I pacchi, dalla tv al museo

A Rivoli si aprono pacchi. Ma non c’è alcun legame con la nazional-popolare trasmissione tivù. Perché Andrea Bellini s’è inventato una formula nuova e intrigante: “Le scatole viventi” sono quelle che passano dal deposito alla Manica Lunga del museo. E contengono opere di artisti italiani solitamente “relegati” nei sotterranei. Parola al condirettore, nell’attesa che la mostra inauguri, sabato 8 ottobre.

Andrea Bellini

Quando sei “salito” a Rivoli qualche tuo collega ha sibilato cose tipo: “Non vorrei essere nei suoi panni, va a gestire un museo in declino”. E tutti i torti proprio non li aveva, perché il rischio c’era e c’è. Dunque, si tratta di farsi intrappolare o di reagire. Questo nuovo progetto è una reazione in tal senso…
Se consideriamo il ridimensionamento progressivo del loro budget e quindi dei loro programmi, tutte le istituzioni pubbliche europee oggi sono in qualche modo in declino. Ma il problema è più complesso e non voglio sfuggire alla tua domanda. Il problema di Rivoli, così come della maggior parte dei musei d’arte contemporanea, era e rimane il problema della sua identità. C’è un urgente bisogno di ripensare questo tipo di istituzioni, perché il museo come semplice spazio espositivo ha fatto abbondantemente il suo tempo. La crisi economica si è aggiunta insomma a un problema precedente, rendendo da un lato tutto più difficile, dall’altro tutto più urgente. Il budget che qualche anno fa Rivoli investiva su una sola mostra ora equivale all’intero budget annuale a disposizione per la programmazione, compresi gli eventi collaterali. Quindi, fine delle grandi mostre, fine delle cene faraoniche, fine degli investimenti sulla struttura. In Europa, per non parlare dell’Italia, gli altri musei non navigano certo in acque migliori. Nel prossimo futuro, la differenza fondamentale tra i musei la farà chi sarà in grado di pensare un nuovo modello di istituzione. I nostri progetti, cito quello dedicato agli “irregolari” del mondo della cultura, e poi i convegni, i concerti, gli incontri con le diverse realtà del territorio, vanno verso una direzione precisa: noi crediamo nel museo come “forum”, e non semplicemente nel museo come “tempio”. Il progetto Le scatole viventi fa parte di una sorta di piano Marshall: rappresenta il tentativo di inventare un meccanismo alternativo di gestione degli spazi espositivi, non più grandi mostre ma un museo che sappia proporre al pubblico modi nuovi di entrare in contatto con le opere, un museo in grado di generare racconti.

La Manica Lunga con la mostra di John McCracken - photo Barbara Reale

Le scatole viventi è un museo interattivo che si inserisce nella tua “linea politica” di allargare infatti il pubblico del museo, esplorando nuove strade di coinvolgimento.
Il pubblico deve essere sempre una preoccupazione. Pontus Hultén diceva che il compito di un bravo direttore di museo non è quello di curare grandi mostre, ma guadagnarsi un pubblico. Beatrice Merz ed io ci stiamo provando, ma l’impresa non è semplice: ancora mancano trasporti diretti fra il centro di Torino e il Castello di Rivoli, ed è un fatto gravissimo, di cui dovrebbe prendersi carico la politica. Per raggiungere il museo con i mezzi pubblici bisogna oggi investire almeno due ore, a patto di sapere come fare. In questo senso, siamo un caso del tutto speciale in Europa. Comunque, a proposito di coinvolgimento e della necessità di allargare il nostro pubblico, il 14 luglio abbiamo organizzato una tavola rotonda sul tema “museo e territorio”, alla quale abbiamo invitato alcuni artisti e le diverse parti sociali. Grazie all’esperienza del nostro Dipartimento di Educazione, abbiamo organizzato anche una grande festa popolare, alla quale hanno partecipato centinaia di abitanti del quartiere di San Salvario. È stato emozionante, lo dico fuori di retorica, vedere nelle sale un pubblico diverso dal solito. Allo stesso modo, con Le scatole viventi vogliamo attrarre persone che non frequentano abitualmente il museo. L’arte contemporanea può cambiare la vita delle persone, di tutte le persone, non solo dei collezionisti e dei curatori.

 

Un momento della performance di Luigi Ontani a Los Ageles, AmenHammerAmeno, in occasione della mostra When in Rome

Com’è nato e in che consiste il progetto?
Diciamo che ho iniziato ponendomi alcuni problemi. Come abbattere il costo di trasporto delle opere? Come occupare gli spazi espositivi senza decapitare il budget del museo? Come creare una serie di eventi continui, in grado di attrarre un pubblico diversificato, senza investire somme stratosferiche? Come valorizzare il territorio e il suo patrimonio? La prima idea è stata quella di spostare le casse della nostra collezione dal deposito sotterraneo fin dentro lo spazio espositivo, allineandole all’interno della Manica Lunga, uno spazio piuttosto complesso, largo 6 metri e lungo 160. A quel punto ho pensato che periodicamente, una volta al mese ma anche più spesso, avrei chiamato un “ambasciatore” del museo, cioè qualche personalità interessante del mondo della cultura, ad aprire tre o quattro casse, costruendo un discorso attorno alle opere scelte. Il nostro ospite dovrà inoltre mettere in relazione queste opere con la mostra che allestiremo ogni mese e mezzo nello spazio iniziale della Manica Lunga. Le mostre saranno dedicate esclusivamente ad artisti italiani. Le scatole viventi rappresentano quindi una sorta di mostra in perenne trasformazione, costruita attorno ad alcuni eventi ricorrenti, cioè attorno ad alcuni “racconti”. Si tratta inoltre di un meccanismo di approfondimento storiografico: il patrimonio della collezione sarà messo a confronto con una serie di grandi artisti italiani che per diverse ragioni a Rivoli non hanno mai esposto. Cominceremo sabato 8 ottobre inaugurando una mostra di Luigi Ontani. Le casse quel giorno saranno “aperte” da Andrea Cortellessa, uno dei grandi talenti della critica letteraria italiana, nonché appassionato d’arte. Cortellessa commenterà e metterà in relazione tra loro le opere di Luigi Ontani, Gino de Dominicis, Emilio Isgrò ecc. Italiani che parlano di grandi italiani. Mi sembra anche un bel modo per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia uscendo dalla logica nostalgica e celebrativa degli spaghetti e del mandolino.

