Quant’è contemporaneo il Tintoretto

Una riflessione sul gesto curatoriale che ha caratterizzato l’edizione 2011 della mostra probabilmente più attesa al mondo. Ovvero la ricontestualizzazione di tre capolavori di Tintoretto, inseriti per l’occasione in una dimensione espositiva white cube. Ultimi giorni a disposizione per visitare la Biennale dei record.

La sala dei Tintoretto - Biennale di Venezia 2011 - photo Valentina Grandini
La sala dei Tintoretto - Biennale di Venezia 2011 - photo Valentina Grandini

L’inclusione di tre opere di un artista attivo secoli fa come Tintoretto, in una grande mostra internazionale d’arte contemporanea, è stata la mossa a sorpresa di questa edizione 2011 della Biennale di Venezia. Un gesto curatoriale certamente non convenzionale, che diventa comprensibile e pregnante solo se analizzato da un punto di vista squisitamente critico, in quanto concernente un giudizio di attualità espresso nei confronti dei valori artistici incarnati dall’opera del grande veneziano, testimonial a sorpresa in rappresentanza di alcuni caratteri salienti della creazione artistica contemporanea.
Una prima analogia presente nel paragone posto in essere da Bice Curiger fra artisti così lontani nella storia riguarda l’avversione in Tintoretto per la fissità dell’inquadratura, così come codificata secondo prerogative riconducibili ai dettami della prospettiva albertiana, e le risultanze della cosiddetta “crisi del medium” che, negli anni ’60 del secolo scorso, a partire dalla stagione del Minimalismo, ha comportato l’abbandono dell’opera bidimensionale a parete come dimensione espressiva esclusiva, o quantomeno privilegiata, per l’arte di ricerca. Da una parte c’è quindi l’invenzione di una spazialità centrifuga e vertiginosa, “aperta”, compiuta a beneficio del suo tempo da un irregolare del Rinascimento maturo che si potrebbe definire “installativo”; dall’altra, l’avvento di pratiche tridimensionali, immersive e percorribili, verificatosi con l’affermazione, durante la seconda metà del Novecento, di un nuovo modello di carnalizzazione dello spettatore, con sullo sfondo la lezione di Marcel Duchamp e il concetto di “milieu percettivo” formulato da Maurice Merleau-Ponty.

Bice Curiger - courtesy la Biennale di Venezia - photo Francesco Galli

Si tratta di due passaggi importanti nella concezione del ruolo della spazialità nell’arte, due veri e propri cambi di paradigma, di cui uno tuttora in azione, che vengono così concretamente affiancati, e che traggono dal confronto un contributo di reciproca chiarificazione (“illuminazione”) sul piano critico. Due snodi che risultano apparentabili anche da un altro punto di vista, ovvero per la loro retroattività, per la capacità cioè di rivitalizzare peculiarità del passato, ritenute in entrambi i casi superate: Tintoretto deve essere infatti considerato sia l’artista “spaziale” per antonomasia, in netto anticipo sui tempi (Caravaggio e l’attitudine scenica del Barocco sono ampiamente annunciati nella sua arte), sia l’artista notturno e febbrile che ha contribuito a scardinare lo spazio prospettico “scientifico” e astrattamente naturalista messo a punto nel Rinascimento, recuperando una sensibilità per certi versi pre-rinascimentale, gotica o comunque medievale; allo stesso modo, la svolta verificatasi ormai mezzo secolo fa in direzione del cosiddetto “campo allargato”, che ha portato le relazioni fuori dall’opera, spalancando per l’artista nuovi orizzonti operativi, ha anche favorito il riassorbimento di una dimensione ambientale e site specific che il fare arte già deteneva, ma che era stata sostanzialmente abbandonata con l’estromissione dal novero delle pratiche considerate d’avanguardia delle arti tridimensionali, reputate “teatrali” da parte di una critica di tendenza analitica e modernista, schierata (con Clement Greenberg) in difesa della cosiddetta “integrity of picture plane”.

