Padiglione Italia. Parola a Tiziano Scarpa

È stato uno dei selezionatori degli artisti presenti al Padiglione Italia a Venezia. Non ha detto “no” a Sgarbi, così come non l’hanno fatto altre decine di intellettuali del nostro Paese. Qualcosa vorrà pur dire. La posizione di Tiziano Scarpa in un editoriale per Artribune Magazine.

L'Italia in croce di Gaetano Pesce - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011
L'Italia in croce di Gaetano Pesce - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011

Ancora il Padiglione Italia? Per pietà, basta. Però la Biennale è ancora aperta, i cadaveri caldi, le pistole fumanti: c’è chi ha parlato di “delitto perfetto” da parte di Vittorio Sgarbi e dei trecento intellettuali assassini dell’arte (fra i quali anch’io). E c’è chi si è messo in discussione, come Emanuela De Cecco, cercando di analizzare la sua irritazione di fronte al Padiglione. Condivido le sue conclusioni, ma in maniera opposta alla sua: questo Padiglione, è vero, lascerà le cose come stanno, ma perché curatori e critici non hanno nessuna voglia di vedere se contiene qualcosa di buono. E non parlo delle opere (comunque, un critico, un curatore dovrebbe saperle distinguere anche nel caos più totale: a maggior ragione se sono indicate da trecento persone che non sono del tutto stupide né disinformate). Parlo proprio del fatto che intellettuali e artisti abbiano partecipato in così tanti. Le spiegazioni che i curatori e i critici indignati danno a questo fatto sono consolatorie (per loro), non serviranno ad altro che a serrare i loro ranghi e confermarne il ruolo.

Tiziano Scarpa

I critici Francesca Pasini e Giorgio Verzotti chiedono ai trecento killer: “Possibile che sia stato così difficile dire di no?”. Al nostro sì imputano connivenza col berlusconismo, o ingenuità, e anche narcisismo. Ma è ovvio che era immensamente più facile dire no. Credono che non lo sapessimo, che dicendo sì avremmo fatto una brutta figura politica, e avremmo fatto indignare tutta l’intellettualità artistica italiana (curatori e critici)? Pasini e Verzotti si dicono “attoniti ” per il numero e la qualità dei killer. Ma proprio questo avrebbe dovuto fare massa critica nelle valutazioni dei due studiosi. Invece no: o traditori, o puerili, o vanesi. Quartum non datur , per Pasini e Verzotti. Non li ha sfiorati il dubbio che ci potessero essere molti intellettuali e artisti, là dentro, ai quali è parso meno peggio, per una volta, persino stare dalla parte di Sgarbi, piuttosto che sorbirsi un altro Padiglione Curitalia, l’ennesimo show curatoriale, in cui più che le opere si mette in mostra il potere mondano e le idee sull’arte del curatore, con tutti i suoi spossanti italianissimi equilibrismi nella selezione degli artisti.

Il Ministro Galan visita il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2011

Giacinto di Pietrantonio, direttore della galleria d’arte contemporanea di Bergamo, ha fatto un rilievo interessante: l’amore degli artisti contemporanei italiani per filosofi e scrittori non è ricambiato, perché questi ultimi prediligono artisti retrivi. Può darsi, ma è un bilancio troppo generico. L’arte non è statistica. Non si fa con le “medie”. Contano le eccezioni. Di Pietrantonio cita le predilezioni conservatrici di Pasolini: ma c’era anche il Gruppo 63, che supportava l’arte più innovativa.
Ma anche se fosse, allora c’è qualcosa che non va nella capacità dell’arte contemporanea, o meglio nei suoi intellettuali (curatori e critici) di dialogare con il resto della cultura italiana. L’intellettualità artistica italiana vive in una bolla separata, in un’altera autonomia di scelte e di consacrazioni che di fatto è autismo culturale? Di fronte ad alcune opere del Padiglione Italia lontanissime dai miei gusti, non ho reagito attribuendole all’insipienza o impreparazione del selezionatore. Non che quegli intellettuali non amino l’arte contemporanea: vogliono proprio dirci chiaro e tondo che di contemporaneità ce n’è un’altra, e che loro amano quella.

Tiziano Scarpa

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #2

  • curatore indipendente

    e no caro tiziano scarpa…non è proprio così che si concepisce il rispetto della cultura. tu dovresti saperlo bene visto che di cultura ti occupi.la maggior parte degli artisti che hanno rifiutato di partecipare a questa Biennale l’hanno fatto proprio per una questione di RISPETTO del lavoro. non si tratta di vedere la cose da un lato diverso. qui era un baraccone che distruggeva quello che gli artisti proteggono da anni: il loro lavoro. come immagino tu faccia nei confronti del tuo. e poi basta parlare di intellettuali, poichè di intellettuali eravate in pochi. vogliamo considerare la littizzetto un’intellettuale? ma con quale coraggio? non si è nemmeno degnata di portare un artista che non fosse un parente. e questo è solo uno dei tanti casi.
    se io fossi un artista non mi sentirei fiero di essere considerato da questa biennale. la biennale è un punto importante nella carriera di un artista, non deve diventare la festa do paesiello. ci sono mille altre situazioni dove tutti possono esporre, lasciamo in queste occasioni lo spazio a chi vuole fare dell’arte una pagliacciata.
    non si può difendere questa biennale da nessun punto di vista.
    cordiali saluti

    • orlando

      Ma tu caro curatore indipendente…, chi sei?…perchè non ti qualifichi?…,almeno Scarpa ci mette la faccia…, ma tu che fai, lanci anatemi e ti nascondi dietro un nick name…CURATORE INDIPENDENTE…ahahahahah…/ Avete stufato con questa storia dell’artista che deve difendere il proprio lavoro etc.etc. Ci sono servi della gleba e servi degli aristocratici come nell’antica Roma…e come sempre si ripropone questo noioso e trito discorso di chi se ne intende e chi no. La litizietto non sarà un intellettuale come te.., ma perchè non dovrebbe amare l’arte contemporanea e perchè non potrebbe esprimere un opinione, una preferenza, suggerire una artista che a Lei piace, uno qualsiasi che la emoziona. Dunque io preferisco la Litizietto a voi “intellettuali” al soldo di chissà quale lobbyna…, che volete imporre i vostri artisti e basta. preferisco Scarpa a quelli che hanno imposto un cattelan facendolo passare per il novello “MICHELANGELO”..e facendolo partecipare a svariate Biennali a torto marcio, e questo per un motivo molto semplice…il “superartista” altri non è che un copione, uno che copia opere di altri modificandole e riproponendole come se fossero frutto della sua fantasia…, lui poverino non ha mai inventato nulla in vita sua..,pero’ gli “intellettuali” sottopaga..,lo hanno fatto crescere a dismisura e qualche allocco ci è pure cascato…, il “superartista” altri non è che una bolla finanziaria…, un derivato…, rappresenta cio’ che negli USA ha rovinato milioni di persone e a portato allo sfacelo economico che sta travolgendo il mondo…/..quindi caro curatore indipendente, smettila di rompere i coglioni.., scendi dal tronetto, e vai a lavorare…/…noi eravamo alle 5 terre e a Genova a spalare il fango a gratis…, e tu dove eri..? forse in qualche salottino a parlare della prossima mostra (inutile) da organizzare…?

      • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

        IL NIDONE DELLA BIENNALE DI VENEZIA

        Diversi fatti sorprndenti che si susseguono nel sistema malato dell’arte italiana, fanno pensare che questi strani curatori indipendenti, e che certi grilli canterini e, in modo particolare, alcune speci, abbiano la possibilità di comprendere la taglia delle mutande ricamate e griffate di artisti che hanno partecipato a questa biennale di anime morte.

        Così, nella maggioranza di casi, nel grande nido della biennale, alcuni grilli canterini di una certa specie si sono trovati sempre con numero variabile.

        Questo numero variabile, diciamo che, può giungere fino a 100.000 ed oltre…a condizione che venga tolto il nido nella biennale, ma questo è sempre rapidamente e variabilmente rimpiazzato dai curatori di anime morte. Con tale sistema la biennale è perpetua, può prolungare e allargare all’infinito i grilli canterini a partire dalla penisola italiota a tutto il mondo… per molto tempo.

        Tuttavia questo metodo, in se stesso, non è una prova precisa di contare tutti gli artisti esclusi dalla biennale; perchè in questo caso, dobbiamo immaginare che solo un grillo sapiente, possa valutare globalmente la massa di griili canterini che si trovano dentro rimpiattati dentro il nidone della biennale e che tendono, in qualche modo a riequlibrare questo grande squilibrio che si verifica spesso nella massa degli esclusi.

