Germano Celant. Questi anni

La mostra, anzi lo tsunami di mostre, in giro per l’Italia. L’atteggiamento degli artisti negli anni ‘70 e il cambio radicale degli anni ‘80. E il senso dell’Arte Povera oggi. Soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

Germano Celant, Giovanni Minoli e Piero Fassino

Recentemente s’è detto che Alighiero Boetti è il più grande artista italiano vivente. Che ne pensa?
Alighiero finalmente inizia a essere riconosciuto a livello internazionale, per il ruolo che ha come anticipatore di una visione globale. Le sua Mappe, e il suo lavoro in Afghanistan, preannunciano le attuali aperture ai Paesi emergenti, fino agli anni ’70 o anche ’80 assenti dal panorama. Un grande anticipatore, non solo a livello di produzione linguistica, ma anche di attitudine a creare.

La storia del nostro Paese è cambiata, e non di poco, da quegli ultimi battiti degli anni ‘60… Quale apporto può dare l’Arte Povera alla società contemporanea?
Il punto su cui riflettere è la persistenza. È chiaro che l’Arte Povera oggi può essere considerata come un vecchio partigiano che continua a combattere. Ma è anche vero che si dimostra un modo di pensare interessante e attuale non solo per l’Italia, ma proprio per i Paesi emergenti. In India, in Cina, in Brasile, ci sono oggi emergenze culturali legate alle favelas, a realtà sociali “povere”. Oggi, insomma, l’attualità dell’Arte Povera sta anche nei suoi riscontri a livello globale. Un conto è il mercato, che è quello dei quadri e delle sculture da mettersi in casa; un conto è la creatività anche effimera: potrei citare l’afroamericano David Hammons, che negli anni ’80 vendeva palle di neve per la strada, come gesto creativo. Dico questo per dire che in tutto il mondo un approccio simile, il poter creare con niente, sia replicabile anche senza grandi mezzi, quindi senza il pensiero fisso al mercato.

Opere di Giovanni Anselmo, Giuseppe Penone e Gilberto Zorio ad Arte Povera 1967-2011 - Triennale, Milano 2011

E sulla scena italiana? Parliamo anche del mosaico di mostre che hanno presentato l’Arte Povera…
Evidentemente il progetto va visto in chiave di storicizzazione, poiché tante sono le differenze di clima culturale, politico, emotivo. Ma con molte chiavi: da una parte il riconoscimento di un movimento che ormai è riconosciuto a livello globale come il Futurismo; poi c’è il segnale forte di avere otto sedi, e non un’unica sede che risulterebbe diminutiva; legato a questo, c’è l’affermazione che in Italia esiste un sistema museale. Qui sono coinvolti i più importanti musei italiani, che hanno preso coscienza del fatto che il mettersi in sistema aumenta le potenzialità comunicative e propositive; si era tentato anche con il centenario del Futurismo, ma poi non ha funzionato, e ognuno si è fatto la sua piccola mostra.

Le strutture museali come hanno risposto? È stato complicato gestire tanti contributi diversi?
La gestione l’abbiamo fatta io e il mio team, poi con i direttori dei singoli musei valgono i rapporti di stima e amicizia, e il rispetto per la ricerca. Poi c’è un coordinamento diplomatico-politico di Electa, che curando il catalogo diventa un elemento uniformante. Di fondo, però, c’è un fatto: un’organizzazione fatta da individui, senza nessun contributo dal sistema istituzionale/ministeriale.

Arte Povera più Azioni Povere 1968 - veduta della mostra presso il Museo MADRE, Napoli 2011 - photo Nicola Baraglia

Le condizioni socio-economiche sono molto cambiate, anche da quando è partito il concept di questo progetto. Vi hanno in qualche modo toccato i tagli alla cultura?
Problemi enormi, anche se, essendo fuori dalla struttura istituzionale, siamo stati più agili. Ognuno si è trovato le energie interne, i suoi sponsor, contribuendo a comporre questa sorta di mosaico, e comprendendo – cosa affatto nuova, ripeto – che far team è importante. Con la nuova generazione di direttori di musei è cambiato anche questo tipo di approccio.