Tintoretto - Ultima Cena - Basilica di San Giorgio Maggiore

Un secondo elemento di attualità riscontrabile nell’opera di Tintoretto consiste in quel suo attributo peculiare che è stato definito con il termine “prestezza”, ovvero nella corsività particolarmente accentuata dello stile pittorico, che nel corso della storia è costata all’artista veneziano una notevole sottovalutazione da parte della critica, almeno fino al Novecento. In molti, nel passato, a partire da Pietro Aretino, secondo il quale a Tintoretto si addice “la prestezza del fatto” e non “la pazienza del fare”, rimarcando un deficit di finitezza sul piano dell’esecuzione, hanno infatti considerato la sinteticità di Tintoretto come un disvalore, anziché secondo un concetto di Kunstwollen (ancora nel 1946 per Roberto Longhi Tintoretto è uno che “resta al canovaccio”); ai nostri occhi di spettatori che hanno conosciuto l’arte del XX secolo appare invece evidente come la concisione descrittiva sia in Tintoretto parte integrante di una poetica dell’istantaneità, in relazione alla quale indulgere pittoricamente nel particolareggiato e nel rifinito diventa semplicemente fuori luogo.
Possono essere letti in questo senso sia il fatto che i suoi capolavori consistano per lo più in rappresentazioni di eventi miracolosi, intrinsecamente fulminanti sul piano concettuale; sia l’insofferenza palesata da Tintoretto (come notato nel corso del Settecento, da Luigi Lanzi) verso un’operazione tendenzialmente virtuosistica e per così dire “lenta”, qual è la rappresentazione del panneggio. Le classiche due facce di una stessa medaglia!

Il Martirio di sant’Orsola di Caravaggio

L’arte di questo grande pittore antico può essere quindi avvicinata in una chiave – come diremmo oggi – “riduzionista”, considerato che con la sua frenesia egli si dimostra interessato quasi esclusivamente alla dinamica dei fatti rappresentati, piuttosto che all’arricchimento della scena dipinta; per la stessa ragione, la sua pittura non pittorialista risulta pure compatibile con i presupposti teorici “indicali” e di mera registrazione che sono propri della fotografia. Anche la scelta rivoluzionaria di dipingere su fondo scuro, e la pregnanza assegnata all’illuminazione, sono suscettibili di essere interpretati come orientamenti operativi aventi funzione essenzializzante – e dunque antidecorativista – rispetto a scene che appaiono concitate ma mai sfarzose, veementi eppure nitide, anche quando complesse e affollate. Nel secolo scorso si è molto insistito su un concetto di ostensione, di pura presenza, e quindi sull’icasticità di un’arte intenta a riferirsi alla sfera dell’essere (riscontrabile tanto nel fiat lux in forma di zip pittorico di Barnett Newman, quanto nella decontestualizzazione oggettuale inventata da Duchamp). Su questa linea, il mix di essenzialità e istantaneità presente nelle opere del grande veneziano si dimostra in sintonia con l’estetica del pensiero che caratterizza l’arte contemporanea, molto più di quella di altri maestri della luce come Caravaggio o Vermeer, i quali non avrebbero potuto dialogare a partire dalle stesse prerogative con gente come Jack Goldstein o Gianni Colombo.

Gianni Colombo - Spazio elastico - 1967-68 - photo Valentina Grandini

Avvincente è poi la scelta di inserire in una mostra d’arte contemporanea un artista che può apparire fuori contesto, oltre che per la distanza storica, per il fatto stesso che la sua produzione – com’è ovvio! – è esplicitamente religiosa sul piano iconografico;  un artista che quindi si supporrebbe incompatibile con l’estetica analitica e razionalista della contemporaneità, e che invece presenta note di attualità anche considerando questo punto di vista. Colpisce infatti, in terzo luogo, la sussistenza nell’opera di Tintoretto di una poetica che oggi definiremmo dell’elementare sublime, in virtù della quale il dato luministico, che è spesso svincolato da una funzione mimetica, mentre viene fatto coincidere con ciò che è trascendente, viene pure presentato e concettualizzato per se stesso, come elemento autonomo.
Sicché il commento più appropriato circa lo spettacolo offerto dai tre Tintoretto allestiti nel Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale sembrano essere le parole di un artista supercontemporaneo come James Turrell, il quale ha dichiarato che la luce “non ha bisogno di rivelare nient’altro, perché è essa stessa rivelazione”. Un autentico statement, quanto basta affinché la (fin troppo sbandierata) dissociazione tra l’arte contemporanea e quella del passato appaia come un argomento di cui poter discutere, piuttosto che come un tabù. Anzi, proprio in virtù del suo appeal “so contemporary”, la presenza di Tintoretto in ILLUMInazioni consente pure di riflettere su un punto mai del tutto chiarito. Sul fatto cioè che l’obiettivo di rappresentare l’irrapresentabile non è affatto alieno alla storia dell’arte contemporanea, ma anzi costituisce uno dei suoi filoni principali e più battuti, e per giunta da parte di molti dei protagonisti del suo côté più radicale – secondo una direttrice che, volendo semplificare all’osso, da Kazimir Malevic passa per Ad Reinhardt, e arriva su su fino al già citato Turrell, giustamente invitato in ILLUMInazioni.

