Tutti pazzi per l’Arte Povera

Londra come Roma e Torino. Michelangelo Pistoletto apre la stagione estiva alla Serpentine Gallery. Mettendo la ciliegina su una torta fatta di strati di mostre ed eventi che hanno recentemente reso omaggio all’Arte Povera oltremanica. C’è tempo fino al 17 settembre per un assaggio.

Installation view, Michelangelo Pistoletto, Mirror of Judgement , Serpentine Gallery, London. Courtesy of Serpentine Gallery. Photo: S. Pellion

Non bastava Peter Zumthor con il suo hortus conclusus, padiglione estivo di quest’anno. Nei Kensington Gardens un altro Dedalo è pronto ad accogliere il visitatore. The Mirror of Judgement è un “tempio” all’interno di una galleria d’arte, come lo ha definito Germano Celant. Un labirinto di cartone rappresenta un percorso catartico attraverso le tappe della cultura religiosa, per confrontarsi, guarda caso davanti a uno specchio, con il proprio Io. Perché, come afferma Michelangelo Pistoletto, il vero giudice di ogni individuo è se stesso. Un percorso a ritroso fra le opere del passato che segna un ulteriore passo in quella nuova fase della carriera di Pistoletto annunciata nel 2004: il Terzo Paradiso, passaggio a un più alto livello di civiltà, in cui la società artificiale prodotta dall’uomo renderà al mondo la vita sottratta.
Il cartone venne utilizzato per la prima volta nella serie degli Oggetti in Meno che, secondo le parole dell’artista, “marcano il passaggio dalla virtualità delle immagini allo specchio alla fisicità degli oggetti”. Apparsi in anteprima nello studio torinese di Pistoletto nel 1965, quando nel 1991 vennero presentati al Camden Arts Centre furono una totale scoperta per il pubblico inglese.

Michelangelo Pistoletto, Labirinto e Megafoni, 1969. Installation view at Boymans Van Beuningen, Rotterdam. Courtesy of Galleria Continua, San Gimignano/ Beijing / Le Moulin

A distanza di dieci anni, nel 2001, alla Tate Modern la mostra Zero to Infinity: Arte Povera 1962-72 consacrò al grande pubblico i protagonisti del movimento italiano. Nomi come Giuseppe Penone, Luciano Fabro, Mario Merz sono ancora parte della collezione permanente. Presenza immancabile è Jannis Kounellis, che nel 2010 allestì una personale presso Ambika P3, spazio espositivo all’interno della University of Westminster, le cui pareti per l’occasione vennero “decorate” con neri cappotti, appesi come corpi morti e svuotati a memoria dei posteri.

Michelangelo Pistoletto, Inginocchiatoio, 2009, mirror: 250 X 200 cm, wooden kneeling-stool 99 X 50 X 49 cm. Courtesy of Galleria Continua, San Gimignano/ Beijing / Le Moulin. Photo: A. Mole

Dopo Kounellis e prima di Pistoletto è stata la volta di Pino Pascali. Questa primavera i lavori dell’artista barese hanno accompagnato le immagini fotografiche di Marie Amar presso il nuovo spazio aperto nella capitale inglese dalla galleria romano-fiorentina BrancoliniGrimaldi. Negli stessi giorni, le opere realizzate negli ultimi due anni della breve ma intensa carriera di Pascali riempivano le tre gallerie del Camden Arts Centre. Accanto ai Bachi da setola e agli Attrezzi agricoli, il video girato, sempre nel 1968, da Luca Patella, SKMP2, ricordava quanto la componente performativa fosse rilevante nelle pratiche creative di quegli anni. Una mostra, conclusasi lo scorso aprile, correlata da alcuni incontri realizzati in collaborazione con l’Istituto Culturale Italiano.

Installation view, Pino Pascali’s final works 1967-68, Camden Arts Centre, London. Courtesy of Camden Arts Centre. Photo: A. Keate

Pino Pascali and the British Sculpture ha evidenziato il filo che lega l’Arte Povera all’esperienza artistica estera e, nello specifico, britannica. Le ricerche condotte dall’Arte Povera negli anni ’60 si sono infatti indirizzate su una via contemporaneamente intrapresa da artisti internazionali, da Joseph Beuys a Richard Serra, nel tentativo di recuperare un rapporto fra civiltà e natura, alla riscoperta dei valori primari dell’uomo, dell’energia pura che anima la terra.

