Il Macro macello, altro che Mattatoio

Galleristi che hanno voglia di dire la loro. Che facciamo, li censuriamo? Nooo. E allora ecco una nuova incursione di Giorgio Galotti, della CO2 Contemporary Art di Roma, nel sistema dell’arte. E dopo aver fustigato il voyeurismo fieristico, ora non le manda a dire sulla gestione del Macro Testaccio.

Compassi d'Oro alla Pelanda - photo Claudio Vitale

Non è giusto – dice Teofrasto – odiare i colpevoli, perché l’errore li spinge al delitto, e uno spirito assennato non può odiare chi sbaglia. Se per ignoranza della via un tale si aggira per i nostri campi, sarà meglio ricondurlo sulla buona strada anziché cacciarlo con la forza. Si devono correggere i colpevoli sia con l’ammonizione, sia con la forza, ora dolcemente, ora aspramente.
Seneca, Dottrina della morale

Arrivati a questo punto, credo non ci resti che passare alla forza, una forza costruttivamente critica. Soprattutto dopo aver digerito l’ultima proposta da 3,5 milioni di euro per dedicare una parte del complesso del Macro Testaccio a un Museo della Fotografia.
È passato del tempo da quando quella sede ha aperto i battenti. Era stato battezzato Macro Future, poi, dopo pochi mesi di vita, i gestori avevano ben pensato di rettificare tale denominazione in Macro Testaccio, forse perché di Future non aveva mai avuto neanche l’ombra.
Ebbene, oggi quello che accade all’interno di quella struttura dal sapore industrial-vintage è qualcosa di tipicamente italiano. È giusto parlarne in modo completo per ravvivare una discussione che sembra essere ormai data per scontata.

La terrazza del Macro

Il complesso del Mattatoio, nato tra il 1888 e il 1890 per mano di Gioacchino Ersoch, risulta oggi essere uno dei grandi esempi di architettura industriale recuperata in una piccolissima parte. Un complesso architettonico che ha subito da sempre l’onta di una gestione inutilmente dispendiosa: dalle superflue decorazioni, fortemente volute dalla committenza del tempo, all’eterna necessità di ampliamento – vedi le aggiunte del Frigorifero (1911) e della Pelanda dei suini (1915). Una gestione che da allora a oggi non ha mai trovato pace.
Dal 2002, infatti, il complesso – che vanta circa 105.000 metri cubici, di cui circa 43.000 coperti – è stato in parte assegnato al Museo Macro con l’obiettivo di “ampliare, rivitalizzare, stimolare e diffondere la scena artistica contemporanea“. Lo spazio che risulta essere usufruibile a Testaccio è una struttura di oltre 8.000 mq espositivi. 3.000 mq sono ricoperti dal Padiglione 9a e 9b, aperti regolarmente al pubblico durante i periodi di mostra, e dopo l’investimento fatto per la ristrutturazione della Pelanda lo spazio utilizzabile si è ampliato di altri 5.000 mq.
Ma la struttura non finisce qui. La possibilità di recupero di altri due padiglioni, ora definiti in “stato di abbandono”, potrebbe offrire al Macro la candidatura per uno dei musei più grandi al mondo. Il complesso contiene inoltre due teatri di 260 mq ognuno e alcuni studi-laboratori di circa 120 mq. Una sala regia di 65mq, una sala registrazione, un appartamento per residenze di circa 130 mq, più altri 150 metri di bagni, servizi e camerini. Tutto già pronto per l’uso.

