Greenberg, ovvero lo scoglio da doppiare. Dopo averlo almeno avvistato, però

Pubblicato da qualche settimana dalla casa editrice milanese Johan and Levi, “L’avventura del modernismo” è un libro certamente storico. Non solo perché propone in Italia, per la prima volta, una antologia ragionata degli scritti di Clement Greenberg. Ma soprattutto perché colma una lacuna enorme nel panorama degli studi critici disponibili in italiano. E il merito va in gran parte ai due curatori del volume, Luigi Fassi e Giuseppe Di Salvatore, che abbiamo intervistato.

Clement Greenberg

Ricordo una visita da Strand, l’immensa libreria di Manhattan. Ero certo che lì avrei trovato i quattro volumi dei Collected Essays and Criticism di Greenberg, e con mio stupore scoprii che del grande critico non avevano né quelli né altri scritti. Insomma, credevo che l’Italia fosse indietro, e invece… Partiamo da qui: a che punto è la ricezione di Greenberg negli States?
Negli Stati Uniti continua a esserci un tabù nei confronti di Greenberg, una damnatio memoriae che si perpetua da alcuni decenni. Certo, nei college americani ogni studente di storia dell’arte legge ancora Modernist Painting e qualche altra pagina celebre greenberghiana, ma è un confronto improntato su un canone ormai solo pregiudiziale, incentrato sulla necessità di conoscere per sommi capi il maggior critico americano del Novecento per poi dimenticarlo al più presto. Di volta in volta, dagli anni ‘80 negli Stati Uniti si è imputato a Greenberg di aver provocato la morte della pittura, la paralisi ideologica degli anni ‘70, e anche di aver aperto la strada ai postmodernisti. Detto questo, non mancano negli Stati Uniti letture alternative e più complesse, segnali recenti di un possibile rinnovato interesse. Potremmo citare gli studi e le pubblicazioni di Caroline Jones al MIT di Boston e un grande convegno organizzato da Benjamin Buchloh a Harvard nel 2009.

Rosalind Krauss

Mi chiedo: come si può riuscire a capire cosa scrive, ad esempio, Rosalind Krauss senza aver letto Greenberg? Almeno in parte è stata la vostra preoccupazione quando avete immaginato l’Antologia critica pubblicata da Johan and Levi? In altre parole, fornire degli strumenti per comprendere anche tutti quegli “allievi” di Greenberg che lo hanno filosoficamente assassinato?
È proprio come dici. A New York è forte l’egemonia del gruppo di October, sorto dalla Krauss in risposta al modernismo di Greenberg. Krauss aveva inizialmente lavorato con Greenberg ad Artforum per poi rigettarne le teorie e intraprendere un percorso – quello di October – che si può comprendere nella sua complessità (pensiamo a L’informe) solo a partire dal suo completo capovolgimento delle posizioni di Greenberg. Si è trattato di un vero parricidio. Chiarire implicazioni storiche come questa è stato certamente presente nelle nostre intenzioni. Ma ancora di più abbiamo voluto provare a dare un contributo per una lettura “europea” di Greenberg.
Si è detto che Greenberg è un autore troppo “americano” per i lettori europei. Nulla di più fuorviante: si potrebbe anzi ribaltare l’affermazione e sostenere che gli americani oggi non si interessano a lui forse perché è troppo “europeo”. Greenberg era un autodidatta che ha assorbito quanto più poteva della cultura europea, letteraria, artistica e filosofica, e il suo approccio estetico risente in particolar modo dell’influenza kantiana. È proprio alla luce di quest’approccio che secondo noi va letta la sua produzione critica, dominata dalla volontà di creare un “tribunale della ragione” al cui vaglio sottoporre la storia dell’arte moderna europea e avviare il lancio della nuova arte americana.

