La rivoluzione orizzontale

In memoria di Cy Twombly. Non un tardivo coccodrillo, ma una smentita dei luoghi comuni che circondano il suo lavoro. Per ristabilire la natura intellettuale della sua rivoluzione, fatta di graffiti osceni e non di lirismo o classicismo.

Robert Rauschenberg, Cy and Relics, 1952, photo copyright the Rauschenberg Foundation, in “Twombly and Poussin: Arcadian Painters” at the Dulwich Picture Gallery, London

Chiedete a un campione casuale di giovani pittori di citarvi i loro artisti di riferimento: i nomi ricorrenti saranno di sicuro quattro. Tutti oggetto di fraintendimento, come accade sempre quando un mito diventa di massa. Citeranno Francis Bacon, interpretato esclusivamente sotto il segno di esistenzialismo ed espressionismo; Lucian Freud, inteso come alfiere del figurativo e del realismo; Basquiat, della cui estetica viene colto solo il lato dissoluto, trascurando la sapienza compositiva e la compostezza quasi ultraterrena. E infine, anche se in misura minore, citeranno l’oggetto di questo articolo, Cy Twombly (Lexington, Virginia, 1928 – Roma, 2011), recentemente scomparso, così come Freud.
Anche nel caso di Twombly urge una rilettura, una smentita delle fuorvianti interpretazioni che l’apprezzamento esteso e la fama portano con sé. È necessario sottolineare che la rivoluzione di Twombly (perché di rivoluzionario si tratta) è prima di tutto di segno intellettuale e concettuale? Sì, è necessario, anche stando a ciò che è stato scritto dopo la sua morte.
Si prenda il pezzo di Vincenzo Trione sul Corriere della Sera del 6 luglio. Un articolo ineccepibile e di pregio a livello di scrittura, dall’ariosità quasi sinfonica, rara rispetto alla scrittura abituale sui quotidiani. Ma l’impressione netta è che, come sempre avviene nel discorso di massa sull’arte contemporanea, si tenda a ridurre il tutto a una lettura monodirezionale. Il lirismo e il riferimento all’antico, pur presenti in diversa misura nell’opera di Twombly, sono le uniche due direzioni prese in conto.
Ebbene, il lirismo è da considerarsi nell’artista americano un apparato, un veicolo di espressione indispensabile per comunicare l’ossatura concettuale del lavoro; e i rimandi all’antico il vezzo, lo sberleffo di un avanguardista.

Twombly nel 1958. Photo: David Lees/Time & Life Pictures/Getty Images

Flashback. Fine anni ‘50-inizio ‘60. Il lirismo è ormai il terreno in cui è sfociato l’Espressionismo astratto. Tentano di ucciderlo la Pop e il Minimalismo. Ma la vera serpe in seno è Twombly: parte da premesse più vicine al nemico per aver maggior presa nell’atto di strangolarlo. Adotta il segno convulso, automatico, espressionista: lo riversa sulla tela e lo anestetizza una volta per tutte, estromettendo il mito machista e individualista dall’arte contemporanea. I suoi sono i graffiti dei bagni pubblici, dei muri desolati. Niente di eroico nemmeno in questa scelta, nemmeno un eroismo al contrario che esalti il derelitto. Ma la volontà di fare tabula rasa e rendere la superficie della tela uno spazio intellettuale
Quale opera esemplifica meglio di quella di Twombly il passaggio al piano orizzontale descritto da Leo Steinberg (Other criteria, 1972), ovvero il criterio di contemporaneità di ogni opera d’arte? Val forse la pena di tornarci. Il piano orizzontale del critico statunitense ha affinità solo nominale con quello di Bataille, che comporta un ritorno all’animalità. Nel caso di Steinberg, il piano orizzontale è l’orientamento definitivo della tela allo spazio intellettuale, dopo l’abbandono totale non solo dell’illusionismo mimetico della finestra albertiana, avvenuto qualche decennio prima, ma anche di ogni corrispondenza tra superficie dell’opera e mondo fisico. Il piano orizzontale è schema, diagramma, “lavagna” (o schermo, se si preferisce), su cui esporre teorie, trasmettere informazioni, generare impulsi che rispondono alla ferrea logica del discorso e del linguaggio (preferibilmente quello lacaniano). Che poi il piano orizzontale di Twombly incorpori espressioni di “basso materialismo“, come direbbe proprio Bataille, risulta ancora una volta operazione concettuale: spregio verso chi pensa di appropriarsi della tela per scopi individualistici, lirici, espressionisti o esistenzialisti (proprio quelli che Trione nel suo articolo insegue elegantemente ma erroneamente analizzando l’opera di Twombly).

