L’era della stupidità, parte II

Il “sistema dell’arte” è sempre più ripiegato su se stesso. E l’arte contemporanea sembra divenuta incapace di guardare fuori dal proprio microcosmo, condannandosi così, irrimediabilmente, all’irrilevanza. Esiste una via d’uscita? La seconda puntata di una riflessione in progress di Christian Caliandro sull’arte del presente.

Hegel

“Ogni lingua che non rifletta le condizioni reali di un ambiente,
di una cultura, e si congeli in qualsiasi modo, per pregiudizio
e retorica, perde le proprie funzioni, trasformandosi in convenzione
priva di senso, perde ogni autorità e in poco tempo sparisce.”

Emilio Villa

“Uomini piccoli non possono darci una grande letteratura,
e infatti non la stanno dando.”

Giuseppe Genna

A Francesco

Facciamo il punto della situazione. Lo scopo di Inpratica, e in fondo di tutta Artribune (con declinazioni e modalità diverse, come è giusto) è sempre quello di allargare lo spettro della riflessione, la cornice di riferimento, per così dire. Di individuare finalmente il “fuori” dal recinto in cui l’arte contemporanea si è costretta da un trentennio circa. Di esorbitare.
La frase di Genna si può adattare tranquillamente, senza alcuna modifica, agli artisti e al mondo dell’arte: “Piccoli uomini non possono darci una grande arte, e infatti non la stanno dando”. Mentre tutti – o quasi tutti – si concentrano infatti sulla prossima mostra, sulla prossima curatela, sulla prossima fiera, sembrano proprio perdere di vista i fondamentali. L’aspetto umano di tutta la faccenda. Lo dice anche un insospettabile come Charles Saatchi: “Fino a poco tempo fa credevo che qualsiasi cosa potesse allargare l’interesse nell’arte contemporanea dovesse essere la benvenuta; soltanto uno snob elitista vorrebbe vederla confinata all’attenzione di pochi aficionados all’altezza. Ma persino un narciso egoista e spaccone come me trova questo nuovo mondo dell’arte profondamente imbarazzante” (in The hideousness of the artworld, The Guardian, 2 dicembre 2011).

John Carpenter - The Ward - 2010

Se, infatti, tutta la mia esistenza si svolge e si concentra all’interno del “sistema” (termine inquietante e minaccioso nelle sue implicazioni, scelto e adottato una volta per tutte non a caso…), sulle sue convenzioni e sulle sue dinamiche che non vengono mai messe in discussione; se il pensiero di fondo è: “queste sono le condizioni che ho trovato, a partire dalle quali mi devo muovere e con le quali mi devo sempre confrontare: non ho tempo né voglia di discuterle, di provare a cambiarle – men che meno di sovvertirle radicalmente”, allora la dissociazione è veramente completa.
A tal punto la realtà esterna è esclusa, da scomparire del tutto alla vista e alla percezione. L’unico contesto di riferimento diventa ed è “il mondo dell’arte”. Le uniche relazioni sono quelle costruite e sviluppate al suo interno. I soli eventi accadono in questo mondo. Le occasioni nascono e muoiono in questo microcosmo.

È un modo, legittimo come ogni altro, di comportarsi e di condurre la propria vita; solo che, poi, pretendere che vengano fuori ‘capolavori’ da questo tipo di approccio, che le opere prodotte in questo ecosistema culturale e sociale siano ‘grandi’ e ‘importanti’, è semplicemente ridicolo, infantile, pretestuoso. Perché si perde di vista, appunto, l’essenziale: ogni opera prodotta fuori dalla relazione con la realtà si condanna da sola all’impermanenza e all’irrilevanza. È finzione, evasione, fuga. Quindi, non vale niente – perché non spiega il mondo, e tantomeno ne inventa uno credibile (al massimo, lo mutua da altre produzioni).
A dimostrazione di ciò, basta pensare a molta letteratura di oggi, non solo straniera ma anche e soprattutto italiana. Qual è il tentativo fondamentale, in molti casi riuscito? Sfondare il muro della finzione con i mezzi della finzione, attingere e trasmettere il nucleo oscuro – indicibile, inconoscibile – della realtà. Della storia. Dell’identità collettiva. Esempi? La trilogia degli ‘Underworld USA’ (American Tabloid, 1995; Sei pezzi da mille, 2001; Il sangue è randagio, 2009) di James Ellroy. Dies Irae (2006) e Italia De Profundis (2008) di Giuseppe Genna. Il tempo materiale (2008) di Giorgio Vasta. Le rondini di Montecassino (2010) di Helena Janeczek. Un qualunque libro di Antonio Moresco.