La Gran Bretagna non resta immune a questo spirito e, a partire dagli anni ‘70, si forma intorno alla Lisson Gallery una nuova generazione di scultori. Fra di essi, figure come Richard Wentworth, Richard Long e Anish Kapoor sembrano porsi in sintonia con le indagini del decennio passato, tanto nella trasformazione di materiali d’uso comune quanto nel ricongiungimento con l’aspetto più spirituale della vita umana.

Installation view, Pino Pascali’s final works 1967-68, Camden Arts Centre, London. Courtesy of Camden Arts Centre. Photo: A. Keate

Ne sono passati di anni e ne sono passate di mostre. E oggi, all’ingresso della Serpentine Gallery, nessuno più si chiede chi sia Michelangelo Pistoletto. Proprio come nessuno si chiederebbe chi è Anish Kapoor.

Stella Kasian

Londra // fino al 17 settembre 2011
Michelangelo Pistoletto – The Mirror of Judgement
www.serpentinegallery.org

 

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Stella Kasian
Stella Kasian, nata a Roma nel 1981, si laurea in Studi storico-artistici alla Università degli Studi di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti, scegliendo di specializzarsi in Storia dell’Arte Contemporanea. La passione per l’arte e il desiderio di comunicarla spingono, sin da subito, la giovane Stella a muovere i primi passi nell’ambito del giornalismo on line. Trasferitasi a Londra, ancora oggi sua dimora elettiva, approfondisce le proprie conoscenze con esperienze variegate che arricchiscono la cultura accademica di nuove contaminazioni internazionali: dal corso curatoriale presso la University of The Arts alle collaborazioni con il Barbican Centre e con il Camden Arts Centre, nella quali si avventura nell’attività promozionale, organizzativa e curatoriale di eventi. Intanto Stella prosegue con sempre più impegno la sua attività di redattrice free lance, collaborando proficuamente con varie testate italiane su web e su carta.
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  • l’arte povera che ho visto mi ricorda molto le installazioni della biennale di venezia…

    • Il Gatto e la Volpe

      PIATTO POVERO, CIBO RICCO!!