Cy Twombly, Ferragosto IV, 1961

Linguaggio, si diceva. Con i suoi scarabocchi Twombly ridusse – lacanianamente, ancora una volta – l’immagine al discorso verbale, fondendo immagine, parola e inconscio. E qui va sgombrato il campo da un altro equivoco. La mitizzazione di Twombly da parte dei giovani massificati cui si accennava all’inizio passa per una falsa coscienza del gesto scatologico dello scarabocchio bassamente materialistico. Pensano di poterci vedere l’atteggiamento dell’artista maledetto, umorale, che se ne frega di tutto e tutto contesta. Quanto detto finora indica invece come il gesto originario della poetica dello statunitense sia stato al massimo grado calcolato, un atto deliberato di politica dell’immagine. Il disprezzo da sbruffone fu rivolto esclusivamente verso usi retrogradi dell’arte, verso antisociali reazionariati visivi. Ed è chiaro come tale gesto non fosse affatto da includere nel luogo comune dell’artista umorale e canzonatorio, qualunquista in ultimo, così come a molti piacerebbe interpretarlo:
L’apparente abbellimento dell’espressione di Twombly avvenuto nei decenni successivi, così come la poesia slabbrata delle sue fotografie, non è stato altro che un atto di generosità: la volontà di rendere trasmissibile la sua rivoluzione concettuale, inoculandovi ampiezza di tratto, di colore e di riferimenti. Ma fiori stilizzati e profumi di classicità mai potranno occultare i rivoluzionari graffiti coprolalici di inizio carriera, e anzi li sottendono e su di essi si innervano.

Stefano Castelli

 

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.
  • hm

    – I suoi sono i graffiti dei bagni pubblici, dei muri desolati. –

    ma sì infatti . il tempo restituirà la giusta funzione di questo pittorucolo ingiustamente sopravvalutato . ornamenti per il cesso .

    • Caro hm, da molto leggo i tuoi commenti e devo dire, per onestá, che ne ho trovati, a volte, anche di molto interessanti (particolarmente nel campo musicale). Ma ora mi dici una cosa, ma cosí, diretta, in battuta e senza girarci intorno: mi dici il nome di tre/quattro artisti (pittori/scultori/fotografi/videiartisti/performers) cintemporanei (viventi o passati a miglior vita da non piú di cinque anni, meglio se Italiani, che VERAMENTE ti piacciono, i cui lavori profondamente ammiri?

      • hm

        diretta in battuta e senza girarci intorno non mi piace nessuno . al massimo posso nominarti dei registi e animatori giapponesi . magari anche qualche acquerello di jake & dinos chapman, ma sono un po’ troppo monotematici al terzo capisci che vivono in astinenza da efexor .

        • hm

          come scutore direi ron mueck, non fosse per i tristissimi soggetti che rappresenta .

    • Carlo

      Scusa, ma se non ti piace nessuno che cosa ci fai qui? Voglio dire, se io disprezzo la musica lirica,non mi metto a scassare la zucchina nei siti di musica lirica.

      • Carlo

        Proprio Ron Mueck, guarda caso, un dilettante dei peggiori. Forse ti piace l’artigianato.

        • hm

          no guarda che ron mueck è uno dei pochi che aveva un lavoro professionale alle spalle, quindi non è certo un dilettante . dilettante è damien hirst quando fa disegnare i pallini agli assistenti e disegna i teschietti sui jeans .
          questo è un sito di arte globale non un sottoinsieme di musica lirica, quindi per fortuna è assai improbabile che la mia idea di arte coincida con la tua .

          • Carlo

            La tecnica non basta, altrimenti è artigianato. Come quello di Ron Mueck. Se parliamo di tecnica, Botero è superiore, poniamo, a Peter Doig, ma a differenza di quest’ultimo è banale, ripetitivo e, in sostanza, inguardabile.

          • hm

            scusa ma ron mueck è artigianato solo per te, non è per niente banale e ripetitivo . sei ridicolo . poi da quando banale e ripetitivo è sinonimo di assenza di arte? da quando hai visto i dipinti di cy twombly? lol

          • Ron M.

            Dopo tutto questo discorso non ho mica capito che ci azzecchi la tecnica con Ron Mueck… Son mica manufatti le opere di Mueck… Mah.

  • LorenzoMarras

    Sereno , se posso scrivere dei nomi e mettendo da parte ammirazione e piacere (considerazioni che non faccio mai) le persone che scelgo sono queste :
    Caravaggio – Hopper – Gino De Dominicis – Bacon .

  • Difficile non condividere caro Lorenzo ma… se ne sono andati tutti…
    Ma almeno ora conosco un po’ meglio il nostro hp, che ringrazio per la pronta e sincera risposta

  • Tornando all’articolo, stavo riflettendo quanto sia diffusa la sorte dell’artista che produce per una vita, sviluppando ed approfondendo una ricerca spesso complessa ed interessante ma che, alla fine, viene ricordato solo per uno o pochi lavori e spesso neppure quelli che avrebbe scelto lui se ne avesse avuto la possibilità, o, peggio, vede il suo nome legato a malintesi, fraintendimenti sul suo operare e sui suoi concetti ed interpretazioni del tutto arbitrarie del suo lavoro

    • Armando Landi

      Una delle specificità – nonché ricchezze – del linguaggio artistico è proprio la possibilità d’essere significato al di là delle intenzioni semantiche dell’artista.
      Qua stiamo ancora a porre il focus su chi realizza il testo (artistico) e sulle sue intenzioni, neanche egli fosse il redattore di circolari ministeriali!
      (Dev’essere proprio un problema egoico legato a una mancanza d’affetto durante l’infanzia).
      E poi ci scandalizziamo di certi Padiglioni Italia; ma, diamine, non c’è una minima consapevolezza di che cosa sia “arte” nemmeno (e forse soprattutto) tra coloro che sostengono di farla.

