Un medievista hardcore

Nasce nel 1982 a Roma, dove studia Storia dell’Arte Medievale, per poi trasferirsi a Venezia e prendere la laurea specialistica in Arti Visive allo Iuav. Convivono, nel lavoro di Giulio Squillacciotti, memoria collettiva e personale, e il suo interesse è analizzare come la tradizione assuma caratteri nuovi e sia capace di reinventarsi. E lo fa attraverso film, performance, video e documentari, come quello sulla scena hardcore romana a partire dagli anni ’80.

Giulio Squillacciotti - Appunti di montaggio del documentario sulla scena hardcore romana

Che libri hai letto di recente e che musica ascolti?
Novella degli scacchi
di Stefan Zweig, L’imitatore di voci di Thomas Bernhard e Il dicibile e l’indicibile di Ingeborg Bachmann. A casa sono cresciuto a Bob Dylan, Peter Gabriel e Canti Anarchici, poi Bach, Corelli e Tartini nelle lezioni di violino e in adolescenza a Concrete, Bob Tilton e roba Ebullition. Mi diverte mettere Northern Soul, Motown e Beat alle feste, con Tommaso Gorla.

I luoghi che ti hanno affascinato e le pellicole più amate.
Il lago Eğirdir in Turchia, la casa di Azim Azimi a Teheran e il Bar San Calisto a Roma. In maniera generica, i film di Elia Kazan, Mario Brenta, Patricio Guzman e Clio Barnard.

Gli artisti del passato che ammiri e i giovani artisti a cui ti senti vicino.
Le rinascenze romane del XIII secolo e quello che è successo in Sicilia sotto Federico II. Di più vicini, Robert Frank, Bruce Conner, Capogrossi, Gerard Byrne e James Coleman. Mi piace quello che riescono a rievocare filologicamente direttori come Jordi Savall e Ottavio Dantone o operazioni stratificate come la discografia di Sublime Frequencies. Tra i giovani, senza dubbio chi è capace di applicare un filtro alle cose, chi sa tradurre senza citare. Basma Al-Sharif, Ian Wojtowicz, Priscila Fernandes. In Italia, l’Attività Mastequoia di Roma, Meris Angioletti e Diego Marcon.

Giulio Squillacciotti - Far, from where we came - 2008

Partirei dalla tua attitudine archivistica, che però a volte mischia “tracce” di realtà alla fiction. Nel collezionare materiale sai già come verrà rielaborato?
L’unico lavoro esplicitamente fittizio che si basa su materiale trovato è Far, from where we came, dove, al momento della raccolta delle foto, ero totalmente incosciente di come – e se – le avrei utilizzate. Per il resto, lavoro ex novo; se poi è necessaria un’integrazione di materiale di repertorio (in maniera documentaria) lo faccio, ma per chiarificare ciò di cui si parla.

Memoria collettiva e personale convivono nei tuoi lavori?
Assolutamente sì. Tutto sta nel trovare la giusta mediazione. Lasciare che le cose vadano da sole, monitorandone lo sviluppo con un’attenzione presente, così da averne poi un risultato comprensibile. M’interessa l’analisi degli apici culturali di certi fenomeni, di come vengono metabolizzati localmente e di come la tradizione assuma caratteri nuovi e sia capace di reinventarsi.

La tua ricerca potrebbe essere considerata come un’apologia del fittizio. Famiglie e personaggi inventati, interviste finte… Come costruisci queste narrazioni?
Il fittizio alle volte è solo il format che utilizzo, a seconda della necessità del caso. Il contenuto non è fittizio, è permeato di necessità assolutamente reali. La questione è trovare un filtro di trasmissione capace di tradurre delle questioni, anche solo aleatorie, in fatti ed eventi solidi, e questo si fa con una narrazione credibile. Che si usi un fumetto o un’intervista (A Moveable Aesthetics) è solo una questione di format, di scelta di come farlo.