  • alberto esse

    La mostra evento dedicata all’Arte Povera
    tra storicizzazione e ibernazione

    Nel gennaio 2010 è stata presentata a Milano la mostra-evento dedicata all’Arte Povera nata dalla collaborazione tra la Triennale di Milano e il Comitato Italia 150 di Torino.
    Affidata alla curatela di Germano Celant, questa mostra si svolgerà nel prossimo autunno-inverno in occasione dei festeggiamenti del 150° dell’Unità d’Italia e avrà come principali sedi espositive la Triennale di Milano, il MAXXI di Roma , il MADRE di Napoli, il MAMBO di Bologna e il Castello di Rivoli di Torino.
    Nella sua presentazione ufficiale, nel gennaio scorso, si sottolineava che essa era l’occasione, da un lato, per arrivare a una storicizzazione dell’Arte Povera, movimento, sviluppatosi tra la metà degli Anni 60 e la metà degli Anni 70, di maggior rilievo nazionale e internazionale dopo il futurismo e, dall’altro, di far lavorare in rete alcune delle massime istituzioni museali italiane.
    A pochi mesi dall’apertura della mostra, si sa che il curatore centrale ha selezionato 13 nomi di artisti che ricorreranno nelle varie sedi senza la possibilità per i direttori degli altri importanti musei di intervenire in questa scelta, nemmeno in forma interlocutoria o propositiva.
    Ora, se le parole hanno un senso, storicizzazione significa innanzitutto ricerca, approfondimento delle varie problematiche e di tutte le sfaccettature di un movimento come l’Arte Povera, che per sua natura è stato complesso, ricco e articolato. Significa indagare sulle sue connessioni, sulle sue contaminazioni, i suoi influssi e le sue ramificazioni a livello nazionale e locale come anche, in parte, a livello internazionale. Di fatto, questo movimento, pur avendo indubbiamente i propri centri di eccellenza e quindi anche i maggiori suoi interpreti a Torino e Roma, ha avuto presenze (sia pur più limitate e da valutare) anche in altre aree del paese, presenze che una accurata indagine storico/critica potrebbe evidenziare.
    “L’Arte Povera, pur essendo, come si è detto, un movimento complesso e articolato, ha come protagonisti riconosciuti dal sistema dell’arte, che ha come riferimento il mercato, non più di una quindicina di artisti dietro cui sembra essere il vuoto. E’ così? Può essere così? – scrivevo in una lettera già nel luglio dello scorso anno al curatore centrale e agli altri direttori dei musei coinvolti – Se è innegabile che l’emergere di questi principali nomi sia dovuto essenzialmente a indiscutibili motivi di merito in sede di valutazione critica, ritengo, anche in base alla mia esperienza personale nell’avventura della neoavanguardia del secolo scorso, che i motivi di questo apparente vuoto attorno e dietro questi principali esponenti possa essere di varia natura, tenendo presente le caratteristiche del movimento e la peculiarità storica di quegli anni.
    Alcuni artisti (definiamoli pure, se vogliamo, “minori”) che hanno operato nell’ambito di questa poetica negli anni citati, infatti, si sono sommersi (o sono stati sommersi) oltre che per motivazioni critiche di valore (sulle quali, in questa sede, mi astengo) anche perché, coerentemente con le premesse di poetica originarie dell’Arte Povera, si sono volontariamente posti al di fuori di un sistema dell’arte che avvertivano basato su troppo rigide logiche di mercato. Oppure perché hanno abbandonato l’attività artistica per quella politica (come già successo anche ai tempi di Dada). O perché si sono volontariamente distrutti con la droga negli anni settanta. Ma sono esistiti e hanno avuto in quegli anni un ruolo che, indipendentemente dal giudizio critico, ritengo sia utile indagare e documentare storicamente.
    E chi, meglio e più opportunamente, può farlo se non l’Istituzione Pubblica? E quale migliore occasione di questa progettata mostra?”
    Restringere, invece, l’Arte Povera a 13 nomi eccellenti non solo esclude alcuni degli artisti che normalmente, nei saggi, nei manuali e nelle mostre, sono riconosciuti generalmente come storici rappresentanti dell’Arte Povera, soprattutto perpetua una sorta di rimozione storica, come notava già nel 2009 ad es Stefano Chiodi in Flash Art sostenendo che: “[in Italia] l’assenza di una rinnovata cognizione storica per esperienze tanto eterogenee quanto innovative come quelle del gruppo “poverista” determina non solo uno schiacciamento sul già noto, una ripetizione di luoghi obbligati e cliché sempre più inerti, ma anche, aggiungerei, una specie di assideramento, di distacco preventivo che impedisce l’attivazione di prospettive di senso diverse….”.
    In questo modo si finisce, paradossalmente, per penalizzare proprio quegli artisti che, mantenendosi coerenti con le premesse teoriche dell’Arte Povera enunciate da Celant nel suo famoso manifesto pubblicato nel novembre 1967, hanno rifiutato in quegli anni e anche in seguito di perpetuare la figura dell’artista come “novello giullare [che] soddisfa i palati colti. Avuta un’idea vive per e su di essa. La produzione in serie lo costringe a produrre un unico oggetto che soddisfi fino all’assuefazione il mercato…”. Parole tanto pregnanti quanto, oggi più che mai, disattese nella situazione attuale di forte appiattimento sulle logiche di mercato.

    Riguardo poi il lavoro in rete, la collaborazione tra alcune delle più importanti istituzioni museali italiane che si sarebbe dovuta realizzare nella costruzione di questa mostra evento dedicata all’Arte Povera e su cui amministratori, curatori e promotori avevano posto una particolare enfasi, per quanto ho potuto personalmente verificare, si riduce a ben poco.

    Ho avuto modo di contattare le direzioni dei vari musei coinvolti, nel luglio 2010 e ancora recentemente nel maggio 2011, e mi è venuta la conferma che tutte le scelte erano demandato al curatore centrale, scelte di cui, a pochi mesi dall’inaugurazione della mostra, anche loro sapevano poco o nulla. Se questo modus operandi dovesse essere confermato, e non c’è ragione perché in proposito si sia mentito, allora si sarebbe nella spiacevole situazione in cui alcuni tra i più importanti musei italiani di arte contemporanea sarebbero trattati alla stregua di meri contenitori, magazzini di qualcosa di preconfezionato e calato dall’alto e alcuni tra i maggior curatori italiani [Pio Baldi e Anna Mattirolo del MAXXI, Beatrice Merz e Andrea Bellini del Castello di Rivoli, Eduardo Cicelyn del Madre, Gianfranco Maraniello del Mambo e Davide Rampello per la Triennale] finirebbero per aver il ruolo di semplici passacarte se non di esecutori testamentari.
    Se la mostra dedicata all’Arte Povera dovesse confermare queste impostazioni di contenuto e di metodo allora, credo, che non solo sarebbero state disattese le premesse iniziali ma si rischierebbe di fare un pessimo servizio sia all’Arte Povera e alla sua storicizzazione, sia al sistema museale nazionale dedicato all’arte contemporanea. Spero di sbagliarmi.
    Alberto Esse