      • mario

        certo la littizzetto che lavoro ha presentato? proprio ne capisce tanto di arte lei! basta con ste stupidaggini. chi se ne frag dell’pinione della littizzetto ma stiamo scherzando caro orlando? il mondo dell’arte ha bisogno di intellettuali non di opinioni da parte di chiunque. che si faccia le mostre in casa come fa a torino e si inviti i suoi parenti, ma alla biennale abbia la dignità di sapere cosa sta facendo.
        ci servono curatori, critici, non comici che nemmeno ci fanno ridere!

    • Isidora

      Gli intellettuali , l’ ambiente del cinema o i filosofi , non sono dei piazzisti , o dei commercianti dai modi spocchiosi .
      L’ ambiente dell’ arte , é in parte popolato da speculatori .
      Dietro non c’é nulla .
      Nè un idea , Nè un concetto .
      Piazzare , piazzare , vendere , chiedere un prezzo , conoscere le ‘ persone giuste ‘ , i collezionisti ………….
      questo é il ritratto scarno di un curatore basico
      Criticare per il gusto di diffamare , é lo sporto più praticato .

      Come fa a ritenere interessante un intellettuale , o magari un filosofo , un docente universitario internazionale – una caricatura spocchiosa di un commerciante ?

      Tra l’ altro ciò che sto scrivendo é solo un ripetere un opinione che hanno tanti nomi del panorama intellettuale italiano , molti conosciuti ed apprezzati all’ estero .

    • Isidora

      Sottolineando che il Padiglione di Sgarbi fosse inguardabile .
      Credo il sistema dell’ arte debba capire , che il piccolo mondo italiano che ne celebra molto tutto quello che é straniero debba capire che dall’ esterno sembri essere popolato da commercianti .
      Tutto di rispetto per la categoria , ma non é proprio la summa alla quale puntare .
      Bravi vetrinisti che sanno collocare la merce nel modo migliore . Bravi rappresentanti che riescono a vendere qualsiasi lavoro .
      Perché il dubbio sorge quando ci si addentra nell’ ambiente , tra spocchia e perenne obiettivo di ‘ piazzare ‘ opere .

      Non si vedono i concetti , basta andare nella maggior parte e delle mostre per assistere al vuoto .
      Tutti in fila per riverire l’ ultimo nome idolatrato dal sistema .
      Meno male che si parla di creatività , solo nei regimi si era vista cotanta negazione dell’ individualità .

      Un artista viene riverito solo se ha esposto in quei due , tre posti ritenuti validi .
      Tutto il resto non esiste …
      Quanti grandi critici non vanno a vedere le mostre nei posti ‘ sconvenienti ‘ o non abbastanza ‘ cool ‘ , ma sono onnipresenti nelle grandi gallerie per farsi immortalare .

      Dove ‘ abiterebbe ‘ il non essere conformista , in uno degli ambienti più conformisti , e squadristi .

      Ci sono dell’ eccezioni , ma sono quasi sempre ai margini .
      Ci ho che si vede é una caricatura dell’ essere il più possibile inaccessibile nei confronti del mondo , della società e nel confronto con la CULTURA .

      Sto scrivendo con disillusa tristezza .

      • Elena, Roma

        ottimo post.. brava Isidora!!

    • gabri

      Ormai tutto artisti , tutti curatori .
      Ovunque io mi giri signorotto , o ex bonone annoiate in cerca di sistemazione lavorativa vogliono diventare curatrici , gay da salotto vogliono diventare curatori , ex intraprendenti attori vogliono e tentano di organizzare indecifrabili serate di finte proiezioni o becerume fai da te .
      Architetti senza lavoro vogliono diventare curatori di mostre d arte .
      Basta conoscere la politica ed il gioco é fatto !

      Tanto in Italia non se ne salva uno .
      Il migliore ha la muffa .
      Poi ci sono i bistrattati che fanno soldi , i facile e meritati odiati , gli stimati che si idolatrano solo in proiezione del loro prossimo incarico così magari ci ‘ scappa ‘ la mostra .
      Quelli del ricatto sessuale , o quelli che ti curano la mostra solo se paghi , paghi molto e subito .

      Quelli che ti fanno seguire o quelli che non vanno alla tua mostra perché non sei del giro ritenuto cool ……………………
      piazzisti , in cerca di collocazione , falliti , inadeguati , sciacalli , arrivisti
      ITALIANI

      Altro che fare curare il padiglione italiano ad uno straniero ………………..

  • claudia colasanti

    Caro Tiziano,
    tra gli attoniti e i disgustati ci sono anche io, sostenendolo (da sempre e per sempre) sullo stesso giornale che ci ha offerto la possibilità di scrivere contemporaneamente la nostra discordante opinione. I motivi sono innumerevoli ma basta anche solo l’idea che un direttore (critico, curatore, personaggio, star televisiva chiamalo come ti pare) non avesse la minima idea di cosa fare solo due mesi prima dell’inaugurazione. Dietro ciò si cela la grande idea di delegare, non certo per allontanarsi da un circuito che a tale signore farebbe più che comodo. Al di là di ciò non riesco a capire come te, persona di infinita cultura e di gusto, anche solo guardandola, non sia ancora sfiorato da alcun dubbio.
    ciao, Claudia

    • orlando

      Evidentemente la sig.na Colasanti non ha letto bene lo scritto di Tiziano, oppure non lo ha capito.., Scarpa ha spiegato benissimo i motivi che lo hanno indotto a partecipare alla Kermesse Sgarbiana:. Tiziano Scarpa non ha avuto alcun dubbio,
      se mai i dubbi dovrebbero venire a chi legge come me, quello che gli altri scrivono, sembrerebbe che non si rendano conto di cio’ che scrivono…, in un passaggio fondamentale Scarpa dice chiaro e tondo che questi “GRANDI INTELLETTUALI”, possono benissimo scegliere nel marasma.. o meglio individuare chi merita o non, ognuno è libero di interpretare, criticare, decretare a suo parere chi merita e chi non. Bravo Tiziano Scarpa.

  • Lorenzo

    Carissimo intellettuale Tiziano Scarpa e carissimi commentatori-pro,
    le vostre parole riempiono questo mio cuore di ragazzo tanto quanto lo stupendo cane sui tacchi di Adriana Asti.

    (Chiunque avesse un’immagine dell’opera è pregato di contattarmi).

  • Cristiana Curti

    A meno che non ci sia una foto volante di qualche turista smagato in preda a passione per una delle nostre attrici migliori, temo proprio che il suo desiderio rimarrà inevaso, mancando un catalogo (“…un catalogo di 1500 pagine raccoglierà il lavoro di tutti questi artisti…” recitavano in loop i comunicati stampa di solo 5 mesi fa) a testimoniare l’impresa sgarbiana alla Biennale. Il che, a ben vedere, è meglio. Una bella pietra tombale e non se ne parli più, per favore. E’ già abbastanza doloroso il ricordo. Perché girare ancora il coltello nella piaga?

    Al signor Orlando vorrei dire che mai si deve negare il diritto di dire la propria in merito di arte & affini a chiunque (intellettuale e non), ma allora – visto che la professione e la professionalità del critico d’arte italiano è stata del tutto calpestata in Biennale – è cortesemente invitato ad affidarsi a una igienista dentale affinché governi la propria regione o a un procacciatore di affari/appalti amante dei massaggi rilassanti per coordinare la protezione civile del suo Paese o più semplicemente, a comprare un bel pezzo di “bicchiere” di manzo presso un geometra del catasto.
    Ma sono cose di cui nessuno vorrebbe mai sapere qui in Italia, non è vero? Specialmente circa l’acquisto di carne tagliata da un geometra sedicente macellaio.

    A Tiziano Scarpa, l’unica risposta adeguata alla comprensibile e accorata difesa della sua più che legittima posizione: il Padiglione Italia faceva schifo quest’anno, e non ci sono né se né ma.
    Le poche (poche) opere decenti erano soffocate dall’orrore, e mentre voi intellettuali cercavate di trovare un senso a ciò che senso non ha (e parare le terga a un tizio che non ha lavorato facendo credere di averlo fatto), l’arte italiana ha sofferto le pene dell’inferno. Il numero dei tanti che hanno accettato (non si avrà mai quello degli “altrettanti” – artisti e intellettuali – che rifiutarono…) non giustifica un bel niente. Ci vorrà un bel pezzo per cancellare quest’onta di cui nessuno ha compreso la necessità proprio in questo momento storico. Purtroppo (e qualcuno lo conosco pure io fra quelli che hanno risposto alla chiamata, persone straordinarie TUTTE) la scelta davvero autonoma è stata rara (salvo fra coloro che avevano “in casa” un marito, una compagna o un sodale artisti: hanno dovuto fare pochi passi per indicare quale passione formale li divorava, altro che Pasolini conservatore). E forse – mi sento di dire in chiusura di Biennale – è questo quello che preoccupa di più. Che ci facciano passare per innovativo, anche se mal riuscito, un esperimento che nasconde invece, con (ne sono convinta comunque) la connivenza innocente dei “colpevoli”, le più consuete pratiche italiote. Qui portate all’estremo confine del ridicolo.

