Fucking what?

Rob Hamelijnck e Nienke Terpsma, fondatori del progetto olandese Fucking Good Art, tirano le somme del loro recente soggiorno in Italia. In attesa di presentare il nuovo numero del magazine alla Nomas Foundation di Roma.

Rob e Nienke assieme a Luigi Presicce, di fronte alla sede di Archiviazioni, Lecce

Per cominciare, ci raccontate del progetto FGA, di com’è nato, delle modalità che utilizzate per trasmettere le vostre ricerche?
‘Fucking’ prima di ‘Good Art’ è un’esclamazione, come a dire che il magazine è insistentemente alla ricerca di arte valida. Certo, è un po’ ruvido come nome, ma l’intenzione è positiva, e la gente lo ricorda facilmente.
Tutto è iniziato nel 2003, quando volevamo sentirci più coinvolti attivamente sulla scena artistica di Rotterdam. Volevamo dire la nostra, dare risalto a tutte quelle mostre di spazi indipendenti che non trovavano riscontro nei media nazionali, nei quotidiani o nelle riviste d’arte. FGA iniziò come una zine per una critica d’arte condotta da artisti, da coloro che fanno le cose, piuttosto che da accademici. Invitavamo artisti e curatori a collaborare sul nostro cartaceo: un A3 rosa come la Gazzetta dello Sport piegato in A5, successivamente disponibile anche online.
Stampavamo 750 copie e le distribuivamo a livello locale e nazionale, in termini molto informali, soprattutto a chi collaborava. Cercavamo di confezionare un numero ogni due mesi. La ricezione era molto buona. Poi Fucking Good Art è gradualmente mutato in un progetto di editoria artistica itinerante, prendendo forma in diverse realtà locali.

Fucking Good Art, Swiss Issue #20

Dal 2004 avete focalizzato la vostra attenzione e collezionato numeri specifici su un sacco di città: Monaco, Berlino, Dresda, Copenhagen, Riga, Basilea, Zurigo, San Paolo, Tblisi. Poi, all’inizio del 2011, siete approdati in Italia. Ma torniamo un attimo indietro: la critica d’arte. Secondo voi, quale può essere il ruolo di una critica d’arte non accademica nel panorama attuale? La vostra operazione può anche essere considerata una sorta di meta-critica. Cosa ne pensate?
Se non ci sbagliamo, c’è stata una crisi della critica d’arte, e probabilmente tuttora persiste. Oggi i critici, per guadagnare soldi a sufficienza, devono scrivere per artisti e gallerie testi per cataloghi. In passato il critico era probabilmente più vicino allo storico o al filosofo.
Siamo ispirati da una scrittura non accademica, e ci piace il punto di vista di chi le cose le fa. Forse scrivere di arte – non usiamo a questo punto il termine ‘critica’ – significa semplicemente trovare uno spazio in cui il fare e il pensare si incontrano. Quindi sì, la nostra posizione è una meta-posizione, perché cerchiamo di dire qualcosa sulla scrittura di per sé.

Rob e Nienke davanti alla sede della Collezione Maramotti, Reggio Emilia

Sebbene in Italia a volte sembri esserci una carenza di ricerche e analisi di un certo spessore, ci sono comunque molte valide riviste d’arte, specialmente tra Roma e Milano. Qual è stata la vostra impressione, anche a confronto con altre situazioni?
È davvero significativo che in Italia, in un arco temporale di circa sette anni, siano nate così tante riviste d’arte valide. Abbiamo capito che la ragione per cui molti magazine sono stati fondati è che è davvero difficile, per un curatore, trovare lavoro, iniziare a fare mostre, perciò questi giornali funzionano a mo’ di spazio per loro, più che per gli artisti.
Quello che troviamo sconcertante di queste riviste è che stampano 20, 40 o 60.000 copie, distribuite gratuitamente lungo tutta la penisola, e in alcuni casi anche in altre parti d’Europa. L’intera distribuzione assomiglia più a una diffusione di pubblicità. È la logica del mercato, per cui solo una produzione consistente ti consente di essere economicamente in circolo; dev’essere costosissimo stampare 20mila copie, ma evidentemente se ne stampassero 2.000 non potrebbero vendere la pubblicità. Ogni magazine, poi, si confronta con queste dinamiche in maniera differente. Ma chi è il Cavallo di Troia, e chi si nasconde dentro?

Achille Bonito Oliva in copertina al numero di Frigidaire del marzo 2011

Spazi non profit, indipendenti o artist-run: durante il vostro Grand Tour italiano avete incontrato realtà interessanti in questo senso?
Non abbiamo rintracciato modelli artistici nuovi o rivoluzionari rispetto a quelli che già conoscevamo. Ma abbiamo incontrato molte persone che trovano spazi o nicchie per produrre cose interessanti, o contribuire attivamente laddove si percepisce una mancanza. Un esempio su cui tutti quanti concordano è Careof, a Milano, che da vent’anni alimenta quello che è l’unico archivio di arte contemporanea italiana in Italia.
Da una città all’altra, comunque, la situazione varia molto. Se nel Nord l’arte trova rifugio in ex spazi industriali, nel Sud si adatta a una logica stagionale: il turismo concede molti spazi liberi, ma solo dieci mesi all’anno. In Sicilia ci sono iniziative che cercano di riconnettere il discorso intellettuale alla realtà di tutti i giorni. A Torino, dato che questa vuole porsi come capitale italiana dell’arte contemporanea, ci sono più spazi e progetti. Roma è in un momento di fermento e accoglie molte iniziative per provare soluzioni nuove. Poi ci sono le accademie private, che sono interessanti ma allo stesso tempo problematiche.

Rob e Nienke nel tram di Progetto Diogene, Torino

Le accademie e le scuole d’arte italiane, per varie ragioni, appaiono spesso antiquate e inadeguate alla formazione dei futuri artisti. Avete avuto modo di formulare un punto di vista a riguardo?
Sfortunatamente non ci siamo fatti un’idea precisa. Volevamo, ma forse è sintomatico proprio il fatto che nessuno ci ha spinti più di tanto in questa direzione. La scena artistica contemporanea e le accademie sono universi separati. Ma ci sono delle eccezioni: la Nomas Foundation ha valide collaborazioni tra visiting artists e l’accademia, ad esempio; abbiamo incontrato Alberto Garutti, che abbiamo capito essere molto importante per gli studenti di Brera. Poi Venezia, Bergamo, la Naba (per i più facoltosi), i corsi estivi della Fondazione Ratti e della Spinola Banna, che propongono attività interessanti. Anche a proposito delle accademie siciliane abbiamo sentito parlare bene.
C’è da sottolineare un’altra cosa, però: Jonathan Meese una volta ha detto che tutte le accademie dovrebbero chiudere. È un’idea folle, certo, ma contiene un nocciolo di verità. Il mondo dell’arte è saturo di artisti e curatori. Cosa faranno tutte queste persone che escono dalle accademie, se sappiamo che solo il 5% beneficerà del sistema? Non è per fare i cinici, ma questa è la realtà.

James Elkins, What Happened to Art Criticism?

Qual è l’atmosfera generale che avete respirato durante il vostro soggiorno in Italia? Quali erano le aspettative che nutrivate, e quali sono le conclusioni cui siete arrivati?
Speravamo di incontrare, nell’ambito dell’arte, più persone con un atteggiamento meno compiacente, capaci di osare e pensare fuori dagli schemi del mercato e della competizione darwiniana. Crediamo nelle reti alternative. Perché l’attuale sistema dell’arte è valido per pochi e distruttivo per molti. Ci siamo resi anche conto che molte persone hanno lasciato l’Italia per migrare a Berlino, Rotterdam o New York, esattamente come fecero gli artisti della Transavanguardia. Ma fortunatamente abbiamo anche incontrato chi è tornato perché crede sia importante contribuire alla crescita artistica del proprio Paese.

Gabriele Naia

www.fuckinggoodart.nl

  • Kaley Thompson

    ABO copriti che non ti si può vedere!

  • SerenoVariabile

    temo che questa sia la frase piú significativa dell’intervista: “Speravamo di incontrare, nell’ambito dell’arte, più persone con un atteggiamento meno compiacente, capaci di osare e pensare fuori dagli schemi del mercato e della competizione darwiniana.”

  • Mi fa piacere che dicano cose che vado dicendo da due anni a questa parte.
    Critici inesistenti che giocano al curatore autore; scuole da chiudere, non sapevo che lo dicesse anche meese; saturazione sovrapproduzione di opere e artisti.