      A proposito di De Dominicis, non era lui che disse: “è il pubblico che si espone all’arte, non viceversa”?
      La soluzione potrebbe essere esporre direttamente l’artista…

      • Caro Landi, sí era proprio lui e quanto ad “esporre direttamente l’artista” è esattamente ció che fa ogni performer e non solo, ad esempio, Luigi Ontani non ha mai fatto altro se non proprio questo e non è il solo, anche Francesco Clemente ha spesso (io credo influenzato da Ontani che fu suo mentore agli imizi di carriera) rappresentato se stesso. Ma ti daró una notizia per te sconvolgente : ogni artista, qualsiasi cosa faccia o apparentemente rappresenti, in realtá, sempre e solamente “espone direttamente se stesso” e non potrebbe far diversamente dato che il “noi stessi” è l’unica “realtá” di cui abbiamo una qualche speranza di aver conoscenza.
        Io, se hai mai letto miei commenti, non mi scandalizzo affatto del (dei) Padiglione Italia, anzi ho sempre detto che l’idea era geniale, lodevole e da ripetere in futuro. Quanto a “consapevolezza di ció che sia arte”, caro il mio professorino, t’informo che non esiste nessuna “consapevolezza” univoca di esse ma tante “consapevolezze” quanti sono i soggetti che ad essa si rapportano.
        Il punto, peró, è che tu non hai compreso il senso della mia riflessione. Se avessi letto l’articolo forse avresti potuto coglierlo. Quanto a porre il “focus su chi realizza” ti potrei rimandare a Duchamp (“non m’interessa l’arte, m’interessa l’artista”).
        La mia riflessione non è, tanto, sulle “interpretazioni” date da critica e spettatori “diverse” da quelle che l’autore ha dato o avrebbe potuto dare ma sul fatto che spesso certi autori vengano ricordati (dal vasto pubblico, non dalla critica o dagli studiosi) piú per aspetti e lavori “minori” o “non centrali” alla loro ricerca (spessissimo per lavori “giovanili” o “dei primi periodi”) e spesso per banali fraintendimenti di segni e concetti operati inizialmente daimedia superficiali e diventati poi “correnti” al punto da far premio sulle interpretazioni critiche piú “consolidate” e condivise.

        • Armando Landi

          – I performer espongono performance non necessariamente se stessi.

          – Ogni artista espone se stesso, ciò non significa che debba volere necessariamente (e, diversamente, sentirsi frustrato) che chi fruisce di ciò che realizza recuperi il significato che egli ha attribuito alla sua opera. Se vuoi comunicare, come affermava quel regista, non fai film, spedisci una lettera.

          – Lascia perdere Duchamp, ha detto tutto e il contrario di tutto. Ha anche detto: “sono gli spettatori che fanno i quadri”; che, guardacaso, somiglia tanto all’affermazione di De Dominicis. Entrambi artisti che avevano ben capito che diversamente si sarebbe ridotto il linguaggio artistico a un qualunque linguaggio che viene utilizzato nella quotidianità e che richiede che il ricevente del messaggio recuperi il significato inscritto dall’emittente.

          – Lascia perdere consolidato o non consolidato, ci sono interpretazioni corrette perché rispettano la realtà dell’opera e intepretazioni sbagliate perché non la rispettano. Siano esse consolidate o meno.
          Non c’è fraintendimento, perché l’intento dell’artista riguarda solo lui. Se non vuoi fraintendimenti puoi sempre dire ciò che vuoi esprimere in modo chiaro, non dipingere, non scolpire… dillo chiaramente e sarai felice perché tutti ti capiranno e non vivrai alcuna forma di regressione a piccolo humphrey.

          Detto ciò, “amici come prima, è stata un’avventura” : )

          • Ovviamente amici come prima, mi dispiace solo di non essere stato capace a farmi capire visto che tu l’hai totalmente malinteso.

          • Armando Landi

            Accidenti questo è davvero un caso grave, allora! Nemmeno quando “dici ciò che pensi” (anziché dipingerlo) riesci a farti capire!
            Si potrebbe girare un remake di “Incompreso” e intitolarlo “SerenoVariabile”.

            Ovviamente sto scherzando eh ;)

