Roy Lichtenstein legge Monet

Che cos’hanno in comune Claude Monet e Roy Lichtenstein? A prima vista si direbbe non molto, giacché Impressionismo e Pop Art sembrano avere obiettivi artistici molto diversi. Ma…. C’è sempre un ma. Che stavolta è interpretato da Tiziana Andina, direttamente dal mitico Labont dell’Università di Torino.

Claude Monet - La cathédrale de Rouen, le portail et la tour Saint-Romain, plein soleil, harmonie bleue et or - 1894 - Musee d'Orsay, Paris

La sottile linea che unisce i due artisti è ben rappresentata in una mostra che in questi giorni li vede letteralmente uno di fronte all’altro al Museum of Fine Art di Boston. Cinque opere del ciclo della cattedrale di Rouen dipinti da Monet che “affacciano” su cinque dipinti che hanno per oggetto la stessa cattedrale dipinta da Lichtenstein, nel 1969. Una meraviglia per chi sa riconoscere il gioco citazionista. Tuttavia, c’è qualcosa che va al di là del mero gusto della citazione.
Il ciclo della Cattedrale di Rouen, una serie di trentun tele dipinte da Monet tra 1892 e il 1894, rappresenta, com’è noto, il culmine dell’Impressionismo. Per lavorarvi, Monet prese in affitto una stanza che guardava la cattedrale: dipingeva numerose tele contemporaneamente, cercando di cogliere una variazione nella luce e nei colori durante le diverse ore del giorno, nel corso delle stagioni, per poi dargli forma in una particolare veduta. Ne escono una serie di capolavori di vivissima sensibilità visiva e cromatica, ma anche il modo tutto particolare in cui Monet – prima di quanto abbiano fatto i maestri delle avanguardie – ha saputo parlarci del tempo senza prenderlo direttamente a oggetto.
E Lichtenstein? Intanto lui citava Monet, preconizzando ciò che avrebbero tentato i movimenti citazionisti e appropriazionisti di artisti alla Mike Bidlo, per intenderci. Però a legare Lichtenstein a Monet è indubbiamente un elemento più profondo, e cioè l’interesse di entrambi per la resa percettiva dell’immagine, ottenuta attraverso la decostruzione della fisicità dell’oggetto rappresentato. Monet è riuscito a disincarnare gli oggetti dei suoi dipinti, incorporandovi i modi della percezione elaborati dai suoi occhi. Lichtenstein, che è interessato essenzialmente alle modalità con cui percepiamo le immagini e le cose, compie un gesto molto simile, ancorando la sua operazione a rese maggiormente realiste. In maniera niente affatto sorprendente è in qualche modo anch’egli un decostruttore: scarnifica le immagini, le decostruisce attingendo al vocabolario della produzione visiva di massa, che essenzializza l’oggetto rendendolo in fotogrammi e pixel, e poi lo raffredda, restituendocelo oggettivo, e privo di connotati emozionali. Parallelamente, deostruisce la tradizione di cui il capolavoro di Monet costituisce oramai un canone.

Claude Monet - La cathédrale de Rouen - 1894 - Louvre, Paris

Tuttavia – e qui sta il colpo di scena – in questo complesso dialogo tra i due artisti entriamo in scena anche noi, che siamo chiamati a ricostruire la decostruzione di Lichtenstein: la cattedrale di Lichtenstein è la “cattedrale” solo per chi conosce Monet, perché è proprio a quella cattedrale che Lichtenstein ridà un corpo nuovo. Se un qualche visitatore della mostra di Boston scambiasse quei quadri per rappresentazioni della cattedrale di Metropolis, la città di Clark Kent e Superman, non comprenderebbe il senso della storia raccontata da Lichtenstein, giacché vedrebbe quella cattedrale simil-fumetto per quello che non è: appunto, un fumetto.