    Dinamiche internazionali, il punto e’ che in Italia abbiamo sempre bisogno del gruppetto di artisti alternativi olandesi per prendere sul serio alcune riflessioni. Fino a quando vivremo questi complessi di inferiorità , questo provincialismo spiccio, staremo sempre al palo, Caro Tonelli. Costretti al precariato e al doppio lavoro.

    La critica serve per trovare e proporre qualità; questo significa anche non porsi in situazioni ingiuste e precarie.

    Fa sempre un certo effetto farsi venire a dire cose dall’uomo straniero, quando ci si potrebbbe arrivare anche da soli; per non parlare del fatto che costoro non portano alcuna novità. Ma si da che in Italia bastano nomi esotici e un inglese da marinaio.

  • Davide, Milano

    Luca Rossi ha ragione: perché non pensiamo dei footing food art :)
    che siano frustrati e invidiosi??? Le riviste italiane sono solo penose, penso a mousse e kaleidoscope (feticci per giovani con calzoni stretti e montature grosse), meglio flash art ma priva di critica libera pure lei. Sono solo contenitori con pubblicità per contenuti. Molto meglio artribune (anche se neonata) e il fu exibart (oggi più che penoso).

    • augusta

      si artribune è otimo . ei fu exibart: dice bene.
      Mousse..Uff…Kaleidoscope…io lo trovo un pò razzista.

    • Sorry

      ma non mi chiamavo Luca Rossi 10 minuti fa? Scusate ho avuto una crisi d’identità, chiedo perdono a tutti

  • augusta

    Sono propri d’accordo.
    Non è quello che sta cercando di fare leicon il suo blog, per esempio? Mi sbaglio? ma il nostro radicato provincialismo spiccio è talmente arrogante che alla fine riesce ad avere ragione. Dopo questo articolo, dopo il punto di vista straniero magari tutti quelli che le hanno “urlato” dietro fino ad ora qui sopra, per esempio, cambieranno parere visto che è proprio vero che in Italia molto frequentemente , come ha ben scritto lei “…bastano nomi esotici e un inglese da marinaio.” Pensando a certe “dinamiche” industriali , dove i marchi italiani preferiscono venire acquisiti da grandi gruppi stranieri, francesi per esempio come lvhm, anzichè creare insieme un grande gruppo italiano . Pare che questo sia impossibile proprio per gli insormontabili problemi di comunicazione tra gli ego dei fondatori che preferiscono accettare di essere acquistati da stranieri. leggevo un articolo che riguardava questo tema ( sbato o venerdi di repubblica? mi pare).
    Mi domandavo se affascina il nome esotico o è solo la non conoscenza di un’altra lingua che, alla fin fine fa semplificare le cose perchè non si colgono le sfumature e non si possono aprire polemiche. Potrebbe essere lo stesso quando degli stranieri comunicano la loro opinione che viene presa per quella che è senza porsi il problema di cosa c’è sotto, del cosa avrà voluto dire. Quando si dice basta il tono.

    • Cara augusta, in realtá non è che “qui sopra si sia urlato a Luca Rossi”, Direi, al contrario che la “diagnosi” di Luca è largamente condivisa. Le critiche più frequentemente mosse a Luca sono, sostanzialmente, di due tipi, il primo, è di fermarsi, appunto, alla diagnosi senza saper o voler suggerire una cura, il secondo, quello di essere nello stesso tempo il medico che denuncia l’epidemia e l’amico e connivente degli untori che l’epidemia hanno promosso e dalla quale traggon vantaggio.
      A mio parere entrambe le critiche sono parzialmente ingiuste : la prima perché, se è molto facile dire ” bene ora che hai fatto la diagnosi dacci la cura”, non è altrettanto facile identificare una cura e, quando identificata, è ancor più difficile che essa sia bene accetta. La seconda perché non tiene conto di un punto fondamentale: di fronte ad un “sistema” che non si condivide non ci sono solo due atteggiamenti possibili ma almeno tre (questa, che le soluzioni siano sempre più di due, l’una opposta all’altra, è una verità facilmente dimenticata) il primo è quello di “combattere” il sistema ponendosi, ovviamente, di esso all’esterno, il secondo è quello di trovare vie che by-passino il sistema ed il terzo, che mi pare quello di Luca Rossi, è la “negoziazione” col sistema. Detto questo, io non sarei tanto sicuro che basteranno le esternazioni di tre artisti stranieri, per il solo fatto che, appunto, sono tali a rendere più popolare o “accreditare” e render universalmente accetta la tesi della “generazione imbelle”, ci sono troppi interessi che combattono contro l’accettazione e la proclamazione di tale verità.

      • augusta

        Sì,ha ragione. Magari i “tre amigos” potranno rendere più morbida la “negoziazione”.
        Non so, mi sembra sempre più che anche la mia quotidianità sia un continuo entrare ed uscire dal sistema. Forse la trilogia di Matrix, se la ricorda e la conosce, insegna l’unica via possible? devono coesistere tutte e tre le tipologie. eroi inclusi.
        a presto.

  • Davide, Milano

    Sergio Romano scrive sul Corriere: per un’italiano e’ meglio il successo di uno straniero che il successo di un suo concittadino. Quindi in Italia, come scrive giustamente Rossi, viene premiata solo la mediocrità e le cose standard; perché queste non mettono nessuno in difficoltà. Questo non solo nell’arte. Ed ecco le pessime condizioni del migliore sistema Italia (ignorato all’estero) , ed ecco Sgarbi a curare il padiglione Italia. Dove sono i Gioni, i Cattelan e i Bonami? Perché non riconoscono il Sig. Rossi qualsiasi? Perché anche loro sono italiani paraculi,non diversi da Berlusconi.

    • Sorry

      Mi dispiace so di essere Luca Rossi ma a volte mi dimentico e mi dò ragione da solo, perdonatemi

      • Sorry sei molto simpatico, ma ti assicuro che non cambio nome e opinione, ti invito a rileggere in mio primo commento. Molti punti che vengono affrontati in modo approssimativo da FGA erano stati fissati in diversi articoli che ho scritto per flash art nell’estate 2009 e autunno 2010.

        Il punto non è chi dice prima cosa, ma il fatto che il sistema italiano continua a dimostrare e giustificare la sua marginalità e la sua incapacità nel confronto e nella definizione delle migliori condizioni di lavoro per tutti. Masochismo…sono d’accordo con Davide quando cita Sergio Romano…è esattamente così, ancora di più in un sistema dell’arte italiano dove il pubblico coincide con artisti, curatori, operatori vari, collezionisti e curiosi…senza quindi la presenza di un pubblico reale, interessato ed appassionato; anche se contenuto nei numeri (non si pensa certo al pubblico da multisala).

        In questo modo coloro che scelgono e approfondiscono i contenuti sono gli stessi che li propongono e qundi si crea una solidarietà non manifesta nel perseguire una mediocrità e un compiacimento rassicuranti; mediocrità e compiacimento generali che non possano mettere mai in discussione critica l’operato di alcuno.

    • Concordo pienamente…..Italia sempre più mediocre…

  • Massimiliano Tonelli

    Sul mondo dell’editoriale credo che le parole dei due olandesi fossero più che altro di invidia verso il nostro iperdinamismo (che giocoforza crea squilibri, ma credo che i nostri squilibri da eccesso di offerta se li prenderebbero volentieri tutti gli altri paesi europei dove la quantità e la qualità di riviste è una frazione della nostra).

    La cosa interessante sta nell’ultima risposta. La facciamo finita o no di fare gli autoreferenziali autocompiaciuti e di cedercela troppo? Ci sono artisti di 31 anni che se la tirano in un modo che Ontani e Cucchi neppure lontanamente si sognerebbero di fare. Questo è dannoso, molto dannoso. Crea chiusura, tarpa la creatività, crea barriere all’ingresso di nuove forze fresche nel nostro mondo. Io, nel mio piccolo, ho sempre cercato di combattere questo atteggiamento. I prodotti che ho fatto -editoriali, perché solo quello so fare- sono sempre state piazze dove chiunque (alle volte anche non sempre personalità eccellenti, ma questo è fisiologico) poteva entrare e provare a farsi vedere, se all’altezza. Mai fortezze inespugnabili o contrade medievali.