Helena Janeczek - Le rondini di Montecassino - 2010

Con molta fatica e qualche passo falso – dovuti quasi certamente alla sua natura più industriale e commerciale, legata inevitabilmente alle logiche e agli standard mainstream – il cinema (non quello italiano, purtroppo, per ora…) sta provando a compiere un tragitto analogo. A rilanciare in un modo simile, dicendo la verità dall’interno della finzione: Shutter Island, The Ward, Inception, Source Code, Drive sono, di fatto, costruzioni narrative metafisiche.
Quale giustificazione si può trovare all’arretramento dell’arte contemporanea? Semplificando parecchio, si può dire che, fino a un certo punto, l’arte ha seguito il percorso dell’introspezione e dell’autoanalisi linguistica (Hegel > Greenberg > Fried). Ma poi, in questo processo di emancipazione si è come incartata; è rimasta avvitata su se stessa e intrappolata in un discorso solipsistico.

Source Code - © 2010 Vendome Pictures

Questo, per quanto riguarda la parte, per così dire, “alta & nobile”. La sequenza della formazione storica, relativa al ‘sistema dell’arte’ degli ultimi 30 anni, ci mostra invece molto chiaramente che questo avvitamento coincide con la progressiva separazione e dissociazione dal mondo esterno. Dal resto della società.
Per essere grandi artisti occorre prima, e insieme, diventare grandi uomini: e i grandi uomini non appartengono a nessun ‘sistema’.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Condivido il tema, ma non è vero che i grandi uomini non sono mai appartenuti ad un sistema: hanno “surfato” BENE sulle onde di un sistema X. Un sistema è necessario esattamente come è necessario un leviatano per gli homo homini lupus. Su questi temi invito al terzo dialogo con roberto ago:

    http://whlr.blogspot.com/

    Credo infatti che sia necessario un dialogo radicale con ogni sistema, e ogni critica oggi non può più prescindere da una parte “costruttiva” e alternativa. Troppo facile limitarsi a delle diagnosi “critiche”, che oggi, rispetto al sistema dell’arte nazionale e internazionale, sono come sparare sull’ambulanza.

    lr

    • Quelli che hanno surfato bene sulle onde di un sistema X forse sono quei grandi che con la loro personalità hanno catturato l’attenzione dei critici capaci a loro volta di surfare bene sulle onde di un sistema x.

      Ma ci sono stati grandi, grandissimi, come Van gogh o Modigliani, che non hanno surfato per niente, non c’è una regola, bisogna amare!!!

      • SAVINO MARSEGLIA (artista)

        Stefania, la verità è che la casta intellettuale di storici, critici, artisti, hanno deposto le armi e si sono autoimbalsamati nel sistema dell’arte e della cultura.

        Hanno rinuciato al loro ruolo di combattere il sovrano di turno e di offrirsi ai rischi dell’avventura !

    • Caligaris

      Il problema del sistema dell’arte italiana è lo stesso del sistema Italia in generale, il potere é concentrato in poche mani che non appartengono a persone illuminate. Ci vorrebbe una rivoluzione.

  • Perchè per una volta non buttiamo giù le carte?

    Ora lo faccio io.

    Chi fa l’arte contemporanea? Le persone. In particolare le proposte che discendono da questi operatori. Cristian Caliandro è unito dal un sodalizio professionale con Pier Luigi Sacco (hanno scritto un libro insieme); quel Pier Luigi Sacco direttore insieme a Basualdo e Vettese del “Festival dell’arte contemporanea”. Format che è nato da intuizione giusta ma che ha fallito: a meno che bruciare denaro per un esercizio solo autoreferenziale non sia da ascriversi ad un successo. Il festival nei gironi di apertura non è stato nemmeno ribattuto nel settore cultura dei principali quotidiani italiani (e si chiama festiva INTERNAZIONALE).

