Turner Prize. Come combattere l’invecchiamento di un premio

2011, fuga da Londra. Per la prima volta fuori da una Tate Gallery, il Turner Prize arriva al Baltic di Gateshead con il preciso intento di inaugurare una nuova era. Una spinta al rinnovamento, bilanciata però dall’ispirazione nostalgica che sembra dominare la poetica dei quattro finalisti.

George Shaw - The Resurface - 2010 - courtesy Wilkinson Gallery, Londra

L’allontanamento del premio dalla sua storica sede londinese, la Tate – era accaduto solo nel 2007, per omaggiare Liverpool capitale della cultura (ma pur sempre di una Tate si trattava) – quest’anno rischia di far discutere molto più delle opere in mostra, e non a torto. Lo spostamento è certo frutto della necessità di svecchiare un modello che si ripeteva uguale a se stesso da troppo tempo e che iniziava a perdere smalto, ma riflette anche un’evoluzione significativa in atto dalla Scozia alla Cornovaglia. L’ultimo decennio ha visto nuovi spazi pubblici per il contemporaneo spuntare un po’ ovunque e con notevole successo, mentre la scuola di Glasgow sfornava gli artisti più innovativi e dimostrava come la formazione e la produzione creativa fossero più disseminate del previsto. Riconoscere che il sistema dell’arte britannico va oltre l’epicentro della capitale è quindi ben più di una mossa di fair play da parte della Tate, e si spiega piuttosto nel consolidamento del suo ruolo a livello nazionale e in un processo di democratizzazione dell’arte – con i pro, i contro e le false promesse del caso – all’inseguimento di un pubblico sempre più vasto e diversificato.

Martin Boyce - Do Words Have Voices - 2011 - courtesy l’artista & The Modern Institute / Toby Webster Ltd, Glasgow

Ma veniamo alla mostra. Difficile immaginare un percorso più eclettico, in cui si avvicendano pittura, scultura, video e installazione. A ben guardare, però, l’attenzione ai materiali, e l’eredità del passato e di utopie ormai tramontate, potrebbe essere una chiave di lettura efficace. A cominciare da George Shaw, che ritorna ossessivamente sui luoghi della sua adolescenza, dipingendo l’anonimato dei complessi abitativi popolari di Coventry deprivati di ogni presenza umana e immersi in una luce grigiastra, laconica, ragionevolmente depressa. Se il punto di partenza è la quintessenza dell’autobiografico, la resa pittorica, debitrice nei confronti del cinema e della cultura popolare, riporta il tutto su un piano universale, dove solo i titoli ci regalano un guizzo di amara ironia: The Age of Bullshit, Landscape with Dog Shit Bin

Karla Black - Doesn’t Care In Words - 2011 / More Of The Day - 2011 - courtesy l’artista & Galerie Gisela Capitain, Colonia

Martin Boyce si tuffa invece sulle ceneri del modernismo e lo fa con un’installazione magistrale, una sorta di giardino d’autunno astratto e geometrico, dove collidono design, architettura e natura. Un soffitto di foglie metalliche, piccoli oggetti e un “tavolo” ispirato a quello progettato da Jean Prouvé per la Maison de l’Etudiant di Parigi. Anziché adagiarsi sul citazionismo concettuale, però, la ricerca sulle nozioni di gusto e stile, e sui modi di produzione che hanno inventato il design alla portata di tutti, si traduce in uno spazio fortemente psicologico e riflessivo.
Il femminismo e le teorie psicoanalitiche di Melanie Klein sono i riferimenti culturali che hanno portato Karla Black (grandiosa alla scorsa Biennale di Venezia) a realizzare ambienti sensoriali immersivi che rigettano ogni significato razionale. La sua stanza è un paesaggio di carta, polietilene, polvere di gesso e bombe effervescenti (quelle di Lush, insomma: sapone): un mix di materiali da desiderare, colline spolverizzate di colori pastello e caverne senza peso, fragili e senza definizione.

Hilary Lloyd - Floor - 2011 - courtesy Sadie Coles HQ, Londra & Galerie Neu, Berlino

Nemmeno Hilary Lloyd concede molto all’osservatore in termini narrativi. Le video-installazioni con cui si presenta sono collage ritmici dove si muovono frammenti di pavimento, la Luna, un palazzo e una scena che si dissolve nel bianco come per eccesso di candeggina. Durata, ripetizione, superfice: la grammatica minimale dell’artista è supportata da un’attenzione maniacale alla presentazione dei video, dalla scelta dei proiettori a quella dei tubi che supportano gli schermi, fino alla decisione inconsueta di presentare uno dei lavori davanti a una grande finestra con vista sul fiume Tyne. Perché ciò che le interessa non è lo spazio filmico, ma quell’intervallo tra l’occhio e lo schermo, quella porzione di mondo in cui si costruisce la visione e la nostra esperienza del tempo.
E se volessimo tentare un pronostico, tra una Black troppo emotiva e una Lloyd troppo glaciale, la pittura apparentemente tradizionale di Shaw, amatissimo dal pubblico proprio per la sua capacità di raccontare quel niente di speciale tutto inglese, potrebbe dare del filo da torcere al candidato che sembra avere tutte le carte in regola per vincere: Boyce.

Gabriella Arrigoni

Gateshead // fino all’8 gennaio 2012
Turner Prize 2011

BALTIC CENTRE FOR CONTEMPORARY ART
Gateshead Quays – South Shore Road
+44 0191 478 1810

[email protected]
www.balticmill.com

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Gabriella Arrigoni
Gabriella Arrigoni (Genova, 1980) è giornalista d’arte, curatrice e traduttrice. E’ stata capo-redattore di UnDo.net dal 2006 al 2009, prima di trasferirsi a Newcastle upon Tyne dove vive e lavora. Ha curato mostre collettive in diversi spazi no profit ed istituzioni pubbliche, e i suoi articoli sono comparsi su riviste online e cartacee in Italia e all’estero. Fa parte del collettivo Nopasswd in[ter]dependent contemporary culture.
  • Margaretha

    Vai Boyce, ricordo ancora con piacere la tua bellissima mostra a venezia.

  • Antonio Micciché

    Io invece ho ancora fresco il ricordo della mostra di Karla Black,qui a Venezia. Banale, antica di 30 anni oppure semplicemente brutta! Se un’artista non sa usare i materiali “poveri” o “naturali” è meglio che si trovi dei finanziamenti per poter utilizzare materiali “nobili e costosi”.