ma se guardo a quel che fanno oggi a Foam, le domande che si pongono e le discussioni degli ultimi convegni e forum italiani, mi sembra che in italia siamo ancora fermi all’abc!

        vabbè, chi va piano…

        cordialmente,
        andrea botto.

  • orsablu

    per me le considerazioni di robert smithson sono a oggi incredibilmente utili. e cioè, parafrasandolo, appunto , è un problema di “printed matter”. il museo per me andrebbe ideato e pensato in modo storico e contemporaneo. ma escludendo tutto quello che riguarda i new media, non per paura dei new media o per una sterile avversione verso il velocissimo susseguirsi di nuove “app”…….ma quella è un’area di competenza, e che funziona bene, per il fotogiornalismo. è un divenire continuo insomma, per il momento non museabilizzabile. l’anno scorso ho assistito a un dibattito molto importante al mi art proprio su queste tematiche. e mi piace riportare l’osservazione lì “rubata” dalle mie orecchie sorde: la fotografia oggi rispetto alle comunicazioni new media ha il ruolo che ebbe a suo tempo (cioè al tempo della sua stessa nascita) la pittura. la fotografia oggi è “tradizione” . il codice fotografia tratta un’immagine che è ferma. statica. ecco, mi piacerebbe un museo il cui principio fosse molto semplice: il principio dell’autorialità. la validità dell’autore, della sua della ricerca e il suo conseguente apprezzamento sul mercato.. cinisello ha secondo me in questo senso fatto da “apripista”, ha segnato un inizio importantissimo e spero che andrà avanti il più possibile. la ricerca, quella davvero graffiante, mischiata, sporca, spetta secondo me alle gallerie, quelle giuste, quello che non si limitano alle belle immagini “chic”, a quello ci pensano le pubblicità, no? le gallerie oggi non possono non occuparsi di new media, come non lo possono non fare i giovani artisti . ma un museo alla fine ha l’obbligo di essere educativo, la sua forza, la sua debolezza, e per farlo non può pensare di poter svolgere una funzione di ricerca “avanguardistica”, anche perchè , scusate, ma chi oggi in questo paese si è messo in bocca la parola futurista appartiene a quella becera cultura che nulla capisce d’arte . la ricerca nel resto del mondo la fanno le fondazioni private, così come si fa per fortuna anche in questo stremato paese. ecco sono davvero convinta che la fotografia ormai sia tradizione. d’altronde ingres teneva nascoste in un cassetto del suo studio delle fotografie delle sue modelle…..nude!