Gian Maria Tosatti. Storie da un’isola di fronte New York

Un americano a Roma? No, un romano in America. Parliamo di Gian Maria Tosatti, artista nostrano giovane e promettente, reduce da una residenza a New York, negli spazi recuperati di un’ex accademia militare. Dove ha realizzato un’installazione che parla di aspettative, sogni e speranze.

Gian Maria Tosatti - Apt #102

Governors Island è un’isola a cinque minuti di traghetto dalla punta più estrema di Manhattan. È stata l’isola dell’accademia militare, con edifici di fine Ottocento in mattoni rossi ed eleganti residenze per i graduati immerse nel verde di prati collinari e alberi secolari. Da decenni qui i cadetti non si addestrano più e i famelici broker del real estate non ne sono attratti: è pur sempre un’isola e chiude alle sette di sera. Al loro posto ora arrivano gli artisti in residence. Il Lower Manhattan Cultural Council ha disposto un edificio perché possano avere uno studio. Qui ha il suo anche l’artista romano Gian Maria Tosatti (Roma, 1980) che nei giorni degli open studios ha deciso di andare oltre la pratica consueta della “spiegazione” del proprio lavoro per creare un’installazione dedicata alla ricerca di ciò che costituisce la forza e la debolezza di una città stratificata come New York.
Un forte odore di aria stantia colpisce chi entra nella cameretta da cadetto che Tosatti ha “recuperato”, per dimostrare visivamente come questa città, vissuta come la sede dei nostri sogni, è in verità la proiezione di un’idea collettiva di successo che nella sua realtà più cruda finisce per diventare spesso il luogo di passaggio anonimo, un luogo di sparizione. Chi giunge qui, oggi come all’epoca di Ellis Island, sta inseguendo il proprio sogno: di successo, di riscatto, di risarcimento nei confronti di una vita iniziata altrove che viene rifiutata facendo le valige per raggiungere la città della libertà e delle opportunità. Anche chi viene qui solo per fare un giro, in realtà si aspetta di vedere quella città scintillante e nevroticamente tesa alla conquista dell’affermazione. Non si viene qui per vedere la natura (malgrado Central Park) e non si viene qui per riposare (malgrado gli hotel con le spa) o per mangiare e bere (malgrado l’offerta di tutte le cucine del mondo). Si viene qui per vivere “il sogno”, che poi è spesso quello degli altri, di chi ce l’ha fatta: da Madonna a Maurizio Cattelan.

Gian Maria Tosatti - Apt #102

Tosatti, che è un artista culturalmente sensibile e che nel teatro sperimentale ha affinato le sue doti di lettura poetica dell’attualità sociale e antropologica, parte da qui per analizzare la situazione non dal punto di vista delle aspettative e delle proiezioni, che sono i dati più semplici e immediati che questa città è in grado di offrire. Ne vuole sondare l’identità ulteriore, quella di una città che delude una massa imponente di persone, soprattutto artisti. “Quanti vengono qui”, dice l’artista romano, “per affermarsi a livello internazionale e poi si arenano, passando anni a vivacchiare e alla fine quando gli chiedi come va ti dicono: splendidamente, ma in realtà li vedi che sono fermi e depressi”.
Tosatti è senza pietà, ma anche senza cinismo. La sua ricerca si alimenta di letture di poeti beat e passaggi sulla bomba atomica come metafora di una volontà di potenza non sopita. Con una polaroid viaggia nelle case delle persone che incontra qui e ne fa un ritratto d’interno su cui poi batte a macchina, senza inchiostro, un estratto della conversazione avuta con l’inquilino. Il senso della conversazione si perde, i caratteri sono poco leggibili, come una voce fievole nel traffico, danno il senso di una debolezza che resiste. Tosatti non vuole spiegare i perché e i come, gli interessa dare il senso di un lento svanire: quello dei sogni di chi viene qui per abitare una città che esalta e consuma; e dove è difficile capire quando esattamente l’esaltazione lascia il posto alla consunzione. In effetti, vista così, la Grande Mela potrebbe essere la metafora della vita stessa.

Gian Maria Tosatti - Apt #102

Tornando all’installazione, Tosatti decide di riattivare uno spazio abbandonato e intimo come la “camera tipo” di un cadetto, con la sua modularità livellante, usando lo spazio e la luce per esaltare il vuoto, l’abbandono e il senso di passaggio che a New York è molto più accentuato che altrove. “La gente passa a milioni, qui, e spesso tutto quello che lascia è il segno dei mobili sul pavimento di un alloggio svuotato”, dice Tosatti. E così “disegna” il pavimento della stanza di questo dormitorio chiuso da decenni togliendo la polvere laddove un tempo c’erano il letto e alcuni mobili. Pensando alla poesia di Gregory Corso, l’effetto potrebbe somigliare all’ombra sui muri lasciata dalle persone evaporate durante l’esplosione di Hiroshima. New York come una bomba atomica: una città con un’energia immane e una forza distruttiva polverizzante. Da trattare con cautela. Tosatti non ha le istruzioni per l’uso, ma il suo progetto potrebbe dare qualche avvertimento, come nei bugiardini dei medicinali: almeno sui (non) rari casi di reazione allergica che questa città insonne può dare agli artisti.

Nicola Davide Angerame

www.lmcc.net/residencies

  • alberto camossi

    lavoro intenso e profondo, con grandi attinenze e affinità alla ricerca di Claudio Parmiggiani, un artista a cui le giovani generazioni dovrebbero rendere omaggio.

    Claudio Parmiggiani – “Delocazione” che ho realizzato nel 1970 era un lavoro nato dall’osservazione di uno spazio, un ambiente trovato all’interno di un museo, un luogo abbandonato, dove le uniche presenze erano le impronte degli oggetti che avevo rimosso. Un ambiente di ombre, ombre di tele rimosse dalle pareti, ombre di ombre, come veder dietro un velo un’altra realtà velata (…) e così via perdendosi all’ infinito, cercando un’ immagine e attraverso questa immagine il desiderio di intravedere se stessi..
    Avevo presentato questo ambiente di ombre come opera: un luogo dell’ assenza come luogo dell’anima.

    • Dulcolax

      Con tutto il rispetto per tosatti, tra lui e Parmiggiani c’è di mezzo l’oceano Atlantico. L’opera di Parmiggiani possiede una potenza filosofica immensa, tale (ad es.) da renderla materia di studio da parte di uno dei più importanti filosofi mondiali (Nancy).
      Tosatti è un bravo giovane che deve ancora maturare.

  • hm

    ma entrare in una catacomba romana se si è dei feticisti di polvere e aria stantia no? in ogni caso io qui vedo solo un lavandino rovesciato very duchampcool boh

    – Chi giunge qui, oggi come all’epoca di Ellis Island, sta inseguendo il proprio sogno –

    sì con la differenza che chi giunge lì oggi (NON COME ALL’EPOCA DI ELLIS ISLAND NE’ DI MADONNA, WENDY O. WILLIAMS E I TELEVISION) è già sfondato di soldi, precisazione necessaria .

  • Luca

    Tosatti lo sappiamo è oltre gli eccessi sopravalutato.

    Il lavoro non c’è, ci sono solo le parole che lui usa per “abbindolare” i critici. La cosa terrificante è che ci riesce. Terrificante per i critici che lo ascoltano perdendo davvero di vista la concretezza all’interno dell’essere artista e non fare l’artista.

    Inoltre cita e giudica la gente depressa… e lui è il primo ad esserlo.

    • Luca Neri

      Ma che commento è?
      A parte il “sopravvalutato” che sinceramente mi sembra fuori luogo per un artista che mi pare stia facendo la sua strada solo grazie al proprio lavoro al di fuori dei giri blasonati del sistema… e questa mi pare già una cosa abbastanza rara e apprezzabile, perché vuol dire che l’attenzione che ha se l’è conquistata col lavoro e non con altro.
      Dopodiché io questo lavoro non l’ho visto quindi non posso giudicare nel merito, però dire che il lavoro non c’è mi sembra del tutto incomprensibile.
      Il lavoro c’è eccome. L’articolista lo ha descritto e attraverso le foto per quel che si può capire, mi pare che ci sia una resa formale molto rigorosa e precisa. Poi è chiaro, senza essere lì dal vivo il lato emozionale non so quale possa essere, però sinceramente avendo visto qualche opera di Tosatti, in generale la sensazione emotiva è sempre molto forte…
      E per il resto se c’è qualcuno che riesce a tenere banco a parole vivaddio…. almeno dimostra di essere un artista che sa lucidamente cosa sta facendo… ma l’avete mai sentiti parlare certi artisti super coccolati e di cui spesso si parla qui nei commenti? Parlano come Lorenzo di Guzzanti e i critici giù a dire che sono carini….. Ma un artista mica è un peluche!! Carini un cavolo!… gli artisti devono saper spiegare il proprio lavoro e devono pure essere convincenti quando lo fanno… mi pare che un certo Duchamp sia già stato nominato, no? Ecco…. non dico che dovrebbero essere tutti così, ma….