            Un saluto

          • Caro Landi, vedi, a volte bisognerebbe essere anche capaci di capire quando uno “abbozza” perché non ha voglia di continuare un discorso che ritiene “tempo perso””. Visto che tu non hai, evidentemente, questo dono allora eccomi a te:
            Riprendiamo punto per punto.
            I performer “espongono performances” è una tautologia, rimane il fatto che, non tutti, ma la maggior parte di essi, interpreta personalmente la performance e quindi “espone” se stesso e, comunque, io citavo il loro caso (e quelli di Ontani e Clemente) per rispondere al “allora tanto varrebbe esporre l’artista” del tuo primo post.
            Aggiungevo che sempre e comunque un artista, col suo lavoro, espone se stesso perchè qualsiasi cosa tu faccia “esponi” te stesso (nel senso, visto che sei un po’ duro, che chi ti guarda “fare” si forma un’idea su di te da ció che fai e da come lo fai e questo vale ancor piú per “l’artista” inteso nel senso piú lato possibile)
            Duchamp non “ha detto tutto ed il contrario di tutto” solo chi non lo conosce o non riesce a capirlo puó dire una cosa simile. “E’ lo spettatore che fa il quadro” ha un senso molto preciso e profondo che, vedi caso, va’ proprio nel senso contrario al tuo vedere “l’arte” come cosa differente dalla comunicazione. L’arte è essenzialmente, fondamentalmente e principalmente comunicazione solo che, come del resto anche molti altri tipi di comunicazione, non ha un “linguaggio” unico ed univoco ma tanti linguaggi quanti sono coloro che la praticano. É proprio in quanto comunicazione che per “essere” completa, per adempiere al suo compito ha necessità del “ricettore” con la conseguenza, ineliminabile in qualsiasi tipo di comunicazione, che, ad operazione compiuta, il messaggio non è piú definibile come “quello che l’emittente ha trasmesso” ma come “ció che l’emittente ha trasmesso cosí come è stato recepito dal ricevente”.
            Questo detto la mia riflessione (e lo dico per la terza volta!!!) non riguardava affatto l’interpretazione del lavoro, che puó perfettamente esser differente (anche molto differente) dall’intenzione che lo ha generato e, quimdi, non in questo senso parlavo di “fraintendimenti”… ma, dato che scrivo in un Italiano banale ma certamente comprensibile, basta leggere il mio post da “La mia riflessione non è tanto…” sino alla fine per capire esattamente che intendevo e che non intendo ripetere per la quarta volta..
            Infine, cosí magari ti metti l’anima in pace, io non mi sento n’è incompreso n’è frainteso, ti diró che non ho mai provato, in tutta la mia vita professionale sentimenti del genere e, per finire, che (ma mi sembrava abbastanza ovvio) io mi riferivo ad artisti “passati a miglior vita” mentre, a Dio piacendo, io sono ancora qui e quindi in nessun modo potevo essere uno dei “soggetti” della mia riflessione.
            Con immutata simpatia

          • Armando Landi

            Eh come sei permaloso e formale, Sereno! :)
            Dai facciamo così, io cito quello che avevi scritto e poi tu mi spieghi dove sbaglio:

            “vede [l’artista] il suo nome legato a malintesi, fraintendimenti sul suo operare e sui suoi concetti ed interpretazioni del tutto arbitrarie del suo lavoro”.

            Ora, in che altro modo si può intendere il “fraintendimento dei suoi [dell’artista] concetti” se non come mancato recupero, da parte dell’interprete dell’opera (pubblico, critica ecc.), delle intenzioni semantiche dell’artista?
            Da un discorso come il tuo – quello poco sopra – deduco che a te interessi non venire frainteso, quando realizzi un’opera; e per non fraintendere i tuoi concetti (riprendo esattamente le tue parole) io (interprete) dovrei recuperarli quando interpreto la tua opera; recuperare le tue intenzioni; recuperare i significati che tu hai inscritto nel segno artistico.
            Fammi capire dove sbaglio, se non è questo ciò che intendevi dire…

            Poi, in riferimento a Duchamp, tu dici:
            “E’ lo spettatore che fa il quadro” ha un senso molto preciso e profondo che, vedi caso, va’ proprio nel senso contrario al tuo vedere “l’arte” come cosa differente dalla comunicazione. L’arte è essenzialmente, fondamentalmente e principalmente comunicazione solo che, come del resto anche molti altri tipi di comunicazione, non ha un “linguaggio” unico ed univoco ma tanti linguaggi quanti sono coloro che la praticano. É proprio in quanto comunicazione che per “essere” completa, per adempiere al suo compito ha necessità del “ricettore” con la conseguenza, ineliminabile in qualsiasi tipo di comunicazione, che, ad operazione compiuta, il messaggio non è piú definibile come “quello che l’emittente ha trasmesso” ma come “ció che l’emittente ha trasmesso cosí come è stato recepito dal ricevente”

            “Aderire al suo compito”? Quale sarebbe il “compito”, immagino inteso come “fine”, della comunicazione? Non è forse quello di comprendersi, di capire ciò che l’altro dice? E per riuscire in ciò è chiaro che ci si deve SFORZARE di recuperare il significato che l’emittente invia, e non un altro o uno dissimile. Del resto non sei tu che lamenti l’esistenza dei fraintendimenti? Ma se parti dal presupposto che la comunicazione sia fraintendimento che senso ha lamentarsi?
            La “conseguenza”, che tu definisci ineliminabile, è oltre che, a mio parere eliminabile, una conseguenza nei confronti della quale, nell’uso quotidiano del linguaggio ENTRAMBI I PARLANTI TENTANO DI OPPORSI, il ricevente CERCA di recuperare QUANTO PIù ESATTAMENTE il significato che l’emittente ha inviato. E questo proprio per evitare i fraintendimenti. In questo caso, la comunicazione riesce tanto più quanto più tale tentativo di recupero si compie.

            Nell’arte, invece, c’è questo bel valore di rendere il “segno” a disposizione dell’interprete. Può venire a cadere quella NECESSITà COMUNICATIVA CHE RISIEDE NELLO SFORZO DI RECUPERARE IL SIGNIFICATO INSCRITTO DALL’EMITTENTE.
            E’ per questo che De Dominicis e Duchamp affermano che l’arte – che, del resto, se vuole distinguersi da altre forme di linguaggio dovrà avere una propria specificità, no? – la fa il pubblico. Loro parlano di arte, appunto, per distinguere questo linguaggio da quello quotidiano! Perché sono linguaggi RETTI DA LEGALITà DIVERSE: in quello quotidiano si pretende, per quanto possibile, che il ricevente si attenga al significato emesso dall’emittente; in quello artistico tale pretesa non esiste.