    Il format non è riuscito a raggiungere il grande pubblico (che in italia non c’è quindi era impresa ardua), ha espresso riflessioni anche interessanti, ma per pochi curiosi, addetti ai lavori e studenti mezzi costretti ad esserci. Il festival non verrà riconfermato a Faenza e sta cercando una nuova casa….ovviamente ha elargito grandi compensi agli addetti ai lavori, facendo sì che l’establishment internazionale vedesse “meglio” i tre organizzatori….(autopromozione).

    Io ho scritto recentemente ad Angela Vettese, paventando la possibilità di proporre modifiche migliorative. Molto umilmente, cercando semplicemente un dialogo riflessivo. Angela Vettese ha subito troncato la corrispondenza. Badate, sono stato educatissimo e assolutamente aperto al confronto.

    Quindi mi chiedo se gli operatori italiani dell’arte contemporanea non vogliono, o non sono in grado, di migliorare i loro progetti, come possiamo lamentarci??? Se avessimo registi e attori improvvisati potremo avere buoni film???

    luca rossi
    http://www.whlr.blogspot.com

    • hm

      soccia rossi che catena che fai scendere con faenza .

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      NEL SISTEMA MALATO DELL’ARTE ITALIANA, NESSUNO E’ INNOCENTE DEL PROPRIO MANCATO ASCOLTO E SUCCESSO !!!

      Caro Luca, se tu fossi pienamente e chiaramente cosciente del sistema dell’arte italiano in cui tu operi, non daresti poi tanta importanza , per esempio, a quelle persone che ti hanno negato la possibilità di avere un dialogo riflessivo e costruttivo su i tuoi progetti. Tutto questo dimostra, che sistema italiano dell’arte è apatico al dialogo e chiuso alle novità e a tutto ciò che merita veramente considerazione.

      Perciò, se è vero che non ti hanno risposto – ti consiglio di mettere in atto nei loro confronti, un servizio di educazione civica più alto, cioè: quello di far emergere con tutti i mezzi di comunicazione di massa, come ci si debba comportare per essere ascoltati.

      Io ti consiglio di fare il massimo assegnamento su te stesso. Un artista davvero libero e intelligente non spera mai che coloro che dominano in questo sistema malato dell’arte, facciano per lui ciò che lui stesso non è disposto a fare.

      Anche se questo sistema riesce ad accettare i tuoi progetti, questi rappresentano soltanto un momentaneo dolce calmante; insufficiente per un’arte veramente libera da schemi rigidamente precostituiti che si perpetuano all’interno di questo sistema autorefernziale, maleducato e ormai prossimo al collasso.

      E’ infantile, scaricare addosso a questo sistema la responsabilità del proprio mancato ascolto. Questo sistema preferisce artisti acritici, addomesticati al potere di turno; preferisce l’elite che il grande pubblico; preferisce la massa amorfa a far gregge che l’autenticità di un progetto. Un sistema rassegnato e distratto a linguaggi ripetitivi di torme di artisti superpagati e di modesti contenuti. Un sistema che fa le campagne acquisto come quello del mercato dei calciatori, e via dicendo. Un sistema che non cerca nella realtà il senso e lo scopo dell’arte nella società.

      Un sistema che non sottolineare abbastanza che l’arte acquista autenticità: il suo senso più profondo, soltanto nell’affermazione di una sovranità individuale, clandestina – fuori da questi giochi e giochetti di micro e macropotere esercitati con arbitrio da figure e figurette nei mausolei dell’arte.

      Caro Luca, devi dire a tutti, a chiare note che questo sistema dell’arte italiano è putrefatto e nessuno è innocente del proprio mancato ascolto e successo.

      Savino Marseglia

  • SAVINO MARSEGLIA (artista)

    L’ ARTISTA HA RINUNCIATO AL CAMBIAMENTO DELLA REALTA’ !!!

    Oggi per quanto concerne il sistema dell’arte è fuor di dubbio che esso non è altro che una sovrastruttura funzionale all’attuale struttura socio – economica – finanziaria dell’ideologia dominante post capitalistica.