Macro Testaccio

Ma i musei, da che mondo è mondo, vanno riempiti di progetti e di opere d’arte. Ed è proprio questo il punto cruciale di questa sublime bestia architettonica. Le opere d’arte ci sono, i progetti ci sono stati e continueranno a esserci, popolando senza dubbio i capannoni in concessione al museo. Ma il modo in cui è stato gestito rende questo “territorio di confine” un caso puramente italiano, anzi forse più propriamente “romano”.
Quella che doveva essere una terra fertile da irrorare di nuova creatività è, allo stato attuale, una “linea Maginot” tra il campo operativo del Macro e i tentativi di inserimento dei finanziatori occasionali, che sulla nuova corteccia del Museo stanno penetrando lentamente. Come una giovane sequoia piantata ex novo in un bosco ricolmo di funghi, muschi e licheni pronti a ricoprirne l’intero tronco. Il Macro Testaccio oggi è esattamente questo. Una delle poche strutture museali che versa in uno stato di autogestione. Uno degli esempi più lampanti di mala gestio all’italiana.
Che poi i fondi, se li cerchiamo bene, ci sono stati, ci sono e senza ombra di dubbio continueranno a esserci. Vengono solo canalizzati in progetti espositivi di quart’ordine, affidati a “gestori” locali che dovrebbero dare un volto e un corpo al “rinascimento romano” e invece finiscono per farci andare di corpo a ogni progetto presentato.
Quello che andrebbe definitivamente evitato è l’accumulo di manifestazioni sui generis, mostre con durate dai 3 ai 30 giorni, fino ad arrivare a feste e iniziative private che finiscono solo per allontanare i potenziali visitatori. Come è avvenuto la scorsa estate, con un’operazione “espositiva” che invece di celebrare l’Unità d’Italia l’ha sfaldata nuovamente.

P.S.1

Immaginatevi un giorno di essere turisti a Roma, entrare al Macro Testaccio e trovarvi in mezzo a un gruppo di gente ben vestita invitata per l’occasione, immortalata di fronte a una teca enorme che racchiude oggetti di design di dubbio gusto accumulati come uno dei peggiori showroom. Immaginatevi di dover sottoporre il vostro occhio a questo scempio e di doverlo fare dopo aver pagato un biglietto di ingresso. Immaginate pure di dover assistere a questa “selezione impeccabile” di oggetti mostruosi sentendovi fieri dei vostri connazionali. Immaginate di dover vedere accanto a questi mostri, altrettanti mostri, umani, che fanno la fila per consumare un alcolico e sfruttare gli spazi esterni dell’ex mattatoio come il peggiore dei locali notturni.
Ora smettete di immaginarvelo perché questo, al Macro Testaccio, accade spesso. Un territorio senza limiti dove vengono destinati tutti i progetti più assurdi di Roma. Se si potesse stendere un curriculum vitae, il Macro Testaccio non potrebbe neanche essere annoverato tra i musei di Roma, arrivando a disconoscere almeno il 90% dei progetti presentati, rigorosamente timbrati con marchio d.o.c.g.
Eppure anche il MoMA ha due sedi con cui opera alla grande. Una per l’arte storicizzata – con una bellissima sezione del museo destinata al design – e l’altra per la sperimentazione, nel lontano Queens (un po’ il nostro Testaccio) sotto il nome P.S.1, e con una gestione di apertura del museo, di ristorazione e di bookshop, affidata alla gente che nel Queens ci vive. Un luogo che ospita cultura e che della cultura si serve per bonificare zone ibride, per istruire e dare lavoro a soggetti che conoscono bene la propria terra e farebbero di tutto pur di difenderla.
E la differenza risiede proprio nel valore di quella cultura, nel valore della propria storia, nella drastica selezione e nella necessità di tutelare un bene di propria appartenenza.
Inoltre il MoMA ha una propria collezione, che cresce nel tempo anche perché il P.S.1 la rifocilla. Chi va a New York al MoMA ci passa sempre.

Tacita Dean – Film - Turbine Hall, Tate Modern

La Tate, invece, con ben quattro sedi (due dentro Londra e due fuori), mantiene un livello di mostre pronte a tutelare l’arte nazionale e in grado di guardare alle nuove tendenze. L’intestazione sul web è la seguente: “TATE – British and International, modern and contemporary art“. Come a dire: “Noi sulla nostra storia puntiamo ma non tralasciamo il futuro del mondo“.
E in momenti di crisi, quando trovare fondi diventa più difficile che portare a cena Eva Kant, non sarebbe più proficuo destinare una sede del genere alla sperimentazione Made in Italy? Un gran peccato pensare che eravamo riconosciuti per un numero inclassificabile di capolavori classici, sublimi prodotti di design e attività culturale invidiabile, e che avremmo potuto scalare la vetta del contemporaneo rivolgendo qualche attenzione maggiore alle nuove generazioni, ovvero la nostra.
Eppure basterebbe far dialogare degli spazi del genere con una collezione permanente attualmente segregata negli scantinati del Macro di Via Nizza. Giusto per evitare di arrivare a Testaccio e vedere quelle inferriate arrugginite sbarrate e, alzando gli occhi al cielo, dover soffermare il proprio sguardo sulla campata centrale dello stabilimento di mattazione, dove un Genio alato, sempre più simbolo di un Potere in decadenza, atterra un bue che scalpita.
Come un settore dell’arte ormai in ginocchio di fronte alla sua stessa struttura portante, che sembra non volersi ancora liberare della sua gramigna.

