La parola a Gli Altri. Prime valutazioni “interne” su The Others

Sono due quarti del comitato di selezione di The Others, la fiera “collaterale” che si sta svolgendo alle ex carceri Le Nuove di Torino. Parliamo di Alessandro Facente e Andrea Bruciati. Ai quali abbiamo posto due domande semplici semplici: come sta andando questa edizione zero e, soprattutto, dove può/deve andare The Others in futuro.


Una prima valutazione da parte vostra, che avete animato il comitato di selezione. Parliamo del clima generale (non quello atmosferico!), dello spazio in cui si svolge la fiera, delle proposte dei vari “espositori”.

Alessandro Facente
: A quattro giorni dall’apertura dei lavori sento The Others come una “raccolta” di quelle realtà che popolano il sottobosco di ogni città e che tentano di disegnare, con gli strumenti che hanno a disposizione, il sistema in maniera del tutto personale. Sono quelle realtà che si sviluppano fuori dai sistemi ufficiali di ogni singola città, fanno il loro tentativo e creano comunità reali di addetti ai lavori.
Al di là quindi del prodotto che propongono nelle celle, offrono ad artisti e curatori emergenti l’opportunità concreta di iniziare, a un buon livello, un loro percorso grazie soprattutto all’alternativa che rappresentano in un sistema molto spesso rigido e abbottonato.
Il clima confortevole e fresco, aiutato anche da una location pazzesca, abbatte quell’inibizione che lo stand di una galleria di grido, a una fiera di grido, può trasmettere al giovane ancora alle prime armi.
Ciò rende il concetto The Others in generale ‘accessibile’ nel senso più stretto del termine. Cose all’ordine del giorno nelle città evolute dell’Europa e del resto del mondo, dove le migliori proposte spesso si vedono, veramente, nei garage e negli spazi in disuso.

Andrea Bruciati
: Mi interessa il lato “barbarico” dell’allestimento e della presentazione delle singole realtà: il pubblico non ha il consueto distacco con il lavoro degli artisti e gli operatori; questo inoltre permette all’opera di interagire contestualmente allo spazio e nel contempo di diventare patrimonio del “quotidiano” della sfera ambientale dello spettatore (vista anche l’esiguità contestuale per la sua presentazione). Il lavoro dell’artista si sporca, si contamina nel momento della sua fruizione che diventa necessariamente fisica e come tale non eterodossa.
Nell’insieme i corridoi, le finestrature e i tavoli/banchi corrispondenti alle celle, rimandano a una struttura scolastica, a un deposito rivoluzionato e fisico, frutto di una catalogazione irriverente ma viva. Questo dato “vitale”, l’energia che scaturisce è forse il carattere esclusivo e peculiare dell’intera operazione The Others. In questa accezione, mi sembra che vi sia una sorta di auspicabile riconversione catarchica del carcere attraverso l’arte, secondo modalità estroverse ed opposte alla natura del luogo ma non per questo meno funzionali alla riappropriazione di un edificio doloroso, pesante, ma importante per la storia recente della città.


Che ruolo può avere The Others nel weekend d’arte di Torino e in generale nel sistema fieristico italiano?

È uno strumento che offre quattro possibilità concrete: la prima è che soddisfa il desiderio di giovani galleristi di interfacciarsi in un contesto fieristico (progettuale nella forma, nella sostanza e negli obiettivi) a soli tre anni di attività, la seconda di impattare con le critiche che il sistema più adulto è pronto a fare e terzo confrontarsi con situazioni già strutturate che hanno presentato ottimi progetti.
Non scordiamoci che per accedere a una fiera importante, oltre a un’esperienza di qualità, ti chiedono almeno sette anni di attività; uno step fieristico a tre anni dall’apertura è un’ottima occasione, per chi sa coglierla, di correggere il tiro ed è lì che capiremo chi quest’opportunità se l’è giocata come si deve. Ma è il quarto che più mi interessa, ovvero capire se tale “sistema adulto” vuole prendersi la briga di disporre tali critiche in maniera costruttiva, suggerendo generosamente agli espositori gli errori compiuti con l’intento di aiutarli a migliorare. A questo punto The Others può diventare un momento di formazione che si basa sul confronto, testando la curiosità anche degli operatori più navigati.

Una parola che mi ripeto questi giorni è lo “scouting”, ovvero il costante aggiornamento, l’allentamento nutriente che non deve mai mancare agli artisti, curatori, editori, galleristi, collezionisti, direttori di spazi non profit, di musei e fiere; un invito a non togliersi il piacere di monitorare, nel momento più delicato, i territori e le realtà che nascono ogni giorno, individuando in essi la ricerca più intelligente, ponendosi in maniera costruttiva, educandola ad un livello di qualità partendo però dalla diretta esperienza sul campo su cui stanno scommettendo. Oneri compresi.
Un sistema sano e internazionale è prima di tutto formativo, poi sperimentale e infine orientato sul mercato. In questo modo la proposta che esce è istruita e condivisa proprio perché parte dal basso, ma anche da chi ha un po’ dimenticato lo spirito militante di vedere tutto e conoscere tutti, tipico di quando, da giovanissimi, si intraprende questo lavoro.
Andrea Bruciati
: Ritengo che la ricerca sia sempre un qualcosa d’altro, al di fuori dell’omologazione dei linguaggi e delle motivazioni che li sovraintendono, per cui The Others è innanzitutto lo spirito con il quale l’appassionato d’arte deve confrontarsi e dialogare con l’espressione artistica. Diventa una sorta di “metodologia dell’alterità”, una tensione verso il diverso da noi che corrisponde oggi all’unica risposta plausibile quando si parla di cultura intesa come innovazione e sperimentazione.

  • Nicola

    Complimenti