  • Gaia

    Io questa mostra l’ho vista. A parte l’isola che è incredibile, un luogo fuori dal tempo che guarda il distretto finanziario di New York, ma l’installazione è veramente potente e delicata al contempo. Chi ha fatto la (bella) recensione non ha scritto che il lavandino capovolto gocciola costantemente a terra scandendo il tempo con un rumore ossessivo, finchè non allaga completamente la stanza cancellando anche quelle poche tracce di una presenza umana.
    Bel lavoro davvero. Bravo Tosatti.

  • stefano

    ma quanto sei presuntuoso Tosatti?

  • Gianfranco Bombaci

    Bellissimo. Molto bella l’installazione, molto affascinante il lavoro sulle polaroid. Continua il mio interesse nei confronti di Tosatti, che fino ad oggi non ha mai deluso le mie aspettative. Anche perché vede le cose come stanno, senza costruirci sopra fumose e vuote teorie. E lo dice anche, con disarmante semplicità e schiettezza, mai come oggi qualità da apprezzare. Ahimè sono un architetto, e vedere disegnata una pianta con la polvere, la trovo una cosa emozionante, anche attraverso delle semplici foto. L’idea poi che il gocciolio di un rubinetto (forse superfluo il suo rovesciamento…) cancelli tutto, mi apre la mente a mille riflessioni, narrazioni, sentimenti.
    Non è forse questa l’arte?

  • io direi che bastano le foto, il testo sembra una stampella. Lascerei stare anche la retorica di chi arriva a NY e rimane deluso; questo non emerge dalle immagini che invece, da sole, spingono ad una ricerca in tensione. Un quasi vuoto che ti spinge a lavorare su i particolari. A porti il problema di esserci/non esserci.

    Rimando a questo progetto che mi sembra abbia tratti comuni:

    http://whitehouse.splinder.com/post/23951100/_

  • riccardo

    Le opere rimangono nel tempo. Mi dite se tosatti ha mai fatto una vera opera?quelle sono scenografie che a teatro le fanno costantemente …ve ne rendete conto? andate mai a teatro?
    Purtroppo siamo in un periodo storico in cui i critici, i quali dovrebbero essere il remo della barca, non sanno nemmeno dove andare perche’ fondamentalmente non capiscono un cazzo abbindolati dal sistema e dalla gente potente che dice: pero’…bravo lui….e subito combinano mostre…inutili come questa.
    Secondo voi e’ una mostra questa? chiunque puo’ sfogare le proprie pippe mentali se gli danno l’opportunita’….qual’e’ il lato progettuale di una mostra del genere, le foto sicuramente rendono di piu’……e poi basta con assenza= essenza ….stupiteci, non accontentiamoci di chi crede di essere un’artista e prende in giro la gente abbindolandola con parolone. una volta questa era retorica, ma in questo caso presunzione.

    • Marzia

      Concordo con Riccardo. Definire questo un “lavoro” è pura presunzione. Tostati è sopravvalutato di brutto.

      • Emilia Giorgi

        Ma soprattutto, sopravvalutato da chi? Esempi di sopravvalutazione, please…

        • Marzia

          Ma esempi di cosa? Tosatti sa impiastrare le persone di “parole” anzi chiacchiere. IL LAVORO NON C’E’!!! Basta con questa stronzata! Non è neppure lontanamente una brutta copia di Mike Nelson o chiunque altro lui voglia COPIARE e non è solo per il fatto di copiare che se ci riuscisse sarebbe la sua salvezza. Fa un lavoro che non STA IN PIEDI!!!

          Lo volete capire?

          è chiaramente raccomandato

          ma non me la prendo con lui quanto con i CURATORI cazzo.

          • SAVINO MARSEGLIA (artista)

            I VINCITORI DI PREMI, SPESSO CADONO RAPIDAMENTE NELL’OBLIO !

            Marzia, questi premi assomigliano tanto a riti funebri che recitano il requiem all’artista resuscitato dal oblio. Il grottesco sta che l’artista viene celebrato dalla giuria sul catafalco ornato di forme e segni inesistenti.

            E’ l’evidenza su cui si può provare che le giurie hanno generalmente il potere di eliminare qualsiasi opera considerata sospetta, viva o semplicemente sovversiva.

            D’altro canto come diceva Man Ray: “SPESSO I VINCITORI SCELTI DALLA GIURIE CADONO RAPIDAMENTE NELL’OBLIO”.

  • Emilia Giorgi

    Premesso che un artista così come un’opera si può apprezzare o meno, però mi chiedo: per rendere le critiche utili ad un dibattito dinamico, non sarebbe giusto firmarsi con nome e cognome? Altrimenti potrebbe sembrare solo un’inutile cattiveria, e io sono certa che non può essere ridotto a ciò il vostro interessante contributo, luca e stefano…
    Per il resto, direi che è impossibile commentare/giudicare un’opera di Tosatti senza caderci dentro, e se è così fortunato da saperla anche accompagnare da discorsi appropriati, buon per lui, no?

  • curatore spagnolo abbindolato

    Cari sostenitori di un Tosatti sopravalutato…

    forse non sarà il suo lavoro più riuscito, dico forse perchè senza entrare, sentire e perdersi nei labirinti mentali che crea generalmente, è impossibile e vuoto apportare qualsiasi critica o commento…tuttavia:

    – l’identità dell’individuo e gli enigmi che la definiscono…avete ragione sono sopravalutati
    – l’identificazione degli archetipi è sopravalutata….anche qua
    – la connessione fra segno artistico e architettura… figuriamoci
    – del rapporto fra segno artistico e paesaggio urbano… non ne parliamo
    ecc
    ecc

    Se per artista sopravalutato intendiamo uno che studia da una vita, che si documenta e che ci riflette prima di fare un lavoro, invece di sparare la prima cazzata autoreferenziale che gli passa per la mente come opera, allora sì, Tosatti è sopravalutato….

    Se per artista sopravalutato e raccomandato intendiamo uno che non ha mai lavorato con gallerie, e non per mancanza di necessità, bensì per decisione concettuale legata al proprio lavoro invece di vendersi al miglior offerente, allora sì, Tosatti è sopravalutato….

    e se per artista sopravalutato intendiamo un artista con cui si può parlare, discutere, arrabiarsi, litigare, mandarsi reciprocamente a quel paese quasi quotidianamente per poi tornare il giorno dopo a continuare il dialogo con nuovi sviluppi, invece di arrivare a fare uno studio visit e percepire il vuoto mentale più assoluto, allora sì, Tosatti è sopravalutato….

    Presuntuoso, prepotente ed egocentrico, ma sicuramente uno degli artisti più interessanti almeno a Roma degli ultimi anni

    • hm

      – invece di sparare la prima cazzata autoreferenziale che gli passa per la mente come opera –

      chi ha veramente le palle fa arte autoreferenziale . non parla di altri che lasciano tracce di polvere né si mette a fare la colf degli stessi ‘togliendo la polvere laddove un tempo c’erano il letto e alcuni mobili’ . oppure parla di altri per parlare di sé stesso .

      • hm

        ma poi il lavandino messo all’incontrario perchè fa figo che non c’entra un cazzo col resto? lol tutta la poetica dimessa della colf servizievole che osserva la tracce di polvere e poi mi metti un lavandino all’incontrario per ricordarti quanto sei cool? nono non ci siamo .

      • curatore spagnolo abbindolato

        ma in questo caso la polvere e la sua mancanza o lo stesso lavandino rovesciato sono elementi dell’identità dell’artista, del suo vissuto, che si proiettano….non confondiamo autoreferenzialità con identità privata o proiettata…..chi fa la prima fa ridere perchè ne rimane incollato alla propria opera per sempre e essa parla solo di se, chi fa la seconda mi incuriosisce perchè a certo punto l’opera si proietta nell’altro e mi parla di me….