    Piacenza 1 luglio 2011

  • PISTOLETTOGATE

    http://ilblogdellakunsthallepiubelladelmondo.wordpress.com/2012/04/27/michelangelo-pistoletto/

    Sembra di sentir parlare una setta: cosa significa terzo paradiso??? Dove si trova? Da quello che dice Pistoletto il secondo paradiso (la seconda ansa dell’infinito…ma anche quì cosa significa??? dove?) è già l’unione del mondo naturale e del mondo artificiale. Quindi il terzo (gravido???) cosa sarebbe??? Di cosa stiamo parlando?

    L’organizzazione della Fondazione Pistoletto prende 12.000 euro di contributo da sponsor per ogni studente (dai 20 ai 30 studenti) e non reinveste nemmeno un terzo del totale sugli studenti: abbandonati a un brain storming privato e a visiting professor che passano alla sera, per una cena tra amici e per fare una favore a Pistoletto (tipo celant, o manacorda che riceve un gettone di presenza per rispondere a quattro domande). Dove finiscono i denari?Cosa viene dato di concreto ai giovani studenti? Una vacanza di 4 mesi? Cosa rimane ai giovani studenti? Nulla, se non una sorta di “esperienza grande fratello”, dove ci si riempie la bocca con le parola “sociale” e con la parola “arte” senza definire mai una continuità e un ‘incidenza reale di questi progetti e di queste attività sul mondo reale. Si vendono illusioni e delusioni alle generazioni più giovani che appaiono arrendevoli e compiacenti..perchè tanto gli basta una vacanza gratis a biella…vorrei sapere quanti dopo questa esperienza posso vivere del loro lavoro, quanti vengono inseriti in progetti lavorativi continuativi…da quello che mi risulta nessuno, vengono pian piano abbandonati a loro stessi mentre ogni anno altri 20-30 giovani sono pronti a prendere il loro posto come fossero tronchetti sacrificali. Linfa vitale che finisce solo per rivitalizzare il lavoro di Michelangelo Pistoletto. Mi dispiace scrivere queste cose ma è così.

    Il lavoro di Pistoletto, anche nel quadro dell’arte povera, è fortemente sopravvalutato; un lavoro che non poteva sostenere una personale vasta come quella del Maxxi nel 2011. Un lavoro in cui si salva solo il metro cubo di infinito…a sua volta oscurato da tutta questa speculazione kitsch e retorica sullo specchio…sembra veramente di sentir parlare una setta simile a Scientology…spero che qualcuno si senta in dovere di controargomentare spiegandomi che quello che ho scritto è sbagliato. Sarebbe uno sollievo.

    • SAVINO MARSEGLIA (critico d’arte sui generis)

      IL RICCO MERCATO DI FETICCI POVERI !!!

      Comunemente si ritiene che il termine “Arte Povera” (col suo linguaggio minimalista di stampo americano), indichi una prassi concettuale riguardante l’impiego di materiali poveri di ardua comprensione.

      Insomma, un linguaggio difficilissimo, ridotto a “idea”, oppure ad una astrazione concettuale, probabilmente ideologica, riservata a pochissimi addetti ai lavori, e che poco o niente ha a che vedere con l’interpretazione della realtà e della vita pratica.

      Un linguaggio, quindi, che non intrepreta la realtà e che non può interessare la grande maggioranza degli uomini, e che perciò può incidere ben poco sulla loro vita, sul loro pensiero e sul loro comportamento.

      E’ questo ciò che comunemente si pensa oggi dell’Arte Povera; ed è per questo che la maggioranza del pubblico la ignora o rimane del tutto indifferente, tranne che al salotto buono dell’arte e quello del ricco mercato di feticci poveri.