Quando lei ha inventato l’Arte Povera era giovanissimo. Oggi sono pochi i giovani che emergono. Sono cambiati i tempi o è un problema di carisma individuale?
Beh, allora si era in un deserto totale, c’erano solo poche gallerie private, e due o tre istituzioni, la Galleria Nazionale di Roma, la Civica di Torino e una galleria a Milano, legate ancora alla storia, non facevano Fontana… Quindi il nostro modo di operare è sempre stato quello di urlare, per farci sentire, come ci insegnavano le avanguardie. Negli anni ‘80 entra in scena il mercato e il riconoscimento dei valori economici, e poi le istituzioni iniziano a crescere, e il fatto di urlare non è più necessario. Se un giovane fa l’artista, ed è abbastanza bravo, c’è la concorrenza di 15 musei e gallerie che gli chiedono di fare mostre. Quindi l’aggressività – o disperazione, che poi erano legate! – all’epoca avevano un senso, oggi non più; il pensiero creativo e critico è diventato una professione, non un modo di essere. Rimasi scioccato quando negli anni ‘80 un giovane artista mi disse: io non riesco a fare il mio lavoro. Io gli chiesi: perché? Perché ho bisogno di 250 milioni. Noi vivevamo con 10 lire. Un cambiamento storico.

Arte Povera + Azioni Povere - Amalfi, 1968

Insomma, allora c’era un deserto strutturale. Oggi è un deserto ideale?
Oggi c’è una situazione di palude, di sabbie mobili. Gli artisti vogliono il riconoscimento senza dover lavorare, fondamentalmente. Non comprendono che oggi è vitale muoversi, entrare nel mondo, confrontarsi col mondo. Gli artisti sono risucchiati da un meccanismo che da loro sopravvivenza, ma non li stimola a uscire fuori. Noi viaggiavamo, io andavo in America con 50 dollari e dormivo per terra. Cattelan ce la fa, perché vive le regole globali. Il problema è il rischio: rischiare con gli occhi al mondo, non solo rispetto a una piccola cerchia…

Massimo Mattioli

triennale.org/artepovera

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #3

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Nel 2007 ha curato la costituzione, l’allestimento ed il catalogo del Museo Nino Cordio a Santa Ninfa (Tp). Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. Ha collaborato con diverse riviste specializzate, e nel 2008 ha co-fondato il periodico Grandimostre, del quale è stato coordinatore editoriale. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • SAVINO MARSEGLIA (artista)

    il mondo ha camminato lo stesso, anche senza l’arte povera…, e visti i nostri poveri tempi, se, oggi, chiamate un artista povero, non si offende più….

    • kim

      marseglia che imbecille che sei. ma perche’ ti ostini a seguire l’arte o meglio tentare di seguire. ti manca tutto, sensibilita’, cultura, intelligenza…

      • SAVINO MARSEGLIA (artista)

        kim, (nota marca di sigarette) che hai tana cultura e sensibilità in testa e non ha mai fatto in vita tua niente per noia, per non sapere cosa fare…, ci provi adesso con le Kim, a fare uscire solo fumo dalla tua bocca inutile.

        Prima che ti casca la zucca sul petto, ti consiglio di appoggiarla su qualche libro di bancarelle.

        • silvano

          …che ti caschi o cada…decidi

          • SAVINO MARSEGLIA (artista)

            silvà, tu non sbagli mai a battere?

      • SAVINO MARSEGLIA artista

        La questione non è di sensibilità. Tu che ti credi così sensibile ti sei chiesto dove sia la tua liberta? O forse la tua “sensibilità” coincide con una incosciente (?) ammissione della perdita della tua libertà invischiata nei meccanismi di un sistema arte, che ha oramai perso di vista la bellezza, perché è quella che salva, non certo l’arte in genere o una sua forma debosciata che si fregia del nome di neo-avanguardia quando tradisce il messaggio stesso di ogni avanguardia. Il problema è che oggi contestare è di moda , si contesta però rimanendo nel sistema-arte, difendendone gli interessi, mantendone gli agi.