James Turrell - Sky Space - 1976

Una ultima considerazione in conclusione. Trattandosi di un gigante del passato la cui fortuna critica è però prettamente (tardo-)novecentesca, e anzi a questo punto pure un po’ post-novecentesca, la presenza di Tintoretto in veste di portabandiera in ILLUMInazioni ha anche la salutare funzione relativizzante tipica del memento mori, perché permette di riflettere sul carattere di transitorietà di ogni valore artistico, compresi quelli che lo riguardano e che per i motivi di cui qui si è provato a dare conto sono anche caratteristici della produzione artistica del nostro tempo.

Pericle Guaglianone

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Pericle Guaglianone
Pericle Guaglianone è nato a Roma negli anni ’70. Da bambino riusciva a riconoscere tutte le automobili dalla forma dei fanali accesi la notte. Gli piacevano tanto anche gli atlanti, li studiava ore e ore. Le bandiere erano un’altra sua passione. Ha una laurea in storia dell’arte (versante arte contemporanea) ma è convinto che nessuna immagine sia paragonabile per bellezza a una carta geografica. Da qualche anno scrive appunto di arte contemporanea e ha curato delle mostre. Ha un blog di musica ma è un pretesto per ingrandire copertine di dischi. Appena può si fionda in qualche isola greca. Ne avrà visitate una trentina.
  • Dulcolax

    la “dissociazione tra l’arte contemporanea e quella del passato appaia come un argomento di cui poter discutere, piuttosto che come un tabù.” ma non credo che sia stato mai un tabù , almeno per gli artisti Italiani. Ma quale Tabù!! Se non abbiamo nemmeno il coraggio di affrontare argomenti innocui come questi, la cultura è morta!
    C’è bisogno di tre Tintoretto alla biennale, per comprendere ciò che appare evidente al primo abbozzo di riflession!e, ovvero che l’arte contemporanea non proviene dal nulla ma da una lunghissima tradizione?

  • Mastino

    tutto ben detto…forse avrei citato anche Sartre per la fortuna novecentesca di Tintoretto

  • assunta

    Gent.mo Pericle,non ce’ alcun commento da aggiungere che sia in discordanza con te!…..e dopo il tuo azzeccatissimo articolo, rifletto sempre piu’ sulle tele Tintorettiane viste alla Biennale per poterti decisamente dire:Chapeau!

  • Cristiana Curti

    Mi permetto, scusandomi, di citarmi da Arslife.com perché trovo meritevole la questione, esposta in modo eccellente, ma per me non convincente da Pericle Guaglianone.

    “La prima sala, pivot della mostra curatoriale, raccoglie i tre grandi teleri di Tintoretto (l’ “Ultima Cena” del 1591-4 da San Giorgio Maggiore, il “Trafugamento del corpo di San Marco” del 1562-6 e “La creazione degli animali” del 1550-3 dalle Gallerie dell’Accademia) che tanto hanno fatto parlare di sé, anche in relazione a una sorta di “gara” fra curatori che ritengono trovare ispirazione col richiamo alle radici del Contemporaneo nell’arte dell’Antico. Sulla carta, l’operazione, ancorché azzardata, ma accettabile in ambito teorico e di relazione estetica da circostanziare, se mai, con infiniti distinguo, qui ci trova sbalorditi: cosa dovremmo fare del sublime “Trafugamento” fra piccioni ammiccanti e video noiosi, fra scritturini su cartine e fotografie minimal, pezzi di pongo e proiezioni lenticolari? Quale nesso dovremmo cogliere con l’Oggi che non sia intuibile anche in ogni innovatore dal ‘200 in poi, italiano, spagnolo o fiammingo? Perché Tintoretto e non El Greco o Rembrandt? A parte il discutibile omaggio lagunare, Bice Curiger compie il primo passo falso, con l’intenzione ingenuamente letteraria (o scientemente provocatoria, il che sarebbe peggio) di ricomporre uno choc culturale fra epoche differenti per inquietudini e dilemmi artistici, sociali, politici, fra mondi che non sono affini se non nella decantazione di un calendario che numera giorni e anni e che riferisce di evoluzioni le cui origini senz’altro si trovano nelle ere precedenti, ma che sono, nella cultura dell’Uomo, talmente distanti da non poter essere più richiamate se non con un inutile, del tutto irrazionale paragone.

