Affrontare New York oggi: 1. L’orientamento

Un giovane curatore nella Grande Mela. Con una buona dose di curiosità e una tenacia che si trasmette su un’agenda fitta di appuntamenti. Ce la facciamo raccontare, questa esperienza, in forma di appunti, valutazioni, impressioni, obiettivi. Si comincia, ovviamente, con l’orientamento.

La sede di End of Century, New York

Assisto al curatorial intensive symposium, un training dalle 10am alle 6pm sotto forma di talk, dove i 13 giovani curatori internazionali selezionati per il programma curatorial intense dell’ICI di New York espongono i progetti su cui hanno lavorato. Il medium da indagare è la performance. Tra loro anche una special guest direttamente dal MoMA, una curatrice associata specializzata in materia.
Arrivo, mi siedo, ascolto e piano piano comincio a rendermi conto di quanta capacità tecnica ci sia nel costruire attorno a un concept l’impianto formale della loro proposta. I primi tre finiscono, la moderatrice li richiama per alcuni approfondimenti e dà il via alle domande dal pubblico, e così fino alle 18.
Rifletto su come un talk del genere, aperto al pubblico, sia prezioso per un giovane per prendere coscienza di quanto accade a livello progettuale nel mondo professionale, aprendo un varco nello scenario della residenza e di ciò accade all’interno. Lo stesso vale per gli open studios di residenze come l’ISCP o l’LMCC.
Un’opportunità preziosa, inoltre, per conoscere un assistant curator della Tate, una curatrice del MoMA, un direttore artistico di un istituto per l’arte contemporanea in Germania e vedere come interagiscono tra loro confrontando i loro progetti.
Ciò che di buono ha New York è saper orientare chiunque si prenda la briga di scartabellare un sito come Artcards, scegliersi gli opening e non perdersi nulla di ciò che accade. Al di là del bottino che ti metti in tasca tornando in Italia, è la lucidità che acquisisci nell’impattare con le informazioni che ricevi che fa la differenza.

Michaël Borremans - The Devil's Dress - veduta della mostra presso David Zwirner Gallery, New York 2011

Il contesto si limita a offrire stabilità e i progetti sono sempre finalizzati a un servizio collettivo anche quando l’unico interesse è il mercato spietato. Sfido chiunque a non trarre insegnamento da due mostre mastodontiche come quelle di Neo Rauch e Michaël Borremans da David Zwirner.
Ad ogni modo, sull’ampia accessibilità di addetti ai lavori internazionali o anche di giovani interessati, molti programmi di residenza ci fondano un vero e proprio business. D’altra parte, agli sponsor fa gola l’affluenza del pubblico. Lo stesso si può dire per le istituzioni quando aiutano le non profit con i cosiddetti grant (che ti devi meritare: provate a compilarlo, un modulo di quelli).
L’intero sistema dimostra un aggiornamento gratuito, non solo per le attività che offre, ma proprio per come sono strutturate e per come vengono sostenute. So queste cose per una serie di interviste che, a titolo di ricerca personale, ho fatto ad alcuni spazi non profit, fondazioni, collettivi e programmi di residenza la prima volta che sono venuto a New York. Era l’aprile del 2010.
Dimenticavo: prendere un appuntamento non è così difficile. Basta mandare una e-mail all’indirizzo di posta elettronica che trovate sui siti che più vi interessano, rispondono in 24 ore; inoltre trovate nomi, cognomi, curriculum e contatto di chi ci lavora, quindi consiglio di non esagerare con le richieste, sennò vi trovate l’agenda piena di appuntamenti.

Gian Maria Tosatti e Alessandro Facente

Queste sono le prime lezioni che impari in questo contesto, ovvero sentire l’esigenza di mescolarsi, interagire, connettersi reciprocamente, sapere, informare, confrontarsi e confrontare. Molto facile, nella pausa caffè del symposium, sentirsi quindi chiedere chi sei, cosa fai e raccontare a gente preparata la tua ricerca, il motivo per cui passi del tempo in questa città, il ponte che vuoi rappresentare per un sistema, quello italiano, che è tutto piacevolmente da nutrire e finire in un botta-e-risposta via mail con la curatrice della Tate qualche giorno dopo.
Approfondire e condividere, attraverso il simposio, esperienze che normalmente si sviluppano fra le mura della residenza stessa è l’avvisaglia di un sistema che chiarisce, o comunque stimola, l’orientamento professionale delle nuove leve; è limitante pensare alle residenze (o a qualunque altra esperienza professionale di risonanza) come passerelle (per chi si candida), come scouting (per chi sceglie), come opportunità personale (per chi la vince).
Le periodiche verifiche aperte al pubblico offrono un momento di delucidazione per la comunità professionale e per quella studentesca, che ne traggono un momento di aggiornamento o critica da una parte e orientamento o formazione dall’altra. Se un modello così funzionale fosse importato in Italia, andrebbe a colmare il divario tra l’informazione obsoleta, offerta dalle accademie o dalle lauree triennali/specialistiche, e una coscienza nelle discipline contemporanee tale da favorire una più agevole entrata nel mondo professionale.