        • hm

          autoreferenzialità e identità privata possono anche collimare, non vedo quale sia il problema . mentre il fatto che un lavandino rovesciato sia un elemento di identità dell’artista fa un po’ ridere (non credo tu o qualcuno si faccia la doccia col lavandino rovesciato alla mattina), è una simulazione di archetipo vintage cool e basta .

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          E’ un’illusione che affidarsi alla polvere e alle gocce del lavandino rovesciato, si

          possa d’are anima e voce ad un opera morta nel linguaggio? Ill tentativo che

          fa Duchamp con la polvere nel grande vetro ha una sua giustificazione linguistica…

    • Gianni

      Caro curatore Spagnolo, che sappiamo chi sei perché l’unico che parlerebbe di autoreferenzialità come un coglione perché qui non si tratta di autoreferenzialità ma proprio che IL LAVORO NON C’E’ e voi curatori siete chiaramente degli incompetenti.

      Gli artisti veri “espongono” meno di Tosatti. Lui ci riesce per la parlantina del cazzo e la gente che riesce ad arruffianarsi. Infatti i commenti che lo sostengono sono da parte dei suoi AMICI.

      Questo fa ridere.

  • Luisa Bruni

    Bravo Gian Maria!!!! Bellissimo!
    ..e parlo vedendo solo le foto, posso immaginare dal vivo avendo vissuto alcune tue opere!

  • C’è un po’ di retorica spicciola; anche su questi vuoti…ok le traccie di chi c’ha vissuto…ma con la moda di mostre in luoghi in disuso, le macchie, macchiette e oggettucoli-traccia si sprecano. E poi perchè non pensare che le persone che hanno lasciato questi apartaments, non siano andati in luoghi migliori?

    A mio parere ritorna pesantemente il problema dei contenuti nella giovane arte. Tutti sanno che il re è nudo (pure Artribune) ma nessuno osa dire niente, per sperare di tenere in vita un sistema ed un indotto patetici, che tentano ogni giorno di gonfiare il valore delle cose e delle opere alla maniera della Parmalat. Non si capisce che un approccio più rigoroso migliorerebbe la situazione, sia economicamente sia dal punto di vista della qualità.

    luca rossi

    • curatore spagnolo abbindolato

      Il re è nudo, l’arte è morta, il sistema dell’arte, la crisi, dopo l’arte povera in Italia non si è fatto niente di decente, non esistono le mezze stagioni….e via dicendo….

      Non credo che il problema sia dei contenuti, anzi ce ne sono troppi, non ho visto altro paese in questo momento storico con una tale ricchezza dei contenuti nei giovani artisti…..credo piuttosto che il problema sia della mancanza di etichette per capirli…una mancanza che sentono solo i critici, i quali non sono in grado di avere una visione d’insieme di ciò che sta accadendo e invece di riflettere su un corpus teorico in grado di analizzare lo status attuale dell’arte italiano, preferiscono ancorarsi a un passato di cui sinceramente non se ne può più o peggio ancora offendere (non criticare) qualunque cosa si faccia nel presente….

      -un approccio più rigoroso migliorerebbe la situazione, sia economicamente sia dal punto di vista della qualità.- certamente e sicuramente la prima…..se solo in Italia le gallerie, i musei, i curatori e i commentatori delle riviste avessero un minimo di coraggio in investire il proprio tempo negli artisti italiano invece di continuare l’approccio esterofilo per cui il primo che arriva con nome anglosassone è sempre migliore….

  • Caro Gian Maria

    io rispetto e apprezzo questo tuo grande lavoro. Ma da queste immagini non emerge questo tuo lavoro preparato e faticoso. Fai piuttosto un video dentro queste stanze dove guardi in camera e racconta tutto quello che mi hai scritto nella mail che mi hai mandato. Parla in italiano. Metti realmente in difficoltà il sogno americano, partendo da un linguaggio che loro non possono capire, perchè non lo capiranno mai. Perchè lo sappiamo benissimo come funziona il sogno americano, e per molti invece funziona (vedi Cattelan), allora? Cos’ha più valore il funzionare o il non funzionare? Forse non è che “non funziona” per stupidità e per incapacità? Ecco perchè il tuo ragionamento risulta retorico.

    Se fai il giovane artista i contenuti invece ti devono interessare ECCOME. Tu c’entri ECCOME.

    Posterò questa mia risposta anche su Artribune, dando per scontato che le persone si immaginino la tua mail privata (se lo ritieni posta tu l’intensa e-mail che mi hai mandato).

    Luca Rossi

    • Caro Luca,
      Ecco, adesso ci siamo. Mi chiami in causa direttamente e io posso darti delle risposte dirette.

      Sulla prima questione ti rispondo che sono pienamente consapevole che le immagini non riescano a rendere il senso complesso dell’opera. D’altra parte ti ho spiegato, e spero che un giorno potrai farne l’esperienza dal vivo, che nelle mie opere l’aspetto “visivo” è solo una parte del lavoro. Ci sono poi molti elementi sensibili che vanno dalla qualità dell’aria (infinitamente modificabile) al suono, eccetera, che sono molto difficili da documentare. E’ per questo che per giudicare un’opera bisogna averla vista dal vivo. Ma questo vale anche per la pittura (pensa alla irriproducibile matericità di certe pennellate), o addirittura per la fotografia stessa (perché il supporto fa una grande differenza).

      Detto questo non credo di dover fare un video capace di spiegare bene la mia opera. L’opera si spiega di per sé. Però chiaramente si deve vederla se se ne vuole parlare. È fatta per quello. Sarebbe ben strano che un pittore facesse un quadro e poi facesse un video per documentarlo. Ma anche il teatro non è rappresentabile in video e a dirla tutta non è nemmeno interessante. Il video è un linguaggio indipendente. Non bisogna fare confusione. Si può fare una video-documentazione come anche una foto-documentazione, ma senza pretendere che possa essere esaustiva. Ci sono opere, nell’architettura classica e moderna, basate sull’illusione ottica. Le puoi fotografare, ma non potrai mai “coglierle” con quel mezzo. Il mio lavoro ha alla sua base uno spostamento della percezione del tempo da una impostazione lineare a una bergsoniana. La timeline forzata di un video rende questo elemento di per sé irrappresentabile. Ma ripeto, la mia preoccupazione come artista dev’essere quella di fare l’opera, non di pensare a come documentarla. La documentazione è affidata poi ad una combinazione imperfetta di immagini e racconti o analisi di chi ha visto l’opera.
      Tra l’altro è assai usuale che molti critici quando vedono per la prima volta una mia opera dal vivo dicano: “ah… ma io non avevo capito che fosse così”. Questo pone dei limiti forse al concetto di riproducibilità tecnica applicato alle mie opere, ma che problema c’è. Mi pare che l’arte sia andata avanti per diversi millenni senza poter essere riprodotta. E ripeto, a tutt’oggi se vuoi andare a vedere la Cappella Sistina vai in Vaticano… non ti accontenti di vederla in foto…

      Terza cosa: la mia supposta polemica sul “sogno americano”. Beh vedi, non credo che tu abbia interpretato bene ciò che ti ho scritto. Mi muovo nell’orizzonte di una identità culturale che è tipicamente americana, ma che è anche diventata globale, questo è vero, ma il mio lavoro non è un lavoro che polemizza. Io registro la realtà, costruisco specchi di sintesi. Voglio dire che le mie opere sono macchinari che riescono ad inserirti all’interno di una struttura attraverso cui potersi cogliere nel presente con una certa lucidità. Il mio obiettivo non è dunque “il sistema americano”, ma le persone che ci vivono dentro. Tutta la mia ricerca si basa sull’identità. Dunque non mi interessa se “funziona” o non “funziona” il sogno americano. Mi interessa scolpire la sagoma di quelli che ci vivono dentro e animare quella sagoma di tutte le loro proiezioni, che sono poi appunto il compendio dell’identità di una generazione. Mi interessa come gli accidenti, la realtà, la Storia, si riflettono sull’uomo. Alla fine è la dimensione intima del percepire sé stessi e gli altri che mi interessa. Se scelgo circostanze emblematiche, come New York e il suo caos di solitudini, è solo perché il mio esame autoptico risulta più praticabile perché in luoghi e momenti particolari i nervi sono scoperti e dunque tutto è più visibile, quasi esemplare.