    • max

      marseglia provolone, ignorante senza cultura, pressapochista, pizzaiolo della cultura. (Pizza di provincia lontana da napoli, pero’)

      • SAVINO MARSEGLIA (artista)

        l’esofago vivente come max, cade di schiena e si ammacca il naso.

  • Barbara

    “ARTE POVERA” DICE TUTTO….

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      L’ARTE POVERA NON AGGIUNGE NULLA DI NUOVO ALL’ARTE !!!

      L’idea ingenua che l’ “Arte povera” sia semplicemente il concetto comprensivo di materali poveri, naturali; deperibili e apparentemente inutilibizzabili e che la stessa sia una prassi creativa in cui i materiali devono durare lo spazio di un evento e che il loro utilizzo sta proprio nel processo concettuale di progettazione e realizzazione dell’opera- va comunque sfatata e respinta.

      In questa prassi creativa, l’arte povera non aggiunge nulla di nuovo sotto la luce dell’arte ! Già gli artisti dadaisti nella sua loro prassi artistica e in quella antiartistica, lavoravano con materiali primari: legno, ferro, terra, gesso, tessuti o oggetti quotidiani, spesso di recupero, per ricavarne opere di valore esplicitamente concettuale e contestativo.

      Oppure materiali, estremamente deperibili nel tempo come: burro, acqua, profumi, terra, erba e quanto altro, come pretesti per performance, happenings, che in qualche modo dovevano scandalizzare, turbare la fruizione del pubblico.

      Anche nella consapevolezza della vanità dell’arte nella vita reale, nella sua rappresentazione significante e nel valore eterno che di solito si attrbuisce ad essa, rispetto alla sua effimera apparenza.

      L’ “Aarte povera”, al contrario dell’irruente poverismo dadaista che distrugge i generi artistici, con azioni ed opere antiartistiche e che si oppone decisamente al sistema dell’arte e al principio della rappresentazione – in realtà: l'”Aarte povera”, accoglie in sé solo ciò che è il “continuum immanente” dell’odierno sistema dell’arte, non certo lo rifiuta.

      In altri termini, l’Arte povera non deligittima l’attuale sistema dell’arte in cui opera e non mette in crisi il significato dell’opera all’interno dello statuto dell’arte o realtà artistica. Per questo l’arte povera continua nella positività dell’arte come garanzia di significato, come una sfera autarchica della creatività che diventa un oggetto tra gli oggetti.

      Vitualmente ciò che noi già vediamo, digeriamo e sappiamo dell’arte, intesa nel senso tradizionale del termine.

      • “Ma va là”,bagai.

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          giuliano, un uomo ragionevole, deve contribuire alla morigeratezza e non al malcostume del gèrgo.

          • hm

            è per quello che ti approvi da solo con 25 nomi fake alla volta, perchè sei morigerato .

          • hm

            bagai per chi non lo avesse capito è la forma dialettale di BAGAGLIO, che a bologna viene usato come offesa con lo stesso significato di pirla ma in particolare di palla al piede, peso inutile da lasciar perdere . “sei un povero bagaglio” . si usa anche per indicare un aggeggio elettronico o un oggetto di bassa lega spesso malfunzionante .

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      l’arte povera si incarta sul mercato e si vende…

  • Angelov

    Arte Povera è un movimento artistico troppo importante, secondo me, perché rispecchia quegli anni tumultuosi (il sessantotto etc). Ha risentito molto dell’influenza del Minimalismo, ma ha portato una vera boccata di libertà nell’arte.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      si è proprio così ! L’Arte Povera, ha portato un piatto povero di zuppa e pan bagnato agli operai e agli studenti che lottavano e si scontravano con la polizia nel 1968 …

      • stefano licata

        l’arte povera, non ha aggiunto all’arte nessuna novità a ciò che già conosciamo con il dadaismo, anzi ha seppellito quanto di nuovo e autentico esisteva in questo movimento rivoluzionario.

        • ciao sono il fake di Marsiglia

          mi dò ragione da solo e voi no pappappero

          • VIRUS LETALE

            ciao a tutti, sono il fake dei catafalchi viventi dell’arte addometicata per poveri di spirito.