Giorgio Galotti

www.macro.roma.museum

  • morimura

    Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi…

  • Enrico

    impeccabile, davvero paurosa questa gestione.

  • marco locchi

    mi aspettavo qualcosa di più spietato con una gestione così provinciale.
    ma parlarne è già molto.

  • M.C.

    finalmente un grido nella melma

  • hm

    – dove un Genio alato, sempre più simbolo di un Potere in decadenza, atterra un bue che scalpita. –

    al posto del bue ci si potrebbe mettere la lupa (che tra l’altro era un simbolo etrusco tristemente scopiazzato dai romani, e la cui replica conservata nei musei è un falso clamoroso ormai sgamato anche dai tedeschi —> http://www.ilgiornale.it/cultura/archeologia_der_spiegel_lupa_capitolina_e_falso_clamoroso/arte-attualit-lupa_capitolina-roma-der_spiegel-musei_capitolini-bisanzio-dante-mommsen/21-11-2011/articolo-id=558079-page=0-comments=1) .

  • Elena

    roma roma roma. vogliamo crescere roma?

  • Giorgio Galotti

    Una rettifica:

    l’articolo è stato elaborato circa 10 giorni fa, molto prima dell’inaugurazione della mostra di Steve McCurry, che non ho visitato di persona ma che sembra ben ideata e all’altezza di una città internazionale. La durata stessa della mostra ne è una dimostrazione.
    Inoltre nei progetti espositivi messi in discussione si salvano assolutamente quello di NY Minute e la mostra sulla Collezione della Fondazione Sandretto Rebaudengo, a mio avviso molto ben congegnati.

    Quello che metto in discussione è la gestione senza una programmazione vera e propria o con obiettivi importanti.

    • Ovvero Galotti , senza nomi ben collaudati come mc curry oppure efficenti meccanismi di ponderata pre selezione che rispondono al nome di Sandreetto.
      Su Galotti facciamo una liberatoria risata perché l ha fatta ,per fortuna, dentro il vaso.

      • Giorgio Galotti

        Mc Curry è un fotografo con caratura INTERNAZIONALE, non è nel mio gusto personale ma l’impostazione della mostra e la carriera del fotografo sono talmente professionali che non credo possa essere criticato se non per STERILE e SOGGETTIVA POLEMICA stilistica.

        NY Minute ha proposto PER LA PRIMA VOLTA A ROMA la scena artistica americana dei nostri anni. Non credo possa essere criticata se non per STERILE e SOGGETTIVA POLEMICA stilistica.

        La collezione Sandretto ha portato per LA PRIMA VOLTA A ROMA capolavori che molti avrebbero visto solo in cartolina. Non credo possa essere criticata se non per STERILE e SOGGETTIVA POLEMICA stilistica.

        • Ma guarda in po’ , siamo in presenza di intoccabili e questo grazie alla caratura internazionale, autorevolezza, professionalità’ o quant’altro.
          Dunque attenendoci rigorosamente a questo singolare criterio mi chiedo se sia possibile avanzare leggitime critiche verso soggetti , poniamo di altre epoche storiche in possesso dei medesimi requisiti.
          Che so, ad esempio un ARNO BREker, celebratissimo scultore del tristemente famoso reich millenario.
          Ad ogni modo Galotti le rinnovo le più sincere congratulazioni per il tempismo da ella esercitato nel sanare una perdonabile omissione di dovuto distinguo.