      Quarta cosa: io NON “faccio il giovane artista”. Non vedo come si possa “fare il giovane artista”. O meglio lo vedo. Ci sono un sacco di ragazzi figli di papà che siccome non hanno bisogno di lavorare “fanno i giovani artisti” perché è meglio di non fare un cazzo. Ma lì non stiamo parlando veramente d’arte, e dunque non intendo considerare questa circostanza nell’ambito di un discorso serio. Io sono un artista. E a dir la verità non mi sono mai considerato giovane. Non perché non lo sia stato (oggi ho 31 anni, quindi mi sa che la parola giovane non mi appartenga più molto), ma perché questo aggettivo non vedo cosa possa aggiungere o specificare rispetto al lavoro.

      Quinta cosa: te l’ho detto che i contenuti mi interessano, mi interessano e come. Ti ho riempito una mail di contenuti che attengono al mio lavoro. Come fai a dire che non mi interessano? Tutta la mia ricerca si basa sui contenuti ai quali poi devo dar forma. Ti pare che non sia così.

      Però a parte tutto, davvero, spero ci sia prima o poi un’occasione in cui ci si possa incontrare sul campo… voglio dire che tu possa vedere una volta una mia mostra dal vivo, di modo che poi magari tu possa dire, come è successo tante volte “ah… ma io non avevo capito che fosse così”…. E poi da quel momento ci si intenda meglio.

      • Stai diventando come Cristiana Curti: più sintesi.

        perchè modifichi anche l’aria?

        Io credo che si debba prendere sul serio anche una dimensione filtrata e documentata. Perchè se non lo facciamo, finiamo per subirla. Il tuo lavoro dovrebbe lavorare anche sul documento. Se ci pensi tutta la comunicazione (giornali, tv, internet) è basata sul filtro e non si può avere paura del filtro. Questo non toglie che dal vivo ci siano più livelli di fruizione.

        Ho capito che il sogno su cui lavori è universale. Ma risulta retorico, soprattutto se non lo formalizzi nell’opera. Possono sembrare uffici dismessi, semmai per andare in un posto migliore….questa visione necessariamente malinconica mi sembra pretenziosa…

        Ma i contenuti li hai. Il problema è la formalizzazione. L’arte rispetto ad un libro ha il vantaggio di trovare prototipi che permangono di più, ma è molto difficile formalizzare. Tu puoi avere tutti i contenuti del mondo (e nell’era wikipedia è anche facile) ma l’arte richiede sintesi e incisività.

        luca rossi

        • Luca, della documentazione non ho paura… però ripeto, una cosa è l’opera e un’altra la documentazione. E ripeto, ci sono elementi che possono essere documentati solo a parole. E ci sta che certe opere abbiano una dimensione complessa e dunque difficile da documentare solo con immagini.

          Modifico l’aria perché i miei lavori hanno un impianto strutturale che attiene anche all’esperienza sensoriale. Nelle mie opere ci si entra dentro, dunque con esse si genera un attrito fisico. Se questa è la circostanza data allora bisognerà lavorare nei dettagli di questo attrito, tutti i dettagli.

          Che i contenuti non siano formalizzati nell’opera lo dici tu basandoti su delle immagini che io per primo ti dico non possono essere esaustive. Chi ha visto l’opera come Nicola Angerame, ha scritto chiaramente che la formalizzazione c’è eccome. A parere di chi ha visto l’opera dal vivo pare che sintesi e incisività ci siano. Ora io che devo fare, devo dare invece per buona la critica tua che si basa sulle foto invece di quella di Nicola e o delle tante persone che qui sono venute a vedere la mostra e che con la loro reazione mi hanno dimostrato che l’opera andava dritta al punto?

          Mica dico che non sai leggere un’opera. Ci mancherebbe. Però se parli di “pretenziosità” mi pare che sia piuttosto “pretenzioso” avanzare una critica nel sul mio modo di formalizzare i contenuti, basandoti su un’opera che non hai visto.

          • Ok, non l’ho vista. Ma cosa c’era oltre a queste camere vuote con piccoli dettagli che hai aggiunto tu? Perchè quell’atmosfera è perfettamente immaginabile. Almeno io ci riesco.

            lr

          • Scusa Luca Rossi ma una frase come ” Perchè quell’atmosfera è perfettamente immaginabile. Almeno io ci riesco” non e’ veramente da te!!! E da quando in qua tu o chichessia puo’ “immaginare” non “un atmosfera” ma “quell’atmosfera’ ? Perche’ non riconoscere molto umilmente e semplicemente che le tue critiche non sono all’opera di Tosatti ma all’idea che te ne sei fatta da quattro foto e da una (sia pur ottima ma ovviamente succinta) descrivsione prima di Nicola e poi di Tosatti)?

      • Davide W. Pairone

        Tosatti, non perda tempo con Rossi che come interlocutore lascia alquanto a desiderare. Tanto le risponderà in termini di sistema, tanto è vero che non ha saputo intravedere nel contenuto altro che una critica al sogno americano mentre risulta abbastanza evidente che il focus sia sull’individuo (seppur astratto, dematerializzato e quindi in qualche modo “socializzato”).
        Comunque la distinzione forma-contenuto contrapposta al documento mi sembra un po’ grossolana, anzi: si potrebbe dire che già la forma (la pennellata o qualsiasi famigerata “resa dal vivo”) è documentazione di un atto creativo e ciò che interessa in un’opera è ciò che di immateriale è in essa. L’artista dovrebbe essere interessato a preservare questa scintilla tutelandola anche a livello della ricezione, accertandosi che venga riprodotta e trasmessa nel modo più accurato possibile, eventualmente deve anche evitare fraintendimenti parlandone. La bellezza autoevidente è una mistificazione romantica

        • Davide W. Pairone

          mi devo ricredere, Rossi non ha divagato su questioni di sistema

          • mi sono impegnato a tenere Rossi nel merito della questione… gliel’ho chiesto espressamente…. eheheheh

        • In termini di sistema??? Ma come parli? Del sogno americano parla l’articolo e l’artista non io. Manca che salti fuori l’alienazione dell’individuo poi siamo a posto….

          Colgo una certa retorica del vuoto….di cui parlava warhol negli anni 60….con le confezioni di zuppa liofilizzata…..

          • Davide W. Pairone

            …disse il maestro universalmente riconosciuto della supercazzola. Colgo qui, colgo là, alla fine è solo la retorica del frustrato a cui non piacciono le macchie e i vuoti altrui ma nei propri ci sguazza

      • Bella risposta Tosatti: chiara completa esaustiva. Se posso permettermi accetta i miei complimenti. Sopratutto vorrei sottolineare, tra tutte le cose serie importanti e chiaramente “sentite” della tua risposta, un punto che, troppo spesso, pare essere totalmente dimenticato (o forse sconosciuto?) a tanti (anche a qualcheduno che passa per “autorevole”) : un lavoro deve essere visto dal vivo !!! Giudicare un’opera su foto, video e documentazioni e’ semplice e pura, demenza. E’ evidente che potevi fare un video, come potevi scrivere un libro o comporre un’opera lirica ma se hai scelto di fare un’installazione e’ questa che va’ giudicata e per farlo bisogna necessariamente “starci dento” e magari per un po’ e magari piu’ d’una volta. Spero di aver presto l’occasione.

        • rispondo a Luca e a Luciano in questo messaggio perché sotto all’ultimo di Luca non mi fa rispondere, ma comunque il tema della risposta è lo stesso….

          Luca mi invita a dire cos’altro c’è nell’installazione oltre ai piccoli dettagli che ho aggiunto io. Il fatto però è che io non ho aggiunto piccoli dettagli, ma ho compiuto una riscrittura percettiva dello spazio. La risposta dunque è che non c’è niente al di fuori di essa. Neppure lo spazio stesso, perché è la scelta operata dall’artista che fa di quello spazio qualcosa di esistente per il visitatore. Quando ho trasformato un’idrovora in un hangar d’aereoporto o una torre idrica in una torre radio l’identità precedente dello spazio non era più né visibile né importante. Dunque al di là dei miei interventi non c’è niente, neppure ciò che c’era prima. Ma l’opera è proprio quella.
          Mi dici che un’opera si può immaginare. Certo, ma anche un quadro si Chagall si può immaginare se ti dico che c’è un bove bianco e due sposi che volano, ma poi vederlo dal vivo è ciò che rende Chagall un maestro. I altrimenti ogni artista sarebbe uguale ad un altro.