    Non a caso sono d’accordo con chi fa i complimenti ad Artribune :))))

  • Cristiana Curti

    Cara augusta, è vero che gli italiani, e non solo loro, sono ammalati di esterofilia, e quanto adorano ripeterlo i polemisti. Non solo in arte. Ma, permettimi, trovo un poco semplicistico liquidare con problemi di comunicazione fra gli ego dei fondatori (spesso non più fondatori, solo amministratori: non esiste solo la moda e il lusso fra le industrie dell’eccellenza in Italia) l’identificazione dell’ostacolo primo che impedisce la formazione di una grande comunità industriale sotto il marchio “Italia”.
    Le nostre leggi e il costo del lavoro, l’impossibilità di investire in tecnologie nuove per mancanza di operatori e ricercatori, la tentazione pressoché generale di frodare il fisco (risultando meno sani di quello che si è), l’inadeguatezza e debolezza della nostra finanza – e soprattutto della nostra politica -, e chissà cos’altro ancora, tutto agevola le strutture più forti che porteranno altrove il frutto della nostra creatività e del nostro intelletto.
    Molte sono le cause per cui non riusciamo a far rimanere “italiane” (ammesso che questo abbia un senso, dopo una FIAT che non ha più neanche un briciolo di torinesità…) le nostre industrie meno propense a farsi inghiottire dai vortici della finanza malata sia italiota (la peggiore) che internazionale.
    Nel sistema dell’arte, l’esterofilia, grazie al cielo, è limitata al settore della contemporaneità, per l’incapacità di accogliere il nuovo a causa di una cultura pr noi ancora molto radicata di stampo passatista e tradizionalista (e altri motivi, ma non così forti come questo).
    E’ vero che siamo invischiati nel passato, ma il nostro passato – in arte – non è certo così male, anzi. E neppure il nostro presente, se uno ha il coraggio di conoscere a fondo, cercare sempre e piantarla di menare il torrone con la lagna che “è tutto già visto”, o per meglio dire “IO ho già visto tutto” (che è in realtà il pensiero non troppo sotterraneo dalla maggior parte di coloro che si dicono osservatori dell’arte contemporanea italiana).
    A nessuno (sarebbe mai venuto o) verrebbe in mente di giudicare come “cosa già vista” la Maestà di Simone Martini perché icongraficamente e anche culturalmente, tutto sommato, è pressoché identica a quella di Duccio…
    Dobbiamo però cambiare il modello di “pensare l’arte” da una fattispecie strettamente “anglosassone”, cui quasi tutta l’Europa (non solo noi) soggiace, con l’eccezione solo della Germania e in parte di alcuni Paesi Nordici, a una fattispecie “europea”, per non dire “italiana”. Senza con ciò intendere un’arte nazionalista, per carità.
    Se si osserva bene, fra l’altro, tutta l’arte statunitense del secondo dopoguerra, sin quasi ai giorni nostri (e ci sono esempi anche di giovanissimi, già famosi e assai notevoli e purtroppo già acchiappati “pesantemente” dal mercato che li sottrae al collezionista di valore puro, che calzano in questo discorso) cerca una via di affrancamento dall’arte europea, la quale – dal proprio canto – deve al Nuovo Mondo l’ospitalità e la propria rinascenza negli anni ’40 e ’50 dello scorso secolo.
    Per decenni gli artisti USA che contano sulla piazza (perché noi non consideriamo mai l’Arte Americana tutta, il movimento figurativo della Bay Area californiana, la scuola di Los Angeles che prende le mosse dall’Espressionismo Astratto, ecc.) sono in realtà, a ben osservare, in sfida costante con la parte Est dell’Atlantico. E, oggi, esauriti gli ultimi fuochi del minimalismo più serrato e pervicace e dell’ultima arte concettuale che riprende non a caso alcuni stilemi degli anni ’70 del XX secolo portandoli a estremi poco convincenti, sembra che la lotta sia ancora viva. Solo che – udite udite – l’arte USA (e anglosassone in genere) “torna alle origini”.
    Ossia a noi. Alla vecchia Europa. E, pensa un po’, trovo nelle mie povere indagini, che l’Italia è sempre fonte inesauribile di ispirazione. Perché proprio noi non ne siamo convinti?
    Chi conosce un poco non solo il mercato (che sfalsa parzialmente il giudizio) ma anche qualche bella mostra e qualche bel museo di arte contemporanea fuori dal nostro continente se ne rende ben conto.
    In realtà, l’arte davvero diversa da “noi” si trova – e ce ne stiamo accorgendo bene, perché non possiamo capirla sino in fondo – in Oriente: Medio-Oriente con Arabia Saudita, India, CIna, Corea, Thaylandia, ecc. (non inserisco in lista il Giappone per diversi motivi).
    Se riusciamo a pensare in termini diversi da quelli consueti: “siamo esterofili”/”vero, ma è perché non valiamo alcunché”, ci renderemmo conto che questi parametri sono falsi, e antistorici.
    L’Italia, poi, ha il pregio di mantenere scalcagnatissime Accademie che con tutti i loro difetti riescono ancora a dire qualcosa. Se si cerca di non pensare che i rappresentanti dell’Accademia siano i poveri malcapitati “Clandestini” di Sgarbi al Padiglione Italia e si guarda altrove, si trovano esempi notevoli fra le giovanissime leve.
    Io ho visto opere eccellenti (e nel perfetto solco di un’italianità che ha tutto da esprimere, in particolare oggi) sia durante le mostre di presentazione dei migliori lavori dell’anno dell’Accademia di Venezia sia in alcuni “ensemble” (giusto sarebbe dire “gruppi di lavoro misti”, artisti, poeti, scrittori, critici) che già hanno fatto grandi cose considerati i nostri poveri mezzi e la nulla partecipazione della critica ufficiale e dei mezzi di comunicazione di ampia diffusione.
    In realtà ci sono molte collettive che presentano un’arte italiana che è di valore, ma noi ci fermiamo solo a considerare quelle “curate” dalle opposte sponde dei campionati dell’arte (o da Luca Beatrice & co. – che ormai, purtroppo, hanno formato uno stile – o da MIlovan Farronato & co.), perché – come in tutti i settori – sono quelle che “tirano”.
    C’è molto altro da vedere, se ci si allontana dai parametri consueti con libertà.

    • augusta

      Prima di tutto Grazie e poi certo, vero che è proprio semplicistico, strano ma l’articolo (sono andata ripescarlo) di rampini sul sbato di repubblica di ieri 8pag.50)racconta proprio di un suo interlocutore italiana NYC che “…si scontra con degli individualismi insormontabili …” se necessario riporterò l’articolo ( il titolo è “cari imprendtori italiani”) e così ho fato un semplice collegamento, meglio dire semplicistico certo.
      Per il resto la tua esposizione è , per me, perfetta. La tua visione anche dell’estero ( compresa la sfida costante usa tra est ed ovest che ho percepito a Miami) mi trova d’accordo.
      Riporto questo tuo pezzo :
      “Dobbiamo però cambiare il modello di “pensare l’arte” da una fattispecie strettamente “anglosassone”, cui quasi tutta l’Europa (non solo noi) soggiace, con l’eccezione solo della Germania e in parte di alcuni Paesi Nordici, a una fattispecie “europea”, per non dire “italiana”. Senza con ciò intendere un’arte nazionalista, per carità.”
      Anche qui la tua esposizione è lucida e comunica in sintesi una necessità sempre più, a mio parere impellente , almeno così mi pare.
      Mi chiedo: come possiamo cambiare il modello di “pensare l’arte?” da dove potremmo partire? certo è verissimo e guai se ci discosta dal modello anglosassone ma che altri modelli potremmo proporre? Guarda che ti sto scrivendo proprio come sono: terra, terra.
      osservo delle cose, faccio parte della schiera dei curiosi, di chi ama un’artista e un altro no, di chi si appassiona e cerca , nel mio caso, di vedere nelle opere dei giovani cosa c’è cosa comunicano, cosa vogliono dire, se ci sono filoni comuni, Tutto qui.
      Ho perso il pezzo del post modernismo che è più giù o è scomparso.
      in ogni caso grazie ancora.

      Il tempo del post-modernismo spero sia concluso. Un periodo dove ho sentito spesso una superficialità quasi obbligatoria. L’obbligo dell’immediato , del facile, del umoristico forzato o dell’assolutamente criptico perchè così va bene.