    La citazione disturba, disturba l’arroganza e la pretesa di mostrar di sapere (la Curiger più di noi) perché Tintoretto sia obbligato a discorrere con Bruno Jakob, l’altro unico occupante la sala, e le sue invisibili, albeggianti pitture di vapore (antitesi sin troppo facile alla luce, ma l’antitesi non regge perché fondata su un luogo comune formale urticante…). Mi disturba anche sapere che sino a Novembre le tre antiche meraviglie non torneranno nelle loro preziose sedi per il capriccio intellettualoide di chi non sapeva far altro che addomesticare il Veneziano ad un esperimento che non gli si confà. Davvero irritante.”

    Chiedo ancora scusa per la poca modestia. Ciò che voglio sottolineare è che può essere sempre legittimo prelevare dall’Antico (per tendere ponti verso il Contemporaneo) ma dipende da CHI (ovvero COME) compie il salto sempre complesso e terribilmente azzardato per le evidenti accuse di captatio benevolentiae da una parte e di sudditanza culturale degli artisti contemporanei dall’altra. Nel percorso curigeriano non c’è modo di trovare – a parte i pochi artisti già citati da Guaglianone, sebbene l’opera di Colombo fosse tutt’altro da quella presentata nelle immagini apposte qui sopra (era purtroppo costretta in uno spazio compresso che non le si addiceva affatto) – un solo spunto che convinca intorno al perché Tintoretto sia stato inserito in Biennale, fatte salve le motivazioni di superficie che, essendo di superficie, non reggono alla critica.
    Personalmente ritengo che la migliore espressione del tema “tintorettiano” (il ponte fra secoli diversi d’espressioni in arte, perché è questo l’intento di Curiger, non altro) in Biennale (se vogliamo intenderlo come una sorta di “compito a casa” perché di vera liaison è impossibile parlare) fu quella proposta da Monica Bonvicini all’Arsenale, “Fifteen Steps to the Virgin” che conduce alla tenda sul fondo della grande sala, proprio l’ultima della mostra curatoriale, “Pink Curtain”.

    A parte ciò (e qualche altra citazione diretta a capo delle quali, come gagliardetto, è l’eccellente opera di Turrell), nel complesso l’operazione di Curiger non è riuscita né nell’esplicita intenzione di “far dialogare” le tele tintorettiane con la contemporaneità (quella scelta dalla curatrice svizzera) né in quella di postulare un ponte formale (benché sottinteso ideale) fra l’Antico e il Moderno proprio a causa “di quelle” opere inserite in un contesto che si presta sin troppo alla venezianità intesa in senso lato. L’omaggio, poi, mi è parso sin troppo smaccato per poterlo rilevare come pura deferenza nei confronti di un Grande. Insomma, Tintoretto non ha senso nel percorso curigeriano perché è quest’ultimo (con tutte le sue spigolosità e i suoi compiaciuti accademismi) a non essere adeguato a Tintoretto.

  • Alessandra Del Monte

    Non sarà l’invidia che fa andare sull’onda di un “commento” tanto veleno? Spero di no! Ci si pregia di “citarsi” vuole solo “mettersi in mostra” alle spalle di chi con impegno cerca di stupire, attirare, scandalizzare anche, ma far parlare (e portare a vedere) Arte!!!

    • Cristiana Curti

      Egregia Dal Monte, l’invidia è cosa che non conosco per queste faccende (mia critica alla mostra curatoriale della Curiger in Biennale peraltro già inoltrata sul web in maniera ben più articolata di questo stralcio – da qui la citazione di me stessa PROPRIO per far capire che era cosa che pensavo da tempo, mi stava particolarmente a cuore e ne avevo già parlato).
      La critica, invece, fa parte del gioco di chi espone pubblicamente un proprio pensiero attraverso la (curatela dell’) arte. Fermo restando che chiunque abbia il compito di costruire esposizioni ha da me il massimo rispetto per la professionalità e le direttive che intende seguire secondo il proprio costume, habitus, cultura.

      E’ possibilissimo che sia invece invidiosa, lussuriosa, accidiosa, golosa, ecc. per molti altri generi “comportamentali”. Sono senz’altro peccatrice, per carità.