    • Francesca, milano

      il richiamo della pagnotta è molto forte…ma questi “intellettuali” della marmellata scaduta, non sanno fare altro che leccare ? Ci sono tanti mestieri degni d’arte!!!

      • SAVINO MARSEGLIA (artista)

        Cara Francesca, allora la domanda è d’obbligo: questi intellettuali al codazzo di Sgarbi, agiscono per intelligenza o per istinto di sopravvivenza? E’ una domanda che si pongono sovente molti illustri curatori indipendenti, intellettuali ed artisti, che hanno rifiutato di partecipare a questo spettacolo da circo mediatico e da questa biennale/padiglioneria di polli spennati d’allevamento.

        • mario, Torino

          condivido pienamente con le parole di savino.

  • Bravissimo Tiziano! Sia che parli di Opera, sia che parli di Arte, guarda che codazzi riesci a scatenare! Bello o brutto, orrendo e inutile o caotico e divertente, il Padiglione di Sgarbi chiude nelle prossime settimane. E tra due anni ci sarà una nuova Biennale. Dov’è il problema? Quanto a Cattelan, be’, “de gustibus!”, come diceva qualcuno.

  • Gino Calenda

    Le dichiarazioni di Scarpa sono deliranti.
    Da Scillipoti dell’arte contemporanea.
    Si poteva dire di no.
    Spero che a chi abbia accettato sia presto presentato il conto ora che il berlusconismo e Sgarbi sono al tramonto.
    La fiera paesana finto democratica e’ finita, torniamo a parlare di arte.
    Gino Calenda artista

  • mario

    sono un artista e spero che al prssimo premio di letteratura chiamino in giuria degli artisti..almeno possiamo premiare i nostri amici e i nostri parenti. del resto se vale tutto nessuno se la dovrebbe prendere.

    grazie a claudia colasanti e a persone serie come lei che hanno sostenuto chi questa biennale berlusconiana si è rifiutato di farla.

  • Gentile Tiziano Scarpa,

    lei è chiaramente esterno all’arte contemporane come lo sono la stragrande maggioranza dei trecento”intellettuali” (tutti?) chiamati a rivelare il loro modestissimo gusto a riguardo.
    Questo tipo di mostra potrebbe essere quasi doveroso farla periodicamente, però nelle fiere di paese delle varie Regioni pensando,naturalmente,alla possibilità che anche qui gli onori non siano da considerarli scontati.
    Per cui, come si suol dire, “ad ugnuno il suo mestiere”.
    Patetica l’opera sopra riprodotta di Gaetano Pesce: ma conosce,e conoscono” gli intellettuali”(tutti?),Luciano Fabro? Appunto: è l’altra arte, quella a cui siete sfortunatamente completamente estranei.

  • Ahooooooooooooooo!…. c’ero anch’io

    Esserci per scomparire
    Nuovo ArtBlitz di Pino Boresta
    Vernissage del 13 giugno 2011 del Padiglione Italia a cura Vittorio Sgarbi, all’Arsenale per la 54° Biennale di Venezia.

    Cronistoria:
    Ahooo!…. c’ero anch’io
    Cosa esiste di più bello che esserci a tutti costi per poi sparire in mezzo a tutte le altre centinaia di opere sparpagliate in ogni dove; sopra e sotto a destra e sinistra di qua e di la dentro e fuori e ovunque fosse possibile infilare qualcosa, ebbene io per il mio pubblico non mi tiro mai indietro e quindi anche questa volta ero lì. L’occasione l’inaugurazione del padiglione Italia alla Biennale di Venezia (del 13 giugno 2011) che nonostante le critiche aveva fatto il pienone e non poteva essere altrimenti visto il prestigio di cotanta mostra come quella di Venezia e visto i circa 300 artisti che esponevano. Il successo di pubblico era l’unica cosa assicurata del resto tutti noi abbiamo almeno un marito o una moglie dei genitori dei figli uno o più fratelli, cugini ed almeno un paio di amici stretti, e i conti son presto fatti. Del resto come si poteva far mancare la propria presenza in un giorno così importante a tanti artisti che la biennale se la sognavano anche di notte proprio come me, ma porca pupazza loro ci sono riusciti io no. Anzi si! Io c’ero nonostante tutto e tutti. Vittorio Sgarbi mi aveva pure telefonato ma dopo una breve chiacchierata mi ha detto che non lo avevo convinto, ma forse è un buon segno. Io nel partecipare non avrei di certo avuto nulla da perdere, che volete che me ne importi a me di attaccare la mia opera appiccicata ad altre mille, quando io come un parassita le attacco addirittura sopra le opere degli altri. Cosa volete che me ne importi a me di dover competere per accaparrarmi un po’ di attenzione del pubblico dell’arte tra centinaia e centinai di opere, quando da diciotto anni attacco nelle strade delle città i miei adesivi con la mia faccia alla merce distratta dei passanti cittadini e competendo tutti i giorni con la massiccia invasione pubblicitaria con la quale le città sono aggredite e violentate. Lì si che rischio di perdere la mia battaglia, e ogni giorno mi prendo la mia rivincita. Al padiglione di Sgarbi avrebbero dovuto partecipare solo artisti che fanno un certo tipo di lavoro che esce fuori anche nel caos più totale e che anzi del caos si nutrono. Pertanto approfittando dell’ulteriore confusione venutasi a creare per la presenza di Elio delle storie tese che si era travestito da frate per l’opera di un artista, ho srotolato il mio manifesto in PVC “I want Pino Boresta to the Venice Biennial” e l’ho appeso rimanendo lì in bella vista esposto abusivamente per tutto il giorno dell’inaugurazione. In molti lo hanno visto e possono confermare non ultima un’entusiasta Laura Palmieri.
    pino boresta

  • Curioso/a è stato rendersi conto, una volta tornato/a a casa dalla visita ai Cari Estinti Artisti, di quanto un padiglione come quello Italiano,all’entrata del quale la scritta “L’arte non è cosa nostra” suonava più affermativo che provocatorio, descrivesse in maniera perfetta la condizione storico,culturale,sociale ed economica della nazione rappresentata.
    Non v’è dubbio alcuno che il kaos, la smania di esserci, la povertà di mezzi e idee siano state in parte causa del confuso concetto allestitivo, che pervadeva l’intero padiglione……..in realtà a tale risultato si è giunti proprio per ragioni opposte a quelle sopracitate.
    l’italia è un paese ricco di creatività,di artisti, di idee,di arte e di cultura. Proprio il surpluss di questi a scapito delle occasioni offerte per proporsi, sempre deficitarie, sono/a convinto/a abbiano inciso parecchio sulla scelta di molti ad intervenire, pensando magari, in buona fede, che questo fosse anche un modo giusto per manifestare l’insoddisfazione, il dissenso e l’incazzatura di chi, pur avendo qualità, si ritrova sempre surclassato da mentalità lobbystiche, esterofile e di casta.
    Purtroppo l’Italia è così: na caciara continua, invidia provinciale, voci e strilli da mercato rionale, eppure poi tutto finisce a tarallucci e pastarelle e chi se visto se visto……..Fra due anni tutti si dimenticheranno della CAPRA Sgorbia e del suo supermercato con le cassette della frutta e gli artisti venduti al kilo. Del problema culturale Italiano si ritornerà a riempire i salotti buoni, appunto trangugiando pastarelle col the,che fa molto “inglisssh” !
    La provocazione sono convinto/a colpisca solo chi è bersaglio della stessa, in tal caso le lobby e un certo tipo di intellettualismo snob sono state al centro della critica di questo padiglione. Purtroppo però a visitare la biennale non ci và solo il gota della cultura bensì, essendo questo evento internazionale e “trans-popolare” il risultato ottenuto non ha per niente colpito chi doveva esserlo, bensì ha danneggiato chi si aspettava magari un’esperienza più dialettica e arricchente . Il bersaglio è stato mancato di brutto. Il Tutto si è risolto in una bolla mediatica -pubblicitaria che ha portato molti a visitarlo manifestando poi un dissenso e un disagio generalizzato, questo ha fatto parlare del padiglione anche chi, senza cognizione di causa, non lo aveva nemmeno visto.
    L’immagine fornita dal SUPERMARKET “SGARBI’ “è quello di un paese confuso, caotico, iper-immagini Fitto, iper-icono Casta, neoNepotico. Un padiglione dove il vero stile Italia-Pizza-Mandolino e Spaghetti la fa da padrona: si chiede a qualcuno di Raccomandare qualc’un altro in virtù di qualità supposte o reali(anche parentiformi magari). A fronte di ciò si può solo immaginare come siano stati scelti gli intelletuali neo-mecenati di turno: magari a tavola durante una cena tra un boccone, due chiacchiere e un bicchiere di quello bono. Pur accettando le buone intenzioni e i buoni propositi di protesta ,ne viene fuori che forse forse se “L’arte non è Cosa Nostra” tanto male non è.
    Unico dispiacere personale è non ricordare nessuno degli artisti presenti, ma ritrovarmi partecipe di una discussione che non mette questi al centro dell’attenzione: si discute della forma e non dei contenuti, anche perchè in mezzo al kaos distinguere la qualità diventa opera molto ardua.
    Forse è il caso di ripensare tutto il sistema Arte e Biennali e ritornare ad appropriarsi di spazi più partecipativi e democratici, fuori da logiche di mercato e senza cercare di sostituire una lobbye con altre nuove o giovani…..un Arte a disposizione di tutti, comprensibile o spiegata, democratica nell’accesso al fare e al comprare (perchè no…!). Un ‘arte che scenda nelle piazze, nelle strade, che possa dare una nuova visione del mondo. Che rivoluzioni il concetto di globalizzazione allontanando lo spettro dei nazionalismi, degli estremismi e di tutti gli ismi possibili ……..Un anti Futurismo che veramente porti l’umanità in un futuro, dove tutti possano essere artisti di se stessi.
    L’Arte salverà il Mondo….solo se avrà il coraggio di cambiare se stessa, di essere rivoluzionaria e di scatenare l’evoluzione dell’uomo e dei popoli.