          • hm

            – ma poi vederlo dal vivo è ciò che rende Chagall un maestro. I altrimenti ogni artista sarebbe uguale ad un altro. –

            spero che tu stia scherzando . non se ne può veramente più della retorica del vedere o meno dal vivo un’opera nell’era di internet, cambiate disco perchè c’è gente che compra arte direttamente su internet e non si pone i vostri problemi giurassici . se fai un videogioco allora hai bisogno di vederlo dal vivo, se vedi un film hai bisogno di vederlo dal vivo o sei dentro un’esperienza immersiva totale perfetta? e il 3d nell’animazione? hai bisogno di vederlo dal vivo? dai su cambiate argomenti che il patetimetro sta impazzendo .

          • mmmmmmmmmm

            Riscrittura percettiva?

            Su questo sono (incredibilmente) d’accordo con HM: un buona opera non può
            avere paura del filtro della comunicazione.

            Per esempio: le opere di Cattelan iniziano ad agire ancora prima di essere viste.

          • Dulcolax

            Perché rispondi Luca Rossi? Non comprendi che si tratta di una trappola? Quando l’autore spiega l’opera , di solito non fa che impoverirla. Gli autori dovrebbero parlare delle opere il meno possibile, che siano le opere a parlare nel silenzio! L’opera dalle foto mi era piaciuta quindi faccio finta di non aver letto… Concludo con una citazione da Dostoevskij :”È imperdonabile discutere con gli imbecilli”.

          • hm

            – Su questo sono (incredibilmente) d’accordo con HM: un buona opera non può
            avere paura del filtro della comunicazione. –

            non hai capito, non è il filtro della comunicazione ma il filtro della rappresentazione attraverso i media e della documentazione della stessa . la comunicazione e la stessa rappresentazione possono anche essere falsate se i media concorrono a non riportare la realtà seguendo il big complotto (cfr 11 settembre fake, processo di cogne, sara scazzi, amanda knox e tutta una serie di sacrifici umani nell’ombra di cui non si saprà mai nulla) . se i media non sono falsati vedere le opere attraverso di essi è perfetto, anzi diventerà la norma . cattelan lo infili ovunque come il prezzemolo ma quello che precede le sue opere è essenzialmente gossip scandalistico, è il nuovo fidanzato di elisabetta canalis . per giunta preparato a tavolino e previsto nei minimi dettagli, molto triste e scontato . aggiungo che tosatti http://www.youtube.com/watch?v=t2QeNlgiGak non ha certo paura della comunicazione vista la gioia e la perseveranza che ci mette nell’autosponsorizzarsi, mi sembra che abbia addirittura invitato tutti a vederla dal vivo perchè secondo lui qui non rende abbastanza . per me invece avrebbe reso uguale anche leggendo una descrizione senza aver visto nessuna foto . fa acqua da tutte le parti .

  • LorenzoMarras

    Tosatti , tranquillo , se hai bisogno di non farti capire ti passo volentieri delle parole in sardo cosi andiamo sul sicuro e gia’ che ci sei rendi l’atmosfera piu’ agghiacciante , che so ..hai presente la scena tratta dal film terminator.. quando l’uomo arrivato dal futuro sogna… il suo tempo ? si quelle cantine luride dove i resti dell’umanita’ sopravvivono tra i postumi delle radiazioni atomiche, bambini che inseguono topi perche’ vogliono rimediare la cena…. insomma suggerisci un qualcosa di veramente post americano. Eh dobbiamo mettere si o no in crisi i loro codici immaginativi .

    Bene sono andato Luche’? cosa ne dici della mia improvvisata analogia ?

  • Davide W. Pairone

    comunque se parlate di filtro siete ancora fuori strada, l’opera E’ la documentazione

  • Ecco Luca, hai detto bene…. le opere di Cattelan funzionano ancora prima di essere viste.
    Le mie fortunatamente funzionano in modo del tutto diverso, perché non c’è artista che senta più di stante al mondo di Cattelan. L’arte è una cosa… la comunicazione un’altra ancora. A me interessa la prima. Sarà perché faccio l’artista e non l’impresario. (Poi comunque massimo rispetto per Cattelan che è un buon artista per questi tempi).
    Dopodiché voi fatevi bastare le foto sui libri. A me piace ancora provare la vertigine della Cappella Sistina dal vivo, del teato visto dalla platea, del concerto ascoltato in sala. E fidatevi che per un Simone Martini, un Anselm Kiefer, un Caravaggio, non c’è riproduzione che tenga….

    • Francesco

      Forse è per questo che fai girare brutte foto delle tue opere?

  • riccardo

    caro tosatti
    vorrei intromettermi…….
    ma ti rendi conto cosa dici?
    non ce la fai a convincere le persone che conoscono l’arte contemporanea… sei oppressivo e vuoi per forza convincere. basta…non hai opere, non c’e’ arte e la documentazione di quello che vorresti fare non basta.
    credo che il tuo lavoro si basi sul “convincimento”. lavora su questo non sul finto mistico che vorresti avere ma non ci sei riuscito.
    ti consiglio di provare a fare il curatore

  • riccardo

    dimenticavo un altra cosa:
    chagall mi fa schifo..

  • piero g.

    egr; Luca Rossi non entri in queste discussioni inutili parlando di questo artista, potrebbe sputtanarsi. un consiglio

  • Luca Rossi

    Le opere di Cattelan funzionano prima, durante e dopo. E ci sono piu’ livelli, ed anche quello della comunicazione; esattamente come accade per il tuo lavoro qui’ sopra. Ma non si tratta di dire mi piace , non mi piace Cattelan; quanto il percorso dell’artista X e’ coerente nel tempo, e dialoga con il presente e la storia. Detto questo Cattelan può anche non piacermi, non c’è mai ammirazione ma ingegno e rispetto nel giudicare l’arte.

    Gian Maria, cosa c’è in queste stanze? Hai lasciato delle tracce? Il vuoto dell’uomo contemporaneo? Non si tratta forse di una semplificazione retorica? Qual’e il tuo “pennello”?