    Quindi, non è solo un problema legato ai linguaggi e contenuti innovativi. Ciò è solo un aspetto secondario della complessa questione legata al ruolo dell’arte. Dobbiamo porci la domanda, se l’arte ha ancora una funzione nel processo di trasformazione del reale. Oggi l’arte è solo una pratica di consumo d’elite, in cui l’opera è solo un’ espressione del Dio denaro.

    L’artista non ha più niente da dire; anche il suo linguaggio, se pur significativo a livello di contenuti comunicativi è destinato sempre e comunque al fallimento. L’arte non va in nessuna direzione di cambiamento radicale. L’ideale dell’artista, adesso, è l’impotenza: la coercizione dei propri impulsi di libertà e ancor più grave la consapevole legittimazione di questa società industriale e commerciale che riduce il pensiero solo in merce di scambio.

    Per questa presunta perdita di libertà, molti dei migliori artisti si sono appartati nel silenzio, in attesa di un risveglio della coscienza collettiva. Oggi molti noti artisti osannati all’interno dello star-system, danno una giustificazione alla loro logica di successo, senza nemmeno sapere perché, ma non credo che emerga la loro coerenza di artisti liberi e non compromessi al sistema dell’arte e al potere politico ed economico dominante.

    In questo sono artisti mediocri quanto noi, che non osiamo lottare nelle oscure barbarie del nostro tempo.’

    • Sara

      Condivido tutto in pieno!

  • hm

    – Dies Irae (2006) –

    molto meglio questo http://it.wikipedia.org/wiki/Deus_irae, ho provato a leggere due libri di genna e mi risulta semplicemente INAFFRONTABILE, una catena solipsistica mai vista . niente di paragonabile ai primi validi libri di alan d.altieri per rimanere nel noir e negli intrecci s(p)ionistici . ellroy invece è ultraprolisso e più logorroico di rossi, veramente arduo terminare un suo libro, masochismo allo stato puro . per quanto riguarda il filone very cool dei libri storici mixati alla fiction ci sono anche gli ultimi libri di enrico brizzi, ma penso siano ancora peggio dei suddetti quindi potete tranquillamente saltarli . senza contare che la finzione non si sfonda con la finzione, per defin(i)zione, ancora più difficile sfondarla quando si è marcatamente faziosi .

  • haze

    Ve la siete suonata e ve la siete cantata sguazzando alla grande nel piccolo stagno asfittico del contemporaneo italiano, e adesso che cominciate ad essere assaliti dal dubbio volete coinvolgerci nelle vostre autocritiche.
    Quando parlate dei piccoli uomini incapaci di fare una grande arte, di vedere ad un palmo dal proprio naso, PARLATE DI VOI.

    • christian caliandro

      Gentile haze,

      chiunque mi conosce un pochino sa che le cose scritte qui sopra sono le stesse che vado ripetendo da una decina d’anni almeno (in maniera persino ossessiva e vagamente nauseante per chi mi sta vicino). Magari, sono solo scritte un po’ meglio.
      Di tutto mi si può accusare, quindi, tranne che di essere un convertito dell’ultima ora, oppure uno che cerca di riposizionarsi avendo verificato che il vento sta cambiando: semmai, prima su Exibart e adesso su Artribune stiamo tutti insieme faticosamente cercando di articolare e realizzare questo cambiamento – e non da oggi. Denunciando regolarmente proprio quella ‘asfissia’ di cui tu parli, analizzandone le ragioni e cercando sempre di individuare il ‘fuori’ rispetto al recinto del ‘sistema dell’arte’. Direi quindi che, per questa volta, la tua (giusta) ira è proprio male indirizzata. Lo stesso vale, ovviamente, per il nostro caro Luca Rossi. Cordiali saluti

      • Caliandro guardi che non è imminente nessuna resa dei conti. Lei argomentando di un fuori e di un dentro e attraverso una figurazione di questa specie, genera in chi legge che dentro stanno i mascalzoni e fuori i virtuosi. Io ho sempre scritto che di ghetto ne esiste UNO solo, che questo diviene sempre più inabitabile e che le specie che Vi risiedono sono gli Operosi , gli aspiranti operosi e gli agitati. Tutti riconoscibili dai ruoli che esercitano. Ruoli,ovviamente, reversibili.
        E questo é in fatto a cui nessuno può sottrarsi poiché, se non altro, Crea -scrive – progetta ed anche perché leggendo Artribune o Flash art partecipa come testimone e dunque abita il ghetto.
        Ghetto in astratto e questo Lo dico ai bestioni che fanno finta di non capire.