      Bè certo non nazionalista, ovvio ma coma fare a cambiare questo

      • augusta

        Mi scuso per gli innumerevoli errori ( oltre a quelli di battitura sempre troppo veloce e disattenta lo so) ma non so cosa sia successo.
        il post-modernismo finale era sotto. l’ultima frase ( nazionalista etc) era stata cancellata.
        Riguardo il post modernismo era un’idea molto semplice: si è chiuso un periodo? Bene magari se ne aprirà uno nuovo con /per il quale, dal quale nasceranno , verranno proposti/ accettati nuovi modelii.

        • Nuove forme di inganno collettivo per potere continuare ad amministrate il disastro che si estende dapertutto.

        • Cristiana Curti

          Cara augusta, devo scrivere in fretta perché in uscita. Intanto ringrazio per la tua risposta attenta e cortese (e competente). La soluzione l’hai tu stessa enunciata.
          Vedere vedere vedere. Ma non ossessivamente qualsiasi cosa come si faceva “una volta”. Selezionare ciò che può costruire un proprio giudizio “IN BASE ALLA PROPRIA CULTURA”. E qual è la “propria”=nostra cultura? La nostra, quella dei primitivi, del quattrocento, del rinascimento, del barocco, ecc. ecc. sino ai macchiaioli e all’ottocento napoletano e poi ancora avanti, dal futurismo al ritorno all’ordine, e poi ancora alla nascita dell’informale e allo spazialismo. E poi di nuovo oltre. Con tutte le nostre Scuole minori.
          Se si studia l’arte italiana si capisce che cosa abbiamo e NON è possibile che abbiamo disperso (non è, semplicemente, dato).
          Su queste basi (alla portata di tutti, basta volerlo), riprendi i fili e ti metti a osservare chi, oggi, sente ancora le nostre corde e non si è assuefatto al “momento d’oro” dell “pezzo di passaggio”, dei cinque minuti di notorietà. Capisci chi porta novità anche in una vecchia matrice espressiva come la pittura, chi riscopre oggi la scultura contro ogni tendenza. Chi procede nell’innovazione tecnologica ma la controlla con un tocco personale e con un gusto (stile) che rasenta la perfezione formale (avrei qualche nome da farti, ma gli esempi sono pressoché sconosciuti). Chi non è scolastico chi non è accademico. Saper riconoscere. E anche se le gallerie – che quando vedono un poco di successo perdono la trebisonda – spesso spingono alla riproduzione inconsulta i talenti che furono, non mollare quei talenti, perché talenti rimarranno sempre, si tratta di trovare la chiave per farli risorgere di tanto in tanto (basta poco, basta non disprezzare subito chi ha mollato l’onda migliore per la strada più facile).
          Andare in giro è importante e fondamentale (più che si può: vedere arte nei musei stranieri oltre che nei nostri) ma anche approfittare di occasioni nostrane è fondamentale.
          I pensieri della critica non nascono senza approfondimenti sul dato di fatto (l’opera d’arte), non si possono costruire solo IN REAZIONE a una teoria precedente. Devono essere originali e ben strutturati. Le citazioni – oggi – non dovrebbero essere più ammesse. Viva il pensiero originale e non timoroso di affermare ciò che pensa. Basta con l’ammiccamento basso e volgare (peraltro in genere sussiegoso e sufficiente) di chi si esprime in modo “comune” infiorettando qua e là il discorso di qualche passaggio altrui, tanto per far capire che studiò (cosa? quanto?). Se l’arte è il massimo livello dell’espressione intellettuale dell’umanità, chi si prende la briga di spiegarla DEVE essere comprensibile ma mai banale ed elevare chi legge.
          E dopo aver visto tanto (e tu lo hai fatto, eccome), allora ricostruisci e capisci che esiste un fil rouge dell’arte italiana degli ultimi venti anni che ancora non è stato discettato, dipanato. Un’arte abbastanza semplice e diretta (e concettualmente molto più complessa delgi altri: non è da noi il messagio diretto, l’urlo stentoreo, se non nel Futurismo, ma anche quello era per la verità Movimento coltissimo…), ma fatta di mezzi grandiosi, perché sono nostri, i mezzi grandiosi, le idee epiche, lo stile eroico, ma contenuto e sobrio, senza espressionismi, senza sbrodolature, senza eccessi. E’ roba nostra, ci appartiene da sempre. Anche se abbiamo fatto “salotto” negli ultimi vent’anni, sotto la cenere c’è sempre stata buona stoffa. E la cifra italiana, quella che ancora oggi ci “copiano” benché nei ritardi dovuti alla nostra colpevole latitanza (l’esempio dei giovanissimi americani che sono affascinati dalla nostra arte degli anni ’60 è lampante!), emerge.
          Così, dopo aver rintracciato, l’arte francese, l’arte tedesca, l’arte spagnola, l’arte cilena (magnifica!), l’arte dei Paesi dell’ex blocco sovietico europeo, dobbiamo provare a rintracciare la nostra. Perché ci teniamo così poco? Esiste, perdiana.
          Questa è la chiave. Ritrovare il filo rosso, perché c’è già, ma deve essere ricostruito.

          • augusta

            Intanto buona settimana.
            ieri sera ho letto velocemente. Il Fil Rouge. Ma certo.E perchè ci teniamo
            così poco? dobbiamo tornare alle varie signorie, ducati, principati? forse sì.
            Forse “l’orticello del singolo” è nel dna. Come nel dna è l’atteggiamento
            Comunque grazie. mi hai risposto in modo completo. Almeno per quel che mi riguarda. sarei curiosa di conoscere, riporto:
            “…Chi procede nell’innovazione tecnologica ma la controlla con un tocco personale e con un gusto (stile) che rasenta la perfezione formale (avrei qualche nome da farti, ma gli esempi sono pressoché
            sconosciuti). ”
            Come nel dna è la citazione, la complicazione della spiegazione, con l’immediato
            allontanamento dello spettatore/lettore che magari cerca un’opinione, una linea guida per procedere, per confrontarsi e anzichè sentirsi elevato , come dici tu si sente umiliato. DEVE essere comprensibile, mai banale! Chissà se qualche addetto ai lavori sarà ispirato da quello che mi scrivi ( davvero che onore!) come risposta
            magari son così tronfi che non capiscono neanche. Hanno solo paura di venir scalzati da una qualche poltroncina perchè sono incollati dalle loro citazioni e parlano per reazione.
            Spero che luca rossi sia d’accordo con quello che scrivi perchè da lettrice,
            quello che scrive poco più sotto ritrovo qualcosa no? Riporto: “Forse in questo sarebbe utile azzerare alcuni rituali, eliminare molte cose, etc …”.
            E quelli che tu descrivi sono proprio rituali ( mi sto immaginando le facce di alcune
            persone di fronte ad una mia banale domanda..che brividi). Pensa , una volta
            un collezionista (“di posizionamento” , come li chiamo io quando ne incontro sfortunatamente uno. Positioning su scala sociale), una volta , ad una fiera,
            mi ricordò che non bisognava chiedere nulla, restare in sacro silenzio e
            assentire…ma ti rendi conto? e questo è in giro e usa il giusto tono, le giuste pause e non capisce nulla ma ormai, dopo anni, conosce i meccanismi, si adegua ma non ha assolutamente un gusto, un’idea personale. Come tanti segue la scia.
            E questo è il pubblico che cerca luca rossi? non credo proprio ma quello che ha un peso sembra sia questo. scusa divago ci sono talemente tante cose da dire
            Ti ringrazio per l’interesse sincero, l’umiltà di rispondere chiaramente,
            l’entusiasmo unito alla grande competenza.Grazie del privilegio.

  • Caro Massimiliano,

    io credo che il tuo lavoro ad exibart abbia rilevanza storica per la critica d’arte in italia. Spero che tu possa continuare con Artribune. Tu hai solo fatto bene il tuo lavoro e ti sei trovato, con la crescita di internet, ad offrire i commenti, la piazza dell’arte italiana, ad un sistema in cui non esisteva alcuna critica d’arte (come la capacità di argomentare le luci e le ombre di un’ opera e di un progetto X). Questo con tutti gli effetti collaterali: non linearità dei commenti, poca autorevolezza, digressioni fuori tema, volgarità, perdigiorno ecc ecc. Ma la responsabilità di questo va imputata ad un sistema che non produce confronto critico ed approfondimento. E’ ovvio che la critica finisce nei commenti.