 

Clement Greenberg - L’avventura del modernismo

Veniamo al libro vero e proprio. La prima, banale domanda è: con quale criterio avete scelto i testi da tradurre?
Greenberg è stato un vero critico militante: non ha mai composto un volume teorico, ma ha scritto quasi esclusivamente articoli e recensioni per una molteplicità di giornali. Si tratta di un corpus di oltre 300 pubblicazioni, non solo sull’arte visiva ma anche sulla letteratura a lui contemporanea. È stato perciò un compito difficile ma anche necessario quello di organizzare l’antologia in modo ragionato attraverso alcune sezioni tematiche per potersi muovere più agevolmente nella sua produzione.
Offrire al lettore un percorso selezionato ma esauriente del suo operato. Oltre a rendere conto dell’impegno di critico militante in una continua ridefinizione del paradigma avanguardista di cui è stato un indiscusso paladino, abbiamo sottolineato tutta la complessità dei riferimenti filosofici che stanno alla base delle sue argomentazioni critiche. In questo ci piace mettere in evidenza la vicinanza che Greenberg ha continuato ad avere nei confronti della cultura italiana. Greenberg è stato un lettore attento di Benedetto Croce, autore decisivo per la sua formazione, ma anche di Lionello Venturi, che proprio negli Stati Uniti insegnava e in inglese scriveva, dopo aver lasciato l’Italia nel 1939 per sfuggire alle persecuzioni fasciste. Ma i riferimenti italiani di Greenberg non si fermano qui. Si possono citare ancora Paolo Milano, all’epoca critico letterario dell’Espresso da New York, e Ignazio Silone, che ha avuto un importante scambio intellettuale con il giovane Greenberg. Una ricerca approfondita sull’italianità di Greenberg non è mai stata condotta e il nostro volume vuole anche essere un primo contributo in questo senso. In ciò abbiamo trovato una preziosa sponda americana in Caroline Jones, che abbiamo coinvolto per scrivere la prefazione al nostro volume.

Clement Greenberg

Il libro è intitolato L’avventura del modernismo. Significa che è un capitolo temporalmente chiuso? E ora dove siamo? Il Postmoderno è stata una sorta di propaggine del Moderno, come indicherebbe il suo nome, che ora si è chiusa anch’essa? Insomma, a cosa può servire Greenberg per capire il nostro presente e immaginare – e, perché no?, plasmare – il nostro futuro?
Il modernismo formulato da Greenberg, che si discosta in parte dalla definizione di modernismo che possiamo trovare nei manuali di storia dell’arte, descrive un atteggiamento culturale e artistico largamente determinato dalle condizioni storiche e sociali da lui analizzate. È stato anche questo decisivo radicamento del modernismo greenberghiano nella vicenda storica dell’Occidente a motivare l’organizzazione tematica dell’antologia. Tale radicamento storico non impedisce tuttavia a Greenberg di definire il modernismo come atteggiamento orientato a valori di qualità artistica che trascendano la contingenza del singolo momento storico – da cui il destino “avventuroso” di tale modernismo. Questa tensione tra determinazione storica e anelito all’oggettività dell’arte indica certo il momento di maggiore complessità e controversia della proposta teorica greenberghiana. Ovviamente da questo punto di vista il postmodernismo non sarebbe né naturale prosecuzione né alternativa critica al modernismo, ma semplicemente una forma degradata e accademica del modernismo stesso. Qui si radica il nucleo della polemica di quanti hanno accusato Greenberg di non aver saputo cogliere le nuove correnti artistiche che in vario modo hanno anticipato e profilato il postmodernismo. Pensiamo che oggi la lettura greenberghiana di queste nozioni così importanti non debba certo costituire motivo per un nostalgico “ritorno al modernismo”, quanto piuttosto stimolare nuovamente il dibattito sull’arte grazie alla serietà e al rigore che la sua impostazione del problema è ancora capace di offrire al lettore contemporaneo.

 

Lionello Venturi

Che lettore immaginate possa essere attratto da questo libro? Soltanto “addetti ai lavori” che masticano poco l’inglese oppure…
Greenberg è, come detto, un critico militante, un frequentatore non solo di mostre ma anche di studi d’artista, un osservatore onnivoro, capace di accompagnare gli artisti nel loro percorso, ma anche di intimorire per l’autorità del suo magistero critico. La forza polemica e sarcastica dei suoi scritti, così come la loro stringenza argomentativa, è davvero straordinaria. Greenberg rimane un modello di critico che prende posizione, dirime e discerne, senza il timore – ma anzi proprio con il fine – di approdare a un giudizio. I suoi testi di indagine sulla scena newyorchese degli anni ‘40 e ‘50 sono vergati in un inglese fulmineo e asciutto, e sono dunque delle pagine accattivanti per ogni tipo di lettore, visto che l’antologia rende conto degli interessi più disparati di Greenberg, dalla danza all’architettura, dalla politica internazionale all’economia dell’arte, dalla poesia alla cultura ebraica. In questa varietà emerge nettamente la sua capacità di individuare delle potenti chiavi di lettura a carattere socio-culturale, che permettono di gettar luce su connessioni inaspettate tra i fenomeni più diversi. In questo Greenberg resta ancora un brillante esempio metodologico di critica della cultura – con un atteggiamento prossimo alla modalità dei cultural studies.

