Memorie dal futuro, archeologie del presente

Come cambia il concetto di archivio? La fine delle Grandi Narrazioni, l’arrivo in forze della tecnologia e dell’informatizzazione, come hanno modificato il modello di classificazione delle informazioni? E come viene elaborato questo elemento dagli artisti contemporanei? Una riflessione di Marinella Paderni per la rubrica Inpratica.

Michele Dantini - Cythére #3 - 2007 - courtesy Osservatorio per le arti contemporanee, Firenze & Galleria Alessandro De March, Milano

In Mal d’Archivio, Jacques Derrida individua la presenza indissociabile della pulsione di morte nella “febbre da archivio” [1] dei nostri tempi e nell’ossessione a collezionare. Un fenomeno nato dal bisogno di proiettare la propria presenza nel territorio del tempo, oltre il tempo stesso. Un desiderio di eternità al di là della morte, che lascia sullo sfondo il futuro pur tenendo lo sguardo rivolto all’indietro.
L’archivio è il luogo della transitorietà delle cose, dove sono sottoposte tanto alla memoria quanto all’oblio, alla conservazione come alla distruzione; ma grazie alle nuove tecnologie d’archiviazione, si trasforma in un attivatore di contro-memoria che lascia trasparire la possibilità di un futuro, la sua evidenza. Un futuro, tuttavia, sempre intessuto della sua finitudine.
L’industria della memoria è un’invenzione che la surmodernità ha prodotto per colmare il trauma culturale causato dalla caduta delle Grandi Narrazioni nell’età postmoderna. Anche l’eccesso di tempo della nostra epoca informatizzata, la difficoltà a pensare il tempo in un presente esteso pregno di avvenimenti, concorre a generare un’onda contraria, un fenomeno di intro-flessione sul tempo e di attenzione spasmodica su ciò che è stato.

Archivio di Stato di Napoli - Sala del Capitolo

Allora l’archivio non è più solo un modello di classificazione delle informazioni, una tassonomia del sapere, ma diviene un “a priori storico”, una condizione di realtà che produce enunciati in una forma storica rappresentativa.
Un fenomeno favorito anche nella creazione artistica, tanto da deputare l’archivio a forma e medium dell’arte contemporanea. L’attenzione crescente degli artisti per tutto ciò che concerne la sfera della memoria (individuale, collettiva) ha trasformato gli archivi in principi estetici: sono i modelli artistici oggi a storicizzare i concetti, mentre le pratiche artistiche connesse all’uso degli archivi consentono di esperire gli effetti del tempo.
Emanuele Becheri
, ad esempio, intrappola il tempo in un oggetto simbolico, trasformandolo successivamente in un’immagine. MMIX è una scultura, un raccoglitore d’archivio lasciato aperto per un anno nello studio dell’artista e poi sigillato in una teca di vetro. Una “trappola defunzionalizzata”, come dice l’artista, dove il destino dell’oggetto, slegato dalla sua funzione originaria, è quello di esporsi al tempo e stratificarlo in un’immagine. Nell’opera di Becheri, un “documento” è stato trasformato in “monumento”, in un sostituto storico di realtà. Davanti alla caduta delle utopie del passato, gli artisti di oggi rispondono trasformandoli in documenti.

Emanuele Becheri - Impressione - 2010

Un’archeologia del tempo più che mai rafforzata dal potenziale archivistico che è proprio della fotografia. L’apporto della fotografia alla pratica artistica dell’archivio è stato fondamentale sin dagli anni ‘60, quando si è iniziato a guardare la fotografia nella sua essenza di documento, trasformandola in una riflessione attiva sulla natura del tempo.
Di particolare rilievo è la ricerca di Michele Dantini sui temi dell’informazione, dell’archivio, dell’elusività del sapere. Autore del neologismo ‘archivio spettrale’ – luogo di precipitato del tempo nella sua realtà fantasmatica, immateriale -, Dantini esplora i territori più “ciechi” dello sguardo sulle cose, attivando contro-narrazioni che consentono di andare oltre i confini del documentabile e i limiti dei dispositivi d’archiviazione. Alla ricerca artistica associa sempre l’osservazione critica, la riflessione teorica, ampliando la consapevolezza dei meccanismi antropologici, mentali, estetici sottesi alla rappresentazione della memoria e della storia.
L’‘archivio’ è creato contemporaneamente alla narrazione ed è un luogo del desiderio – non ha esistenza precedente, se non in potenza. ‘Archivio’ e ‘narrazione’ producono anamnesi e immaginazione di futuro” [2]. L’archivio è un fantasma della storia, come il futuro è un fantasma del pensiero.

[1] Cfr. Okwui Enwezor, Archive Fever. Uses of the document in Contemporary Art, International Center of Photography-Steidl, New York-Göttingen 2008.
[2] Artext incontra Michele Dantini [intervista], in “Artext”, 2009, www.artext.it/Dantini_Michele.html.

Marinella Paderni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #2

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Marinella Paderni
Marinella Paderni (Milano, 1964) è critico d’arte contemporanea e curatore. È docente di Produzioni Culturali Creative presso l’Università IULM di Milano e di Fenomenologia delle Arti Contemporanee presso l’Accademia di Belle Arti di Bergamo. Insegna anche Storia dell’Arte Contemporanea presso ISIA di Faenza. Collabora con le riviste internazionali d’arte contemporanea Frieze, Flash Art, Exibart. I suoi studi sono diretti alle espressioni artistiche contemporanee, soprattutto alla fotografia, al video e alla performance, con particolare attenzione alle tematiche del paesaggio contemporaneo e della condizione urbana. Ha curato numerose mostre tra le quali Alto Impatto Ambientale, 2003; Suburbia, 2004 (in collaborazione con Marco Senaldi); la rassegna d’interventi site specific Open Air all’Orto Botanico di Parma (dal 2005 al 2008). Nel 2008 ha curato il progetto Same Democracy (in collaborazione con Elvira Vannini), prima mostra italiana sul tema dell’open source nell’arte, e un progetto pubblico sul tema del realismo visionario in arte, architettura e economia intitolato We have a dream (Spazio Gerra, Reggio Emilia, in collaborazione con Luca Molinari e Pier Luigi Sacco). Per la casa editrice Johan & Levi ha pubblicato nel 2010 il libro “Laboratorio Italia. La fotografia nell’arte contemporanea” sulle sperimentazioni artistiche nella fotografia italiana delle nuove generazioni.