          • hm

            il vero raggiro dell’arte 2.0 (ma anche versioni precedenti) è instillare nelle masse che il gusto soggettivo sia roba infima da non tenere in considerazione, è lo stesso principio della minimal (in tutte le sue espressioni) . un vero cancro da estirpare questo atteggiamento che non differenzia un artista da un impiegato di banca (quindi very cool a immagine e somiglianza del nostro savio governo benedetto da banchieri internazionali sionisti e corporations, ah no non si può dire o mi ribannano, standard & rich disagree http://justanothercoverup.com/politics/standard-poors-more-examples-of-corporate-whores/) . è lo stesso motivo per cui cessi come twombly sono entrati nella storia dell’arte, almeno recente visto che saranno dimenticati molto presto . spesso il residuo di gusto soggettivo mainstream coincide con (install)azioni simpaticotte ironiche e spigliate quando non inutilmente didascaliche ottuse vuote ridondanti sionblasfeme pornoidiote e patetiche . tipo benigni che da fiorello si mette a fare un’ode al defecamento e si prodiga in interventi puerili da lancio con la cerbottana durante la ricreazione, l’importante è lo share e ridere nel modo più vacuo possibile sganciati da ogni contatto con la realtà . anzi la vera trasmissione e il vero contenuto sono gli stacchetti pubblicitari, benigni/fiorello è la pubblicità agli stacchetti e il presentatore degli stessi . un po’ quello che esaltava andy warhol, così entusiasta del denaro per il denaro e dell’immagine pubblicitaria di massa .

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Galeotti, per comletare la programmazione nella città imperiale del basso impero, mettiamoci pure la Transavanguardia!

      • Rino Marcello

        Concordo con Galotti che non a caso ha scritto il suo commento contemporaneamente all’orribile mostra al Macro Testaccio di un tale Marco Tamburro “findanzato” dell’ex ministro Giorgia Meloni e presentato in catalogo dalla macchina mangia soldi di Luca Beatrice. Un vero scandalo!

  • mani

    messaggio per il sig. marras:
    ci dica sig. marras cosa è riuscito a offrici di così stupefacente in questa vita tanto da deridere progetti di successo, portati avanti da veri professionisti del settore (mi riferisco ai progetti di mcCurry, ny minute e sandretto), che credono fortemente in quello che fanno per il proprio bene e quindi per quello comune?
    ce lo racconti così potremmo confrontare gli operati apertamente.
    senza rancore

    • silvano

      noooooo,sei pazzo? chiedere a marras che contributo ha dato oltre tre chiacchere?mi piacerebbe sapere se c’è un libro da leggere a nome suo,lo comprerei volentieri per farmi un idea di quanto possa essere capace di sviluppare una sua opinione,mi piacerebbe sapere se il signor marras è capace di scommettere su se stesso,con le proprie economie per sostenere un credo e beccarsi le conseguenze di quanto dichiarato.
      ma tutto sommato è meglio andare a scrocco su artiribune…no?

      • LorenzoMarras

        Silvano caro , certo che qui io, tu savino ed altre brave persone chiaccheriamo. Cosa c è di negativo in questo ? quando ti si legge sembra di trovarsi di fronte ad uno incarognito a cui gli è stato fatto fuori il gatto.
        Rilassati e beviti un buon rosso.

        • silvano

          …questo libro?

          • LorenzoMarras

            ma il Corsaro nero, Silvano.
            Mi meraviglio di te.

          • SAVINO MARSEGLIA (artista)

            LA CULTURA E L’ARTE ORALE E’ QUELLA MENO MERCIFICABILE !

            Per chi non sollecita una critica costruttiva e non risponde alle questioni sollevate dalle esperienze altrui.., non sbagliare è impossibile- anche se questi sbagli si scrivono in un libro. Silvano c’è sempre l’alternativa della cultura orale, che non ha nulla da invidiare a quella scritta nei libri. Poi, se non lo sai, la cultura orale è quella meno mercificabile.

          • silvano

            « A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna. »
            (Emilio Salgàri)..che fai ti uccidi?