      Su Artribune è cosa comune, a quanto pare, citare le proprie (nel senso di personali) fonti. Ma lei vede solo in me il casus, io che non offendo nessuno ma solo riporto (per pura comodità dialettica) una mia idea piuttosto precisa (e per far questo sono obbligata – come correttezza e legge pretende – a citarne la fonte pubblica, se non avessi questo obbligo, avrei evitato di “virgolettarmi”). Del resto, è la prima volta che accade e sarà l’ultima.

      Non partecipo ormai più molto ai commentari di questo sito, perché ogni discussione che soltanto prenda il volo sulla base di argomentazioni un poco più elevate del “mi piace, mi fa schifo, sei invidioso ecco perché dici questo, bastardo ti odio” si svuota immediatamente di contenuti proprio in virtù anche dei commentatori come Lei, che azzerano sul nascere qualsiasi tentativo di dialogare.

      Mi scuso ancora se mi sono citata, mai più farò l’errore di ripetere l’azzardo. Ma non mi scuso con Lei, cui non devo nulla, quanto con la Redazione se ho fatto qualcosa che non dovevo per la cui cosa invito senz’altro a cancellare il mio intervento se si ritenesso opportuno.

      Ma di certo le dò atto di non avere capito niente di ciò che scrissi, se davvero l’unico rilievo per Lei circa la mia modesta opinione è solo questa pochezza: “è l’invidia che ti fa parlare…”

      Con ciò, La saluto cordialmente e chiudo, perché capisco che qui, ormai, è terreno perduto.

  • LorenzoMarras

    Penso che non ci sia nessuna invidia cara Alessandra Dal Monte perche’ qui non si sta discutendo della Contenporaneita’ propria del Tintoretto ma del suo uso disinvolto attraverso , slogan pressoche’ caricaturali , affinche’ venga assorbito in una manifestazione, in vero estranea.

    Non basta parlare di “””ILLUMI-NAZIONI”””” giocando su molteplici significati che , artificialmente, si possono scucire dal termine , affinche’ una casa sia resa abitabile per Tintoretto.
    Il paradigma della Novita’ non regge piu’ e tuttavia, è proibito dire di “ritorno” alle origini come nel 900 si disse “ritorno all’ordine” ?

    Ricordo che dagli anni 90, i teorici della fantomatica “Contemporaneita’” hanno scritto peste e corna sulla Pittura. Lo ha forse dimenticato , cara Del Monte oppure , cosi come nella moda, tutto ritorna?

    p.s. :
    aggiungo un altra cosa: siccome ultimamente qui si sta dicendo che alcuni non userebbero i modi urbani , civilmente consentiti, confido che questa mia non sia considerata ne’ un offesa ne’ un insulto. Non si sa mai ma è meglio parlare chiaro.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Quando sento parlare di “contemporaneità” mi annoio profondamente. Non ci accorgiamo che quello che era per Tintoretto la luce del suo tempo, oggi non regge che la luce del passato. Forse il nostro contemporaneo non è più necessario ed è per questo che lo cerchiamo nel passato. L’artista che grida la sua disperazione in questo sistema dell’arte monotono fa ridere solo i polli, perché la sua angoscia si trasforma in diritti d’autore. L’artista non esiste più se non fa parte di questo sistema comatoso. Se opera dentro questo sistema, vuole vendere le sue opere, vuole utili.. Se è un giovane artista vuole che tutti i mass-media offrono visibilità e qualcosa di economico, eccetto l’arte, la quale gli offre soltanto altra disperazione e il vuoto di consensi che non si negano più a nessuno.

  • Caro Lorenzo, non ti preoccupare: qui si dice… appunto! Ma ho la netta impressione che solo “si dica” e, per giunta, “random” . Dicendo si da’ il “contentino” ai benpensanti, poi si lascia che tutto proceda come al solito: detto, si è detto e tanto basta. Ciao, buona serata

    • LorenzoMarras

      Lucia’ buona serata anche a te.
      a nos bidere.

      • Cristiana Curti

        Un caro saluto a voi, amici.