Giulio Squillacciotti - Dentro sta a fuori come uno ad infinito - 2009/2010

Régis Debray ha pubblicato il libro Éloge des frontières sul processo di cancellazione delle diversità a causa della mondializzazione. In un momento in cui, in certe aree, intere popolazioni lottano per la democrazia, cosa ne pensi di questa visione?
Dipende da come si legge Debray. David Cameron potrebbe citarlo quando parla del fallimento del melting pot e di come il multiculturalismo abbia creato solo ghetti, come, allo stesso modo, lo potrebbe citare un anticapitalista o un antimondialista fascista a difesa del baluardo identitario. Rispetto alla domanda, posso dire che non credo che lottare per la democrazia voglia dire lottare per avere un McDonald’s in Yemen, a meno che non ci si affidi a McDonald’s per ottenere una democrazia, arrivando quindi a un’egemonia culturale imposta. Sono convinto dell’importanza della tradizione, bisogna sapere da dove si viene, per poi però andare oltre, senza viverla come dogma.

Hai fatto un lavoro di cinque anni sulla scena hardcore romana dagli anni ‘80 alla fine degli anni ‘90. Ha un qualche valore documentaristico?
Il lavoro è un documentario, nell’accezione più cinematografica del termine. È costruito a partire dalla raccolta di interviste ai protagonisti della scena e dei materiali da loro prodotti, ponendomi come satellite di questi racconti. È un’indagine sulle maniere di importazione di certi fenomeni prima di Internet e delle assimilazioni immediate – l’appiattimento globale – conseguenti al mezzo.

Daniele Perra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #2

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico d’arte, curatore e consulente strategico per i media e la comunicazione. Editorialista di “Artribune”, è stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “GQ Italia” “GQ.com”, “ArtReview” “Mousse” “pagina99”. E' stato capo ufficio stampa e consulente strategico per la comunicazione della Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna e Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Malmö, Svezia. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea, Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005), è stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.
  • Ecco ancora l’artista esploratore, mappatore, scienziato. Il gruppo è quello degli “Story Story I lov yu”. Una certa retorica vintage sembra un rifugio rassicurante, pas par tout per un “paese per vecchi” per un ‘occidente per vecchi. Un modo per essere accettati fuori di dubbio.

    Non si chiede la rivoluzione giovani/vecchi, ma modalità più efficaci per risolvere il presente in relazione alla storia, che non siano il colto-preparato recupero del passato, della memoria. Questi percorsi, anche preparati e puntuali, sembrano l’alibi per fregarsene della memoria e della storia. O al limite i varchi per crogiolarsi in immaginari vintage e modaioli.

    Riporto le parole di Jerry Saltz apparse su un recente Flash Art e riguardo ai giovani presentati all’ultima Biennale di Venezia. Centinaia ormai come i nostri Angioletti o Squillacciotti, o Biscotti, o Arena, o Rubbi, o Andreotta Calò:

    Generazione nulla
    di Jerry Saltz

    (estratto da flash art italia 295, luglio-agosto-settembre 2011)

    Le creazioni magnifiche, cerebrali e fondamentalmente prive di contenuto dei giovani leoni dell’arte istruita.

    (..) Eppure tante volte ho visto la stessa cosa, uno stile molto riconoscibile, istituzionale e generico. Il film neo-strutturalista dai colori geometrici che si susseguono, fotograie su fotografie, proiettori che trasmettono frammenti di lungometraggi d’archivio in bianco e nero, un ‘astrazione che fa riferimento ad altre astrazioni- era tutto lì, direttamente dagli anni ’70, tutto già visto. E’ un lavoro congelato in un cul-de-sac di regressione estetica, dove tutti destrutturano gli stessi elementi.

    C’è sempre conformità nell’arte- le mode vanno e vengono- ma una devozione così ossessiva per gli ideali e le idee di una generazione precedente, è sbagliata, fa pensare che questi artisti siano in maniera eccessiva alla mercè dei loro predecessori, troppo appagati da un gioco dell’arte fatto di addetti ai lavori. Stanno diventando una generazione perduta.

    (…) i contenuti si svuotano, (i soliti codici) diventano uno strumento per evitare il caos interiore, una specie di dipendenza, e oggi ormai una formalità supportata da istituzioni e amata da curatori che non riescono a dimenticare i giorni di gloria.

    (…) Si è venuta a creare una retroazione continua: l’arte diventa un gioco di nicchia, e muove gli stessi elementi intorno ad un asse limitato. Tutto questo lavoro è molto competente, estremamente informato e supremamente cerebrale. Ma finisce per diventare parte di qualche scuola internazionale di maniera di arte sciocca.

    • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

      Ecco il critico di critici incompresi; l’artista di artisti rivisti; il curatore distruttore;
      infine il tuttologo che ricerca visibilità e successo nella palude dell’arte.