Tiziana Andina

Boston // fino al 25 settembre 2011
Monet/Lichtenstein – Rouen Cathedrals
www.mfa.org

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Tiziana Andina
Tiziana Andina è ricercatrice di filosofia teoretica nella Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni, oltre a numerosi articoli su riviste nazionali e internazionali, ricordiamo: Il volto americano di Nietzsche (La Città del Sole, 1999), Il problema della percezione nella filosofia di Nietzsche (AlboVersorio, 2005), Percezione e rappresentazione. Alcune ipotesi tra Gombrich e Arnheim (Aesthtica Preprint, 2005), Confini sfumati. I problemi dell’arte, le soluzioni della percezione (Mimesis, 2009) e Arthur Danto: filosofo pop (Carocci, 2009; edizione inglese, Arthur Danto. Philosopher of Pop Cambridge Scholars Publishing, 2011), Filosofie dell’arte. Da Danto a Hegel (Carocci, 2012; edizione inglese, Continuum, London-New York, in corso di stampa).
  • hm

    – Però a legare Lichtenstein a Monet è indubbiamente un elemento più profondo, e cioè l’interesse di entrambi per la resa percettiva dell’immagine, ottenuta attraverso la decostruzione della fisicità dell’oggetto rappresentato. –

    non mi sembra che monet sia interessato alla decostruzione della fisicità dell’oggetto rappresentato, semmai è interessato alla fisicità ottenibile attraverso l’uso massiccio del colore . tutto il contrario di un appropriasionista come lichtenstein quindi che si limita a selezionare e raffreddare sterilmente fotogrammi altrui senza aggiungere alcun significato personale agli stessi . se monet è un occhio, lichtenstein è una macchina fotografica di scarsa qualità .

  • Carlo

    Probabilmente Monet non era interessato alla dissoluzione della figura, ma la sua ricerca ne è stato il primo passo perchè è da lì che è partito Rothko, che non a caso definiva il suo stile “impressionismo astratto”. Lichtenstein invece, isolando un frammento di narrazione e facendone il tutto, ha anticipato il “message is medium” di McLuhan, quindi si potrebbe dire che i due artisti avessero ben poco in comune perchè la ricerca di Monet è tutta interna alla storia dell’arte, mentre quella di Lichtenstein riguarda la storia delle immagini o al massimo della comunicazione: In una vecchia enciclopedia che ho a casa non è nemmeno definito pittore o artista, ma “operatore estetico”, come un pubblicitario con velleità filosofiche. Io però non sono d’accordo con questo giudizio e con hm, per un motivo che riguarda l’uso del colore in Lichtenstein: il quale si lamentava che la critica lo accusasse di copiare la cosa, mentre lui sosteneva di fare un uso del colore “scientifico” alla stregua di un Matisse e un Mondrian. Guardando i suoi quadri dal vivo devo dire che aveva, per me, ragione.

  • hm

    resta il fatto che i quadri di lichtenstein siano l’equivalente delle cover nella musica pop/rock, non possono nemmeno essere considerati remix in quanto l’uso diverso del colore è paragonabile a un differente timbro di voce che non cambia e non aggiunge nulla al risultato finale della composizione, si limita semplicemente a interpretare fedelmente un pezzo altrui secondo i propri canoni vocali estetici . ciò non toglie che una cover possa risultare anche più attraente e complessa dell’originale —> http://www.youtube.com/watch?v=_tm-1yRZtQg&feature=related ma per un artista concentrare la propria produzione e peculiarità sulla composizione di cover di pezzi altrui è segno universalmente noto di limitatezza imbarazzante .

    – E Lichtenstein? Intanto lui citava Monet, preconizzando ciò che avrebbero tentato i movimenti citazionisti e appropriazionisti di artisti alla Mike Bidlo, per intenderci. –

    oltre alla cover/citazione ossessiva compulsiva avvilente limitante non si può nemmeno affermare che lichtenstein abbia preconizzato movimenti appropriasionisti, secondo me infatti le radici dell’appropriaSionismo sono molto più arcaiche, bisogna ritornare al pantheon romano pagano appropriato indebitamente da un papa che lo dedicò alle reliquie di anonimi martiri giudeocristiani (traslate dalle catacombe ai sotterranei del pantheon) . o anche alla tomba di nerone della quale si è appropriato un altro papa trasformandola (dopo averla demolita) in s.maria del popolo .

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