  • L’articolo di Guagliarone e’ interessante, ben costruito e decisamente meritevole di una lettura attenta e di un po’ di meditazione susseguente. Questo non significa, ovviamente, che debba, per conseguenza, essere condiviso nei suoi assunti.
    Un passaggio, in particolare, ha attirato, di primo acchito, la mia attenzione e mi ha sorpreso :
    “…la luce “non ha bisogno di rivelare nient’altro, perché è essa stessa rivelazione” Un autentico statement, quanto basta affinché la (fin troppo sbandierata) dissociazione tra l’arte contemporanea e quella del passato appaia come un argomento di cui poter discutere, piuttosto che come un tabù”
    Ferma restando la condivisione per lo “statement” di Turrel, quel che non mi “torna” e’ la “tanto sbandierata” (da chi? quando? dove?) dissociazione tra arte contemporanea e quella del passato ed il fatto che di tale argomento (ammesso che se ne senta veramente la necessita’) non si possa discutere in quanto sarebbe tabu’ .
    Onestamente a me pare che, passata la fase “violenta” (e salutare) delle avanguardie (ma esse si collocano nell’arte moderna e non in quella contemporanea), e persino in tale fase, ci sia stato, al contrario, un frequente “confronto” tra arte contemporanea ed arte “classica”, che molti degli artisti contemporanei, attraverso il loro lavoro, operino o almeno tentino, un dialogo con l’arte del passato (piu’ o meno remoto).
    Detto questo non mi pare che l’eventuale tesi della “dissociazione” tra arte contemporanea ed arte del passato sia mai stato argomento tabu’ o cui venga attribnuita una “solidita’” tale da impedirne la messa in discussione.
    Sulla scelta della Curiger sono, almeno in parte, d’accordo con Cristiana.
    A me ha fatto piacere “godermi”, con una visione ravvicinata ed ‘in piena luce” i tre grandi teleri del Tintoretto (e debbo dire, per onesta’, che la presenza dei piccioni non mi ha affatto disturbato, anzi…, ma questo e’ tutt’un altro discorso) ma quelle opere mi son sembrate assolutamente “sole” in quella sala. La scelta di accostarle ai lavori di Jakob e’, a mio modestissimo parere, una scelta di “dialogo impossibile” anzi direi la scelta di “impossibilitare il dialogo”… ma qui entriamo, ovviamente, nel campo del “mi piace/non mi piace” che (chissa’ poi perche’?) e’ qui, generalmente, vituperato

    • Cristiana Curti

      Caro Luciano, se il “mipiace/nonmipiace” ha una plausibile e coerente motivazione critica, questo ha ben ragion d’essere. Se si ferma alla sola allocuzione rimane ciò che è: un giudizio personale, assolutamente legittimo, ma che non fa crescere ed evolvere lo scambio delle idee rispetto alle tesi formulate da chi getta il sasso della discussione.
      Del resto il critico compie sempre scelte (se è un critico) secondo cultura che convivono anche con il gusto personale, che però è affinato (se è un vero critico) da anni di ricerca, studio e PROFESSIONE, termine che non è più in voga perché ormai chiunque può discettare anche senza cognizione di causa su qualsiasi cosa e avere una platea. Opinando, senza mezzi logici o culturali, anche nei confronti di chi la professione la coltiva da anni e non passava di lì per caso. E chi si permette un’opinione basata su un assunto razionale (una tesi) è tacciato di apostasia.
      Il brano di Guaglianone, di notevole caratura, è estremamente interessante in generale e in particolare intorno all’analisi della fortuna di Tintoretto anche presso la contemporaneità oltre che in Antico. Ma – a parte qualche fugace considerazione relativa ad alcuni (pochissimi fra i tantissimi) artisti scelti dalla Curiger – non spiega perché l’operazione che dovrebbe farci dire “QUANTO E’ CONTEMPORANEO IL TINTORETTO NELLA BIENNALE DI VENEZIA 2011”, secondo il metro della curatrice, sia legittima considerate le selezioni da lei compiute di opere (soprattutto) e autori per formare il “suo” percorso espositivo.
      Qualora il Signor Guaglianone volesse approfondire questo aspetto fondativo della sua tesi (il lavoro compiuto dalla Curiger in Biennale) sarò felice di eventualmente cambiare idea almeno in merito alle intenzioni della curatrice, rimanendo comunque della mia opinione circa i risultati ottenuti.