  • hm

    – Mi diverte mettere Northern Soul, Motown e Beat alle feste –

    ti diverti solo tu, tutti gli altri si toccano i maroni . meglio il liscio e le mazurke .

    • Bri.Sho

      Proporrei di andare un po’ più alle feste in modo da distrarsi e lasciar da parte una certa acidità che offusca giudizi che potrebbero anche essere interessanti, condivisibili, ma che alla fine sembrano solo dettati da un implicito qanto infantile «Perché lui si ed io no?»…non lo so, forse proprio per la mazurka?

      Quanto al rifugio rassicurante, pass par tout per un “paese per vecchi”, mammamia…se le opere dicono le stesse cose, anche le critiche non sembrano poi così originali…e se il problema fosse che chi tenta di leggere i lavori dei giovani, medio giovani e non più giovani artisti non ne è in grado?

      Il lavoro di Squillacciotti mi sembra stia maturando man mano. Forse questo giovane artista non rivluzionerà il linguaggio dei media che utilizza né il sistema dell’arte. del resto non mi sembra che cerchi di fare ciò. Cerca di investigare, e mi sembra senza infamie e con molte lodi, i processi di costituzione, di creazione tanto delle tradizioni, quanto dei fenomeni culturali e persino dei miti…è forse più studioso che artista? Ma chi lo ha stabilito un confine tra le due cose?

      • hm

        io amo le mazurke, qualcosa in contrario? alle feste (a meno che non siano feste a base di occhiali a montatura grossa che per fortuna non frequento) quella musica vintage lì dell’intervistatore sandrociotti fa solo scendere i maroni, scusa la finezza, quindi vintage per vintage è molto più divertente una festa a base di lisci e mazurke . poi fai prima a firmarti sandrociotti la prossima volta, tanto si era capito che stavi colando bavetta scomposta già da qualche minuto (novantesimo minuto) . comprati un doppio vinile di mazurke di chopin valà fake studioso .

        • Bri.Sho

          sulle mazurke nulla in contrario in realtà (de gustibus…), quanto alle grandi montature nere effettivamente ci sarebbero da dire molte cose sul total look dell’artistoide e finto intellettuale
          Su Sandro Ciotti…ce ne fossero di Sandro Ciotti tanto nel mondo del calcio e dello sport quanto in quello dell’arte: meglio Ciotti che gente che usa la parola tanto per giustificare il naturale atto dell’inspirazione.
          Il fatto di essere pronti alle repliche con frasi pungenti e commenti senza senso a parte l’offesa non significa essere brillanti né come curatori, né come artisti, né come studiosi…e neanche come opinionisti, che poi, mai capito a cosa servano.
          Comunque, so che continuerai con questa sfilza di false invettive, anzi te lo auguro perché significa che stai benone e continui a inspirare

  • hm

    – La tua ricerca potrebbe essere considerata come un’apologia del fittizio. Famiglie e personaggi inventati, interviste finte… –

    ma chi è luca rossi?

  • hm

    luca rossi è veramente intercambiabile, con le sue interviste finte potrebbe essere scambiato benissimo per giulio squitticiotti .

    • Aidi

      Sempre una parola buona per tutti vero?!?meno male che non siamo tutto come te e che c’é gente che apprezza il lavoro di squillacciotti.

      • hm

        sì guarda si stanno menando per chi lo apprezza di più . per fortuna che ci sei tu aidi ciotti a tenere alta la sua bandiera . anche sandro ciotti forse lo avrebbe apprezzato con tutte quelle interviste in bianco e nero minuto per minuto .

  • Condivido alquanto le posizioni di J.Saltz fatevi un giro ad Artissima Lido e se avete fatto un giro di mostre quest’anno fra torino e milano, vedrete un sacco di ripetizioni, spesso senza approfondimento… che sono già ripetizioni pubblicati sui noti free-magazine…. che riprendono stilemmi di questi ultimi10/15 anni … che sono il remake di altro etc.. etc… la cosa che personalmente mi colpisce è la mancanza di percezione di questi artisti, che spesso paiono molto preparati, c’è qualcosa che non “funziona” fra il loro valido percorso “educativo” e la riuscita delle loro “opere”

  • Diego

    Tutto é perfettino, inquadrato, prevedibile. Non mi riferisco al Buon Squillacciotti mA al sistema markettaro dei circuiti.

  • fmi