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      IL SUCCESSO NELL’ARTE: E’ UNA STELLA CHE SBADIGLIA ! (Tristan Tzara)

      Quasi tutti questi cosiddetti “progetti di successo” nelle cattedrali dell’arte, senza l’aiuto del Dio denaro e di una certa critica sottomessa al potere mediatico finanziario, non riuscirebbero a richiamare su di sé un pò di attenzione. Questi progetti sono pensati a dimostrare di essere qualcosa di importante piuttosto che essere qualcosa di significante.

      Nella vita e nell’arte, poi, non conta dimostrare di FARE qualcosa, ma di ESSERE qualcosa di autentico. La creatività non si trova solo in alcuni artisti eletti dal potere, ma in tutti gli individui in cui l’autocoscienza artistica è una condizione normale. L’arte dovrebbe essere espressione fatta da tutti, non patrimonio di esclusivo di pochi eletti dallo star-sistem.

      Molti progetti cosiddetti di successo non sono altro che il corredo canzonatorio del potere politico e finanziario che ne permette l’esecuzione e il successo; che ne sponsorizza l’organizzazione e ne beneficia come strumento d’immagine e di clamore suscitato.

      Il successo per molti artisti autentici è come dice Tristan Tzara: “è una stella che sbadiglia”

      • silvano

        …e così caro savino ti sei legittimato pur sapendo “fare” poco .

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          Caro Silviano, non stiamo qui a prenderci in giro: io non ho bisogno di nessuna legittimazione se non della mia dignità. Io, ed io soltanto, sono il vero signore di me stesso. Tu piutoosto che ti elevi a giudice, mi spieghi cosa sai fare?. Prima di giudicare gli altri cerca di conoscere prima te stesso.

          • silvano

            savino,tu ti esponi…io ti giudico,d’altronde questo luogo non è il campo della tua rappresentazione?e d’altronde tu non adoperi il tuo giudizio su chi si espone?

          • SAVINO MARSEGLIA (artista)

            L’ARTE DI ESPORSI E’ ARTE !

            L’arte di esporsi è una vera gara: perciò tu mentre scrivi su di me ti esponi, senza rendertene bene conto della tua vanità.

            Tutto questo vale per tutti e sotto qualsiasi dictat.

            Perciò non illuderti mai che qualcuno possa sostituirsi alla tua vanità nel determinare un giudizio una valutazione sulla buona qualità delle tue parole.
            Pranzi con cibi naturali e beveti su un buon bicchiere di vino rosso sangue, griffato Savin di Savignon!

    • LorenzoMarras

      Ah niente. Assolutamente niente. Dalla vita di tutti i giorni ho solamente preso , si insomma, facendo i conti un po’ all’ingrosso devo ammettere di essere un debitore (senza sensi di colpa eh).
      Debbo altresi’ ammettere che la domanda che mi è stata posta è invero interessante perche’ la trovo deficitaria in origine (rispetto, si, ai suoi intenti ironici per finalita’ di basso profilo ecco) in quanto ed implicitamente si pone al mio indirizzo con un inspiegabile NOI …cosa è riuscito a offrir-CI ….tradendo cosi. un qual mal-animo vagamente collettivo che nei miei confronti e con grande soddisfazione, mi attribuisce senza volerlo una identita’ di Imputato. Il che non è poco di questi tempi, dove molti si sentono vittime di qualcosa. Non merito simile privilegio Mani.
      Venendo ai fatti , non ho deriso i progetti del Mc Curry e della Dottoressa Sandreetto, perche’ avrei dovuto farlo ? ho solo scritto che uno e l’altro non sono INTOCCABILI , aprioristicamente, come NON siamo intoccabili ne io ne Lei Mani. Osservazione fatta all’articolista Galotti , nuda e cruda .
      Il riferimento a Breker era puramente strumentale perche’ , anche li, la maggioranza di quell’epoca non poneva in discussione la sua “CARATURA”.

      Ogni epoca ha i suoi imperativi, COMPRESA la nostra, caro Mani.

      Senza rancore , Mani, confido nella sua comprensione visto che non posso , non avendoli, metterla al corrente di “”SUCCESSI””” mai conseguiti.

      Buon giorno.

      • mani

        le posso dunque solo augurare, sig. marras, di mettersi al lavoro.
        in bocca al lupo, oggi ne ha bisogno più che mai.