      • Cara Cristiana, come ben sai io non sono un critico, non ne ho la preparazione e non ne ho la vocazione. E’ quindi evidente che, in un certo senso, sia “costretto” al mi piace/non mi piace, anche se cerco sempre di esprimerlo accompagnandolo almeno da un abbozzo di motivazioni. Ma se io non sono un critiico, per altro, qui nel commmentario di Artribune (e non solo) di “critici” che possano dirsi tali ne vedo pochi, pochi (tu sei una … ma quanti altri? ). E’ per questo motivo che non capisco la demonizzazione (e qui non mi riferisco, ovviamente, a te che non l’hai mai fatta) del “mi picace/non mi piace” visto che e’ l’unica “espressione” o parere pertinentemente esprimibile (ovviamente con l’accompagnamento di una succinta ma chiara motivazione) dalla maggioranza di coloro che qui (e non solo) commentano.
        Un’ultima considerazione a proposito del “mi piace/non mi piace” : siamo pressoche’ tutti d’accordo che uno dei problemi dell’arte contemporanea (e non solo) sia la mancanza di pubblico. Bene, io credo che se continuiamo a stigmatizzare i “mi piace/non mi piace”, di pubblico ne avremo sempre meno. Il pubblico, io credo, lo si incrementa se, a fronte delle sue espressioni naturali di gradimento/non gradimento di un’opera, anziche’ sorriderne o ironizzarci sopra, si sa instaurare un dialogo che partendo da tali espressioni, ne faccia esaminare le ragioni e porti, senza eccesso di “lezioni teoriche”, ad un, anche minimo, approfondimento ad una, anche solo lievemente, miglior comprensione dei concetti e delle categorie critiche applicabili al’opera stessa e se, soprattutto, si evitano i toni da “addetti ali lavori” e le espressioni sprezzanti della “famiglia” del “zitto tu che non capisci niente”, cosi’ frequenti su queste pagine tanto da rappresentare quasi il 90% dei commenti.
        Tornando all’articolo di Guaglianone, che vado rileggendo e sul quale sto’ ancora meditando per mio conto, davvero gradirei, fosse possibile, una sua risposta al mio quesito (del post precedente) circa la “dissociazione tra arte contemporanea ed arte del passato” ed il suo “essere un tabu’ ”
        Dei Tintoretto e della Curiger ti ho gia’ detto : non solo non ho colto nessun dialogo ma ho avuto la spiacevole sensazione che la scelta operata fosse tale da impedire persino la possibilita’ di un dialogo tra le opere esposte.

        • Cristiana Curti

          Caro Luciano, ti ringrazio per la risposta sempre pacata e sempre interessante.
          Permettimi una nota spero conclusiva intorno alla “spinosa” questione del “mi piace/nonmipiace”. In primo luogo io non stigmatizzo tanto l’allocuzione in sé quanto l’atteggiamento, a volte altrettanto snobistico di quello dei fantomatici “addetti ai lavori” (ma chi sono costoro davvero?), relativamente al proprio giudizio che si tende SEMPRE a far assurgere a parametro universale (dimmi tu se non ti pare vero leggendo Artribune; nessuno cambia opinione, mai, per quanto si possa discutere – e spesso se ne perdono, della discussione, le fila e la pazienza; sino a qualche tempo fa io continuavo a imparare anche da questo sito, ora non c’è più niente di nuovo sotto il sole “dagli altri”).
          Nessuno che qui propone un giudizio, ancorché semplice e sintetico, pensa di avere alcun dubbio, mai. E se è più che giusto perorare anche accanitamente la proprio opinione almeno è necessario motivarla per far comprendere anche agli altri la propria posizione. Per far questo non c’è bisogno di essere dei critici, ma solo onesti intellettualmente. Se a questo aggiungi la deriva caciaristica (e a volte volgare) che spesso segue le asserzioni del mipiace/nonmipiace, capirai perché sono un po’ delusa dal contesto poco interessante in cui certe discussioni piombano anche partendo da buone premesse.
          Il giudizio anche soltanto emotivo e intuitivo nei confronti di un’opera d’arte (specialmente contemporanea) è la base per formarsi un’idea personale e una cultura. Non voler constringersi al giudizio con l’alibi del “io però l’arte contemporanea non la capisco” è un alibi che non regge. Dovremmo tutti, nessuno escluso, giudicare l’arte. Ma se non c’è alcun bisogno di essere professori universitari, sarebbe auspicabile invece, se la passione si evolve, un approfondimento della materia.
          Perché tutto dev’essere semplice e – fintamente – “democratico”? L’arte è sempre stata alla portata di tutti, ma chi e perché ha stabilito che l’arte si deve abbassare alla portata di tutti e non piuttosto i tutti elevare alla portata dell’arte? Che senso avrebbe altrimenti esercitare una professione (quella dell’artista) se per seminare simboli formali e visivi di forte pregnanza e di elevata qualità tecnica e estetica sono sufficienti i pubblicitari?
          Chi ha stabilito che non esistono differenze tra chi sa e chi non sa? Sia chiaro, non ho la minima presunzione di essere fra “quelli che sanno”, tu credi io ne abbia il titolo, invece non l’ho. Ma sto studiando ancora. E non intendo smettere.
          Un caro saluto.