    MOvimento Indipendente Rivoluzionari Artistici.

  • Buongiorno, ringrazio tutti degli interventi.
    Ecco qualche risposta. Mi scuso della lunghezza, ma, come diceva non ricordo chi, non avevo tempo sufficiente per scrivere una cosa breve.

    @Curatore Indipendente
    Perché non ti firmi?
    Io ci ho messo la mia faccia e la mia reputazione in questa vicenda. Tu non stai rispettando il tuo lavoro, con questo comodo anonimato.

    Dimentichi che ci sono nel Padiglione circa trecento artisti che hanno detto di sì, e che hanno dunque un’idea diversa del rispetto del proprio lavoro rispetto alla tua. Ma, come ai tuoi colleghi curatori, questo ti non ha instillato nessun dubbio. Evidentemente ci sono artisti che hanno un’idea diversa dell’esposizione, dei meccanismi di selezione, del mettersi in gioco, e del “rispetto” per il proprio lavoro.

    Certo, anch’io cerco di rispettare il mio lavoro e farlo rispettare, ma non ho nessun problema a farlo girare nelle situazioni più diverse, comprese quelle caotiche, la rete, certe antologie, certe riviste, editori anche minuscoli: non sto a controllare come sono impaginate, quali sono gli altri autori… Vedo invece, in molti artisti che contano, un’enorme quantità di sussiego, un’estrema cautela nel valutare le mosse giuste, i posti giusti, le gallerie giuste… Questa è mondanità, è esteriorità, non è “rispetto del proprio lavoro”.

    Sulla questione della Littizzetto, e dello statuto di “intellettuale”.
    Bisogna decidersi. La cultura appartiene a tutti o no? Per i libri, io prendo molto sul serio anche i consigli di lettura di un artista o di un critico d’arte, perché no? Mica gli/le chiedo la patente di critico letterario. E poi, molti artisti e critici d’arte partecipano a giurie letterarie, è normale. Anni fa la giuria del premio Campiello è stata presieduta dall’architetto Mario Botta. Nessuno, nel mondo della letteratura, fra gli autori di romanzi, mi risulta che si sia scandalizzato di questo. Ebbene, quest’anno invece c’è chi (per esempio Alessandra Mammì su “l’Espresso”: http://mammi.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/05/06/messi-in-lista-da-sgarbi/) ha trovato intollerabile che fra i selezionatori del Padiglione Italia ci fosse anche Mario Botta.

    Comprendete qual è il nodo culturale, secondo me cruciale, che risiede in questo punto?
    La letteratura e il cinema sono campi della cultura che importano moltissimo a tutti, e vengono valutati e selezionati da tutti, hanno un confronto diretto col pubblico (per carità, con tutte le discutibili derive commerciali e pubblicitarie che questo comporta), non hanno paura dei giudizi universali.
    Il teatro un po’ meno (il meccanismo della distribuzione degli spettacoli rende a volte difficile far girare anche spettacoli molto apprezzati da critica e pubblico).
    L’arte – o meglio, gli addetti ai lavori! – sembra invece desiderare ancora un recinto separato, dove pochi esperti decidono che cosa vale e che cosa no. Anzi, più che gli esperti, pochi capitalisti ricchissimi…

    E’ veramente curioso che agli addetti ai lavori non interessino le indicazioni fresche ed eterodosse che arrivano dall’“esterno”.
    E’ veramente curioso che si sia fatto del moralismo sul “collaborazionismo” di intellettuali e artisti e selezionatori che hanno detto sì a Sgarbi, ma nessuno o quasi sia sceso nel dettaglio a valutare le singole scelte, a dire: “be’, però, sarà stato un brutto Padiglione, ma ci ho trovato dentro un paio di opere niente male che non conoscevo, e artisti che probabilmente, se aspettavo i soliti curatori, non avrei mai visto esposti”. E credo che non valga l’obiezione che la Biennale non è il luogo per queste cose, per degli “esordi” o per artisti troppo poco noti, perché anche nelle selezioni ufficiali ci sono esordienti o sconosciuti che personalmente a volte trovo di scarsa qualità e che mi stupisco di come possano essere presentati alla Biennale…

    Secondo me, questa partecipazione appassionata (e non di rado competente) è il segno che l’arte interessa, piace, colpisce, entra nella vita delle persone, e non solo in quella degli artisti e degli addetti ai lavori. E’ un segno del suo “successo” (in termini umani, culturali, spirituali, più ancora che mondani).

    Insomma, è contraddittorio da parte degli addetti desiderare che l’arte contemporanea si diffonda e venga amata, e poi stracciarsi le vesti quando questo avviene, sebbene in forme imperfette o discutibili (ma è esattamente così che succede alle cose amate attivamente: il grande amore è sempre imperfetto e discutibile).

    E’ curioso e contraddittorio, o forse, a ben pensarci, è ovvio: i curatori (“indipendenti” o no che siano) perderebbero il loro potere di selezione e interpretazione egemonica, e anche i galleristi dovrebbero ripensare al loro ruolo. Esattamente come è successo ai critici letterari negli ultimi anni con la diffusione della rete…

    Si potrebbe fare una riflessione più ampia. Anche la democrazia soffre di un paradosso analogo. Un tempo la differenza di istruzione, la scolarizzazione riservata a ristrette fasce sociali, faceva sì che i politici eletti spiccassero per preparazione rispetto alla media dei cittadini. Oggi non è più così. Non dico che ogni persona abbastanza istruita e competente nel proprio lavoro si sentirebbe in grado di fare il ministro, ma forse l’assessore sì… E così, la pervasività della cultura artistica negli individui e nella società fa sì che l’arte contemporanea abbia “vinto” come fenomeno diffuso, ma proprio per questo rischi di “perdere” come ambito separato e specialistico. Ogni persona di media o buona cultura sente (a torto?) di avere gli strumenti per giudicare il valore di un artista.

    Un altro esempio: fateci caso, per il cinema e la letteratura ci sono le classifiche dei film più visti e dei libri più venduti, i giudizi dei lettori in rete, una miriade di recensioni di tutti i tipi, profonde, superficiali, frettolose, acutissime, anche di perfetti sconosciuti, “intellettuali” senza patentino né abilitazione professionale. C’è uno scambio fittissimo fra opera e pubblico, persino commerciale: si compra il libro, si paga il biglietto per il film, si consiglia o si dissuade dall’acquisto (con tutti i suoi vantaggi pratici e controindicazioni mercificanti, pubblicitarie ecc.). Per l’arte, ci sono le classifiche delle quotazioni, e quelle annuali degli addetti ai lavori su Flash Art che indicano i 100 artisti più importanti (non so se la fanno ancora, questa classifica). Occorre aggiungere altro?

    Infine, faccio notare che anche i curatori e i critici d’arte sono “intellettuali”. Per di più, fra i cosiddetti “intellettuali” chiamati a fare i selezionatori per il Padiglione Italia ci sono molti artisti (anche artisti della parola, come il sottoscritto). Lo dico perché in alcuni commenti qui sopra si usa la parola “intellettuale” con tono denigratorio.

    @Orlando
    Grazie del supporto. Purtroppo però devo darti un dolore: a me le opere di Cattelan piacciono! ☺

    @Savino Marseglia
    Non sono sicuro di avere ben compreso il tuo apologo su nidi, grilli ecc.