            Un caro saluto :)

            PS: per quanto riguarda la voglia di continuare un discorso, beh, io prendo spunto dalle tue parole per mostrare come certe credenze siano inesatte. Non mi riferisco necessariamente a te, tu puoi anche non rispondere, qua ci leggono tante persone, magari interverrà qualcun altro più interessato di te ;)

          • Per capire a quali tipi di “fraintendimenti” mi riferissi basterebbe rileggersi l’articolo che ha generato la mia riflesione. Quello di cui non ti rendi conto è che diciamo, in diversi modi, cose molto simili. La differenza sostanziale stà nel fatto che tu ti sei ficcato in mente che io parli “per fatto personale” e che iattribuisca “all’autore” una sorta di esclusiva o preminenza sull’interpretazione del suo lavoro, cose, entrambe, sbagliate, il tutto unito ad una tua (ostentata? polemica?) eccessiva indifferenza rispetto al “messaggio di partenza”..
            Sulla comunicazione il discorso si farebbe lunghissimo e necessiterebbe di una premessa nella quale fornire le “definizioni” in base alle quali verrebbero utilizzati i vari termini, cosa che, qui, mi par proprio fuori luogo.

          • Armando ecc.

            Beh certo che le mie sian vere no, un popperiano come me! Ma che le tue sian sbagliate, ne sono piuttosto convinto… sai, il falsificazionismo ecc.

            Comunque è vero, diciamo cose simili, ma anche totalmente diverse… è che tu dici prima una cosa e poi dici il contrario :) facci caso… e smetti di voler insistere sul fatto che inizialmente tu non fossi dispiaciuto della mancanza di attenzione verso le intenzioni semantiche dell’artista, eddai!

            Sì, certo, il discorso è lungo, richiede di definire meglio i termini… e magari di seguire un bel corso di semiotica generale o di filosofia del linguaggio ecc. :)

  • hm

    ma figurati, se mai mi regalassero un mac lo rivenderei subito, troppe esperienze di lavoro tragiche coi macintosh e troppi tecnici che ci ridevano sopra per non disdegnarli dal profondo .

    • :-O :-O … ti capisco io ne ho uno perchè è il “terminale” del dorso digitale di una fotocamera … ma non son mai riuscito a crearci un vero feeling.. per esempio non sono mai riuscito a collegarlo alla wifi ;-)

  • LorenzoMarras

    in vero di questi quattro che ho scelto due in particolare sono quelli che hanno piu’ che altro suscitato una sorta di repulsione per l’atmosfera che traspariva dai loro lavori e che nonostante trovassi la cosa seccante suscitava il mio interesse per loro.

    Caravaggio ad esempio, per il dipinto in cui viene ritratto San Paolo per terra con le braccia aperte in segno di ricevimento dell’illuminazione , con accanto il cavallo e quello strano personaggio che afferrate le briglie , sembra, che lo porti via con se.
    Di questo dipinto mi infastidi’ (ero molto giovane) il fatto di non potere vedere il momento antecende alla caduta da cavallo perche’ la scena lo suggeriva e sopratutto quello strano individuo che appunto si appropriava del cavallo (in seguito , se sussumiamo la figura cavallo come simbolo di liberta’ negata, tutta la scena mi ha reso odioso il personaggio San Paolo).

    Anche l’incontro con i soggetti di hopper non fu proprio dei migliori perche’ non sopportavo che della solitudine si facesse una cosi marcata messa in scena. Tutti i personaggi di Hopper sono affogati negli interni e terribilmente soli anche quando, in apparenza stanno in compagnia come nel dipinto, divenuto ormai celebre, degli avventori di quel bar che fa ad angolo intenti a consumare ed ad ignorarsi .

  • Io di Hopper amo molto l’atmosfera, per cosí dire, che mi riporta a tempi molto lontani ed al “mito America” che ha accompagnato tutta la mia infanzia e prima giovinezza e poi alla scoperà dell’America vera, di New York e del New England. Di Bacon ricordo soprattutto certi personaggi ieratici e disfatti, e per lui posse dire quell che tu diviner gli altri due: ad attrarmi, dapprima, è stato il “fastidio” che i suoi quadri mi ispiravano. Di Caravaggio, ad infastidirmi, erano, invece, certe figure di giovinetti ambigui nelle quali mi pareva di rintracciare l’interesse morboso dell’autore. Di Gino De Dominicis, che ho avuto la gran ventura di conoscere, posso solo dire che era un genio totale.
    Ma, visto che sia tu che hm vi siete “esposti” con dei nomi. mi pare corretto farne qualcheduno anch’io : tra i viventi Luigi Ontani, Carla Accardi, Francesco Clemente, Guido Paolini (ma ce ne sono veramente tanti che vorrei ancora aggiungere), tra quelli che vivono per sempre Alighiero Boetti, Mario Schifano, Henri Cartier-Bresson, oltre a De Dominicis, naturalmente.
    Mi piacerebbe anche il tuo pensiero su quel che dicevo prima a proposito del fato ingrato di molti artisti.