  • È la solita solfa Avanguardistica del dopo. Si registra un movimento e gli si attribuisce un ipotetico centro di una x epoca(nel caso specifico il 1968).
    E questo si faccia la dovuta attenzione , Lo si teorizza dopo che tutta l attualità di quel periodo si è ritirata da in pezzo e nessuno può avanzare seri dubbi sul medesimo.
    Una volta entrati nelle sacre scritture dell Arte, si mette tutto all incasso e ci si può permettere in brindisi con una persona che diverso tempo fa esclamò:
    Abbiamo una banca.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Per chi ancora non lo sa, la cosiddetta “Arte Povera” ha le sue origini in un antico convento italico. Si dice che in questo convento dimoravano e operavano giovani artisti, assieme ad un ambizioso curatore. Ma il soggiorno durò poco, perchè il cibo all’interno del convento non era abbastanza sufficiente per sfamare tutti.

      E’ fu per questo motivo che gli artisti e gli altri confratelli, compreso naturalmente il curatore, decisero all’unanimità, di lasciare il convento. A ritmo di canto gregoriano e al rumore di tacchi – dopo aver percorso tutto il selciato che conduceva fuori dal convento, all’improvviso, come una cosa inaspettata -. incontrano un ricco signore che li ospitò gratuitamente nel suo sontuoso palazzo.

      Ma anche qui, il soggiorno durò poco a causa della crisi finanziaria che aveva bruciato i risparmi di questo ricco signore. Allora gli artisti decisero di forza di essere ospitati sempre e comunque all’interno dei tanti monumentali musei -obitori.

  • Dire che Boetti anticipò la visione globale , nella accezione in cui la intendiamo sulla nostra pelle é una macroscopica forzatura e mi meraviglio che Mattioli non abbia incalzato il caro LEADER della povera Arte Su questo punto.
    Punto che disegna e senza equivoci l operazione di marketing imbalsamatore riguardo le presunti attitudini profetiche del Boetti.
    Non cito altri punti per il momento e vediamo se il nostro solerte intervistatore concede una difesa di ufficio.
    La presente quale sfida alla mistificazione che dilaga da questa intervista.

    • massimo mattioli

      Rispondo per cortesia, non certo perchè senta il bisogno di giustificarmi. Io faccio il giornalista, per cui in questa veste la mia personale posizione deve contare poco. Ma visto che mi chiama in causa direttamente, le dirò che ho esordito con Boetti non a caso: ma proprio perchè lo ritengo un grande – l’ho anche conosciuto di persona – al di là dell’Arte Povera o di qualsiasi sfuggente “classificazione”. Era un vero visionario (espressione oggi abusatissima) e per sua fortuna quella che lei chiama la “nostra accezione” non la conobbe. Anzi se ne andò giusto giusto quando la “nostra accezione” – lei ne parla, deve averla ben chiara in mente, io no – cominciava a configurarsi

      • LorenzoMarras

        Mattioli se ha conosciuto Boetti non gli puo’ essere estraneo il clima sociale e politico di quegli anni e come gli artisti di quell’epoca , tra cui nondimeno il Boetti , ne potessero tradurre artisticamente gli aspetti .
        Era un epoca di rivoluzioni in ogni luogo del mondo e dove i cosidetti paesi non allineati (ufficialmente ne’ con gli Usa ne’ con i sovietici) sostenevano non solo quella lotta di affrancazione dai due sopra ma indirettamente generavano tra gli intelletuali e non solo , quella Cultura del mondo che portava il termine di “Mondialismo” in cui le particolarita’ culturali, di ogni paese asservito da condizioni di brutale sfruttamento esterno , venivano al contrario della propaganda tra virgolette Occidentale , tenute nella leggitima e dovuta considerazione. E l’artista , ripeto , NON era estraneo a questo clima.
        Ma da qui a definire Boetti un visionario di ben ALTRE CONDIZIONI , solo per aggiungere ancora piu’ fumo non gli fa certo bene , Non trova ?
        Con tutto il rispetto , non credo proprio che sarebbe riuscito ad immaginare un inferno peggiore di questo. Ognuno di noi stenta ancora a crederlo nel suo quotidiano.