    @ Isidora
    Sono d’accordo con te nel mettere in evidenza l’aspetto mercantile, o meglio economico: forse sono poco informato, ma non mi pare che questo susciti molta indignazione.
    Se anche solo la metà dell’irritazione che ha provocato questo Padiglione fosse incanalata in proteste da indignados verso i capitalisti dell’arte…

    @Claudia Colasanti
    Cara Claudia, grazie dell’intervento. Sulla questione di aver allestito il Padiglione all’“ultimo momento”, non ho informazioni sufficienti, non posso giudicare. Per la mia esperienza di veneziano che alle Biennali ci va da trent’anni, mi sembra che sia una situazione ricorrente, anche perché a volte i curatori vengono confermati in ritardo, non sanno bene su quali condizioni possono contare, ecc.: ma sono cose che sai molto meglio di me.
    Io difendo la mia partecipazione, la mia decisione di dire sì, e l’opera e l’artista che così ho contribuito a rendere visibile ai visitatori del Padiglione. Su questo no, non mi sfiora alcun dubbio.
    Se ti interessa, nel link qui sotto trovi anche la descrizione di come l’artista in questione abbia “protetto” la sua opera dalla confusione intorno:

    Scrive Domenico Quaranta:

    “Dam (2011), la doppia proiezione che racconta il presente di un colossale dispositivo collassato sul nascere, e rimasto sulle montagne del bergamasco a leccarsi le ferite, vivrà serenamente per qualche mese in una sorta di bunker che Muzzolini, con l’aiuto prezioso di qualche amico, gli ha costruito sotto il museo della mafia, a sinistra dell’ingresso al Padiglione. Nell’impossibilità di dialogare con il marasma che lo circonda, si è chiuso fra due pareti, come il gigante di cui ci racconta. Abbassate la testa, varcate il piccolo ingresso, sedetevi per qualche minuto e guardate, nel padiglione italiano, uno dei migliori lavori della Biennale.

    L’intero post è qui:
    http://domenicoquaranta.com/2011/06/sul-padiglione-italia/

    Insomma, come vedete c’è qualcuno che pensa che quello sia “uno dei migliori lavori della Biennale”, e l’idea di avere contribuito a renderlo visibile mi riempie di orgoglio.

    (Che cos’è, una Biennale? Che cos’è, una mostra? L’espressione di un curatore, o l’opportunità di vedere delle opere? Che cos’è più importante? Chi abbia curato e come l’allestimento, o lo scoprire qualcosa di intenso e sorprendente e bello?
    Da dove viene tutta questa deliberata cecità?)

    @ Cristiana Curti
    Non mi ripeto riprendendo argomenti che ho già esposto nei paragrafi precedenti.
    A me premeva, in questi mesi, mostrare che ci sono stati percorsi diversi e variegati, e completamente autonomi, negli “intellettuali” che hanno partecipato al Padiglione Italia.
    Mi offendeva essere messo superficialmente nel mazzo di quelli che, a quanto si sostiene, avrebbero chiamato parenti amici fidanzati/e conviventi parenti ecc. Io ci ho pensato moltissimo a come selezionare, ho soppesato bene, mi sono dato delle regole, ecc., e anche dopo la scelta, a come contattare l’artista, a far sì che ovviamente fosse lui a proporre l’opera in cui credeva, e che comunque ho potuto guardare in anteprima.
    (ho raccontato queste cose sul “Corriere del Veneto / Corriere della Sera” http://www.ilprimoamore.com/old/testo_2317.html
    e su “Saturno”, supplemento de “Il Fatto”, del 6 maggio 2011; di questo non ho il link).

    Quanto al fatto che le opere di valore del Padiglione siano poche, lo stesso direi di quelle della selezione ufficiale. Succede sempre così. Si vede un mucchio di roba, alla Biennale (così come a Documenta e alle grandi rassegne internazionali), ma non è moltissima quella che lascia il segno.
    Molto dipende dall’atteggiamento: chiaro che, se uno arriva con una predisposizione negativa, non vedrà neanche quel po’ di buono che ci troverebbe se arrivasse lì con altre premesse e altri stati d’animo. E’ come chi apre un libro di un autore che gli sta antipatico: al primo avverbio un po’ sghembo, dopo poche righe o poche pagine, lo chiude e lo scaraventa via. E’ umano.

    Mi fanno un po’ sorridere questi termini apocalittici: “cancellare quest’onta”. Mah. Io trovo altrettanto “ontose” alcune scelte di addetti ai lavori, alcune partecipazioni italiane, e non, di alcune Biennali precedenti, di volta in volta discutibili, orribili, inaccettabili, così così, deludenti, incomprensibili, convincenti, fantastiche…

    Lo ripeto: soprattutto in un Padiglione così, bisognerebbe avere l’umiltà di mettersi a cercare, scavare, alla ricerca di qualcosa di sorprendente, apprezzando proprio quello che, per i detentori dei ruoli consolidati nell’arte contemporanea, è il difetto offensivo Padiglione: che i curatori non siano addetti ai lavori. Per me invece è proprio il merito di questo Padiglione. Con lo stesso spirito, sfoglio riviste, leggo antologie, giro nei blog per trovare autori e autrici che non siano quelli consacrati o sponsorizzati dai critici. Ma forse nell’arte contemporanea questa elasticità mentale è meno diffusa.
    Sento ritornare l’obiezione: ma non è quello il luogo per fare sperimentazione. A parte il carattere reazionario di questa obiezione (cioè preferite cose rigorosamente “istituzionali”?), mi sembra che molti esordienti o semisconosciuti imposti nelle selezioni ufficiali non siano altro che “sperimentazione” di curatori/galleristi/collezionisti potenti…

    Mi ha sorpreso constatare che proprio chi ha una cultura formata con l’arte contemporanea, cioè anche alla provocazione più estrema, alla sorpresa, allo stravolgimento, al caos, allo spiazzamento, alla vitalità, alla festa fuori dalle regole, all’antigrazioso, in questo caso abbia reagito al Padiglione propugnando ordine, sussiego, museificazione, rigore, calma… Solo perché la proposta non viene dal’interno del proprio ambiente o dalla propria parte politica?

    @Francesca
    Ripeto, “intellettuali” sono anche i critici e i curatori.
    Poi, nessuno ci ha di certo pagati per questa prestazione. Nessuna pagnotta.
    Personalmente, l’ho presa come un’occasione per contribuire alla visibilità pubblica di uno degli artisti che più mi ha sorpreso e convinto in tutte le mostre fiere collettive ecc. che ho visitato in questi anni.

    @Savino Marseglia
    Io non sono al “codazzo” di nessuno (né condivido le idee politiche di Sgarbi e della sua parte). Come ho risposto qui sopra, con questa occasione ho dato il mio contributo alla visibilità di un artista di valore. Grazie a questa occasione, e grazie un pochino anche alla mia decisione di partecipare come selezionatore, ci saranno state molte persone, forse centinaia, forse migliaia, che hanno visto lo splendido video di Bruno Muzzolini. Di questo sono fiero. E non ho alcun dubbio o pentimento. Questo “bene”, questo buon esito, secondo me prevale su qualunque altra considerazione.
    Non ho bisogno di “sopravvivere” in questo modo, e cioè partecipando al Padiglione Italia. Bene o male, la mia attività di autore di libri non dipende in nessun modo da scelte come questa. Perciò la sua domanda è generica e qualunquista.

    @Gino Calenda
    Il paragone con Scilipoti è fuori luogo. Non ho avuto nulla in cambio, se non la soddisfazione culturale di aver contribuito a rendere visibile un’opera e un bravo artista. Mi creda, era immensamente più facile dire di no, ci si faceva più “bella figura” di fronte a moralisti e addetti ai lavori. A maggior ragione durante la fase tramontante del berlusconismo: ma, scusi, le pare che se uno lo fa per calcolo, si sceglie proprio i mesi in cui è evidente che il governo Berlusconi è alla frutta? Lo ripeterò sempre: l’idea di Sgarbi (che non è della mia parte politica), nonostante i suoi molti limiti e la discutibilità della sua realizzazione, mi è sembrata utile a rimettere in discussione e a far riflettere su un sistema di selezione e valorizzazione delle opere e degli artisti con il quale mi trovo spesso in forte disaccordo. Faccio notare a tutti che anche grazie al Padiglione Italia di quest’anno siamo qui da mesi a discutere su chi abbia il diritto di dire e imporre che cosa è bello che cosa no, cioè su interessanti temi di spessore etico e filosofico, mentre nelle Biennali precedenti stavamo semplicemente a malsopportare o ad applaudire le scelte personalistiche dei curatori di turno.

    @mario
    E’ poco informato. Gli artisti nelle giurie letterarie ci sono già, e da sempre. E’ l’arte che evidentemente si considera autarchica e vive come offensiva la condivisione culturale e gli apporti esterni, come ho numerose volte ripetuto.