Curatorial Intensive Symposium @ ICI, New York

L’obiettivo formativo di programmi come quelli fin qui accennati, a continuo confronto col resto del tessuto professionale o studentesco, è trasmettere modelli efficienti e farlo rapidamente, essendo in grado, sin dall’inizio delle carriere, di formare e monitorare un prodotto curatoriale o artistico che sia parte, allo stesso tempo, di un sistema autocritico che sappia automaticamente tradursi anche all’utenza media.
Ma è qui che viene la parte più divertente. Il risultato di tali pratiche introdurrebbe lo spettatore a una maggior confidenza anche verso la fase progettuale, incrementando le sue capacità critiche nei confronti delle qualità effettive di chi è dall’altra parte, potendo valutare l’interlocutore anche per come argomenta le proprie motivazioni sottese ai progetti.
L’uso di molteplici livelli di verifica nobilita la residenza, rendendola un’esperienza che va al di là di una semplice vetrina.
In fin dei conti, ciò che vale è avere la possibilità di giocare in pubblico la propria partita, indicando cosa proponi e soprattutto a cosa serve quello che fai, se quello che fai è o non è in funzione di un esercito di nuove affluenze che attendono solo di essere orientate. Per lo meno nella fase dello start-up.

Alessandro Facente

curatorsintl.org/intensive
artcards.cc
www.lmcc.net
www.iscp-nyc.org

  • Nicola Nuti

    Ottimo articolo e stimolante

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Al contrario di quello che succede in Italia, in cui la raccomandazione, l’appartenenza di casta e il demerito, spesso… sono le uniche qualità richieste, per accedere nel sistema dell’arte sempre di più addomesticato al potere di turno.

      • hm

        non ti preoccupare che anche a new york nel 2011 ci vuole la raccomandazione e l’appartenenza di casta, pensa solo a quanto costa vivere a new york, nullafacente te lo potrà confermare .

  • Basta Ipocrisie

    Caro Facente, concordo con alcuni spunti di quest’articolo hai ragione quando evidenzi l’enorme possibilità di confronto e condivisione offerta dal curatorial intense e tante altre opportunità newyorkesi, ma non mi sembra che tutto questo sia una così grande e tale novità da titolare il tuo articolo Affrontare New York oggi : 1 L’ Orientamento (non oso immaginare quale sarà il punto 2 e sarebbe stato anche più giusto farci capire la tua metodologia nello scrivere questo contributo).

    Secondo te, affrontare New York oggi ed orientarsi è tanto difficile? Credo sia fin troppo accessibile soprattutto se parli inglese e hai soldi da spendere, in particolare per affittare una casa, se non hai una residenza, per prendere un avvocato e avanzare la richiesta del VISA che ti consente di avere un social security number con cui pagare le tasse ed essere eventualmente pagato per qualsiasi lavoro intendi fare lì , comprese mostre e progetti che come sai in america non sono pagati a nero o peggio non pagati affatto. Ma giustamente tu vuoi fare da ponte tra l’Italia e New York e quindi come sopravvivere a NY non ti riguarda.

    Nel 2012 credo che NY per un giovane curatore non sia più il posto dove circolano novità e stimoli tali da creare un filo diretto con l’ Italia che tra l’altro già c’è nei numerosi rapporti che tessono le nostre gallerie e nel lavoro di curatori come ad esempio Laura Barreca ormai da tempo punto di
    riferimento dell’Istituto Italiano di Cultura. NY pur restando una favolosa capitale internazionale con sensazionali esempi di gallerie che cavalcano il mercato e crocevia di artisti più o meno famosi, sinceramente non trovo che sia più il vero centro del discorso curatoriale in cui
    servono articoli che ci predispongano all’orientamento. Gli stimoli sono ormai decisamente altrove.
    Cina, India, Medio Oriente, Nord Africa, sono questi i paesi dove l’arte contemporanea e i suoi giovani protagonisti stanno tentando di produrre progetti interessanti e fortemente a contatto con la contemporaneità. In questi luoghi proliferano nuovi musei, gallerie, fondazioni biennali, e istituzionalmente sono in atto forti azioni di cambiamento e nonostante i governi siano fortemente repressivi (vedi il noto caso AI WEI WEI) i protagonisti dell’attualità delle arti visive non hanno nessun timore reverenziale nel porsi dichiaratamente in contrasto, perseguendo la loro linea, con le scelte e le logiche di potere.