        Mattioli , e concludo, non si possono rappresentare degli scenari solo per allungare il brodo , questa è la sostanza della questione perche’ il suo amico se è un grande, lo è a partire da se stesso e non da camicie di forza fatte indossare da chi vuole solo esporre una personale e propria teoria.

        Si ringrazia per la cortesia.

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          Bravo Lorenzo! Che altro da aggiungere alle teorie delle miserie umane? Niente.

        • massimo mattioli

          Il “brodo” lo sta allungando lei, un po’ confusamente in verità: ma le dirò, non mi dispiace. Si vede che questa intervista tanto male non è.
          Per il resto rispetto le sue idee: se lei trova che lo spirito di quegli anni fosse meglio interpretato da altri artisti – che so, un Carlo Maria Mariani? magari quel che restava di Schifano? – registriamo la cosa

          auguri

          • LorenzoMarras

            Direi invece che confusamenrte lei facendo dello spirito perso sta sviando quello che gli ho scritto e questo non è bello perche’ da un Giornalista come lei questi piccoli mezzi non sono giustificati.
            Allora sintetizziamo in questo modo : cio’ INTORNO a cui si poneva il Boetti in quella data epoca , NON è L’INTORNO a cui “QUALCUNO” afferma, avere egli profetizzato.
            Vuole che glielo traduca con un esempio terra terra ? esempio eh, solo uno dei tanti: All’epoca per rendere qualsiasi paese alla ragione attraverso la cosidetta calma dei forti, bastava aizzare contro i militari, ed il gioco era bello che fatto.
            Oggi, invece, è sufficente un tasto per trasferire denaro(tanto, tanto,tanto) da un punto all’altro del Pianeta e mandare in rovina nazioni che non si piegano a nessun ordine.

            Chiaro ? esempio terra terra giusto per cogliere quelle che sono le “contemporaneita” in cui ognuno di noi vive.
            Boetti o financo.. e dico financo un Pasolini,con tutto il rispetto che ho per essi, non potevano immaginare una deriva simile, (posso riconoscere che ne avvertissero le premesse ma non oltre)

            P.s. : di Carlo Maria Mariani o di un Schifano me ne sbatto altamente le scatole . Non ho mai pensato a costoro e non lo faro’ ora.
            si argomentava sulle strampalate teorie del suo illustre intervistato e non di altro.

            Auguri e cin cin.

          • SAVINO MARSEGLIA (artista)

            Egregio Massimo Mattioli, qui non si tratta di allungare il brodo…, ma di definire, semplicemente, il linguaggio o poetica di un artista all’interno della sua specifica esperienza artistica – non quello di collocarlo, così, arbitrariamente e populisticamente all’interno di un determinato complesso scenario mondiale – senza evidenziare le cause economiche, sociali e le contraddizioni ideologiche di quel periodo storico.

            In proposito le consiglio di leggere il libro scritto dalla brava Lea Vergine, “Attraverso l’Arte, pratica politica/pagare il ’68.”Arcana Editrice, 1976.

            Un sereno Natale

  • kim

    siete davvero pessimi….

    • E chi se ne fotte.

      • kim

        altro ignorante sto marras. marras e marseglia. oh my god!

        • Balordo rispetto a te mi pregio esserlo con sconfinato piacere .
          Chi sopporterebbe tra l’altro condividere le tue presunte qualità?
          Somaro

  • dd

    A QUANDO UNA MOSTRA DI VETTOR PISANI A RIVOLI O AL MAXXI? CHE COSI POSSIAM ANCHE PISCIARE ADDOSSO A QUESTI ARRICCHITI DI SINISTRA?

    • Pisani al Macro, è in programma. Sarà dura minzionare su di lui per ragioni di morte sopravvenuta.