    • … scusa… posso dir quel che tu dicevi degli altri due… (accidenti al correttore automatico !!! ;-) )

      • LorenzoMarras

        scusa il ritardo Sereno ma, inpossibilitato perche’ sprovvisto di computer.
        dI De Dominicis piu’ dell’opera in se, mi ha sempre interessato il contesto in cui la medesima trovava la sua applicazione .
        Un esempio : lo sguardo di profondo sospetto della Visitatrice del museo verso il ragazzo (affetto dal morbo di down) seduto su una sedia.
        Sospetto della propria visione resa manifesta dall’avvicinarsi al guardato con lo scopo di verificare se fosse reale oppure no .
        Questo mi ha permesso di interrogare sempre piu’ me stesso allorquando dovevo confrontarmi con qualsiasi cosa o persona a cui mi avvicinavo; ovverossia se della cosa o persona avessi gia’ conoscenza gia’ confenzionate oppure da acquisire , senza pregiudizio.

        Ho avuto insomma, piu’ che un attenzione o se vuoi pre-emozione verso le cose viste nella loro appunto cosita’ …dipinti video oggetti gia’ pronti.. persone , una ansia verso me stesso nel momento in cui confrontavo questo me stesso con i significati nascosti dietro essi. (davo molto credito a cio’ che pensavo al primo impatto solo dopo riflettevo in maniera piu’ approfondita).

        Ad esempio di Bacon non ero minimamente interessato alla pittura ma ai personaggi ritratti che con un certa auto immaginazione calavo in un atmosfera che posso suggerirti Kafkiana , per i suoi caratteri di aperto inatteso.

        Riassumendo non è mai l’artista o l’opera in se che mi interessa, ma il modo con cui la stessa incontra il mio immaginario.

        Per quanto riguarda artisti , cosidetti sconosciuti non faccio nessuna differenza , anzi a volte sono ancora piu’ avvicenti nonche’ stimolanti sopratutto quando non c è nessuna voce che possa mettersi di traverso tra me e loro.

        Ti saluto caramente, Sereno.

        • Caro Lorenzo credo che il tuo sia il miglior modo di rapportassi con un lavoro (e con il suo autore) infondo tutto quello che riusciremo a cogliere della realtá che ci circonda è solo il suo riflesso in noi stessi.

          • Coccole Dispenser

            Aahah Sereno, il tuo “e con il suo autore” posto tra parentesi è ottimo! Denota certo uno sforzo d’astrazione, sul quale c’è però ancora molto da lavorare :) attualmente proprio non ce la fai a lasciare le tue opere vivere di vita propria, da sole, sul palcoscenico della ribalta; se vuoi ti aiuto mettendo una scaletta a bordo palco eheheh

          • Coccole Dispenser

            PS: dimenticavo il perché del “coccole”!
            La mia prossima opera sarà intitolata “La solitudine dell’Artista”: un invito rivolto a tutti gli artisti in-compresi nell’interpretazione delle loro opere a presentarsi per ricevere un abbraccio collettivo, e tanti baci, da parte del pubblico!

          • Caro “coccole dispenser” (AL) dalle mie parti dicono “Phid!!!” che vuol dire “Sbagliato!!!” … e il suo autore fra parentesi è dovuto al fatto che Lorenzo, nel suo post, si è riferito sia ai suoi “rapporti” con le opere che a quelli con gli autori e quindi … Quanto a me, o negli, a chi usa qesto nikname, se tu lo conoscessi, ti faresti grosse risate di te stesso: una volta finito un lavoro non prova, per esso, il ben che minimo interesse e potrebbe benissimo distruggerlo per farne un altro (cosa che qualce volta ha anche fatto) e questo suo atteggiamento è piuttosto noto.
            Quanto alle “coccole”, pur non avendo mai provato la sensazione d’essere incompreso e pur infischiandomene serenamente di come vengono interpretati i miei lavori , se tu, invece d’essere un maschietto, fossi una bella fanciulla, poniamo come la nostra Helga, ad esempio, beh! allora, un pensierino ce lo farei ;-)

          • Armando Landi

            Ahahah mi sento di unirmi alla proposta di coccole rivolta a Helga :)
            che ne dici di condividere un volo per Palermo?, così magari riesco a convincerti del fatto che alcune tue idee sono bislacche :) prometto di raccontarti l’esilarante “performance” di Gianni – pensierodebole – Vattimo in proposito alla contrapposizione tra “descrizione” e “interpretazione” ;)

          • È perfettamente possibile ed anche probabile che io abbia idee bislacche ma delle tue ti senti proprio sicuro?
            Quanto alla spedizione Palermitana, non posso dir di te, ma se Helga Marsala conoscesse chi usa questo pseudonimo temo proprio declinerebbe l’invito ;-) ;-) ;-)

          • Armando ecc.

            e dimmelo a me, in un orecchio, chi sei… prometto di non svelarlo a nessuno ;)

  • ci effe

    ma perché certe persone, molto probabilmente serie, a giudicare da come scrivono, commentano le idiozie di qualcuno, ostinandosi a cercare una minima presenza di intelligenza e, soprattutto, di rispetto per il prossimo (soprattutto quando è morto da poco), dove assolutamente non esistono? molto meglio sarebbe ignorarle, queste idiozie, e sono sicuro che alla fine essi si stancherebbero (e non si leggerebbero più certe insulsaggini).