    Grazie

    • Il rispetto per Cattelan, pur sentendolo molto lontano, l’ho premesso. Andrò anche a vedere la mostra che inaugura al Gugghenheim nei prossimi giorni.
      Rispetto alla domada che mi fai Luca, nelle mie stanze non c’è il “vuoto dell’uomo contemporaneo”, questo sì sarebbe un pochino retorico… o ancora peggio “generico”. Quello che ho cercato di metterci dentro è ciò che resta dei diversi “pieni” degli uomini contemporanei. Ho lavorato e sto lavorando su storie che si somigliano, di persone che hanno sogni, hanno un luogo da dove vengono, un luogo verso cui sono diretti e che a volte è incerto e un momento centrale che è il presente in cui restano impresse le tracce che lasciano al loro passaggio. Le stanze su cui sto lavorando sono luoghi porosi che assorbono per un po’ tutti i sogni e i ricordi che uno porta con sé in questo arcipelago di solitudini che è New York. Sono immagini ed oggetti del nostro passato che ci restano attaccati con i denti e pure sono quasi invisibili, le vediamo solo noi, ma poi ne restano tracce “in negativo” nel modo in cui costruiamo i nostri spazi vitali. Portiamo tutto questo nel guscio temporaneo di un appartamento, che di solito qui è impersonale, perché a New York si cambia spesso. Chi viene qui riempie le sue stanze con ciò che è. Poi quando se ne va l’appartamento resta di nuovo vuoto. Chi se ne va spesso torna indietro al punto di partenza. E quello che accade è che negli anni che uno passa in questi appartamenti, lentamente vede sfumare i suoi progetti, ma quasi non lo confessa nemmeno a sé stesso. Si fa sempre più zitto. Il tempo gli scivola addosso. Finché non sommerge completamente i resti di questo naufragio. Ma non è di una tragedia che sto parlando. Parlo della quotidianità qui a New York. Di persone che conosci e che per un motivo o per un altro, da un giorno all’altro spariscono, perché hanno finito la benzina. In questo periodo di crisi economica tutto questo si è accentuato. Certamente in una città come questa il ricambio è continuo e visto da una certa distanza nulla sembra cambiare, ma ogni giorno ci sono sempre più persone che non rispono all’appello del mattino tornando a perdersi nei villaggi di un paese sconfinato o nei paesi d’origine. E forse è proprio perché siamo in un momento come questo, mi interessa molto di più chi scompare rispetto alla matricola che è pronta a rimpiazzarlo. Così ho preso un palazzo. Un luogo qualsiasi, del tutto anonimo, che potrebbe stare ovunque a New York, un palazzo di appartamenti, di monolocali, e ho cercato di congelare per un istante cosa resta di una persona qualsiasi che se n’è appena andata, da uno dei diversi appartamenti che affacciano sui corridoi e sugli spazi comuni. Ci sono le tracce dei mobili rimossi e un lavandino che sembra più un ricordo che non una cosa reale. Il motivo per cui è capovolto è che ho lavorato su una divisione del piano reale dal piano dei sogni e ricordi che quando siamo a letto proiettiamo sullo schermo bianco del soffitto e che appunto diventa la terra di quelle immagini e dunque il pavimento per il lavandino. Ma poi, come sai quello che è nel passato, ovverosia la propria storia (il lavandino è un oggetto che mi riguarda personalmente) ricade sempre sul presente. A volte lo vincola. E così a rompere questa distinzione di piani c’è questo gocciolare continuo che scandisce il tempo e lo attraversa, lentamente allagando l’appartamento, cancellando anche quelle poche tracce di un passaggio esistenziale. Dopodiché esci dall’appartamento e torni nelle zone comuni del palazzo, e tutto è quasi normale. Gli altri appartamenti sono chiusi, plausibilmente abitati, e i corridoi sono puliti.
      Ovviamente fra questi ambienti ci sono dinamiche tecniche di connessione che attengono all’uso della luce, della grana dell’aria, e che generano una specie di differenza di pressione fra l’appartamento vuoto e il resto dello spazio. In questo modo si ha l’mpressione fisica quasi di venir risucchiati dentro l’appartamento vuoto, come appunto si viene risucchiati nel sogno di qualcun altro. Ma poi standoci dentro ci si accorge (così hanno detto anche i visitatori) che il sogno potrebbe anche essere il nostro. Che in fondo questa stanza non è che uno specchio della stanza che abitiamo dentro noi stessi, coi suoi conti pagati e con quelli ancora da saldare.
      Questo è quel che c’è in questa installazione. Visto che me lo hai domandato più volte te l’ho spiegato a parole. Ma continuo a dire che una spiegazione a parole non vale mai come l’esperienza reale, in cui tutto ciò che io ti spiego concettualmente è invece molto più sinteticamente definito da una combinazione di sensazioni. E in questa differenza c’è tutto ciò che passa fra l’arte e la cronaca.
      Capirai dunque perché non trovo poi tanto interessante mettere giù a parole qualcosa che non è nato per essere verbalizzato, ma per agire attraverso un altro linguaggio.

      Detto questo chiudiamola qui, perché mi sa che a questo punto abbiamo stancato anche il tizio che si firma con dieci pseudonimi diversi e che però dice sempre le stesse cose… eheheheh

      • ” E in questa differenza c’è tutto ciò che passa fra l’arte e la cronaca. …non trovo poi tanto interessante mettere giù a parole qualcosa che non è nato per essere verbalizzato, ma per agire attraverso un altro linguaggio.”
        Assolutamente d’accordo, non si sarebbe potuto risponder meglio!! Spero davvero di aver presto occasione di vederti e vedere il tuo lavoro.

  • Cristiana Curti

    Tre realtà: Gaia è l’unica che ha visto l’installazione di Tosatti (gradendola) e ne ha percepito le caratteristiche che l’artista descrive nelle sue note; la maggior parte dei commentatori avversa Tosatti a causa di una probabile malcelata invidia per le sue proprietà oratorie (e scrittorie) che gli permettono di accompagnare le sue imprese con pertinenza e attenzione, quindi l’avversione è frutto di questioni del tutto personali che non hanno a che vedere con la poetica dell’artista; Artribune è ormai la succursale dei lucarossi che riportano in diversi blog “a gettone” sempre lo stesso vocabolario (comincio a pensare che la formula “sono uno spettatore” sia reale, forse lucarossi sono i diversi curatori che si fingono spettatori attingendo da quell’unico bignami: nell’era delle tesi compilate con wikipedia – e quindi del cursus edulcorato – una cosa del genere è più che plausibile). E’ un peccato perché l’unico fra i diversi che probabilmente ha fatto qualcosa di “vero” è sepolto da un mare di pochezza. Ed è un peccato che, lentamente, un sito come Artribune in origine libero da vincoli come questi (addirittura attraverso gli interventi frequenti e anche poco temperanti dei redattori e collaboratori, che possono non piacere, ma decisamente lo collocano fra i commentari più “identificabili”) si stia facendo colonizzare dal pensiero unico di uno/molti. Senza neppure avvertire noi lettori che sono “consigli per gli acquisti”.
    Ci sarebbe da discutere se sia giusto o meno. Comunque, mai impedire la parola a qualcuno. Almeno, però, si potrebbe intervenire evitando di fare spot commerciali pro domo mea…
    Infine, vorrei proprio che, per una volta, gli “amici” di Tosatti (che qui vengono stigmatizzati perché lo apprezzano, anzi definiti “amici” – come se fosse riduttivo – proprio perché lo apprezzano) si moltiplichino e, spogliati dalla timidezza che investe spesso chi legge, lo festeggino per le buone mosse statunitensi, plaudendo anche al fatto che, finalmente, qualche italiano “contemporaneo” (soprattutto nel campo dell’arte) sia conosciuto per i suoi meriti sul campo e non per le sue malefatte nel patrio suolo.
    Ultima nota, se mai interessa, quello che scrive Tosatti del suo percorso artistico e della sua installazione è molto interessante. Anche se la parola non può sostituire la visione diretta dell’opera, certamente può contribuire ad approfondire le possibiltà di percezione della stessa. Soprattutto se chi ne scrive è l’autore. Obrist e le sue interviste insegnano che forse, oggi, per un critico e per il pubblico, è una delle vie più dirette e chiare.
    Infiniti, in Occidente, sono i libri sull’arte scritti dagli artisti a partire dal Rinascimento. I Grandi (che qui si citano in continuazione – e giustamente – per le loro osservazioni che hanno costruito i manifesti dei movimenti o le molte teorie estetiche da cui attingono tutti, artisti, studiosi e pubblico) in genere sono i migliori speculatori e più interessanti teorici, con le dovute eccezioni. Finalmente, qui, vedo una nuova opportunità di apprendere. Come in genere accade – per chi come me cerca di apprendere e non solo giudicare – con gli artisti migliori.

    • sugli artisti che scrivono ho pubblicato un articolo alcune settimane fa…
      è un tema per me molto importante…
      te lo linko se ti va di leggerlo…
      http://www.artapartofculture.net/2011/10/09/focus-on-01-new-york-ritratti-dalla-lontananza-di-gian-maria-tosatti/

      • Cristiana Curti

        Grazie mille, lo leggerò subito. Spero di poter poi approfondire, se va.

        • Davide W. Pairone

          beh stupisce che un artista così prolisso e zelante nel parlare del proprio lavoro ponga una così netta differenza fra arte e comunicazione, fra verbale e visivo, fra linguaggio e linguaggio. Da parte mia continuo a sostenere che l’arte così come noi la intendiamo esiste solo in quanto esiste un discorso sull’arte, ciò che va ben al di là di una pura descrizione o traduzione da un linguaggio ad un altro. La retorica dell’ineffabile andava bene ai tempi del grand tour ma già la cappella sistina senza il Vasari sarebbe ricoperta da una bella mano di bianco. L’arte è codice fra i codici e sulla fitta rete di relazioni fra gli stessi trova il suo senso, anche quando pretende di trascenderli. D’altra parte in un affresco si ammirano le pennellate ma poi si cercano i cartoni per ricostruirne la genesi, si cercano i documenti per stabilire le attribuzioni, si compilano le bibliografie per fare una storia della ricezione, si fotografano per documentarli (prima di facevano disegni e incisioni) e diffonderli. Insomma la cappella sistina non è arte fino a quando una serie di procedimenti linguistici non la ratificano come arte

          • Cristiana Curti

            Hai ragione da vendere, Davide. E sarebbe magnifico se si ripartisse da:
            “L’arte è codice fra i codici e sulla fitta rete di relazioni fra gli stessi trova il suo senso, anche quando pretende di trascenderli.” Un vero manifesto.