    @Giuliano Perezzani
    Sono certamente “estraneo” all’arte, se lei intende ruoli come critico, curatore, studioso o gallerista. Per il resto ho scritto testi in cataloghi di (vado a memoria) Anish Kapoor, Tino Seghal, Giorgio De Chirico, Alberto Savinio, Bertozzi & Casoni, Mimmo Rotella, Cristiano Pintaldi, Stefano Arienti, Ryan Mendoza e parecchi altri… (forse, prima di dare per “evidenti” certe cose, basterebbe informarsi; bastano pochi clic in rete). Oltre ad aver visitato da trent’anni a questa parte centinaia di mostre rassegne biennali ecc.

    @ Pino
    Divertente il suo resoconto. Coglie un aspetto indubbio dell’allestimento. Forse però le sfugge che il suo intervento al Padiglione, l’aver appeso parassitariamente la sua opera ecc. è stato possibile proprio grazie all’allestimento stesso e al clima che c’era. Vorrei proprio vederla fare la stessa cosa da Gagosian o in una rassegna compunta e ingessata. Come abbiamo visto tutti in rete, infatti, qualche settimana fa, altrove, è bastato spargere qualche bolla di sapone per sentirsi minacciati di pesanti azioni legali…

    @MOIRA
    Bello il tuo/vostro intervento. Su alcune cose sono d’accordo. Ci tengo però a sottolineare, ancora una volta, che manchi anche tu di immaginazione sociologica: se continui a “immaginare” in questo modo caricaturale (ti cito: “si può immaginare come siano stati scelti gli intelletuali neo-mecenati di turno: magari a tavola durante una cena tra un boccone, due chiacchiere e un bicchiere di quello bono.”: be’, per me non stato così) finisci per farti un’interpretazione consolatoria di come sono andate le cose e a non cogliere gli elementi positivi e anticonformisti e le istanze interessanti che – con tutti i suoi limiti – ci sono in un’operazione del genere.

    • Gentile Tiziano Scarpa, in ritardo leggo le sue risposte più o meno convincenti.
      Scrivere -da scrittore valente e conosciuto come lei- d’arte non significa naturalmente capirla.Penso che gli scritti dei non addetti a volte siano più interessanti di quelli spesso scontati degli addetti; io quelli che trovo li leggo tutti ,anche se raramente ne ho trovato qualcuno che “aggiungesse” qualcosa.
      Conosco bene gli artisti dei quali lei ha scritto e probabilmente anche letto.Voler giustificare il Padiglione Italia 2011 mi sembra un po’ troppo.
      Panorama modesto e fuori luogo.Quando si ha la passione dell’arte l’istinto è di vedere il più possibile e ad ogni livello con la speranza di scoprire dei valori.
      Ma per darne il giusto, tutto dev’essere adeguato.Queste sono esposizioni da farsi periodicamente,appunto,dove naturalmente si devono fare.Non certo a manifestazioni come la Biennale di Venezia o simili.E vedendo che si è occupato di un artista come Tino Seghal,tra gli altri,ancor più incomprensibile giudico il suo giudizio positivo.Cordiali saluti e auguri per il suo lavoro,

    • Caro Scarpa, devo dire che mi era piaciuto il tuo articolo, che ho atteso che venisse pubblicata la tua replica (che leggo solo oggi) ai molti interventi, e che questa mi e’ piaciuta ancora di piu’. Sono molti i passaggi che mi verrebbe voglia di sottolineare ma, certamente ci saara’ altra occasione per farlo. Per il momento mi limito ad un grazie, e ad esprimerti la sincera speranza di leggerti ancora e spesso qui, dove, a mio parere, se manca qualche cosa, sono appunto interventi come questi tuoi.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Egregio Sig. Tiziano Scarpa, la mia domanda non è generica né qualunquista: a livelli differenti della sua posizione all’interno di questo sistema malato dell’arte, la mia posizione è quella del rifiuto.

      Che io ne sappia, gli artisti che hanno rifiutato di partecipare a questa biennale – che io ne sappia, hanno denunciato la disorganizzazione, le incoerenze e le contraddizioni al fine di provocare cambiamenti nel progetto di Sgarbi.

      Ma questo non cambia assolutamente niente alla mia posizione di rifiuto. Pertanto, il mio commento o prologo, riflette semplicemente su un sistema dell’arte fatto di compromessi, di contraddizioni nel quale si trovano ad operare migliaia di artisti quando vogliono esporre le loro opere e comunicare il messaggio al pubblico.

      Per finire, i grandi cambiamenti nel sistema dell’arte e nell’ambiente sociale, si hanno quando ciascuno di noi mette da parte la nostra stupida ambizione personale.

      Dunque, dov’è sta questo qualunquismo?
      Tutto qui!
      Cordialità

  • Cristiana Curti

    Vorrei avvertire la redazione che la nota di Tiziano Scarpa (che credo piuttosto lunga) che compare nell’elenco dei commenti e che dovrebbe rispondere a molti commentatori di questo brano qui non appare in chiaro. Sarebbe bene provvedere per permettere all’interessato (e agli altri interessati) di far sapere la propria opinione. Grazie.

  • Confermo quel che dice Cristiana Curti, la mia nota non appare. Rileggendola, avverto che nella mia risposta a “MOIRA” ho frainteso il significato di una sua frase, che si riferiva alla “selezione dei selezionatori” e non a quella degli artisti, comme erroneamente avevo capito io. Vale e resta comunque il senso generale del mio rilievo su come siamo portati a fare caricatura delle posizioni e dei comportamenti dei nostri avversari, in tutti i campi della vita, per non prenderli sul serio, per far sì che i loro apporti non intacchino le nostre abitudini e per restare tranquilli e fermi nelle nostre certezze.

  • Si ma la nota-risposta di Tiziano Scarpa dove è finita?

  • SAVINO MARSEGLIA (artista)

    Caro Luciano, la nota risposta e probabile che si trova celata nelle pieghe grumose di sangue rattrappito dell’ ‘Italia in croce” di Gaetano Pesce. Ma bisogna cercarla anche nell’Italia di Luciano Fabro.
    saluti

    • Puó anche darsi Savino ma io e credo altri lettori sarebbero grati alla Redazione se si decidesse a districarla da quei grumi vischiosi e ce la facesse leggere. Grazie!

  • Cristiana Curti

    @Tiziano Scarpa, acchiappo Luciano e Le rispondo.
    Non credo proprio possa dire di me che non ho osservato da vicino (e ne abbia fatto rapporto) praticamente ogni opera sia della BIennale “classica” (Arsenale e Giardini) che del Padiglione italia, di cui, mi perdonerà certo, non sono riuscita a registrare tutti 260 artisti per sopraggiunto blocco mentale, ma di sicuro almeno i due terzi sì. Compresi i poveri “clandestini” buttati come pesce in barile all’interno del barile. Credo anzi di quest’ultimi di essere stata una delle poche ad averne scritto (prendendomi delle belle reprimende, tanto per cambiare). Di questo in giro per il web – se avrà la bontà di cercare, così potrà vedere che qualcuno si è dato la pena di analizzare da certosino – potrà trovare conto.
    Ciò che contesto NON è l’idea in sé (che comunque non gradisco e anch’io non mi ripeto in merito) ma soprattutto il RISULTATO.
    Le opere sono in gran parte degli scarti, delle scelte da poco; anche degli artisti maggiori, non solo dei minori.
    E’ questo quello che contesto del Padiglione Italia 2011.
    Le OPERE, la scelta per lo più pessima delle singole opere compiuta dai cernitori (e anche di quelle – come tutti sappiamo – suggerite dallo show-man/curatore), talché anche artisti di buona caratura sono stati rappresentati con modeste prove. E ci hanno perso nel minestrone.
    E in questo, allora, sì, ha ragione, Lei: io difendo non tanto una casta di cui non faccio parte e di cui mi pare si favoleggi già abbastanza, ma una professionalità che, mancando, ha stroncato la nostra possibilità di esserci con dignità al maggiore appuntamento con l’arte internazionale (che non metterei davvero a paragone con il Premio Campiello).
    Se in altre edizioni siamo stati mediocri (non sempre e non così tanto, però) questo che significa? Che in questa era legittimo continuare una tradizione di mediocrità, magari andando sino in fondo?
    Se si vuole uscire dalle righe bisogna essere impeccabili e geniali, e rivoluzionari con qualità inattacabile, non “tentarci” tanto una prossima volta andrà meglio.
    Le fa onore difendere il Suo punto di vista, ma avrei preferito di molto che la sostanza del suo argomentare fosse stata pertinente alle opere, non alle parole che intorno al Padiglione sono state spese.
    Avrei preferito (di molto) che Lei avesse affermato che quelle 260/80 opere erano, per Lei, straordinarie, ineguagliate. Secondo il suo pensiero.
    Ma questo, in tutta onestà, non può farlo davvero, temo.