    • Caro ci effe, scusa se mi permetto un appunto al tuo post. Un commento, per essere utile ed interessante, deve essere chiaro e comprensibile. Allora perché non ci dici chi ha scritto e quali sciocchezze sono state scritte? Una discussione è un confronto d’idee e pensieri, a tutti puó capitare e capita, qualche volta, di dire “sciocchezze” ma anche su di esse (anzi, a volte, proprio su di esse) è utile discutere… qualche volta potremmo scoprire che poi, in fondo, in fondo, non erano poi cosí sciocche. Il “metodo Socratico” era fatto appunto di questo.

  • Barbara Pazzaglia

    Gli scritti e i segni di CY Twombly sono esercizi di scrittura per nulla convulsi nè congestionati. Il suo modo di scrivere determina forme astratte d’immenso valore estetico. Non facciamo confusione con ciò che si presenta ai nostri occhi quotidianamente che è sporco. I segni di twombly sono lindi perchè lui era ossessionato dalla pelle come molti altri artisti (Hegel). Lamatita è la pelle dell’universo. Non per caso Christie’s vende i suoi segni a prezzi altissimi.

    • …avevi incominciato e pure continuato, cosí bene… perché rovinar tutto con quella brutta chiusa?! Anche Jeff Koons viene battuto da Christie’s a prezzi favolosi … e allora? Tante cose che oggi nessuno vuole neppure a regalargliele lo sono state ! Lascia perdere il “mercato dell’arte” e non far l’errore di Politi per il quale un opera d’arte vale solo se ha un cartellino prezzo attaccato ed è solo quest’ultimo a farne un’opera d’arte!!!

      • Barbara Pazzaglia

        Ti stai confondendo perchè anche se è vero che nelle aste c’è arte di poco pregio e non tutto vale c’è anche ciò che vale veramente e chi compra sa apprezzare profondamente supportato da una cultura immensa.

        • Non ho mai detto che alle aste non si trovi “anche” quello che vale e non ho mai espresso giudizi sulla cultura dei compratori anche se l’aggettivo “immensa” per la cultura mi parrebbe fuori luogo, di chiunque si stesse parlando. Il punto è un’altro che non sembri cogliere ma forse è solo un mio problema : quando di parla d’arte e sento nominare prezzi, aste, mercanti e compravendite mi si accappona la pelle… che oca ci vuoi fare …

          • geafrost

            anche parlare di mercato editoriale ti fa accapponare la pelle?

          • @geafrost, non riesco ad afferrare il senso della tua domanda (e del resto quasi nulla so del “mercato editoriale”) ma, per cercare di risponderti comunque, ti diró : se mentre stiamo parlando di poesia, narrativa o sggistica, qualcheduno se ne venisse fuori con una frase del tipo “sicuramente il Tale è un gran poeta (scrittore/saggista) tant’è vero che i suoi libri sono dei best sellers (o anche peggio : hanno prezzi di copertina superiori ai 50€ ) ” si, posso comfermarti, mi si accapponerebbe la pelle!

  • Scusa .. che cosa, non che oca ;-)

  • geafrost

    Caro Sereno con gli occhi chiusi, lo dico brutalmente ma senza “prezzi aste e mercanti” non esisterebbe neanche il luogo dove stiamo scrivendo. Quello economico è uno degli aspetti più interessanti di tutto il sistema e davvero non capisco perché dovremmo fare a meno di accennarvi. Accapponiamoci di meno per capire qualcosa in più.

    • Scusa ma, per caso, tu sei mica Gea Politi? Comunque cara Gea fredda, forse io non capisci nulla e tu, grazie al tuo interesse per l’aspetto economico, hai, invece, una “comprensione” illuminata, rimane il fatto che dire “il Tale è un grande artista tanto è vero che i suoi lavori vengono venduti a prezzi altissimi” è un’autentica bestialità.

  • Armando ecc.

    ehehe gea, secondo me tu non capiresti nemmeno se Sereno ti facesse un disegno :) e dire che non è mica complicato quello che lui sta dicendo…

    Sereno, non so se è più vantaggioso, per te, avere a che fare con me – che capisco pure troppo bene ciò che scrivi – o con persone che ti risponderebbe “molto bene, grazie”, se domandassi loro “che ore sono?” ;)

    • Armando ecc.

      ops… volevo dire s-vantaggioso, ovviamente ;)

      • Non esiste né vantaggio né svantaggio caro Armando-dispenser-Landi-ecc. (ma deciditi una volta e smetti di cambiare. fai venire il mal di testa) esiste solo ll piacere per il colloquio e il dibattito, con la certezza che, non ostante tutto, da esso ne usciró arricchito e che, quindi, Val la pena coltivarlo con chiunque: non ho nulla da insegnare e moltissimo da imparare. Anche quando affermo con decisione non è per “insegnare” qualche cosa ma è un modo per porre una data proposizione al centro del confronto con l’altro in modo che debba affrontarla e discuterla senza poter evitarla. Ho l’assoluta certezza che, non tutte, ma certo molte delle mie convinzioni sono destinate a modificarsi col tempo e col confronto e che ció è un gran bene … ed ora basta per favore, parlar di me non è ció che preferisco fare.