        • Lei è gentile mani ma non si offenda se declino il sup disinteressato augurio.
          Vivo bene da inoperoso .
          Di nuovo.

  • Silvano sei sicuro del titolo di in libro che fai ti uccidi?
    No dico perché non é male in titolo che si conchiude con un punto interrogativo

    • silvano

      Parassita. Organismo animale o vegetale che vive sopra o dentro un altro organismo di specie diversa, detto ospite, e trae da esso i mezzi per la propria sussistenza, con proprio beneficio e danno per l’ospite. Il parassita non si limita a nutrirsi a spese dell’ospite, ma utilizza quest’ultimo come propria nicchia ecologica e gli affida in parte o totalmente il compito della regolazione dei rapporti di entrambi con l’ambiente esterno. I parassiti sono per definizione patogeni, attualmente o potenzialmente. Si distinguono parassiti facoltativi, che possono vivere anche indipendentemente dall’ospite, e parassiti obbligati, che dipendono strettamente dall’ospite per le proprie necessità. L’ospite a sua volta può essere permanente, quando tutto il ciclo biologico del parassita si svolge a spese dell’ospite stesso, o temporaneo, quando tale ciclo è limitato a un solo stadio di sviluppo. Si parla inoltre di ectoparassiti, che conducono vita parassitaria a contatto della superficie esterna dell’ospite (per esempio, i pidocchi, le pulci, vari acari, le zecche ecc.), e di endoparassiti, che vivono invece all’interno del corpo dell’ospite (protozoi, vermi ecc.).

      • Guarda guarda, sembra proprio leggere le disposizioni pregne di riferimenti biologici, di un Himmler a quei branchi di improvvisati boia meglio note come Einsatzgruppen, prima che scatenassero quegli assassini collettivi in Oriente, rimasti tristemente nella memoria.
        C è da stupirsi, perché il linguaggio é il medesimo. Non si parla di persone ma di parassiti che attraverso i propri agenti patogeni minacciano di contaminare il sacro sangue del Volk. Ed anche per i rimedi , il linguaggio offre i contributi linguistici dell Arte medica: i parassiti rappresentano la Malattia e per essi la soluzione è il trattamento speciale in quanto il problema non é nient’altro che una soluzione Medica.
        Invito la Redazione di Artribune a cancellare il vergognoso commento che precede il presente.

        • silvano

          hai visto troppi film!

          • No. Ho visto pochissimi film. Veramente pochi e niente Tv.
            Ma ho letto i seguenti testi:
            La distruzione degli Ebrei in Europa di Raul Hilberg
            La banalità del male di Hanna Harendt
            Filosofia Dell Hitlerismo, un saggio degli anni 30 di Immanuel Levinas
            Homo Sacer di Giorgio Agamben.
            ecco, ho volentieri appreso da essi ciò che ho poi sintetizzato.
            Sei contento? Non nascondo a nessuno ciò che leggo, non é mica in reato leggere.

          • silvano

            ..questa è l’ulteriore dimostrazione di quanto possa essere GRAVE il tuo modo di speculare,appropriarsi di terribili “Altrui” esperienze per difendere la propria vanità.
            t’ ho chiesto io di poter leggere qualche cosa di tuo,non è reato leggere.
            per cui acqua acqua acqua

  • LorenzoMarras

    eh si, mi approprio di ogni cosa. Tu mi conosci bene.
    glu glu glu glu glu

  • Astrid

    Io credo che il Macro non sia un vero e proprio macello. La critica è giusta ma ci sono delle realtà che non possono operare serenamente.
    Questo è il grande limite di queste strutture.
    Quello che andrebbe condannato oltre a questa gestione è il supporto inesistente da parte della amministrazione centrale.
    Ad ogni modo complimenti alla redazione che non si fa scrupoli nel pubblicare questi interventi costruttivi. Peccato per i commenti inutili.

  • SAVINO MARSEGLIA (artista)

    Il Macro, dovrebbe macellare le proprie mandrie di artisti, risolvendo così, l’annoso problema dei disperati in cerca di visibilità, di oboli e di eccesso di successo mondano. La proposta vale anche per altri musei sparsi sulla penisola!