Romaeuropa 2011. Il futuro attraverso l’impossibile

Superato il quarto di secolo, il festival romano dedicato alla live art tenta l’impossibile. Tema ostico per definizione, ma foriero di scelte e passaggi tanto pericolosi quando stimolanti. Ne abbiamo parlato col direttore, Fabrizio Grifasi. In attesa che domani si dia il via alle danze.

Obsession - photo Em Valette

È Try the impossible lo slogan della 26esima edizione di Romaeuropa Festival, atteso appuntamento annuale dedicato all’esplorazione dei nuovi orizzonti della live art, in scena a Roma da domani 7 ottobre al 30 novembre.
Realizzare l’impossibile, ovvero sorpassare crisi culturali, economiche e politiche per fotografare l’emergere di nuove estetiche e nuove possibilità di fruizione dell’opera artistica. Spiega Fabrizio Grifasi, direttore del festival: “L’impossibile che vogliamo provare è un impossibile necessario. Abbiamo bisogno di non subire la condizione di sofferenza che attraversa il mondo culturale. Vogliamo riaffermare l’esigenza di dare sostegno alla creazione, alla contemporaneità, la nostra particolare visione di progetto culturale e artistico. Vogliamo provare l’impossibile perché è possibile”.
Sono 150 gli artisti, provenienti da venti Paesi del mondo, che movimentano la nuova edizione, suddivisa in quattro distinte sezioni dedicate rispettivamente alla danza contemporanea e alla nuova scena teatrale (Scene), alla nuova coreografia italiana (DNA/Danza Nazionale Autoriale), alla sperimentazione musicale (Suoni) e alla fotografia di una nuova generazione di danzatori e coreografi provenienti dalle sponde meridionali del Mediterraneo (Corpi Resistenti).

Fabrizio Grifasi

Una delle tematiche principali che percorre tutto il festival”, continua Grifasi, “è il rapporto tra creazione artistica e new media. Ci sono diversi fili tematici per noi molto importanti. Ad esempio, abbiamo cercato di affrontare il tema della quotidianità politica attraverso la sezione ‘Corpi Resistenti’, nella quale ospiteremo coreografi arabi che lavorano in Europa o in altri Paesi. Vicino a questo filone è ‘Can We Talk About This?’, della compagnia DV8 Physical Theatre, in cui viene affrontata la questione dei limiti del multi-culturalismo in una prassi artistica capace di essere più puntale di qualunque discorso politico. Nella sezione ‘Scene’ cerchiamo di costruire uno sguardo storico omaggiando Trisha Brown. Offriamo la possibilità di osservare il lavoro quarantennale dell’artista fino ai nostri giorni, prima al Maxxi e poi al Teatro Olimpico, con la prima italiana della sua nuova creazione. Storicizzare e vedere in un arco temporale il più ampio possibile il lavoro di una grande protagonista ci sembra uno strumento essenziale per guardare il presente”.
Il presente della scena teatrale italiana, invece, è esplorato nelle sue sfumature attraverso il lavoro di Romeo Castellucci/Socìetas Raffaello Sanzio, in scena al Teatro Vascello con Il Velo Nero del Pastore, e Muta Imago – presente con Displace – una delle giovani compagnie italiane (insieme a Santasangre) con le quali Romaeuropa ha istaurato nel tempo un rapporto di sostegno e produzione.

Muta Imago - Displace

In questa direzione, Grifasi afferma: “È importante mettere gli artisti nella condizione di lavorare con una prospettiva di tempo dilatata, perché è importante costruire un rapporto fra artista e pubblico, dando allo spettatore la possibilità di seguire il percorso di un artista negli anni. È per questo che alcuni dei più grandi nomi della scena contemporanea internazionale ritornano continuamente a Romaeuropa. È il caso di Jan Fabre, di nuovo in scena sul palco del Teatro Olimpico con l’inedito ‘Prometeo/Landscape II’. Ma questo discorso è ancor più necessario quando ci sono delle compagnie romane importanti che vivono una situazione di produzione penalizzante. Per questo cerchiamo di costruire rapporti di collaborazione con altre strutture diffuse sul territorio nazionale, tentando di creare comunità e network”.
Una nuova comunità, quella indagata e affermata da Romaeuropa, che si ricostituisce proprio a partire dalle molteplici modalità di fruizione offerte dai nuovi media. Ne è un esempio la scommessa sulla trasmissione in streaming degli spettacoli, nata in partnership con Telecom. “Romaeuropa cerca di non identificarsi e di non lavorare all’interno di un quadro definito. Lo streaming ci offre l’opportunità di esplorare nuovi orizzonti, di uscire dai teatri. È chiaro che si tratta di due modi di fruizione diversi. Entra in gioco la distrazione causata del rapporto multitasking che ognuno di noi ha con il computer, ma anche la possibilità di accedere a una serie di contenuti altri offerti durante lo streaming. Biografie, interviste agli artisti, la possibilità di farsi spiegare ciò che accade in scena dall’artista stesso e proprio mentre si visualizza lo spettacolo. Durante le dirette organizzeremo anche una chat che permetterà di porre delle domande su ciò che si sta vedendo e dunque di dare allo spettatore delle risposte. Così si definisce una nuova relazione tra performer e pubblico”.

Hannes Langolf & Ira Mandela Siobhan

Relazione che trova ulteriore formulazione nel ricco programma musicale, suddiviso in due differenti linee curatoriali: “Da un lato una più sperimentale, in cui attraverso elettronica e nuovi media l’esecuzione e la composizione assumono un aspetto centrale. Ne è un esempio ‘Metal Music Machine’ di Lou Reed, orchestrato nella sua forma definitiva dall’ensemble di Berlino Zeitkratzer, progetto in cui ciò che era stato composto per essere inaudibile è ricondotto a una forma di ascolto. Dall’altro lato la programmazione si muove verso l’elettronica da club legata al Brancaleone (nostro partner storico), sezione inaugurata da Laurent Garnier, oppure verso i territori della musica indie intercettando, in collaborazione con il Circolo degli artisti, una serie di artisti che, nonostante il successo, sono poco presenti in Italia: Anna Calvi, James Blake, Black Lips o Architecture in Helsinki”.
Cuore del festival, sua arteria pulsante è, infine, la mostra/piattaforma di studio Digital Life 2, aperta al pubblico dal 26 ottobre all’11 dicembre e ospitante, tra le altre, opere di Marina Abramovic, Ryoichi Kurokawa, Saburo Teshigawara, Masbedo e Santasangre + The Pool Factory: “‘Digital Life’ non è una mostra di nuove arti digitali né tantomeno un evento di una non meglio precisata sperimentazione elettronica”, chiarisce Grifasi. “Si tratta di un oggetto che stiamo cercando di studiare e di definire. Siamo convinti che i nuovi media rappresentino la chiave per la ricostruzione di un universo sensibile, partecipato, nel quale il meraviglioso rappresenta un orizzonte di sorpresa e di coinvolgimento estetico, e ancora una volta, spostiamo l’orizzonte del possibile provando ciò che appare impossibile”.

Matteo Antonaci

romaeuropa.net/festival