    Purtroppo propinandoci la tua gita a New York oggi, intervistando lodevolmente i non profit e scambiando due chiacchiere con gli assitant curator dei vari MOMA, TATE e chi più ne ha più ne metta, non fai altro che alimentare nelle giovani generazioni che leggono Artribune e sperano di avere qualche spunto, quello statico e noioso stato di perenne pigrizia creativa che negli ultimi anni ha fatto di molti curatori italiani lo zimbello dell’arte contemporanea mondiale, considerando che solo se vai a New York o alle scuole curatoriali fighette un giorno sarai qualcuno.
    Fortunatamente un po’ di orgoglio lo riservano in religioso silenzio alcune nuove illustri nomine Manacorda, Stocchi e il già noto Benedetti di cui potete ampiamente leggere su questa rivista, e ti auguro che un giorno anche tu sarai nella lista, però ti prego nel frattempo non ci ammorbare con il resoconto del tuo viaggetto formativo e piuttosto raccontaci qual è la tua linea curatoriale e cosa intendi dire al pubblico attraverso la tua ricerca e il tuo lavoro, dato che l’ultimo esempio di collaborazione in cui ti sei espresso The Others non è stato così lodevole, anzi tanti errori di fondo che spero qualcuno dei tuoi mentori abbia avuto il coraggio di farti notare.

    P.S. anche la pubblicità occulta a Tosatti che già di suo ci fa la cronaca su facebook di tutti i suoi passi new yorkesi può bastare …in più di precedenti illustri in residenza e di artisti italiani che si danno da fare a NewYork ce ne sono e ce ne sono stati tanti e non mi pare che si siano permessi di sfidare la nostra pazienza in questo modo.

    Basta Ipocrisie

  • daniela trincia

    condivido molti punti di quanto detto da Basta Ipocrisie (complimenti della lucida interpretazione), anche e soprattutto quello che riguarda quest’incondizionata esterofilia che, diciamocela tutta, ha un po’ stancato . che vuol significare che tutto quello che c’è in Italia, dagli artisti alle gallerie, non è all’altezza e non è di qualità (e sinceramente mi ha un po’ rotto questo modo di pensare – e a volte è proprio questa posizione che denuncia, al contrario, un innegabile provincialismo).
    ciò non significa essere nazionalisti (anche se poi, perché no?), ma neanche “schifare” tutto. ancor di più in questo momento che si deve credere nel nostro paese, nei nostri artisti, nella nostra arte (e anche la recente storia dell’arte dimostra che quando gli artisti hanno creduto nel proprio lavoro e intorno avevano altrettante persone che credevano in loro, hanno raggiunto altissimi livelli e riconoscimenti internazionali), per non essere affossati del tutto e rialzarsi, ridando dignità a chi lavora seriamente e il giusto riconoscimento a coloro che ogni giorno si impegnano.

  • daniela.trincia

    condivido molti punti di quanto detto da Basta Ipocrisie (complimenti della lucida interpretazione), anche e soprattutto quello che riguarda quest’incondizionata esterofilia che, diciamocela tutta, ha un po’ stancato. che vuol significare che tutto quello che c’è in Italia, dagli artisti alle gallerie, non è all’altezza e non è di qualità (e sinceramente mi ha un po’ rotto questo modo di pensare – e a volte è proprio questa posizione che denuncia, al contrario, un innegabile provincialismo).
    ciò non significa essere nazionalisti (anche se poi, perché no?), ma neanche “schifare” tutto. ancor di più in questo momento che si deve credere nel nostro paese, nei nostri artisti, nella nostra arte (e anche la recente storia dell’arte dimostra che quando gli artisti hanno creduto nel proprio lavoro e intorno avevano altrettante persone che credevano in loro, hanno raggiunto altissimi livelli e riconoscimenti internazionali), per non essere affossati del tutto e rialzarsi, ridando dignità a chi lavora seriamente e il giusto riconoscimento a coloro che ogni giorno si impegnano.