Link Center. Da Brescia con furore

Nasce in provincia ma guarda all’Europa e al mondo. Agisce nomade il LINK Center for the Arts of The Information Age, progetto ideato da un trio Brescia-based: il curatore Domenico Quaranta, il gallerista Fabio Paris e il pubblicitario Lucio Chiappa. Finalmente anche l’Italia avrà il suo Media Center. Si parte con una grande mostra – che inaugura domani -, una serie di libri e un programma di didattica. Ne abbiamo parlato con Domenico Quaranta.

Constant Dullaart - No Sunshine - 2009-11 - courtesy the artist

Da dove nasce l’idea del Link Center?
L’idea del LINK Center nasce dalla constatazione che in Italia manca qualcosa. Nel corso degli ultimi vent’anni, le nuove tecnologie sono esplose, radicandosi nella vita quotidiana di ciascuno di noi a un livello tale che ci si sente in imbarazzo a definirle ancora “nuove”. Gli artisti se ne servono nel loro lavoro più di quanto vogliano ammettere, e vivono come ogni altro in un panorama culturale fortemente condizionato dalla loro presenza. Tuttavia, nessuna istituzione si è assunta il compito di sviluppare e promuovere, tra gli artisti, gli addetti ai lavori e il pubblico, una adeguata cultura tecnologica. A ogni livello – scuola, editoria, musei e centri d’arte, gallerie – tutto ciò che accade è marginale, asistematico, frutto di interessi e sforzi individuali. A livello editoriale, in Italia viene prodotto pochissimo, e tradotto ancor meno. Le accademie faticano a offrire qualcosa di più di una formazione di base, avendo pochi fondi per invitare docenti in visita e esperti riconosciuti dall’estero. Degli spazi istituzionali non parliamone. Nessun museo italiano si è mai impegnato con decisione sulle nuove tecnologie. A livello espositivo, dopo Media Connection (la mostra presentata da Gianni Romano a Roma e Milano nel 2001), tutto ciò che è accaduto di interessante è avvenuto su una scala molto inferiore, di budget e visibilità. Il LINK Center è un tentativo di rispondere a questa situazione.

 

Ryan Trecartin - Roamie View : History Enhancement. (Re'Search Wait'S) - 2009-10 - courtesy the artist & Elizabeth Dee Gallery, New York

Come mai a Brescia?
Nasce a Brescia perché lì risiedono le menti e le braccia del centro, ma per ora ha ben poco di locale. Non avendo una sede, è mobile per natura e necessità. Workshop e mostre verranno organizzati ovunque, di volta in volta, se ne presenti l’occasione. L’attività editoriale avviene tutta in rete. Ma se e quando decideremo di “mettere su casa”, non ci dispiacerebbe che ciò accadesse nella nostra città. È un luogo pieno di potenzialità, e con una attività culturale molto al di sotto di queste potenzialità. È ben collegata all’Italia e all’Europa. È bella e ospitale, anche se pochi lo sanno.

 

In Italia il modello del “Media Center”, affermato nel mondo da almeno un decennio, non ha mai preso piede. Perché secondo te?
Per una serie di motivi. I Media Center vivono, di solito, grazie al sostegno istituzionale (nazionale o locale) e alla presenza di un settore hi-tech interessato a sostenere la ricerca creativa. A un livello culturale più profondo, si radicano in società che credono e investono sui giovani, o che sono intenzionate a svecchiarsi (penso al proliferare dei media center nei paesi dell’Europa dell’est).
L’Italia è un paese per vecchi. La fuga dei cervelli è una realtà ben nota. Gli investimenti sul contemporaneo sono pochi, e la ricerca più innovativa non può che essere sacrificata. Questo non solo ha bloccato la nascita di istituzioni dedicate, ma ha anche disincentivato le istituzioni esistenti a fare un passo deciso in quella direzione.