  • massimo mattioli

    Gentilissimo Savino, consigliarmi Lea Vergine la considero una minaccia, non è carino a Natale ^_^

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Allora, gentile Massimo, in alternativa all’impegnata critica d’arte, Lea Vergine, le consiglio di leggere il libro, “La leggenda di Santa Claus” – tanto per restare in tema natalizio.
      Buon Natale

  • Angelov

    Ho conosciuto persone che all’epoca del ventennio fascista, avevano dai 15 ai 25 anni, cioè hanno vissuto gli anni più creativi della loro vita in quel periodo. La stragrande maggioranza di costoro se ne ricorda quasi con affetto. Altri venuti una generazione dopo, hanno fatto forse parte della Resistenza, ed anche loro si ricordano di quel periodo etc etc. Questo cinismo nel prescindere dalla storia, condito di teoremi mentali che caratterizzano un’ Intellighenzia che non sogna altro che omologarsi ad una cultura globalizzata, dove l’elemento del Controllo deve essere totale; a cui i Media hanno fatto il lavaggio del cervello, riportando il tutto ad un Presente Assoluto, si trovano implicati senza neanche rendersene conto in una cosa che si chiama Negazionismo della Cultura. Il Divide et Imperat sta facendo il suo lavoro anche su costoro. Se si vuol vedere l’Arte Povera come l’espressione di una generazione, allora questo movimento vale esattamente quanto qualsiasi altro venuto prima o dopo. Ma se si pensa che gli stimoli che la Cultura debba dare, lo debbano solo in termini di Conflitti, allora penso che la maggior parte di quelli che seguono questo Forum dovrebbero comprarsi un bel paio di scarpe da Maratona, e andarsi a fare una corsa, tanto per smaltire i veleni che si portano addosso, prima di dare piena espressione al loro snobismo culturale.

    • LorenzoMarras

      Angelov ma Lei a chi ed a cosa si riferisce quando scrive ?
      nel suo discorso manca qualcosa.

      • Angelov

        Premesso che Artribune è secondo me anche un luogo di incontro e verifica ingegnerato al meglio, ed anche che l’Arte Visiva non deve necessitare di troppi puntelli critici, nel senso che un Artista come Picasso ad esempio ha lasciato di Scritto l’inversamente proporzionale di quanto ha lasciato di Visivo; che ciò che caratterizza il fare artistico è più un Sentire che un Capire; le mie constatazioni, che forse hanno rasentato lo sfogo, e di questo posso anche chiedere scusa, se troppo crude o poco reticenti, sono mirate a far venire alla superficie delle problematiche che un Creativo si trova purtroppo ad affrontare, quando si scontra con il reale quotidiano. Secondo me l’Arte Povera è stato un movimento artistico importante. Questo non implica che nell’affermare ciò si intenda che le generazioni venute dopo siano rimaste orfane di un analogo movimento artistico che per loro non c’ stato. Come si può liquidare in modo così superficiale qualcosa che ha influenzato anche quello che viene prodotto oggi? Non voglio dire che, essendo stato osannato all’estero, allora….C’è un proverbio spagnolo che dice che se un pittore non riconosce di aver avuto un padre,(nella sua arte) è perché è un figlio di puttana, e di padri ne ha avuto anche troppi. Sono ancora troppo vago?

  • marcella

    “Recentemente s’è detto che Alighiero Boetti è il più grande artista italiano vivente”.
    Vivente???

  • Gokachu

    Dirò la mia. Boetti mi piace tantissimo ma non vedo cosa ci sia di “povero” nella sua produzione, visto che una tela 6×4 completamente coperta di tratti di penna biro costa tantissimo in tempo umano, tempo che non ha messo Boetti ma un qualche miserabile afgano, degli altri apprezzo Merz con parsimonia, e qualche cosa di Pistoletto. Per il resto, miseria e tristezza, specie Kunellis.

  • hm

    – Gli artisti sono risucchiati da un meccanismo che da loro sopravvivenza, ma non li stimola a uscire fuori. Noi viaggiavamo, io andavo in America con 50 dollari e dormivo per terra. –

    secondo me celant fa il finto povero . viaggiare costa . da sempre . ora molto di più .

  • kim

    ignoranti….

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