  • Scusa Cristiana, ma perchè avresti preferito sentir affermare che ” quelle 260/80 opere erano, per Lei, straordinarie, ineguagliate” ? Se lo dici nel senso che, in tal caso, il “risultato” sarebbe stato, almeno per Scarpa, eccellente, va bene (ma quando mai un Padiglione o una qualsiasi “mostra” collettiva è riuscita a far l’en plein?)
    In alternativa perchè mai chi ha scelto un autore (o un’opera) dovrebbe gradire tutte le altre, scelte da altri?
    A me non interessa (non l’ho mai fatto) difendere il “risultato” del Padiglione Italia ma l’idea: trovare un modo diverso, che non sia la “solo exhibition” dell’autore affermato o “di moda” o l’alternativa rappresentata dalla “solo exhibition con opere altrui” del curatore famoso o di moda, per presentare un panorama, magari non esaltante, di quello che l’arte contemporanea Italiana è in un certo momento.
    Si poteva fare meglio? Certo che si! È stato un errore provarci? Per me certamente no.

    • Cristiana Curti

      Caro Luciano, temo che Tiziano Scarpa non risponderà perché la nota è troppo di vecchia data e sarà possibile che ora sfugga il nostro interlocuire.
      Un padiglione alla Biennale viene SEMPRE giudicato per le opere, da chiunque, non per la struttura critica (che è evidente solo in approfondimenti e solo da pochi al momento della visita).
      Le opere al padiglione Italia di quest’anno erano penose non solo perché erano quasi tutte davvero e inesorabilmente penose (anche dei cosiddetti maggiori, basti l’esempio esemplare di Kounellis per tutti), ma perché la composizione, del tutto priva di un senso qualsiasi, non permetteva alcuna godibilità anche delle migliori (che ho pur individuato, come si chiede a gran voce di fare pensando che nessuno l’avesse fatto).
      E questo è detto non da critico (che non sono), non da esperto (che non sono), non da addetto ai lavori (che non sono) ma da pubblico con un poco di attenzione e di passione (non spasmodica, non eccessiva, ma sincera sì).
      L’esperimento non è riuscito. Esteticamente. Qualitativamente. Criticamente. Artisticamente soprattutto.
      E’ degno al massimo delle tanto esecrate aste di contemporaneo. Ma quelle secondarie. Che magari vendono di più, però. Lo auguro ai partecipanti, almeno questo.
      Che altro posso dire? Oltre a ciò, lo ammetto, vedo tanta spocchia e tanta malafede in quel tentativo da quattro soldi proprio perché ha illuso persone in buona fede (fra cui inserisco anche Tiziano Scarpa che ha voglia e tempo di perorare la propria causa e per questo va stimato) e giovani leve che non meritavano di andare in Biennale ma hanno fatto da specchio per le allodole (e così sono state usate).
      Non mi devo arrabbiare, come dice Scarpa che deride le mie chiamate all’onore perduto? Altri hanno fatto altrettanto mediocremente? In Biennale sono tutti mediocri (resta da stabilire, però)?
      E chi se ne importa? Certo che mi arrabbio, come dovrebbe fare chiunque ha a cuore le sorti della nostra arte visiva. Se Scarpa non è interessato all’argomento (come è plausibile) non giudichi chi lo è.
      Per me la Biennale non è un tempio intoccabile, e che si trascini in un certo modo è noto, non lo sa solo Scarpa, anche io vivo a Venezia da 30anni e la frequento da qualche anno in più.
      Niente deve essere scontato. “Così andava e quindi, che male faccio a provarci anch’io? Non è così grave, alla peggio sono come i peggiori”.

      Poi alla fine anch’io mi dico che non è così grave, perché, grazie al cielo di questa disgrazia non se ne parlerà più, sommersa dal ridicolo. Speriamo nel 2013…

      • Cristiana Curti

        Gesù. Naturalmente, “interloquire”…. Che dio mi fulmini

  • Cara Cristiana, per favore, non mettertici anche tu e lascia stare Gesù ed il Buon Dio!
    Tornando a noi, in questa valle di lacrime, io non solo non ho mai detto che il risultato sia stato buono e l’esperimento riuscito. Anzi se vuoi ti dico qui, chiaramente, che penso che il risultato sia stato pessimo, sulla riuscita dell’esperimento ti dico dopo.
    Tu, come molti altri, vi concentrate sulla “pessima figura internazionale”, ma vi siete mai messi nei panni di tante nazioni che per anni, a turno o meno, hanno presentato Padiglioni mediocri e pessimi? Questa “fissa” della “brutta figura” mi ricorda tanto quando, da bambino, la maestra, per la visita annuale del Preside, faceva carte false perché a rispondere alle sue domande fossero solo i “primissimi” o, in tempi che spero siano andati (ma temo di no), certe famiglie che per ricevere gli “amici” obbligavano, con la scusa di un “improvviso” malessere, il nonno non proprio autosufficiente o il figlio un po’ ritardato a starsene rigorosamente chiusi in camera.
    Se in Italia ci sono migliaia di artisti attivi (parlo solo di quelli che o tanto o poco espongono abbastanza regolarmente e vendono pure qualche cosa ogni tanto) e il 99,9% di loro non raggiunge lo standard che tu, o altri, avete in mente, che si deve fare? Dobbiamo continuare ad esporre i dieci/dodici che tale standard lo superano e dire al mondo “guardate come siamo bravi’ ? Ma poi, sei/siete proprio sicuri che lo standard che avete in testa sia una “misura” giusta e pertinente? Siete proprio sicuri che, magari tra dieci anni, molti di quelli che oggi considerate “validi” non siano spariti inghiottiti dall’oblio ed invece qualcheduno di quelli che erano, per voi, sotto-standard, non vengano riconosciuti validi? Non e’ mai successo nella storia? Proprio tu che sei una studiosa spero non vorrai rispondere che sono ipotesi che non si son mai verificate!!
    E veniamo all’esperimento.
    Preliminarmente: non mi si venga a dire che la Biennale non e’ luogo da esperimenti! Perche’ lo e’ stata in passato (quando si e’ creata la fama sulla quale oggi riposa come il classico pigro che dorme sugli allori) e se veramente si vuole che non sia “luogo da esperimenti” la si riduce, automaticamente a “museo” e quindi “cimitero” o, quanto meno “mausoleo”
    Siamo tutti d’accordo che l’esperimento e’ stato mal impostato, male e frettolosamente realizzato, ora diciamo che non e’ riuscito. C’e’ da meravigliarsi date le premesse? Non credo proprio!
    Tu ed altri, visto che l’esperimento non e’ riuscito (e abbiamo appena detto che per come e’ stato condotto aveva scarse possibilità di riuscita) concludete: visto che non e’ riuscito non va’ ripetuto. Credi che questo sia il metodo adottato da un ricercatore in un serio laboratorio? Sai quante volte viene ripetuto un’esperimento prima di abbandonarlo o, peggio ancora, come vorreste voi, prima di abbandonare la ricerca?
    Ma visto che il sistema esistente (inutile qui chiarire a che cosa mi riferisco perche’ queste pagine sono piene di sue “illustrazioni” alle quali tu hai spesso, con cognizione di causa e precisione, contribuito) perche’ non provare un diversa via? Perche’ non provare a coinvolgere il “pubblico” partendo da una sua “fascia alta” (come potevano essere i cosiddetti “intellettuali”), che potra’, dopo, coinvolgere ed interessare strati piu’ ampi che, l’asfittico “mondo dell’arte” non ha mai neppur considerato (o forse ha persino dimenticato che esistano, tutto preso com’e’, ai suoi riti autoreferenziali) Fare esprimere, a questa “fascia di pubblico”, il “suo” concetto di arte contemporanea Italiana, mostrandolo al mondo e confrontandosi, conseguentemente, con la reazione nazionale ed internazionale. Reazione negativa? Bene! Magari, non tutti ma certo i piu’ seri (e sono tanti) di questi intellettuali incominceranno a riflettere su i perche’, magari incominceranno a scriverne ed a discuterne con un piu’ vasto pubblico, come e’ già accaduto e come accadra’ ancora e forse questi scritti e queste discussioni avvicineranno nuovi strati, creeranno nuovi interessi e curiosita’. Altro che “mettere tutto a tacere” e nascondere la spazzatura sotto il tappeto, per far bella figura e “rifilare il bidone” al collezionista straniero cara Cristiana (perche’ poi questo e’, alla fin fine, quello che si lamenta: abbiamo fatto una brutta figura e quindi le quotazioni del contemporaneo Italiano calano, con il corollario inespresso: se la facevamo bella potevamo rifilargli qualche bel bidonoe) . Tu dici l’esperimento e’ fallito e non va’ ripetuto, scordiamocelo e voltiamo pagina, ma pensi alla pagina precedente, del libro, e non a quella successiva. Io dico l’esperimento e’ stato traumatico, bene, manteniamo il “focus” su quel che e’ successo e sul perche’ e’ successo e vediamo di migliorarne, per il futuro, le condizioni e l’impostazione mantenendo viva l’attenzione del pubblico sull’esperimento stesso e quindi sull’arte contemporanea Italiana che oggi ha proprio tanto bisogno (ma l’ha sempre avuto, in realta’) bisogno di un pubblico che non siano i soliti quattro gatti.
    Un’ ultima cosa a proposito di risultati: voi che avete sempre e solo posto l’attenzione sulla “indegnità” o, piu’ compassionevolmente, sull’ “inadeguatezza ed impreparazione” di molti degli artisti chiamati a partecipare e che, spesso, in altre occasioni, non mancate di stigmatizzare la scarsita’ di “occasioni di confronto e di crescita” per i gggiovani e per i meno giovani artisti Italiani e sulla loro irrimediabile “provincializzazione” siete proprio sicuri che questo maledetto Padiglione Italia non sia stata una straordinaria “esperienza formante” per molti di loro, per un numero che e’ enormemente superiore a quello che possono coprire le “residenze” o gli “scambi” internazionali ?
    Ma forse e, credimi, qui non mi riferisco affatto a te, tutta la grande avversione verso l’ “esecrabile esperimento” trova la sua banale e logica spiegazione in queste due considerazioni di Scarpa che, ricordiamolo, non e’ uno dei famigerati “addetti ai lavori” :
    “Insomma, è contraddittorio da parte degli addetti desiderare che l’arte contemporanea si diffonda e venga amata, e poi stracciarsi le vesti quando questo avviene, sebbene in forme imperfette o discutibili (ma è esattamente così che succede alle cose amate attivamente: il grande amore è sempre imperfetto e discutibile).
    E’ curioso e contraddittorio, o forse, a ben pensarci, è ovvio: i curatori (“indipendenti” o no che siano) perderebbero il loro potere di selezione e interpretazione egemonica, e anche i galleristi dovrebbero ripensare al loro ruolo.”Mi ha sorpreso constatare che proprio chi ha una cultura formata con l’arte contemporanea, cioè anche alla provocazione più estrema, alla sorpresa, allo stravolgimento, al caos, allo spiazzamento, alla vitalità, alla festa fuori dalle regole, all’antigrazioso, in questo caso abbia reagito al Padiglione propugnando ordine, sussiego, museificazione, rigore, calma… Solo perché la proposta non viene dal’interno del proprio ambiente o dalla propria parte politica?”
    Ciao Cristiana, buona serata.