Domenico Quaranta - photo Rinaldo Capra - courtesy LINK Center, Brescia

Il Centro non ha una sede fisica ma agirà come un’entità nomade. Avete delle tappe già in programma?
La prima tappa è la mostra inaugurale, che avrà luogo a Brescia tra settembre e ottobre. I negoziati per farla viaggiare in altri centri europei sono aperti, ma è troppo presto per sbilanciarsi. Il MINI Museum – il museo mobile costituito da una cornice digitale e di una chiavetta USB che gli artisti si passano di mano in mano usandolo per esporre e archiviare i loro lavori – dopo due mostre a Londra si è spostato a Berlino, dove proporrà presto nuovi progetti. Per il 2012, stiamo lavorando con altri partner a un grande workshop a Milano, che avrà anche il compito di lanciare la nostra programmazione educativa.
Ma il LINK Center è molto più di quanto sta facendo in questo momento. È un’idea, secondo noi straordinaria, che ha in sé tutte le potenzialità necessarie per spiccare il volo. Un’idea che per crescere deve essere inseminata da altre realtà: privati disposti a scommettere sul successo anche commerciale del progetto, aziende all’avanguardia che sfruttino il LINK come incubatore di idee e fucina in cui elaborare un modello sostenibile per la creatività del XXI secolo, istituzioni che operano secondo logiche virtuose di impronta non locale ma globale.

 

La mostra inaugurale vede la partecipazione di un gruppo di artisti di altissimo livello. Ne deduco che la ricezione del progetto è stata buona…
Collect the WWWorld
vive della credibilità che i fondatori del LINK Center – io, Fabio Paris e Lucio Chiappa – sono riusciti a costruirsi negli anni nel rispettivo campo di attività, e dall’interesse suscitato dal progetto. Gli artisti vedono ben poco di quanto ci siamo detti finora, guardano al concept e alle persone. Tuttavia, credo che abbiano giovato due aspetti della mostra che sono anche aspetti caratterizzanti il LINK Center come istituzione: la sua apertura verso la rete (il lavoro di ricerca può essere seguito sul blog del progetto, e il catalogo della mostra sarà scaricabile gratuitamente come tutti i prodotti LINK Editions) e il tentativo di uscire dalla classica, e ormai stantia, dicotomia “new media contro arte contemporanea”. Collect the WWWorld è una mostra a bassissimo tasso tecnologico, ma ad altissimo tasso di “cultura dell’età dell’informazione”, e cerca di tracciare un percorso che non rimane chiuso in una nicchia, ma che collega l’arte concettuale alla net art, e quest’ultima all’arte contemporanea più consapevole dell’impatto culturale delle nuove tecnologie. A questi parametri sarà improntata tutta l’attività del LINK Center, che combatte l’insularità culturale del modello dei media center di cui abbiamo discusso in precedenza, e che è figlio degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

Hans-Peter Feldmann - Agony - photo Andrea Gilberti - courtesy Galleria Massimo Minini, Brescia

Il tema della mostra inaugurale è l’appropriazione nell’era di Internet. Come stanno reinventando questa pratica gli artisti contemporanei?
Nell’era di Internet, l’appropriazione non è più una scelta. Non è nemmeno una necessità, è semplicemente il nostro modo di fare le cose. Ciò non dipende solo dal fatto che ci serviamo di una protesi le cui operazioni più frequenti sono “copia” e “incolla”, ma anche e soprattutto dal fatto che internet stesso sta diventando una protesi della nostra memoria personale e collettiva. Quando voglio ricordare un’immagine, un testo, una citazione trovata su internet, non la mando a memoria, né prendo un appunto su in post-it: di volta in volta, la scarico per archiviarla in una cartella, la posto sul mio blog o sul muro di Facebook, la salvo su Delicious o nei preferiti. Anche se non sono un collezionista, sto gestendo una collezione, ma questa collezione è soprattutto la mia memoria estesa, l’unico modo che ho per restare sobrio nel sovraccarico informativo.
Quanto poi al riuso di questo materiale, dipende da fattori quali la nostra sensibilità di fronte al copyright, la nostra paura di essere scoperti e puniti, ma anche tutto questo sta evolvendo a una velocità impressionante. Diatribe giudiziarie come quella che ha opposto, di recente, Richard Prince a Patrick Cariou sembrano ormai fatti di un universo parallelo che agisce secondo regole ormai obsolete, come il delitto d’onore.
Ma c’è di più. Con la democratizzazione della produzione, gli artisti sentono oggi la necessità di portare il proprio lavoro a un altro livello. Il computer connesso in rete sta introducendo nuove forme linguistiche che risulta interessante investigare, come le gif animate o le immagini protette delle banche dati; e nuovi livelli di realtà la cui documentazione non è diversa dalla classica documentazione del reale tramite fotografia e video. Quando giro un video in un videogame, o scatto una screenshot di Google Street View, mi sto appropriando di un artefatto sotto copyright, ma sto anche documentando la realtà in cui vivo, quotidianamente, buona parte della mia vita, come facevano Cartier Bresson e Dziga Vertov. È appropriazione, questa?