    Insieme alla critica fondamentale per uscire dal relativismo per cui “tutto va bene”, e fondamentale per trovare qualità e valore; insieme alla critica sarebbe fondamentale un PUBBLICO, un ‘opinione pubblica che non sia formata solo da artisti e addetti ai lavori…un pubblico vero, interessato ed appassionato. Questo sarebbe uno stimolo per la qualità, porterebbe interesse politico ed economico sul settore. Anche per questo io ambisco ad essere il miglior spettatore italiano, ruolo più unico che raro :)

  • Luca fossi in te andrei cauto con l’affermazione “ambisco ad essere l’unico spettatore”.
    Te Lo dico perché di solito non si riflette abbastanza Su quale tipo di spettacolo ritieni esercitare detta ambizione.

    • @augusta: ripensare l’arte credo che sia un buon proposito. Forse in questo sarebbe utile azzerare alcuni rituali, eliminare molte cose, chiudere le scuole e vedere cosa rimane, quale urgenza rimane. Gli addetti ai lavori non hanno il coraggio di fare questo, quando invece l’arte contemporanea richiama e vuole questo oggi.

      @lorenzo: se lo spettacolo non c’è o non ti piace, puoi sceglierne un altro o farlo tu. Dov’è il problema?

      • augusta

        Sì Luca son d’accordo.
        Sono disposta a distribuire il nuovo prodotto: il compositum dello spettatore!
        coraggio al 20%, umiltà 20%, capacità di osservazione 20%, 10% entusiasmo,
        30% intelligenza.
        10 gocce prima dei pasti in silenzio, sotto la lingua.
        Una flebo prima dei rimpasti…

  • Hai scritto che hai l’ambizione di essere l’unico spettatore e non ho potuto fare a meno di pensare che frasi di questo tipo sono frutto o di menti disturbate o nella peggiore delle ipotesi menti che non conoscono il senso della misura perché immersi in un delirio di onnipotenza.
    so che condividi con il DIpietrantonio la passione per il cinema e dunque non ti sarà sfuggita la gagliarda interpretazione di un chaplin alle prese con la beffarda caricatura di un hitler unico spettatore di un mondo che non voleva saperne di stare nelle sue mani.

    la cautela a cui ti invitavo era disinteressata, un modo per evitare di scivolare nel pittoresco giusto per non dire altro.
    Poi , per me nessun problema ; non sono io che ho detto no alle ambizioni sono semmai loro che mi hanno abbandonato.
    da spettatori occorre fare troppe rinunce

    • Per la verita’ Lorenzo ha scritto “il miglior spettatore” aggiungendo “ruolo piu’ unico che raro”, frase che forse ti ha tratto in inganno. Sarebbe davvero curioso che Lorenzo, che va’ da sempre dicendo che la mancanza di pubblico e’ un gran problema (anzi per lui se non l’unico certo il maggior problema), poi aspirasse ad essere “l’unico” spettatore!

  • Si Luciano é vero.
    Luca ho capito male , spero che i responsabili di questo errore non siano i pregiudizi che fanno male anche a chi lì prova.
    Obbligato, considera queste scuse ufficiali .

  • ma quante seghe mentali vi fate? Ho detto solo che prima di ambire a portare l’ennesima operetta in uno spazio o curare una mostra, o aprire l’ennesimo spazio espositivo, o fondare l’ennesimo collettivo olandese finto-alternativo, bisognerebbe coltivare una visione critica delle cose; un metodo.

    Quindi essere prima di tutto spettatori, tutti.

    • Sega Saturn

      sì ok ENRICO MORSIANI va bene, però sai che palle fare gli spettatori della tua arte relazionale?

    • No no nessuna sega , ho letto senza la dovuta att.enzione .
      Luca , un fatto accidentale.

  • augusta

    @Cristiana mi spiace nelle “repliche” ho sempre sei problemi nella battitura.
    Non va a capo a fine spazio ma molto dopo e non si vede nulla. ogni tanto ( come è successo) dei pezzi scompaiono ..arte editoriale informale? :-)
    buona giornata

  • Cristiana Curti

    Cara augusta, buona settimana anche a te e grazie infinite per la tua risposta. Quando si parla di collezionismo… Io sono della scuola che usava il termine per venti persone al massimo in Italia (trent’anni fa). Ora siamo tutti collezionisti. Bisogna intendersi sulla questione.
    Per me, il collezionista d’arte è colui che (come il collezionista di qualsiasi altro genere) ha un “progetto” anche se dichiara di scegliere per istinto (che non è mai istinto ma cultura). Il progetto consiste nell’individuare una personale traccia dell’arte di un Paese, anche solo di alcuni artisti stilisticamente congruenti o di un movimento (sempre più raro, quest’ultimo) che però sia completa, logica e ben organizzata. E di qualità (termine impreciso ma utile per far capire che non tutti possono dirsi collezionisti se ciò che comprano anche di gran fama è in realtà di bassa lega) che emerge e prende forma tanto più i legami interni alla collezione sono individuabili ed espliciti.
    Sono in pochi a poter esser così anche oggi perché, prima dei soldi per acquistare, ci vuole cultura e voglia di continuare a imparare talché si riesca anche – e non è raro per i veri collezionisti – a cambiare opinione su un’opera o un artista o un periodo storico a mano a mano che si approfondisce la ricerca. Il collezionista è sempre in evoluzione e non si ferma.
    Il collezionista colleziona sempre per tutti e non solo per sé.
    Le persone che descrivi (e che anch’io conosco) sono persone con denaro che hanno ricevuto un “dictat sociale” tale per cui, oggi, dopo aver esaurito altre espressioni collettive di status, raggiungono il “settore dell’arte” solo perché il mercato degli ultimi trent’anni ne fa cosa appetibile. Non tutto è da condannare in loro. Ma non sono collezionisti, questo è certo. E’ gente che compra.
    Poiché però io rimango dell’idea che il collezionista è altra cosa, costoro – che pensano essere i “nuovi nuovi” – sono invece non un’élite ma una massa (è vero che sono tanti) indistinta e quasi incapace di volere che viene sempre dopo il capire. Per questo l’atteggiamento è così “classy” (il collezionista è tutto fuorché classy)…
    Amano essere rappresentati da gallerie di grido che assicurano loro quel minimo di allure (di riflesso). Ma anch’io ho visto lo sguardo perso degli ebeti che compravano i pastelloni cinesi a suon di euro dieci anni fa e ora gli stanno dicendo che quella roba vale meno di un tacco, mentre l’arte cinese (quella vera, non quella MADE IN CHINA come le finte borse di Gucci, che ci hanno passato facendoci credere di essere à la page) è altra cosa. Al contrario di ciò che genera il comportamento del “positioning collector” da te descritto così bene (consenso passivo senza desiderio di sapere), l’imperativo per chiunque acquisti arte di qualsiasi prezzo è “conoscere sempre cosa si compra”.
    La formazione di un buon pubblico, constatato che nel contemporaneo non si può – per forza di cose – affidarsi alle possibilità limitate degli Enti statali e civici, è nelle mani dei galleristi e di poche istituzioni e fondazioni interessanti (quelle con grandi archivi).
    Tuttavia, ritorno e insisto, non c’è davvero modo di vedere se non hai già visto. Non si può fare gli sputasentenze se davvero non sai da dove si parte. Non c’è scampo. Quello che a noi sembra un forse inutile ritorno al passato e alla sua parcellizzazione di stampo crociano (ducati, contee, principati) è in realtà ciò che per altri Paesi è naturale che sia.
    lo si vede anche in rassegne come la Biennale di Venezia che ormai, se la si frequenta da un po’ di tempo o si controlla nei vecchi cataloghi, mostra le linee artistiche delle diverse rappresentanze in modo piuttosto limpido. L’arte svizzera veleggia sui contrasti anche estetici fra installazione architettonica e impatto dell’arte nell’ambiente antropico; l’arte francese si pasce di grandi temi che sono sviluppati con profondo senso dell’Umanità intesa in modo eroico ma sempre profondamente attraversata dal dubbio; l’arte Israeliana pone la questione di un’estetica raffinatissima quale fondamento di ogni evoluzione epocale e alla base anche delle rivoluzioni sociali; l’arte americana sonda inesausta le possibilità di fuga dal legame mai tagliato e ancora combattuto con l’Europa (mi ripeto, ma io la penso così); l’arte dei Paesi Nordici e di Paesi come Irlanda, Scozia e certe aree di Inghilterra mantiene inconfondibile il segno della pittura e lo studio del colore come “unità di misura” della poetica nazionale (e nessuno ha mai affermato – come da noi – che la pittura è stata dimenticata e poi recuperata come una novità tecnica), l’arte dell’Iran muove solo dal solco della propria aulica tradizione (anche strettamente formale) per trovare un riscatto nella storia del presente… E così via (forse troppo generalizzando, certamente).
    Non c’è timore in questo, anche se siamo condannati ad avere una visione sempre parziale del tutto (e ci mancherebbe, la vita è una sola, purtroppo).
    Ma se queste linee (giuste o sbagliate che siano) le vedo io che sono nessuno, possono vederle tutti. Questo è il modo di ripensare l’arte, come un’occasione più unica che rara, non un campo di battaglia per pochi parolai; questo è ciò che dà senso alla ricerca personale e collettiva: l’atout dell’arte che permette di osservare dove va l’Uomo in maniera del tutto privilegiata e in anticipo su ciò che sarà.