            Vorrei però sottolineare che la questione “Cattelan” che determina il soppesamento, da parte di Tosatti, del ruolo comunicativo del padovano nei confronti di quello puramente artistico è dovuto alla piega del discorso fra lui e l’interlocutore e a quella – ormai – “percepita svalutazione corale” del personaggio che ne impedsice ai più una lettura oggettiva. La svalutazione dei più corre di pari passo alla cresciuta valutazione economica, considerata come del tutto fuori luogo e eccessiva.

            Ormai, qualificare Cattelan è operazione a sottrazione: io non sono come lui, io non la penso come lui, la mia arte non è come la sua (inevitabile, spero) ma non entro neanche nella sua corrente.

            Quando Tosatti avrà 50 anni, se continua a misurarsi così bene con il pubblico, avrà sani contestatori della sua opera che, prevedo, cercheranno di attaccare il probabile risvolto colto che l’artista avrà imposto alla sua carriera, nonché a contestare (i migliori) i suoi assunti teorici, che avranno acquisito una forma codificata a propria volta, con il vantggio, rispetto ad altri protagonisti dell’arte italiana dell’inizio del III millennio, di essere perfettamente intellegibili.
            Io vorrei proprio vedere come va a finire.

          • No no… attenzione… io non sono contro la documentazione verbale o l’analisi dell’arte. Faccio solo una distinzione, che poi è la stessa distinzione che fai tu, ossia quella fra due momenti, il momento artistico e il momento che possiamo chiamare “critico” o analitico. Fra i quali c’è un rapporto di reciprocità molto importante, ma non sono la stessa cosa. Per cui la concettualizzazione, la spiegazione, l’analisi di un’opera è una risorsa essenziale perché essa sia correttamente tramandata, ma senza l’opera stessa la documentazione non potrebbe bastare. E’ come per i testi perduti dell’antichità. Sappiamo di cosa parlano, abbiamo anche delle note che ci fanno immaginare lo stile con cui sono stati scritti, ma poi non avendo la possibilità di leggerli restano solo nozione. Insomma non ci emozionano.
            La mia ritrosia era legata al parlare di un opera all’interno di un discorso che partiva dall’assunto che il racconto potesse bastare, potesse quasi esprimersi come completezza. In questo senso si crea un gioco al quale non sto volentieri. Ma è chiaro che invece tutta la parte di documentazione è importantissima. Pensa ai miei lavori che dopo la mostra si smontano e spariscono (come anche quelli di Christo o di altri). Se non ci fosse la documentazione non ne rimarrebbe niente. “Devozioni”, il ciclo di 10 opere per 10 palazzi a Roma che ha impegnato gli ultimi 6 anni della mia vita è stato realizzato in spazi che per lo più ora neanche esistono più… sono stati riconvertiti, modificati…. Con la Fondazione Volume stiamo quindi curando un catalogo che cerca di documentare tutto con grande attenzione attraverso le parole di alcuni critici e anche dei miei appunti, disegni… e poi con le immagini. Altrimenti di un lavoro così lungo e grande non rimarrebbe nulla. E anche questo lavoro di New York, a Natale si smonterà… dunque la sua esistenza sarà consegnata solo alle memorie scritte, fotografate, disegnate. Un collage di elementi che potrà consentire una ricostruzione da parte di un ipotetico lettore, ma che tuttavia non sarà in grado di dare la “sensazione” che si prova dentro l’opera. E’ solo questo ciò che intendevo. Non è una retorica dell’ineffabile, è una distinzione obbligatoria fra ciò che è un atto nella sua realtà e ciò che è una cronaca dell’atto. Come se leggi la storia della Rivoluzione Francese pensando di poter provare la stessa emozione di chi ha vissuto quei giorni di fuoco. Magari la tua visione storica è anche più lucida… ma è una cosa diversa. E’ questo che volevo dire…

          • Caro Gian Maria tu scrivi : ” Insomma non ci emozionano.” ed ancora “…non sarà in grado di dare la “sensazione” che si prova dentro l’opera…” e non solo ti comprendo benissimo ma sono completamente d’accordo con te. Il punto e’ che, chi invece ha l’approccio, il “taglio” (o spesso solo la “sindrome”) del critico non comprende o non vuol comprendere, queste semplici verita’, anzi, innoridisce di fronte all’ineffabile e lo demonizza classificandolo “retorica”, senza accorgersi che l’ineffabile e’ dappertutto, basta saperlo e volervo cogliere. Costituisce il vero oggetto della comunicazione artistica ed e’ parte, magari marginale ma ineliminabile, di ogni tipo di comunicazione.
            E’ ben evidente a tutti che la “documentazione” (e con essa le analisi critiche, gli studi e le ricerche) sono non solo importanti ma indispensabili e lo sa bene chi fa come te e come me, lavori che assumono la caratteristica di installazioni site specific e di cui , una volta smontate, rimarra’ poco o nulla (e anche se alcune parti sopravvivono con carateristiche di “opere a se stanti”, esse non avranno piu’ certo “quel significato” che gli avevi fatto assumere nell’originario lavoro complessivo). Ma detto cio’ documentazioni, analisi critiche, ricerche, studi rimangono solo tali e non sostituiscono l’opera cosi’ come non la “costituiscono” e neppure, come qualche critico e curatore sogna, la “ratificano” attribuendogli il carattere di arte, come amano pensare costotro.

          • Caro Luciano,
            in una New York coperta dalla neve ho appena fatto uno studio visit da un’artista che lavora con la luce. Le sue opere sono basate su un dialogo con la luce naturale. Chiaramente l’opera è quasi immateriale, ma non è concettuale. Mi ha mostrato dei video o delle foto. Bellissimo tutto, ma era ovvio che il lato fisico-esperienziale lì era qualcosa di difficilmente percepibile sullo schermo di un computer. Infatti, io mi sono interessato al suo lavoro dopo averlo visto dal vivo. Altrimenti poteva facilmente sembrare una specie di giochino. Comunque ripeto, una combinazione di realtà e analisi è necessaria per approfondire. E ci sta che la stessa analisi sia frutto di una combinazione fra materiali critici e materiali veicolati direttamente dall’artista, immagini, ma anche scritti, appunti… ecc….

          • ” E ci sta che la stessa analisi sia frutto di una combinazione fra materiali critici e materiali veicolati direttamente dall’artista, immagini, ma anche scritti, appunti… ecc….” chiaramente ci sta’, come ci sta’ che l’artista decida di operare in modo eminentemente “concettuale” (vedi le famose tre regole di Lorenz Weiner…anche se lui rifuta categoricamente e sdegnosamente la definoszione di “concettuale” ). Quello che mi premeva sottolineare erano tre punti, che mi pare tu abbia espresso egregiamente:

            – la comunicazione artistica ha per oggetto l’ineffabile, cioe’ cio’ che non sarebbe comunicabile con altro linguaggio.

            – l’opera va’ “vista” nelle condizioni “previste” dal suo autore, il che’ puo’ anche significare solo in fotografia o solo sullo schermo di un computer, di un cellulare o di un tablet o solo attraverso la sua descrizione verbale, se cosi’ ha pensato che la si dovesse “vedere”

            – la documentazione e’ importantantissima e potra’ persino assumere lo status di “opera d’arte derivata” (vedi i disegni e le foto di Christo) ma non sostituisce l’opera e, men che meno, le attribuisce lo status di opera d’arte.

            Ciao, spero davvero di aver presto il piacere d’incontrarti e di “vedere” un tuo lavoro dal vivo.

  • Tosatti comunque dovresti scrivere meno intorno alla tua opera perché hai il difetto di tutti i profeti dell’esistenza, ovvero quello di banalizzare in reale per adattarlo alle tue esigenze discorsive.

    Insomma, evita di metterti in vendita come fa qualcuno qui, malato di cattelanismo.