        Così è Caliandro. Allora a questo punto mi spiega questa necessità di prendere le distanze?
        O devo supporre che sia sufficente in Saatchi che si confessa pubblicamente perché si punti il dito verso i cattivi?
        Non ci sono colpevoli. Ci sono semmai dispositivi di potere che attraversano tutti perché tutti , potenzialmente, collaborano.
        La saluto Caliandro.

      • Io, in linea di massima, condivido l’articolo, come non condividerlo? Apparte che credo che la stupidità (invece che il solito lo smart relativism) possa essere efficace per contrastare un sitema in cui tutte le soluzioni intelligenti trovano già gli anticorpi per disinnescarle. “Stupido” da cretino, come cristiano: gente semplice pronta a porgere l’altra guancia….

        Quello che mi irrita è la totale incapacità di passare dalle parole ai fatti. Se ci limitiamo ad una critica senza speranze, finiamola di ripeterla all’infinito. Stesso atteggiamento di Sacco su Flash Art: si parla di pensiero divergente e poi non si fa nulla per favorirlo realmente……

        Non vorrei che tutto questo sia una speculazione sulla crisi……..troppo facile, masturbatorio ed inutile.

        lr

        • Luca io penso che i veri cambiamenti avvengano sempre e solo in capo ad ogni singolarità e così VIA VIA di singolarità in singolarità, vero ed autentico campo di sperimentazione e conquista. Detto questo e veniamo al punto , di Sacco ad esempio che tu hai tirato in ballo , ciò che personalmente mi interessa è non della sua strategia teorica Nell indicare i punti ciechi con le contraddizioni numerossisime del vituperato sistema, ma la qualità della libertà di cui faccio esperienza tale da evitare di soccombere.
          Porsi di fronte al sistema non solo come mero agitato ma anche in rapporto alla tua propria indipendenza che puoi conquistare rispetto ad esso.
          Siamo troppo concentrati su cio’ che avviene intorno e poco di ognuno di noi se non pensare e pragmaticamente a progetti di ambizioso sciocco successo.

  • ginevra.

    Ci sono troppe affermazioni semplicistiche in questo articolo, troppe certezze che partono da assunti inesistenti, c’è un sentire di fondo condivisibile, ma un processo logico nelle argomentazioni che tenderei a cercare di chiarire…

  • elena muti

    articolo noioso e inconcludente. ma dove state andando a parare?

  • Monica Seksich

    L’artista anticamente era filosofo, pensatore, eclettico. Era importante sia la techné sia il contenuto trasmesso. Quando non vi era una completa libertà espressiva l’artista era in grado di creare opere realmente interpretabili a più livelli. L’artista era curioso di qualsiasi scienza, e il confine tra arte e scienza era assai sfumato. La rinascita è possibile solo a questa condizione: che l’artista esca da un “mercato” per conoscere l’universo, che smetta di essere egoriferito e si faccia tramite, accettando il proprio servizio verso se stesso e gli uomini. Un recupero della dimensione spirituale (e non sto parlando nè di religione, nè di imbarazzanti minestroni new age, ma di quella spiritualità che traspare dalla Bellezza) è fondamentale per una rinascita. L’artista ha un ruolo sacro, il fatto che negli ultimi 50 anni solo la dissacrazione e il provocazionismo abbiano avuto riscontro critico è confermato dalla noia e dallo stallo imperante. Non c’è movimento, ma solo mercato e individualità. Un mainstream miope e schiavo del pop, oppure finto ermetico. Ma quando ci si accorgerà che l’impertaore non ha vestiti addosso?

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      QUALE SAREBBE L’AUTONOMIA DEL CRITICO D’ARTE ?

      Mi sia consentito Monica Seksich, esprimere la mia modesta opinione: io ritengo che questo sistema malato dell’arte è fortemente distante dalla realtà oggettiva e dalle reali necessità artistiche che esprime il territorio.