 

Il primo volume dei Collected Essays and Criticism di Greenberg

Se doveste scegliere un concetto, un’idea greenberghiana che andrebbe riscoperta, cosa scegliereste? Escludiamo “avanguardia” e “kitsch”, che sono forse quelle più note.
Forse l’idea di “oggettività nell’arte” – e non senza un’esplicita intenzione provocatoria. Oggi sembra dominante la tendenza a considerare il valore di un’opera d’arte come relativo al suo contesto culturale, al suo pubblico, alle sue modalità di diffusione, al linguaggio adottato ecc. Tendenza legittima e sempre illuminante, che diviene programmatica in quelle opere che esibiscono già nella loro genesi pratiche essenzialmente contestuali come la citazione, il riutilizzo, l’appropriazione – così peraltro proseguendo un cammino tracciato dalle stesse avanguardie storiche. Se questa tendenza volutamente relativista assurgesse però a nuovo dogma per difendere un’egemonia culturale già ampiamente attestata, allora si profilerebbe il rischio di un impoverimento nella produzione e nella ricezione dell’arte. Dinanzi a questo rischio, la questione dell’oggettività nell’arte costituisce certamente una sorta di tarlo benefico, apparentemente fuori moda, ma forse capace di ravvivare alcune problematiche difficilmente liquidabili per l’arte, come la questione del bello, della qualità, del valore. In questo la verve polemica di Greenberg – con tutte le ingenuità e i limiti che vi scorgeremo oggi, forti del cosiddetto senno di poi – può suonare quasi liberatoria, anche solo per smuovere acque che appaiono spesso un po’ stagnanti. D’altronde, l’approccio greenberghiano che, come detto, tiene in ampia considerazione il radicamento storico dei fenomeni artistici, dovrebbe garantire che l’idea di “oggettività nell’arte” sia rivendicata ogni volta all’interno di una sua declinazione sempre nuova e storicamente determinata.

 

Marco Enrico Giacomelli

Clement Greenberg – L’avventura del modernismo
a cura di Luigi Fassi e Giuseppe Di Salvatore
Johan and Levi, Milano 2011
Pagg. 448, € 35
ISBN 978-88-6010-037-5
www.johanandlevi.com

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
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  • Interssante: è sempre meglio conoscere il proprio nemico.Quindi leggiamo e poi critichiamo. Non c’è dubbio comunque che la posizione di Greenberg, sia stata la linea analitica che ha avuto maggiori seguaci in tutto il ‘900. Pace per lui e riconoscimento per tutti quelli che da subito ne hanno intuito l’errore fondativo.

    • flavio

      …..errore?????

  • letizia Zozi

    Benvenuto ad un testo che colma un vuoto storico, parzialmente coperto in passato dalla pubblicazione per i tipi di Allemandi di Arte e critica, esaurito da tempo. Ho qualche perplessità sulla sua utilità critica nel panorama italiano. La cultura italiana in sostanza mi sembra ancora impostata sull’idealismo crociano: l’innesto del pensiero di Greenberg ne sarebbe un supporto nel senso conservatore. Negli Stati Uniti, per quanto ne ho fatto esperienza,Greenberg non è affatto emarginato, non fosse altro per il continuo riferimento nel pensiero critico che pure se ne distacca (alla Krauss aggiungo Storr). Semplicemente l’hanno digerito e vanno avanti, andando verso un’arte che ha ripreso ad esplorare le contaminazioni con la narrazione, il soggetto, l’impegno sociale. Forse la non presenza di Greenberg nell’editoria italiana era perché non ne avevamo bisogno?

  • ada e le sue sorelle

    vero, è il Croce americano!
    però siamo sicuri che classicista significhi sempre conservatore?

    • letizia Zozi

      In un contesto non idealista-classicista sarebbe eversivo!

  • ada e le sue sorelle

    gli metti i baffetti e sostituisci alla parola “avanguardia” la parola “poesia”, e hai il buon Benedetto
    mutatis mutandis eh! (un poco di allegria!)