 

Gene McHugh - Post Internet - LINK Editions, Brescia 2011

Dal punto di vista della didattica, come pensate di procedere? Organizzerete i corsi in collaborazione con degli enti formativi già esistenti o in autonomia?
La nostra attività didattica non nasce con l’obiettivo di sostituirsi alla formazione tradizionale, ma di affiancarsi ad essa: organizzando corsi di base su linguaggi, pratiche e tecnologie non affrontate in sede scolastica, e corsi avanzati su linguaggi, pratiche e tecnologie già note, ma che non si ha mai l’occasione di affrontare con artisti affermati, guru del settore o, perché no, i loro stessi creatori. La collaborazione non è affatto esclusa, ma si dovrà procedere caso per caso.

 

Aprite ufficialmente domani con l’inaugurazione della mostra, ma siete già attivi da un bel po’. Il progetto LINK Editions ad esempio, è già partito da qualche mese…
LINK Editions è nata, da un lato, da una mia esigenza personale, e dall’altro dal tentativo di convertire un elemento di debolezza in un punto di forza. L’esigenza era quella di vedere raccolti su carta, e distribuire internazionalmente, una serie di testi pubblicati quà e là o fluttuanti in rete. L’elemento di debolezza è la difficoltà, da un lato, di piegare l’editoria tradizionale a concetti come il copyleft, e dall’altro, l’impossibilità per un piccolo editore locale di accedere ai grandi circuiti distributivi internazionali.
Un’alternativa a tutto ciò esiste già, ma è poco nota e poco sfruttata per dare vita a prodotti di qualità: si tratta del “print on demand”, che usa la flessibilità della stampa digitale per produrre il libro cartaceo solo nel momento in cui viene richiesto. Sono convinto che il “print on demand” sia il futuro dell’editoria cartacea, dal momento che abbatte drammaticamente i costi di stoccaggio ed è straordinariamente “green” se paragonato all’editoria tradizionale. Quest’ultima non sparirà, ma finirà per soddisfare le esigenze di un piccolo mercato di qualità, che produrrà edizioni limitate ad alto costo.
Lulu.com, la piattaforma che usiamo, consente di produrre un libro a un costo contenuto, renderlo disponibile in formato digitale (gratuito o a pagamento) o cartaceo, e piazzarlo su Amazon.com e altre piattaforme online. Non potevamo chiedere di più. LINK Editions non produce economia, ma gli autori che aderiscono al progetto sono attratti da altri fattori: la sua filosofia open source, il progetto culturale che si va delineando titolo dopo titolo, l’accessibilità internazionale, la velocità. Per ora abbiamo prodotto tre libri, che diventeranno sei in occasione della mostra. Altri progetti sono già in cantiere…

V. T.

Brescia // fino al 15 ottobre 2011
Collect the WWWorld. The Artist as Archivist in the Internet Age
www.linkartcenter.eu

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #2

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • Rick

    I copioni italiani sono tanti milioni di milioni – che bravi sti cervelloni ………

  • anonima per passione

    colpiti dalla sindrome di Elaine Sturtevant

  • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

    LA COMUNICAZIONE DELL’ ARTE E’ FINITA NEL CALEIDOSCOPICO

    Fra tutti questi siti web sul contemporaneo ci mancava solo il (Link Center) per farci perdere ancora di più la testa nella rete digitale. La ricerca di una nuova comunicazione del messaggio artistico attraverso il computers in rete, si nutre spesso di altre immagini, parole o segni visuali, estremamente convenzionali, che sono anch’esse provenienti da link preesistenti.

    Capita spesso che vecchi concetti, materiali testuali e ipertestuali, (nuovi e vecchi), si ricilano e si rincorrano fra di loro e creano un effetto caleidoscopico, (senza una produzione di senso) che rischia di soddisfare più il mercato dell’arte, che la conoscenza e l’interpretazione della realtà.

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