        • ecc.ecc.

          Va bene, mi decido, opto per “ecc.ecc.”, quantomeno sino… diciamo a ferragosto, va :) così non avrai bisogno di prendere un’aspirina.
          Però anche tu promettimi di essere coerente (altrimenti l’aspirina finisce che devo prenderla io), perché prima dici

          “Caro Landi, vedi, a volte bisognerebbe essere anche capaci di capire quando uno “abbozza” perché non ha voglia di continuare un discorso che ritiene “tempo perso””

          e ora dici

          “esiste solo ll piacere per il colloquio e il dibattito, con la certezza che, non ostante tutto, da esso ne usciró arricchito e che, quindi, Val la pena coltivarlo con chiunque”.

          Fa fede l’ultima risposta? Facciamo come a “Vuoi essere milionario?”, l’accendiamo? ;)

          PS: Helga dice che possiamo andare entrambi, a Palermo… prepara le valige!

          • Caro Landi sono entrambe valide perché, vedi, il colloquio ed il dibattito è un piacere ed un arricchimento quando è tale se diventa una “conversazione tra sordi” nella quale l’uno non intendendo l’altro continua a rispondere a ció che pensa di aver capito, anziché a ció che l’altro ha effettivamente detto, beh! Allora perde la piacevolezza e l’utilitá. Comunque credo che sia tempo di superare e lasciar perdere quest’argomento che, oltre ad essere qui fuori tema, probabilmente non interessa a nessuno dei lettori. Quanto a Palermo è per me, purtroppo un pó troppo distante e poi credo che la bella (tanto quanto intelligente e brava) Helga non saprebbe granché che farsene di un nuovo nonno ;-)

    • geafrost

      desideravo solo invogliare Sereno, che mostra un atteggiamento comune a tanti miei amici, ad essere meno ideologico su certi argomenti.
      Comunque “molto bene, grazie”

      • Cara Gea, scusami, non vorrei esser stato scortese, prima. ma credimi, la mia non è una posizione “ideologica” ma solo “logica” : il valore commerciale del lavoro di un artista (e non solo) non ha ragione di esser preso in considerazione quando si giudica della “bontá” dello stesso e dire “Tizio è bravo perché si venda ad alto prezzo” è, per me, una proposizione illogica, tutto qua.

  • stefania dm

    Ciao a tutti.
    Tra gli artisti nominati gli unici che mi dicono qualche cosa di vero sono Hopper e Freud, sarà perchè io sono fuori dal tempo, ma gli altri mi sembrano legati in qualche modo ancora alla popart, graffitismo ecc…..e non ci vedo nulla di intimo e personale.

  • Carlo

    Scusa hm, con banale e ripetitivo mi riferivo a Botero. Rileggi bene.

  • gigio

    cioè i chapman sì e cy twombly no?
    ahahahaahahahah

  • hm

    i chapman non prendono per il culo gli spettatori e usano estro e inventiva in ogni loro opera (anche se a me piacciono quasi esclusivamente i loro acquerelli) . cia twombly è un fake espressionista, in realtà è sempre stato un povero imbrattatele addobbatore mancato di cessi pubblici . claro?

    • geafrost

      I Chapman sembrano un chiaro esempio di pianificazione a tavolino. Mi spiego: sei in un certo ambiente, hai una notevole capacità “manifatturiera”, vedi un po’ come vanno le cose, capisci che un certo genere d’immaginario non è stato portato alle estreme conseguenze e che c’è ancora spazio per un po’ di shock ben confezionato. Secondo me è andata così.

      • hm

        mi sa che ti confondi con maurizio copialan (che per giunta è pure privo di abilità manifatturiera) . i chapman non mi sembrano per niente semplice shock, fanno riflettere sulla guerra sull’ingegneria genetica e il nucleare, queste le prime tre cose che mi vengono in mente . a me piacciono di base i loro acquerelli che ho avuto la fortuna di vedere in due mostre . cattelan su cosa fa riflettere? sulla paraculaggine e il lecchinaggio delle relazioni sociali che se lecchi bene tornano subito?

  • LucaOrso

    stupid idiot…We needn´t to fight against pop-music !! I listen to Metal but i dont have anything against pop music … they have the same right to play their music like you or every other metalhead ..Fuckin Intolerant Poser !!!!!

  • hm

    scusa luca morso ma l’ultimo commento era per me? io non faito contro la pop music, anzi a volte la lovvo veramente un casino . solo che non capisco cosa c’entri la pop music con maurizio copialan, che mi sembra un esempio perfetto dello smart relativism di cui parla no stop il tuo amico luca morsi da oltre due anni, smart relativism ovvero soluzioni estemporanee e shockanti senza nessun filo logico che non sia la ricerca estrema del poser attention whorismo mediatico invocato affinchè torni subito . visto che consideri pop dei bambini impiccati in mezzo alla strada e dei morti all’obitorio voglio dedicarti questo dolce pezzo pop sperando che ti allieti questa serena domenica di agosto —-> http://www.youtube.com/watch?v=xxZWin1EaeQ&feature=related