    Infine, e cambio discorso, per quanto riguarda i nomi, ti invito, se vorrai, a scrivermi (mi permetto) così da scambiare opinioni diverse, se ti interessa. Non so come si fa, credo si debba chiedere alla Redazione. Non è per spocchia, per carità. Solo per non tediare altri con argomenti che in questa nota non trovano interesse e potrebbero suscitare solo le consuete reazioni del “a te piace questo? ma è roba già vista, non è il “più nuovo del nuovo”,…”. Io sono gutta cavat lapidem: mi piace andare a fondo degli artisti che mi piacciono e poi mi ci affeziono.
    Grazie ancora e scusa la consueta incapacità di sintesi.

    • augusta

      un ultima cosa, scusate, volevo aggiungere una cosa per quanto riguarda il collezionismo.
      Non so da che parte arrivi questa voglia di collezionare, forse dalla curiosità, dall ‘interesse dato proprio dall’atout dell’arte che hai scritto prima e sono perfettamente d’accordo con te. e’ proprio come dici tu.
      Un filo che lega le scelte e questo stesso filo lo si coltiva , lo si comprende e cresci e cresce con te. All’inizio la direzione non è chiara poi man mano che si prosegue sembra quasi che autonomamente faccia preferire certi artisti e certe opere anzichè altri. In un museo come in una fiera sai quante volte mi domando perchè sono attirata immediatamente da un’opera anzichè un’altra ( nel mio caso dalla McIntyre per fare un esempio). certo non è mai istinto, non può proprio esserlo. E’ cultura alla base e alcune volte un intuito dovuto alla cultura stessa che ti fa osservare e seguire un pò un/una artista giovane e guardi con interesse che direzione prende il suo lavoro.
      Avrei tante cose da chiedere caspita!
      Quindi anche per questo ti ringrazio molto.

      Poi magari spero di incontrarti ad Artissima per esempio dove andrò sicuramente.

  • Ho seguito lo scambio Cristiana/Augusta con grande interesse (come potrebbe esser diversamente con la competenza ed anche veemenza di Cristiana da una parte e la freschezza di Augusta dall’altra?) ma a volte mi pare che mi sfugga non il senso (significato) ma il senso (direzione) del discorso e per cercar di capire mi permetto di fare qualche riflessione “ad alta voce”.
    Sull’esterofilia (che io intendo nel senso di sudditanza psicologica ed ammirazione, perché, quanto ad “amore” ci sarebbe molto da dire) italiana: oltre a tutto quanto si è detto non si può dimenticare che essa ha radici storiche e culturali tanto antiche e profonde che esso fa oramai parte integrante del nostro DNA culturale, l’avvento del “villaggio globale” è e sará, la cura, ovviamente lenta ma certamente efficace. Ma se sarà la cura per l’esterofilia non si può certo dire che esso faciliterà o rafforzerà il ritrovamento del “fil rouge” della tradizione artistica Italiana o Europea, anzi, sarei propenso a pensare il contrario.
    Diverso è il discorso delle “influenze” . Queste vanno e vengono e s’incrociano, spesso occasionate da fatti contingenti o da banali “mode” . Non è certo un fenomeno di ieri o di oggi. L’arte di fine ottocento ed inizio novecento fu largamente influenzata dall’arte Cinese e Giapponese, nel Rinascimento gli Italiani influenzarono i Fiamminghi e viceversa ad “ondate” di andata e ritorno, l’arte Romana fu influenzata da quella Greca e da quella Egizia che si erano già reciprocamente influenzate e così via sino ai giorni nostri.
    Il punto è stabilire sino a quando si tratti di influenza e quando, invece, diventi pedissequa imitazione.
    Qui troviamo quello che è per me un punto fondamentale della “qualità” di un lavoro (opera d’arte) : l’originarietá (non uso originalità per evitare che si pensi semplicemente a qualche cosa di diverso o di curioso). È su questo benchmark che “esterofilia” , “influenze” ma anche “citazionismo” e “appropriazioni” devono trovare la loro ratifica ed accettazione di “strumento”, “modalità”, “caratteristica” funzionale al lavoro stesso, e questo è, ovviamente, compito della critica che dovrebbe essere priva di pregiudizi e condizionamenti ma che, inutile sperare e pretendere il contrario, sarà certamente sotto l’influenza o la moda del momento (storico, geografico, personale o, peggio, della “parte” di appartenenza)
    Quanto all’artista non credo si debba chiedere se quel che fa subisce l’influenza di questo o quel paese o continente, se è influenzato da questa o quella cultura, da questa o quella scuola o maestro. Io credo che debba solo interrogarsi sulla sincerità del suo operare e sulla sua originarietà che, per lui, deve avere il senso di conseguenza e sviluppo della sua personale ricerca.
    Io ho utilizzato molto spesso tecniche, forme e fattispecie dell’arte, della tradizione popolare e della cultura del paese che mi ospita, per esprimere il mio “discorso”, le nuove fasi di una ricerca che partita tanti anni fa va avanti alla scoperta di una meta che sa non esistere. Ho fatto del “meticciato culturale” non sono stato certo il primo e non sarò l’ultimo. Dovrei preoccuparmi se nel mio lavoro esista traccia di quel famoso “fil rouge”?. Non credo proprio e comunque, se anche dovessi, non l’ho mai fatto, ma sono assolutamente certo che, da qualche parte, a chi lo cerchi, sará dato di trovarlo. Così come certamente potrà trovarlo quando, nel mio agire, uso le “nuove tecnologie” dall’elaborazione digitale di fotografia e video all’uso di Internet e dei social networks come mezzo d’espressione artistica.
    Perché, io credo, che quel “fil rouge” è nel ostro DNA e, se sembra attenuarsi e diventare irrintracciabile è solo perché è il nostro DNA a modificarsi come è naturale e funzionale che sia.

  • augusta

    Ma grazie a te! Ma non dire che non sei nessuno per carità!
    Anche a me piacerebbe scriverti e sapere, avere un parere, riguardo a certe artiste, straniere, giovani che mi sembrano interessanti da seguire e conoscere “1quelli” dei quali parlavi tu.
    Così solo come impressione trovo interessantissima la tua sintesi “per nazioni”.
    solamente due cose ( bada bene che è l’impressione di una che molti definirebbero una poveretta): la scozia , a parer mio ( vedi Glasgow) si sta aprendo ad altri orizzonti . Mi viene in mente Lorna Mcintyre per esempio e ce ne sono altri. purtroppo no ma ce ne sono. Però io scrivo con una visione superficiale. proprio solo un’impressione.
    Dublino/ Irlanda non so. Chissà quest’ultima “fiera”.
    Per quanto riguarda gli Usa forse ora questo confronto con l’Europa potrebbe essere meno “robusto”..non so forse anche qui concordo con te.
    Magnifico: lo riporto , sembrerà banale a qualcuno forse ma è questo che va colto ora più che mai :
    “…l’atout dell’arte che permette di osservare dove va l’Uomo in maniera del tutto privilegiata e in anticipo su ciò che sarà.”