    • Posso capire le riserve sull’utilità di alcune esperienze di residenza. Ma perché arrivare a negare l’importanza del lavoro di Pistoletto, solo perché non si condividono le strategie della sua Fondazione? Credo che la personale al Maxxi del 2011 fosse una buona mostra. Io ho imparato molto visitandola. Ho anche capito che l’opera di Pistoletto non si può ridurre a una serie di variazioni su specchi e stracci. Si tende troppo spesso a identificare un artista con quegli elementi del suo lavoro che più hanno colpito nel tempo l’immaginario collettivo, fissandosi nella mente del pubblico. Pistoletto non è tra i miei artisti preferiti, ma (anche grazie alla mostra del Maxxi) ho scoperto che la sua produzione è varia e interessante. Gli oggetti in meno e la documentazione delle performance dello Zoo, ad esempio, mi hanno colpito. Proprio il modello collettivo di lavoro che animava lo Zoo è, almeno nelle intenzioni, la base su cui dovrebbe poggiare Cittadellarte e (credo) su cui è fondato il tuo progetto Kremlino, che sto seguendo con un misto di scetticismo e curiosità. Vedremo se saprai far meglio di Pistoletto, quali energie saprai includere nel tuo laboratorio, quali strategie di cambiamento sociale saprai proporre.

  • @Vincenzo: il lavoro di Pistoletto è ampiamente sopravvalutato. L’unica opera rimarcabile è il metro cubo di infinito, poi per il resto si percepisce una retorica-feticcio dell’oggetto stucchevole, non incidente sul presente e ritardataria rispetto a molte esperienze internazionali coetanee di Pistoletto.

    La mostra al Maxxi è stata una forzatura. l’esperienza dello Zoo fa ,e faceva, il verso a esperienze collettiviste ritardatarie e omologate a quello che avveniva nel mondo civilizzato. Cosa ha portato???? Nulla. Siamo sempre difronte all’artista EGO centrico e individualista…delle esperienze dello Zoo e dalla Fondazione emerge in italia e nel mondo solo Pistoletto e il suo lavoro…..nessuno collettivo, nessuna perdita di controllo dell’identità individuale che per esempio io vivo sulla mia pelle.

    le esperienze dada e le nouveau realisme precedono Pistoletto in modo molto più efficace….ma oggi ci vuole un artista saggio,con la barba bianca, da idolatrare dentro al contenitore del Maxxi…se no il Maxxi cosa lo hanno fatto a fare????? Il presenzialismo opportunista di Pistoletto nasconde il migliore esponente dell’arte povera: Giovanni Anselmo. Ma Anselmo non ha bisogno di una fondazione di giovani sacrificali per mantenere vivo il suo lavoro.

    Sono pronto a ricredermi se qualcuno controargomenta…ma non frega niente a nessuno. :-)

  • Il Gatto e la Volpe

    Gli artisti dadaisti, (lungi dall’essere narcisi) non orinavano nei musei-mausolei, continuamente e dappertutto per stabilire i confini del territorio dell’arte…

  • Ok, però in moltissimi, ogni giorno, cercano di imporre i propri confini sventolando teorie imbarazzanti e giocando sulle speranze delle persone…e allora l’orina (o urina) diventa fondamentale per evitare che tutto venga posto sullo stesso piano.

  • Il Gatto e la Volpe

    gli artisti che celebrano il catafalco dell’arte feticistica e i teorici dell’arte già vista…, fanno come dici tu.., perché hanno modesta immaginazione e il complesso di inferiorità. Essi per non sbagliare si accontentano di pisciare sul pisciato in condizione di castrazione….

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte Sui Generis)

      LO ZOO DELL’ARTE? Volete ripetere per favore? ZOOOOO? Ho capito bene una ZETA con CINQUE O? Che cos’è ? Mai sentito nominare. Parlate più forte. Che cosa? Un istante. Volete dire quel recinto dove si piscia chiamato RESIDENZA DI ARTISTA?

  • Certo che se per fare chiarezza su “situazioni degne del peggiore berlusconismo” (come le definisci tu) dobbiamo rivolgerci a “Striscia la notizia” siamo messi male…

  • Temo di sì,

    il sistema italiano è fatto da 4 gatti compiacenti. E non esiste opinione pubblica, pubblico…anzi questi 4 lavorano affinchè il pubblico non si possa formare. Si tratta di uno stato dove i parlamentari coincidono con i cittadini….una sorta di oligarchia disfunzionale (vedi assenza fuori dall’italia e precarietà generale).