      Un sistema arbitrario che mira a valorizzare e a concentrare l’attenzione dell’esiguo pubblico dell’arte solo su un numero limitato di artisti superpagati – spesso presuntuosi e culturalmente ignoranti.

      Un sistema oligarchico, concentrato sul potere di pochi potenti collezionisti, galleristi- sostenuto da una casta intoccabile di critici e curatori, accodiscendenti che impongono scelte di artisti e linguaggi all’interno di prestigiose istituzioni d’arte.

      Questa casta si è specializzata nel confenzionare solo arte griffata, che vediamo esposta nella maggior parte di musei, gallerie d’arte delle nostre città. Arte da vendere con tanto di certificato di qualità e a prezzo carissimo ai nuovi ricchi borghesi.

      Questa sarebbe la funzione del critico d’arte di oggi? Mi domando ma dov’è finita l’autonomia di giudizio e la libertà intellettuale?

      La realtà è che oggi la critica d’arte si è ridotta ad avvalorare questo sistema malato dell’arte e a fornire investimenti e riinvestimenti di merci preconfezionate ai nuovi e vecchi ricchi della nostra epoca consumistica e forse di quella successiva.

      Tutto ciò avviene, nell’indifferenza totale e sotto un’unica regia che è poi il profitto a tutti i costi. La bestia grigia che mantiene in vita questo sistema malato, perennemente statico.

      • Monica Seksich

        Caro Savino, ma stiamo proprio dicendo la medesimerrima cosa… ma ci sono realtà che si battono perchè tutto ciò cambi. Qualcuno alla fine urlerà a squarciagola: -l’imperatore è nudo!…- Il concetto di artefashion divisa in sartoriale è pret-à-porter, che va a premiare provocazionisti e pretestofili è arrivato alle sue battute conclusive, perchè prima o poi qualcuno comincerà a chiedere arte che abbia technè e anima, e il castello di carte si affloscerà, perchè molti “artisti” non hanno nè technè nè anima, quest’ultima venduta al demone finanziario. Ma molto fa anche l’ignoranza e la diseducazione di un pubblico privo di senso del bello, e spesso anche di conoscenza della lingua italiana, altrimenti ci si renderebbe conto che molti critici non sanno proprio quel che stanno scrivendo. Ne leggo di emerite supercazzole ogni santo giorno. La Bellezza non ne ha bisogno, usa il linguaggio dell’Armonia universale, comprensibile da tutti per fortuna, anche se a livelli diversi. Solo che ultimamente Essa è un po’ al confino…

  • Che dopo il 2001 l’arte contemporanea sia entrara in crisi, mi sembra chiaro (vedi dialogo con roberto ago ora su whitehouse). Ma nel 2011 non serve a nulla sparare critiche e diagnosi senza proporre una via alternativa,è come critica Berlusconi :”OK; BENE, QUINDI? ALTERNATIVE? SOLUZIONI CONCRETE?” Ed ecco come sia necessario un ruolo ibridato dove si confondono e fondono diverse figure del sistema. Ritengo che in Whitehouse ci siano i germi di questa alternativa. E da poco anche il terzo punto: il pubblico.

    Che però un certo sistema che sia Caliandro, Sacco, Vettese, o Di Pietrantonio, Gioni, ecc ecc …siano consapevoli del problema ma non facciano nulla per risolverlo, fa un po’ incazzare. Permettetemi il termine. Fare qualcosa significa dialogo, confronto e poi progettualità concreta.

    lr
    http://www.whlr.blogspot.com

  • paola

    Che meraviglia leggere le righe di Monica mi trovo concorde con lei in tutto e per tutto sono contenta che ci sia qualche voce che fa eco alla tua e ti senti sola e un sognatrice idealista e folle evviva il pensiero puro e autentico c’è speranza di rinnovamento ma occorre uscire dai gusci ed essere un movimento di persone ed energie

    • Monica Seksich

      Grazie Paola, in effetti non sono solo idealista e sognatrice, ma lavoro fattivamente per proporre progetti espositivi di buon livello, senza far tirare fuori un euro agli artisti, aborro la filosofia cancrenosa e squallida degli affittacamere d’arte, ovviamente si opera con selezione rigorosa, ci costa una fatica pazzesca e non ci rende nulla, ma sono convinta che prima o poi l’onestà intellettuale verrà riconosciuta.
      Bisogna ritornare alla disciplina, al rigore, l’artista sa che la vita intera è un percorso di studio infinito. Essere capaci a fare e a pensare: e non solo, ma reinterrogarsi sul proprio sociale, sul periodo storico, essere capaci di grandi fermenti collettivi e non solo di autistica individualità.