 

Una adv dell'Absolut Vodka

Una modalità espositiva low cost che però ti ha permesso anche di trovare sponsor privati…
Oggi trovare sponsor disposti a investire in cultura è quasi impossibile, a causa della crisi e del nostro sistema fiscale. Credo che in questa occasione sia entrato Pernod Ricard con Absolute Vodka perché si tratta di sostenere un progetto innovativo, non la solita mostra, ma un meccanismo più complesso, costruito attorno a personalità interessanti e a eventi in grado di attrarre pubblico. Perfino la Fondazione CRT, che sostiene da sempre il museo, ha deciso di darci un contributo speciale su questo progetto: vede in esso il tentativo di mettere a punto una nuova logica di gestione degli spazi e in generale dei fondi dell’istituzione.

 

Nel progetto sono inseriti intellettuali, scrittori, filosofi che commenteranno le opere fuoriuscite dalle scatole. Cosa fai, prendi l’abbrivio dalla Gam che con Eccher ha mobilitato personalità extra-artistiche per ripensare la collezione?
Io non faccio allestire mostre a degli “intellettuali”, idea a dire il vero nata all’estero qualche anno fa. Non penso abbia senso chiedere agli intellettuali di fare i “curatori” (come è successo al Padiglione Italia dell’ultima Biennale di Venezia). Sarebbe come chiedere ai curatori di fare la programmazione di un teatro d’opera, o di dirigere un concerto di musica classica. Per quanto colti, i cosiddetti “intellettuali” molto spesso non sanno nulla di arte contemporanea, soprattutto quelli italiani, e finiscono per pensare sempre ai loro quattro amici. Le personalità che inviteremo, tra cui ci sono comunque diversi critici e storici dell’arte, sceglieranno ogni volta quattro opere della collezione di cui parlare, e le metteranno in relazione alle mostre in corso. Insomma, il progetto consiste piuttosto nella costruzione di racconti. Il museo, come dicevo, ha bisogno di fornire storie, racconti, prospettive, ha bisogno di aprirsi a un pubblico ampio, di parlare a tutti.

Piero Gilardi

Con Le scatole viventi – per quanto riguarda la parte del progetto che propone preziose mostre personali – il Castello di Rivoli ricomincia a esportare mostre. Come quella di Ontani, che inaugura la kermesse. Cosa significa ritornare sul marketplace delle mostre come esportatore e non solo come importatore? Cosa determina in senso economico e di prestigio?
C’è una differenza radicale ed evidente tra un museo che prende mostre in “affitto” e uno che le produce e le esporta. Esportare mostre significa produrre cultura, essere propositivi e progettuali in un contesto internazionale, e anche promuovere l’arte del proprio Paese all’estero. Noi in un anno e mezzo abbiamo organizzato un’importante mostra dell’Arte Povera al MAMM di Mosca, e nel 2012 inaugureremo una mostra della nostra collezione al Musac di León. Quest’anno abbiamo collaborato con il Fridericianum di Kassel e con la Kunsthalle di Vienna all’organizzazione della personale di Andro Wekua. Il prossimo anno la nostra mostra di Luigi Ontani inaugurerà il nuovo corso della Kunsthalle di Berna, quella che ha ospitato When attitudes become form, la leggendaria esposizione di Harald Szeemann. Anche la mostra di Piero Gilardi, parte del progetto Le scatole viventi, sarà ospitata da un importante museo del Nordeuropa. Promuovere la conoscenza dell’arte italiana all’estero è una missione nella quale Beatrice Merz ed io crediamo molto.

 

Cosa riserva quindi il futuro? Cosa c’è oltre la crisi?
Come sempre, la scommessa è trasformare le difficoltà in una opportunità di cambiamento. Quindi ben vengano le crisi, se serviranno a trasformare i musei d’arte contemporanea da semplici luoghi espositivi in veri e propri congegni intellettuali al servizio della società.

M. T.

Articolo pubblicato in short version su Artribune Magazine #2

Rivoli // fino al 29 aprile 2012
Le scatole viventi – Luigi Ontani
a cura di Andrea Bellini
www.castellodirivoli.org


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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.
  • Ufficio stampa GAM

    in rifermento all’intervista, è necessario puntualizzare che il nuovo allestimento delle collezioni della GAM di Torino, che segue un ordine tematico, non è curato dagli intellettuali chiamati a collaborare con il Museo.
    Al contrario, i professori di discipline diverse dalla storia dell’arte, sia nel primo allestimento sia in quello attualmente visitabile, hanno semplicemente suggerito un tema, che fosse centrale rispetto la propria materia. È stato poi compito esclusivo della direzione e del dipartimento curatoriale della GAM scegliere le opere da esporre, curare l’ordinamento delle sale espositive e il dialogo tra le opere stesse.
    Gli intellettuali non sono entrati nel merito dell’esposizione finale, un progetto dunque molto diverso da quanto già realizzato in Italia e all’estero.

    Ufficio stampa GAM

  • Bell’articolo e grande idea, la miglior risposta, io credo, a tante sterili polemiche.