          • @ Cristiana, brevisssimo: spero che ti fosse chiaro che quando parlavo di “demonizzazione” o stigmatizzazione del “mi piace/non mi piace” non mi riferivo affatto a te; sulla parte rimanenete mi trovi perfettamente d’accordo: quando dico “partire da ‘mi piace/non mi piace’ per tirarne fuori le motivazioni, discuterle, far comprendere i concetti ecc. intendo appunto “elevare tutti alla portata dell’arte”… quanto ai commenti… beh! lasciamo perdere… senza te, Lorenzo ed una manciata di altri avrei gia’ da tempo smesso, non dico di leggerli, ma perfino di guardarli.

  • LorenzoMarras

    Luciano non mi ritengo un critico , colto ovvero nella sua funzione di critico e pur tuttavia di volta in volta, quando l’articolo offre spunti meritevoli non mi sottraggo a farne esercizio (indegnamente si intende).
    Guaglianone ha il merito , peraltro inpeccabile nella sua esposizione, di sapere tracciare puramente a tavolino i nessi che legherebbero opere generate in epoche differenti attraverso quella che definisce mera operazione di “attualita’” di quei valori artistici del Tintoretto.
    Ma è solo una esposizione prettamente teorica che , sicuramente puo’ affascinare per le suggestioni a cui stimola l’attenzione altrui, ma niente di piu’.
    Il problema non è conciliare la contemporaneita’ del Tintoretto con quella di autori che sono venuti dopo ma semmai di leggere quella contemporaneita’ nei suoi appropriati e imprescindili significati che in quel tempo incarnava. In sostanza percepire a quale contemporanieta’ noi riusciano a stabilire delle connessioni rispettose di un criterio di “verita’” (metto da parte e volutamente quello di scientita’).
    Tradotto , terra terra : voglio percepire non solo cosa rappresenti quella LUCE per Tintoretto ma anche come egli ed i suoi contemporanei si rapportino ad essa in termini puramente esistenziali . Come Tintoretto ad esempio si ponesse di fronte al divino oppure di fronte alla idea di morte (Guanaglione fa un cenno al tema del memento mori) e cosi’ facendo , cogliere nella sua purezza quella Contemporaneita’ e non adattarla alla mia , a quella che penso essere trovandomi nel mio 21 secolo.
    Qui, come al solito, invece si assiste al sequestro di puri dati di superficie per imbastire un discorso che asfalti in toto ogni diversita’ di CONDIZIONI su cui, guarda caso, si sorvola facendo finta di niente.

    Luciano caro, riassumo : penso e , ritengo di non sbagliarmi, che cio’ che è considerato “passato” lo si stia attualizzando nella maniera piu’ sbagliata ovvero nella sua unica chiave destinale, quella “Spettacolare” , insomma i nostri operatori in un modo o nell’altro tentano un avvicinamento un pochino, strumentale e , lasciamelo dire, un pochino ‘ sgraziato, verso quello che è il “grande pubblico”.

    La strategia seppure infiorettata , prima o poi rileva le sue contraddizioni.

    Un saluto per te e Cristiana.

    • @ Lorenzo, d’accordo sul fatto che spesso l’approccio verso l’arte “passata” (in senso temporale) sia spesso sbagliato ma, a me pare, che gli artisti, chi piu’ chi meno, chi bene chi male, non abbiano mai smesso di “dialogare” con i lavori di chi li ha preceduti .E’ per questo che mi ha stupito quell’affermazione di Guaglianone sul “tabu'” circa la possibilita’ di mettere in discussione la “dissociazine” tra arte contemporanea ed arte passata … “dissociazione” che a me pare ben lungi dall’essere principio conclamato… pronto, ovviamente, a ricredermi di fronte a solide argomentazioni,

  • hm

    vedo che qui c’è gente che continua a chattare impunemente off topic senza essere censurata .

  • woman

    Il mio professore di storia dell’arte sostiene che
    “L’arte nasce dall’arte”
    e per qualsiasi artista, antico o moderno che sia, ci fa vedere quali sono i capolavori precedenti che lo hanno ispirato.