      • Non vi è alcun dubbio del suo idealismo Seksich perché se ho compreso bene il problema si dovrebbe risolvere attraverso la sostituzione della “filosofia cancrenosa degli affittacamere dell arte” con il suo appunto idealismo che prevede senza dubbio lavoro concreto, serieta’, rigore nel la selezione di quei progetti conformi al suo sentire.
        Tutte qualità che anche gli affittacamere sanno perfettamente esibire e per quanto riguarda i concetti di esclusione, mettere in pratica.
        Le chiedo dove posso cogliere la diversità che ella teorizza rispetto a quella degli affittacamere.
        Grazie e con l’occasione la saluto.

        • Laura

          Lorenzo gli affittacamere non selezionano è questa la differenza, chiunque possa pagare diventa un’artista…..

          • Quello di cui tu fai riferimento Laura é solo in criterio : si scelgono coloro che sono disponibili a offrire denaro o altro.
            Ma la selezione avviene ugualmente e parlare di selezioni di persone io personalmente, la trovo una cosa francamente brutta perché genera esclusione.
            Dunque quando leggo di selezione rigorosa non posso fare a meno di iniziare a dubitare sulle reali asserite differenze.

  • Vedendo tutto ciò, la confusione, la grande infelicità, il senso di enorme malessere, ogni serio indagatore direbbe che è possibile trasformare questa società solo se l’individuo trasforma realmente se stesso, ovvero se si rigenera dalle fondamenta. La responsabilità di questa trasformazione ricade sull’individuo, non sulle masse ,sui politici,o sui preti,partiti, sugli stati, le chiese, ma su ogni essere umano consapevole di questa spaventosa confusione Artistica,politica, religiosa ed economica.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Franco, quando la nostra responsabiltà individuale diventa modello anche per gli altri e la nostra volontà ideale mette a frutto tutti i mezzi e tutte le opportunità per migliorare, trasformare nostra società, i risultati in termini di libertà culturale e di giustizia sociale hanno dell’incredibile.

  • “…non è vero che i grandi uomini non sono mai appartenuti ad un sistema: hanno “surfato” BENE sulle onde di un sistema X.” (luca rossi)
    “…ci sono stati grandi, grandissimi, come Van gogh o Modigliani, che non hanno surfato per niente, non c’è una regola,…” (stefania ugatti)
    La verita’ e’ che i “grandi” (ma anche semplicemente i “veri”) artisti non si sono mai posti, nel loro operare artistico (e quindi prescindo dalla parte “commerciale” del loro operare che, per altro, c’e’ sempre stata, per ciascuno di essi, con maggior, minor o nessuna fortuna) non si sono mai posti il problema del “sistema” e del fatto di appartenervi o meno. A volte ne hanno fatto parte a pieno titolo, a volte lo hanno sfruttato, altre ne sono stati travolti ma, nel loro operare, nella loro ricerca, “il sistema” non era certo al centro dei loro pensieri e spesso neppure all’estrema periferia. Ed anche l’idea che l’artista sia tale solo se capace di ” reinterrogarsi sul proprio sociale, sul periodo storico, [..] di grandi fermenti collettivi…” (monica seksich) e’, se non proprio un luogo comune inconsistente, certo un concetto largamente sopravalutato : la storia dell’arte e’ piena di “grandi” cui del “sociale” o del “periodo storico” importava ben poco e che comunque, certamente non han fatto di essi tema centrale o soggetto rilevante della loro ricerca.
    L’artista si propone di comunicare l’incomunicabile, di dire, col suo linguaggio, quello che non puo’ esser detto (o non può esser detto con altrettanta efficacia e profondità) con altro linguaggio… tutto il resto e’ meramente accidentale.

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