  • SAVINO MARSEGLIA (artista)

    Concordo pienamente con le parole di Lorenzo Marras. Ho l’impressione che Tosatti, voglia far rivivere la sua opera solo attraverso il dispositivo narrativo…, in questo caso, presumo che la sua opera non esprima sufficientemente un livello di significazione di ciò che l’opera dichiara di comunicare e di ciò che dice tacitamente.

    Un piccolo sforzo di analisi su ciò che afferma sopra Tosatti, può farci toccare con mano questo dispositivo linguistico: – di far parlare cose che non parlano. Per quanto mi riguarda non considero in nessun caso l’artista come detentore privilegiato di un linguaggio unico e personale. Così come non considero l’opera slegata dal suo contesto. Se riprendiamo con più calma la lettura della sua opera e il messaggio che vuole trasmettere, giungiamo necessariamente al problema dei codici e della polisemia del messaggio.

    Sicuramente ci troveremo ancora a discutere e la situazione diventerebbe schizofrenica. Mi domando è possibile comunicare fuori dal codice? Cioè: sfuggire alla struttura dell’opera e far passare solo un messaggio narrativo.. esplicativo? Possiamo prendere l’esempio dell’arte minimale, di cui Sol Levit sostiene che l’artista è il solo detentore del senso, di un senso incomunicabile ad alcuno.

    • Savino non ti sfugga la singolarità del fatto che sia Tosatti che alcuni suoi fans abbiano eccepito che è impossibile esprimere un giudizio in assenza di una percezione immediata con l atmosfera del luogo.
      Eppoi Tosatti ci fa sorbire la medesima con in giochino di parole.
      Savi ma questo pensa di avere a che fare con fessi?
      La storiella del lavandino che perde è uno specchietto che non inganna nessuno perché si vede che è elaborato a posteriori e divagazioni teoriche intorno allo stesso ne posso tirare fuori a iosa.

    • Forse a entrambi sfugge il fatto che io non ho nessuna intenzione di far rivivere l’opera attraverso un dispositivo narrativo. Ed è strano che vi sfugga, perché l’ho scritto con chiarezza più di una volta. Di raccontare è stato chiesto con insistenza (e lo sottolineo) da Luca Rossi. Ho cercato di evitarlo perché non lo credevo realmente sensato, una volta, due volte, ma poi alla fine se uno mi chiede di capire meglio io spiego.
      E per quanto riguarda il lavandino, Lorenzo, mi spiace, ma è stato il primo elemento che è stato sviluppato e che è stato al centro di uno studio durato un anno e fatto di disegni che erano tutti esposti nel mio open-studio (contestualmente all’opening dell’installazione). Da quel concetto è stato poi sviluppato il resto.
      Lo vedi che ho ragione quando dico che le cose bisogna andare a vederle, perché se avessi visto i disegni che stavano alla base di tutto avresti evitato di dire che il mio discorso su di esso era una concettualizzazione a posteriori. E’ quello che ho detto sin da principio: non si può avere la pretesa di aver ragione solo dibattendo su un forum senza sapere ciò di cui si sta parlando. Tu ora hai detto una cosa sbagliata solo per il fatto che non avevi una informazione essenziale che, invece venendo alla mostra avresti avuto facilmente. E lo stesso vale anche per altre cose. Io non penso di avere a che fare con dei “fessi” come dici tu. Penso solo di aver a che fare con persone che non possono conoscere tutto ciò che c’è in una mostra che non anno visto. Tutto qui.

      • LorenzoMarras

        Tosatti dai, è cosi’ . La tua “opera” tra l’altro è anche accidentale perche’ si rifa’ ad un soggiorno che altri hanno reso possibile. Se voglio leggere qualcosa sugli U.S.A. , le atmosfere per come piace scrivere a te, mi leggo Dos Passos . Le motivazioni che hai usato lasciano il tempo che trovano e, peggio, fanno capire che sono messe li apposta, giusto per tirare a campare. Se ti scriviamo che la tua opera , la cogliamo solo teoricamente è perche’ non esce fuori in quanto , modesta.
        Per cui . lascia che ti dica che non te la devi prendere ed anzi considera questa un occasione di sprone per il futuro affinche’ non abbia a ripetere gli stessi errori.

        p.s. . a quell’elemento che discute di oziosita’ altrui dico di preoccuparsi della propria , quanto mai insolente e gratuita. Se non siamo d’accordo con l’artista non per questo dobbiamo tacere e fare i gottardi dicendo si per pelosa finta simpatia.

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          Caro Lorenzo, diciamocelo con massima franchezza: Tosatti si è fatta una bella vacanza nella città della mela… ma questa mela è matura o è ancora acerba per l’artista?

  • Francesco

    Che noia, Tosatti. Fai sempre le stesse cose

  • hm

    – E per quanto riguarda il lavandino, Lorenzo, mi spiace, ma è stato il primo elemento che è stato sviluppato e che è stato al centro di uno studio durato un anno e fatto di disegni che erano tutti esposti nel mio open-studio (contestualmente all’opening dell’installazione). Da quel concetto è stato poi sviluppato il resto. –

    appunto sei partito dall’oggetto più cool per svilupparci attorno una storia forzatissima che non sta in piedi e fa acqua da tutte le parti (come un lavandino rovesciato appunto) . quando sei a letto vedi il mondo rovesciato e quindi hai rovesciato il lavandino . sembra la storia dell’orso yoghi che ruba un barattolo di miele . se vuoi posso consigliarti delle ottime pastiglie per trovarti direttamente dentro alice nel paese delle meraviglie invece del soffitto, o altre per dormire e farti un bel viaggio dalla parte giusta, non su un angusto soffitto umido e opprimente . e questo particolare basta per spiegare tutto il resto . la polvere che viene cancellata dall’acqua che fuoriesce dal lavandino in un tentativo di nichilismo estremo che cancella ogni traccia, se aspetti ancora un po’ nascono larve di zanzare dall’acqua che ristagna nell’appartamento (oltre che nidi di forbici e millepiedi sul pavimento), sai che figata? . immagino che presto la casa potrebbe anche occupata da barboni che non chiedono di meglio . quindi non regge nemmeno la teoria del nichilismo e del vuoto che lava ogni traccia e ogni ricordo .
    dai la cera toglia la cera —> http://www.youtube.com/watch?v=HyrFRhimIKE DA SOSTITUIRE CON ‘DAI LA POLVERE TOGLI LA POLVERE’ ma anche ‘BALENO E LAVORI MENO’ .

  • vabbè… ho capito che vi va di cazzeggiare….
    benissimo… però io a questo punto me ne torno a lavorare….
    mi scuserete se vi lascio soli, ma tanto ho visto che ve la cavate alla grande anche da soli….
    comunque siete sempre i miei ospiti graditi su questo forum….
    enjoy!

  • Roberto

    Certo che effettivamente certi commenti sono veramente stupidi e oziosi. E’ un peccato perché si perdono occasioni di dialogo e approfondimento. Tanto di cappello invece all’artista che sportivamente si è messo a disposizione della discussione.

    • hm

      ma tua sorella è livorosa . quando non si sa rispondere l’unica opzione battere in ritirata . a far finta di lavorare . baleno e lavori meno . dai la polvere togli la polvere .

  • giorgio galotti

    Gianma hai il record di commenti inutili. E’ un risultato!
    A presto.

  • Luca

    ARTE DELLA RETORICA
    e
    RETORICA DELL’ARTE

  • Prima di giudicare mi informo

    Informatevi sul lavoro di questo artista: Gregor Schneider e poi capirete che parlare di Tosatti è inutile. L’ignoranza della “critica” è la fortuna dei millantatori.

  • Cristiana Curti

    Caro amico, anch’io pensavo a Schneider vedendo alcune immagini di questa nota, ma penso davvero che il piano di ricerca del tedesco sia assai più personalistico e meno corale. Schneider, secondo me (parere opinabile) è alla ricerca di un costante autoritratto assente. Anzi della negazione dell’autoritratto, della sottrazione dell’autoritratto. Un “pittore” comunque in certo qual modo.
    Pur non avendo visto l’opera di Tosatti, ma sentendo dalle sue parole le sue intenzioni, credo davvero che si tratti di altra cosa, anche se sembra muoversi in ambiti formali simili.
    Rimane il fatto che Schneider è una fra le migliori espressioni d’arte contemporanea in Europa, a mio parere. La ringrazio per averlo nominato, fa sempre piacere ricordarlo.

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  • Ufo Robot