    Non è possibile una lettura critica del migliore sistema dell’arte contemporanea. Si tratta di operatori già traumatizzati, e quindi Pistoletto può dire quel che vuole e nessuno dice niente…anche se parla di creare un Terzo Paradiso (?????)

    Nel mio primo commento sul blog della Kunstalle avevo chiesto semplicemente spiegazioni su questo Terzo paradiso…ma censurano e tacciono…questo atteggiamento è sintomatico della marginalità del sistema italia, oltre quei 2-3 emigrati da subito (moooolto saggiamente), penso a cattelan, gioni, bonami, cavallucci, cramerotti…

  • Lorenzo Marras

    Luca non puoi fare questi discorsi a meta’.
    eh, altrimenti ci fai una brutta figura e per intenderci quello dello scolaretto infigardo che nella lavagna segna col gesso solo quelli antipatici e basta. Se parli di emigrazione non ti devi soffermare a fare gli elogi al giardino altrui ma dovresti un pochino riflettere che anche a casa degli altri i giochetti non sono poi cosi’ diversi dai nostri. Quattro gatti qui, quattro gatti la (in confronto alla popolazione dei guardoni intorno sia detta tutta la verita’).
    Anzi, anzi ..fuori sono anche piu’ canaglie perche’ smaliziati con sceicchi , cinesi arricchiti e spocchiosi russi.
    Luche’ dilla tutta la storia se la devi dire.

  • Letto in profondità, ma anche profondamente in superficie il lavoro di cattelan è molto buono. Gioni ha fatto un gran lavoro con la Trussardi, Bonami ha fatto una biennale nel 2003 che per prima ha suggerito l’avanzata delle moltitudini post 2001, Cavallucci ottimo lavoro a Trento e ora a Varsavia…in italia cosa rimane??????????????????

    Il vuoto, apparte qualche buona intuizione di qualche gallerista…ma veramente sporadica….illuminami, cosa rimane in italia???????

    Viafarini decrepita 3, Maxxi, Madre, Mambo 4, Museion 6–, Rivoli 5, Sandretto 4,5….tutti all’inseguimento di format internazionali e altrui, scimmiottanndo quello che non sono….sto facendo stream of consciusness…..illuminami…..

    Poi è chiaro che i giochini ci sono ovunque, io non critico i giochini di potere italiani ma la loro totale inefficacia…rispetto la promozione dell’arte e rispetto al pubblico…in italia c’è una fuga dall’arte contemporanea….e poi arriva Pistoletto e ci parla del Terzo Paradiso……non dico altro. E quando lo spiega non si accorge che la sua definizione di terzo corrisponde alla sua definizione di secondo…quindi non spappiamo neanche fare la setta come si deve….

    Pensa te

    LR

  • Lorenzo Marras

    E tu pensi di cavartela a buon mercato con un “illuminami” ? non mi sembra che ti abbia scritto di farmi avere il curriculum dei tuoi benianimi; vivaddio un pochino di lungimiranza , Luca. E mi sembri un avvocato ma io a questi signori non ho avanzato nessun capo di imputazione perche’ primo NON se lo meritano ‘ “fanno” cosi’ bene i loro “compitini” a casa e secondo perche’ io ti ho fatto notare un altra cosa, ovverossia che fuori (si avranno piu’ soldi perche’ ci sono piu’ miliardari) ma non è che la musica cambi , granche’; le finzioni sono esattamente le stesse di casa nostra, mercato ristretto, carriere attentamente sorvegliate e brand “funzionalmente” pompati con identico “baccano” per mantere il flusso di cassa costante. Stesse ed identiche strategie stesse identiche conclusioni.
    E per i tuoi “TOTTI” caro mio Luca, basterebbe un Saatchi che la sera prima litiga con la fidanzata e vedi che per carognaggine indotta mette in liquidazione tutta la baracca ed allora vedi che ILLUMINAZIONI a prezzo di saldo.
    E fammi un altro piacere , da bravo almeno tra noi non mi scrivere del cadavere Storico Arte Povera e fare paragoni che non stanno ne’ in cielo ne’ in terra.
    Pensa Pensa Pensa gioia mia.