    • Cristiana Curti

      augusta, di gran fretta (tempi tosti): lista della spesa, mi piacerebbe tu avessi visto opere di Mairead O’Heocha e Abigail O’Brien (più irish di così, si muore), per noi spero tu riesca a vedere un po’ qua un po’ là in Penisola: Marco Di Giovanni, Federico Guerri (grafica e lastre) e Elastic (Artistic Research). Costoro (tutti, irish people and italian) stanno nel solco di un’estetica estenuata, ma la tecnica (perfetta) è solo il mezzo. A me piacciono, degli ultimi che ho incontrato quest’anno (gli Elastic da un po’ di più). Ce ne sarebbero altri di cui ti vorrei parlare che mi segnalano amici e che mi piacerebbe vedere presto, perchè di loro ho solo foto. Devo vedere da vicino. Ho visto la tua Lorna, che in sito è davvero pregevole. Ma, anche qui, bisogna che la osservi direttamente. Spero ad Artissima, chissà, vediamo se i diversi Art Councils (là sono meglio di noi, anche se più poveri di noi!…) ci porteranno qualcosa di buono come sempre fecero. Perdona il ritardo e la brevità (alcuni benedicono…), ma devo andare e ci tenevo molto (anche se accomuno l’anglosassone con l’irlandese e lo scozzese e qualcuno mi maledirà, invece) per la tua cortesia che ormai si estende un po’ ovunque in rete. Grazie.

  • augusta

    come al solito un sacco di errori e pensieri “troncati” amen.
    leggevo Luciano. Sono contenta di essere fautrice di scambi di questo livello con Cristiana e tra cristiana stessa ed altri molto più competenti di me!.
    Non riesco nè voglio rispondere a tutto sia per incompetenza ma anche per indolenza.
    L’incompetenza non permette la capacità di sintesi di cristiana e qui la brevità è necessaria.
    ma volevo dire qualcosa @Luciano riguardo il fil rouge: semplicemente non vedo perchè l’artista dovrebbe preoccuparsi se esista o meno traccia del “fil rouge” nel suo lavoro. Non credo sia compito suo.
    Per quanto riguarda il senso o il filo di queste comunicazioni epistolari:
    in effetti , per me , è semplicemente il piacere di apprendere , l’interesse di leggere e la possibilità che mi fa pensare, riflettere e vedere come i temi si legano l’uno all’altro.
    Si vede che qualcuno di molto normale “fresco” per non dire naive, grazie, ha proprio la necessità di un punto di vista chiaro, aperto, onesto colto , senza tanti fronzoli inutili e egoriferiti. tutto qui

  • augusta

    sappiate che alcuni interventi sono così interessanti che io me li copio e fotocopio per rileggerli e pensarci su. Quindi grazie mille! Più naive di così….:-)!!!

  • Cara augusta, quando prima ho detto che avevo la sensazione che mi sfuggisse il senso (direzione) del dialogo non intendevo affatto dire che esso non ne abbia una, al contrario, ne trovavo in esse diverse e temevo di perdermi e di far confusione. Cristiana esamina la situazione, opera le sue motivate critiche ed espone i suoi interessanti suggerimenti, prendendo contemporaneamente in considerazione i vari protagonisti del gioco: gli artisti, i critici, i collezionisti, il pubblico e la situazione socio-economico- politica. Approccio completo e molto utile allo sviluppo del dialogo ma che, qualche volta, rischia di non render sufficientemente chiaro a quale di essi si stia riferendo in un particolare periodo. Come ho detto la mia era una riflessione ad alta voce.
    Per quanto riguarda l’artista ed il “fil rouge”, che questo non debba esser problema suo è esattamente ció che ho detto.
    Vorrei aggiungere solo qualchecosa sul pubblico. Ho giá detto altre volte che, a mio parere, l’arte contemporanea non ha mai avuto né qui, né altrove, né oggi né ieri, un pubblico (né quello da multisala né il minimo sindacale, per citare Luca) ma sempre e solo un pubblico limitato, spesso fatto soprattutto da addetti ai lavori e curiosi. C’è una ragione per questo ed è semplice: l’arte migliore che si produce oggi verrà riconosciuta tale (se verrà mai riconosciuta) solo domani o dopodomani. Se la buona arte è quella che crea nuovi mondi i nuovi mondi son sempre stati appannaggio dapprima di uno sparuto manipolo di pionieri e solo in seguito son diventati meta di emigrazione. Ma questo non vuol affatto dire che ci si debba limitare al “tanto è cosí” e non far nulla, al contrario. Il problema è che cosa fare e come farlo. Noi, qui facciamo giá qualche cosa ma dobbiamo riconoscere che, per quanto vasta sia la platea di Artribune è, almeno allo stato, pur sempre formata al 70/80 % da addetti ai lavori e curiosi. La via non puó che passare attraverso l’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa: i settimanalii e mensili a larga diffusione, la televisione (e su questo torneró in altra occasione, potrei anche farti qualche esempio di quel che accade qui, ma non voglio dilungarmi ulteriormente) e la rete, i blogs, i social networks, ed è proprio in questi ultimi che ognuno di noi “puó fare”. Gli utenti di Facebook e Twitter, in Italia, sono alcuni milioni, bene, se solo il 10 % di essi anziché postare o twittare cuoricini, farmville, la canzoncina o lo spezzone di film romantico postasse un lavoro, una mostra un evento di arte contemporanea con due righe di semplicissimo commento credi che questo non contribuirebbe a coinvolgere ed incuriosire altri, ad allargare a poco a poco la “platea” degli spettatori? Saró uno sciocco illuso, ma io credo di si e, non da adesso, mi muovo in tal senso.

  • augusta

    Luciano ti ringrazio della risposta.
    Mi sono cancellata (per quel che si può) da facebook proprio per le ragioni dei cuoricini della fattoria, etc , ma mi fai venire voglia di ritornarci per quello che hai scritto. Anche se ritengo che ci sia una sorta di manipolazione/appiattimento che ti rende assuefatto alla stupidata. Premetto che ho frequentato solo FB.
    Altro argomento:
    Ti dò perfettamente ragione anche se a volte mi chiedo se non sia l’arte cheabbia proprio questo ritmo in sè e così viene apprezzata e recepita : una specie di decantazione al contrario.Riporto un tuo pezzo “…l’arte migliore che si produce oggi verrà riconosciuta tale (se verrà mai riconosciuta) solo domani o dopodomani. Se la buona arte è quella che crea nuovi mondi i nuovi mondi son sempre stati appannaggio dapprima di uno sparuto manipolo di pionieri e solo in seguito son diventati meta di emigrazione.” E’ così per tutti io credo. Si qui sta facendo proprio questo e magari domani questo tipo di discussione si allargherà o qui o tra le faccette e i cuoricini di Fb. comuqnue grazie, la voglia di seguirti su fb c’è ma , come dire ..la location ancora non mi piace per niente.
    altro argomento:
    la confusione ho il timore di generarla io: ho un pensiero veloce come le connessioni che faccio. Per scrivere tutto e bene avrei bisogno di molto più tempo così passo da un argomento all’altro scrivendo male e cercando di comunicare tutto quello che penso e a volte sembra che non ci sia alcuna elaborazione. Mi scuso molto e cercherò di trattare un’idea per volta.
    Sono io che mi perdo perbacco! sorry.

    • augusta

      ah ed aggiungo , perchè rileggendomi forse non son,stata chiara: non so se le due righe coinvolgerebbero e/o allargherebbero la platea. Ho seri dubbi ma piano piano qualcuno arriva. Magari 10 su mille ce la fanno tanto per parafrasare quella canzone lì.
      La cosa più importante è non avere pregiudizi nè mettere barriere e provare sempre. Anche se…, mi ripeto, io ho vissuto fb come una sorta di gorgo che ti avvolge tra mucchette e cuoricini e test cretini con qualche gruppo sparuto di person che intavolava discussioni psicologhiche con dei codici estremamente criptici e altri che pubblicizzavano i loro eventi ( anch’io).
      proverò ad entrare nel sito fb di artribune magari.