  • Cristiana Curti

    Caro Luciano, non so proprio a cosa ci si riferisca con la parola “addetti ai lavori” che ormai è allocuzione che serve per diffidare di chiunque parla appena con un poco di cognizione (minima, per carità) intorno a arte & affini.
    Sono un poco stanca di questa “campagna” lievemente demagogica a proposito della validità dei non addetti rispetto alla non validità degli addetti.
    Mio nonno era medico, ciò non toglie che fu uno dei maggiori collezionisti italiani d’arte del XX secolo, e il suo occhio era fulmineo e precisissimo, la sua capacità riconosciuta da critici e studiosi. Una capacità, però non fortuita e trascendente, ma frutto di ricerca e passione. La sua collezione (perdona l’immodestia “traslata” ma spero di essere chiara con questa nota) si può davvero dire sia nota in tutto il mondo in quanto pubblica da quasi 15 anni e in deposito presso un grande museo nazionale (e continuamente richiesta per prestiti che fanno onore anche a me, anche se quei quadri non torneranno mai più a casa).
    Tutta la storia dell’arte è costellata di persone come lui, nel XX secolo non necessariamente, anzi nel suo caso per niente, miliardarie, molto raramente appartenenti al ceto dispregiatissimo dei presunti “addetti ai lavori”.
    Io sono la prima a sostenere che chiunque abbia consuetudine e dedizione può essere promotore di novità e rivoluzione (in qualsiasi ambito figuriamoci in quello artistico che dovrebbe essere libero per antonomasia).
    Ma per far questo devi essere il massimo sulla piazza. Non il minimo e anche colpevolmente frettoloso.
    Scarpa ha ragione nel dire che sempre il Padiglione Italia è stato concepito in fretta e “buttato là”. Ma quindi? Questo cosa giustificherebbe?
    Ho visto brutte opere, un insulto per chi crede nell’arte e per chi crede (come me) che la Biennale sia una ribalta internazionale importante. Che io ci debba morire sopra è escluso: due anni fa lo spettacolo fu deprimente e speravo in meglio, non sono stata esaudita. Pazienza.
    Ma esperimenti non esistono se non quelli che dovrebbero essere concessi ai grandi (critici). E francamente non credo proprio che chi giudicherà fra 100 anni basandosi solo su quelle cose che ho visto affastellate (tranne alcune che mi sono premurata comunque di segnalare) potrebbe sostenere che, ad esempio, Carol Rama, Perilli, Carmi, Fioroni, Longobardi, Guerzoni, Pardi, Velasco, Frangi, Kounellis, Beecroft, Bertozzi e Casoni e gli altri oggi più noti dei meno noti, siano stati dei grandi artisti.
    Cosa che invece – con maggiori o minori fortune, maggiori o minori intendimenti – è.
    Comunque io non tiro la coperta a nessuno.
    Trovo giusto che si difenda la propria posizione e si perori la propria causa, ma bisognerebbe anche avere l’onestà intellettuale (come hai fatto tu) per ammettere che le OPERE (cioè ciò che il pubblico va a vedere in Biennale, fregandosene del tutto del contributo critico e spessissimo anche del nome dell’artista – chi conosce la figura di Fernando Prats, eccellente artista del Padiglione del Cile?), le OPERE, dicevo, sono deludenti, inesistenti e persino “scandalose”.
    In merito ai gggiovani, io penso che si è giovani sino a vent’anni (anagraficamente) dopo di che sei uomo o donna, e, circa l’artista, il meglio devi esprimerlo a venti/venticinque anni, poi rincorri quelle vette, magari affinandole, magari scavalcandole. Ma le intuizioni geniali che esprimono la tua cifra e il tuo talento sono dell’età prestissima. Quello che ho visto dei gggiovani nel nostro padiglione non giustifica nessuna loro comparsa in Biennale.
    Sono pochi gli artisti longevi (nella parabola, non nella carta d’identità…) e in genere sono i grandissimi, i veri capisaldi (forse non a caso).
    Non si viene in Biennale a tentare la fortuna con ragazzi prelevati dalle Accademie SE DAVVERO NON HAI VISTO OPERE INTERESSANTI E MERITEVOLI.
    Io per prima tenterei una Biennale di 18enni (giuro), ma devono essere eccellenze pure. E si trovano per chi vuole cercare. Forse una o due, in Italia, c’è. E sarebbe magnifico stupirci e stupire.
    Qui nessuno ha cercato, nessuno ha voluto (forse solo Tiziano Scarpa, perché i suoi colleghi – chi più chi meno – stanno iniziando, a chiusura di Biennale, a tirare i remi in barca e a farci capire come andarono le cose), nessuno ha scelto davvero. Con l’aggravante novità di un’organizzazione mangiasoldi pubblici che non ha fatto niente per “organizzare” (dov’è il catalogo, venduto a 4 copie per artista?).
    A me, scusa la franchezza, non interessa nient’altro.
    Un caro saluto, Luciano.

  • Cara Cristiana, io ho espresso la mia idea, non nuova, perchè forse ricorderai che gia lo feci, anche molto piú compiutamente, all’indomani dell’apertura della Biennale. Tu hai espresso la tua idea che, per altro giá conoscevo. A ben analizzare ci sono molti piú punti di contatto e concordanza, tra le due, di quantomeno possa sembrare a prima vista. La divergenza sostanziale è nella diversa “faccia” del problema sulla quale ciascuna delle due si focalizza. Non mi pare quindi opportuno, da parte mia, replicare perchè continueremmo a viaggiare su due binari paralleli . Questo post ha quindi due uniche ragioni: una, di scarsa importanza, per ricordarti che anch’io detesto l’espressione “addetti ai lavori” e che se l’ho usata l’ho fatto solo per indicare “il mondo dei soliti noti e loro fans” ironizzandoci su, l’altra, molto piú importante, per ringraziarti della tua risposta.
    Ciao, buona giornata!

    • …quanto… non quantomeno, scusa.
      Ora vado all’inaugurazione del Padiglione Italia di Torino, ciao! ;-)