  • Cara augusta, non devi temere di non essere chiara, i tuoi post sono chiari e, come ho già detto freschi e stimolanti. Venendo a Facebook, certo che l’ho usato e lo uso anche per mostrare i miei lavori, ci mancherebbe altro, tanto più che per due anni il mio sito web è rimasto senza aggiornamento e, ora che l’ho rifatto di sana pianta è ancora largamente incompleto (mancano le sezioni “pittura” “scultura e mixer media” e “fotografia”). Permettimi, però, due osservazioni a proposito di FB. La prima è che gli “amici” te li scegli e se qualcheduno finisci per trovarlo insopportabile puoi sempre revocare l’amicizia e buonanotte. Per la seconda ti racconto una mia esperienza. Avevo già fatto alcune “personali” virtuali a beneficio degli “amici”‘ ( erano allora un migliaio e un amico aveva anche formato un bel gruppo che comprendeva artisti visuali, musicisti, poeti ed un “pubblico” di un tre/quattrocento persone interessate ed appassionate, gruppo che si sciolse poi per una “lite” tra il fondatore ed un suo “delegato”) . Un giorno, riflettendo sul problema dei “ruoli” (artista/spettatore) decisi di mettere dar vita ad una performance di cui, io che l’avevo ideata, sarei stato, nel momento del suo svolgersi, l’unico spettatore. Avevo “voglia” di una “mostra” di foto in bianco e nero, chiesi ai miei amici, senza spiegare il reale motivo, di cambiare, per un giorno ed in un giorno stabilito, l’immagine del loro profilo con una foto che loro piacesse purché fosse rigorosamente in B&W e di postarla sul mio “board”. Non furono moltissimi ad accettare il mio invito (circa una trentina o poco più) ma questi cambiamenti ed i post sulla mia bacheca furono visti da oltre quattromila persone sparse per tutto il mondo (letteralmente perché oltre un terzo dei miei contatti sono sparsi per i cinque continenti) e solo quando, ringraziando, spiegai il senso di quella che avevo definito “performance” senza comunicarne il concetto, molti di questi si resero conto che “qualche cosa era successo” sotto i loro occhi. Nei giorni successivi ricevetti oltre centocinquanta messaggi (sia su FB che privatamente) che mi chiedevano maggiori informazioni e con alcuni il discorso non si è fermato ad una prima informativa ma si è sviluppato in approfondimenti su concetti e linguaggi dell’arte di oggi. Certo centocinquanta persone sono poca cosa e lo sono anche se misurate sull’universo dei miei contatti, solo un 3%) ma tieni anche conto che quella performance è durata un sol giorno. Ora ne stó programmando una che durerà un anno intero a partire dal 15 di questo mese, incentrata sulla fotografia come linguaggio, indagando sulla sua condivisione, comprensione ed universalità. Magari i risultati saranno altrettanto scarsi, magari invece coinvolgerà qualche persona in più, non spero di battere cuoricini e farmville, ma se qualcheduno, alla fine, incomincerà a guardare all’arte contemporanea come ad un “oggetto misterioso ed estraneo” fatto per pochi nerds e si renderà conto che in realtà è qualche cosa che con un minimo di interesse e curiosità può capire ed apprezzare lui pure. Beh! sará un bel successo.
    Ancora una cosa, per “creare pubblico”, per prima cosa bisogna spogliarsi dalla mentalità e dall’atteggiamento dell’ “addetto ai lavori” e mettersi nei panni e parlare il linguaggio di chi non si è mai accostato all’argomento. Per un artista è molto più facile, perché deve solo portare avanti il suo lavoro, la sua ricerca e se deve spiegarla, in fondo, i concetti base sono sempre gli stessi (il trascendente e l’Immanente, il bene e il male, il bello e il brutto, la vita e la morte, la commedia e la tragedia il sacro/mistico e il profano, l’amore e l’odio, la felicità e la disperazione) comprensibili a chiunque.
    Molto più difficile è il compito del critico, cui, da una parte si richede rigore scientifico, preparazione profonda, conoscenza della complessa storia dell’arte ( possibilmente del mondo intero! ) e dall’altra, nell’opera di divulgazione, si richiederebbe linguaggio semplice, interessante e divertente, semplificazione estrema dei concetti, senza loro travisamento o banalizzazione. Quanti sono realmente capaci di un tale sdoppiamento e , ancor più, quanti che pur essendone potenzialmente capaci, si guardano bene dal farlo per non perdere “credibilità” nel loro chiuso mondo? Pure starebbe proprio a loro (ed ai curatori, quando i curatori non sono essi pure critici) scrivere sui mezzi di grande diffusione articoli che “catturino” l’attenzione e l’interesse di un’ampia fascia di lettori, proporre programmi televisivi che anziché esser buoni per la programmazione notturna o del primissimo mattino, fossero tali da dar speranze, alla “rete” cui vengono proposti, di avere un audience decente e quindi trovare sponsor disposti a finanziarli con l’affidamento della pubblicità.
    Un’ultima cosa e poi la smetto, perché mi son dilungato anche troppo. Si parla tanto di “mano privata” (per esempio per il restauro e la conservazione di architetture, monumenti ed opere d’arte), a nessuno è mai venuto in mente di cercare e trovare sponsorizzazioni per un bel programma televisivo sull’arte contemporanea fatto bene, non noioso ma interessante, stimolante e magari un po’ curioso, da mandare in onda se non proprio in prima serata almeno in seconda fascia? Pure, il ritorno pubblicitario sarebbe forte, non solo per la pubblicità diretta dello sponsor che verrebbe “passata” durante la programmazione ma anhe (e forse più) per quella indiretta dell’ “azione lodevole e meritoria di “educazione” e divulgazione” che vberrebbe associata indelebilmente al “marchio” e, se il programma fosse fatto bene, nulla impedirebbe di “doppiarlo” (o semplicemente proporlo come progetto) e venderlo sul circuito internazionale che è un pochino (solo un pochino) più ricettivo?

  • Scusa: errata corrige “mixed media,” (non mixer media) … “di dar vita ad una performance” non ” di metter dar vita ad una performance…., “guardare all’arte contemporanea non come ad un “oggetto misterioso” (manca il non) …., verrebbe “passata” e non vberrebbe “passata” ….

  • augusta

    Molto molto molto interessante il tuo lavoro!!!! cosa dire? sai usare bene fb!
    coo ltour di Paolo Giaccio condotto da Carlo Massarini su rai4 con Federica Moro che presentava i vari eventi e artisti presenti alla Biennale di Venezia . Eventi, Mostre e musei in giro per l’Italia. Un programma che mi piace. io l’ho sempre visto ripetuto però perchè mi pare vada in onda nel pomeriggio.

  • Grazie per il complimento, se tribune non si arrabbia ti do qui l’indirizzo della perir ance che inizia il 15
    http://www.facebook.com/event.php?eid=285423244816534
    Si, conosco il programma anche se da qua non posso più vederlo, ma ce ne vorrebbero tanti altri e forse ci vorrebbe anche qualche cosa di meno documentaristico e che coinvolgesse e magari stuzzicasse un po’ il pubblico.
    Ti dico una cosa: tanti anni fa ci fu un tele romanzo “giallo” vagamente esoterico che si svolgeva, ai giorni nostri, nella Toscana degli Etruschi, tra tombe, scavi ritrovamenti e tombaroli. Ne ho un ricordo un po’ vago e non mi rammento il titolo, ma ricordo che ebbe un bel successo di pubblico. Bene, per qualche mese i settimanali erano pieni di articoli sugli Etruschi, il loro mondo, l’arte la cultura e così, via. Ricordo che persino moda spiccia e grandi magazzini ne furono “contagiati” e fecero a gara per “etruschizzarsi”. Ovviamente la etrusco-mania passò, com’era logico, ma il fatto che anche dal barbiere o dal coiffeur e al bar si parlasse di Etruschi non fu certamente inutile. Un altro esempio: Giurassic Park, ha innestato una , dinosauro mania, che, soprattutto tra i bimbi (che poi ovviamente coinvolgono e costringono al costante aggiornamento, padri, madri e nonni) non accenna a diminuire. Sai quanti della generazione immediatamente precedente alla mia si sono “avvicinati” per la prima volta all’arte moderna dopo il successo di Lust for Life con Kirk Douglas (Van Gogh) ed Anthony Quinn (Paul Gauguin)? E quanti si sono avvicinati ed appassionati all’arte tuot court acquistando e raccogliendo le dispense di Fabbri Editore de “I maestri del colore” ?, chiedere a Luigi Ontani per credere.

  • … SeArtribune non si arrabbia … I’indirizzo della performa ceche inizia il 15…

  • Simo Olanda

    ciao a tutti,
    Si e’ proprio come dice Luca Rossi, questi olandesi finti-alternativi, perche’ se esistono e’ perche’ sono sovvenzionati dallo stato. E poi vengono a dire a noi, che siamo troppo compiacenti, che invece di sovvenzioni annuali per sopravvivere non ne abbiamo mai viste. Che sfacciati! Ma perche ogni piccolo villaggio in Olanda ha un museo? Cambieranno anche qui le cose e poi ne potremo riparlare!
    Ciao