Ma a che serve Michelangelo?

Se lo chiede il professor “terrible” Tomaso Montanari, che giovedì scorso ha presentato a Milano il suo ultimo libro, edito da Einaudi. Che prende le mosse da un caso emblematico della malagestione del patrimonio artistico, l’acquisto statale per 3,25 milioni di euro di un crocifisso erroneamente attribuito al giovane Michelangelo. L’arte antica? Una escort di lusso.

Il Crocefisso attribuito erroneamente a Michelangelo

Il caso del falso Michelangelo è uno dei molti casi che tratta Tomaso Montanari per dimostrare come l’arte antica sia diventata “l’escort di lusso” della cultura italiana. Scritto con lucidità e verve, il saggio racchiude in sé i toni acri del pamphlet e le rimostranze dei cahiers de doléances. Ne risulta un atto d’accusa contro la deriva presa dalla moderna ideologia della “valorizzazione” dei “beni culturali” che, secondo il quarantenne docente di Storia dell’arte dell’Università Federico II di Napoli, si trasforma in svendita della nostra arte per pochi euro, in un mondo che capisce solo più gli “eventi” della grande “Disneyland culturale”, mentre languono i tanti musei a chilometro zero, ricchi di connessioni con la storia del territorio che l’Italia possiede e che nessuno più visita.

 

Il tuo libro presenta un’attenta ricostruzione dell’errata attribuzione del Cristo ligneo (provenienza Gallino) a Michelangelo e relativo acquisto per 3,25 milioni di euro da parte dello Stato. Hai il tono del polemista ma anche la perizia di uno storico. Sull’onda di quale sentimento hai scritto questo libro? L’indignazione?
Uno degli scrittori italiani contemporanei che amo di più, Franco Arminio, ha scritto che “il mondo non cambia perché non lo vuole cambiare quasi nessuno. Il mondo non cambia perché non è mai stato così pieno di ipocrisia”. Dunque, ho scritto questo libro sull’onda di una fredda indignazione, certo, e anche del disgusto per l’ipocrisia, l’impreparazione e l’inadeguatezza di molti di coloro che hanno in mano il mondo della storia dell’arte. Ma l’ho scritto soprattutto animato dalla voglia di cambiare, se non il mondo, almeno il mio piccolo mondo: quello della storia dell’arte.

Napolitano e il Crocefisso attribuito erroneamente a Michelangelo

Il problema del Michelangelo/Gallino è l’emblema di una stortura tutta italiana oppure all’estero non sono messi meglio?
Nessun Paese è perfetto, ma il dilettantismo, la presunzione e l’arroganza (per esempio) del Comitato degli storici dell’arte del Mibac che ha consigliato il ministro di comprare l’opera senza consultare esperti terzi, ma basandosi solo sulla forza della consorteria e della corporazione: beh, questi gravi difetti sono tipicamente italiani e tipicamente della casta accademica italiana. La professoressa Marisa Dalai presiede quel Comitato, nonostante sia in pensione da quasi due anni: in nessun altro Paese del mondo c’è un così grave problema di gerontocrazia. E da vecchi non si è felici di essere contestati: pensi che la professoressa Dalai è furibonda perché la Direzione dei beni culturali della Lombardia mi ha invitato a discutere il libro. E questi sarebbero i liberi intellettuali!

La svolta culturale a cui assistiamo, sostenuta da illustri soprintendenti e protagonisti della cultura artistica nostrana, fa sì che della storia dell’arte non sia più nulla, che il suo senso si svuoti e che di essa si possa fare ciò che si vuole. Davvero la verità non vale più nulla?
Vale in effetti pochissimo. Pochi giorni fa, un signor nessuno fortemente indiziato di cialtroneria ha chiesto al Louvre di prestare la Gioconda a Firenze, e immediatamente la Provincia di Firenze e tutti i media italiani lo hanno seguito come se fosse il pifferaio magico. Nel mondo della storia dell’arte italiana, chiunque può dire di essere Napoleone ed essere creduto.

Il Crocefisso attribuito erroneamente a Michelangelo

In Italia quasi nessuno si espone. Tu fai nomi e cognomi. Follia o coraggio soprannaturale?
Semmai un’incoscienza soprannaturale. No, non scherziamo: davvero niente di soprannaturale. Questo è un Paese bizzarro, dove sembra strano fare il proprio lavoro. Ho avuto la fortuna di diventare professore relativamente giovane: abbastanza giovane da ricordarmi cosa pensavo di questo mondo prima di venirvi cooptato. Già, perché da noi il senso critico si esercita dall’esterno: quando si diventa interni, lo si dimentica. E invece io penso che lo Stato mi paghi ogni mese lo stipendio non solo per fare lezioni, esami, tesi e ricerca, ma anche per esercitare il mio senso critico. Se tutti facessero il proprio lavoro, questo Paese cambierebbe.

Trovo molto interessante l’analisi della trasformazione del “vocabolario” applicato ai beni culturali: da beni artistici e belle arti si è passati ai “beni culturali” da “valorizzare” e non più da custodire. Uno slittamento linguistico che apre il campo a una sciagurata gestione che porta al crollo di Pompei e della Domus Aurea. Il caso è, ancora una volta, l’effetto dell’ingerenza politica nella cultura di questo Paese?
Direi di sì. La mutazione delle parole (e chi parla male vive male, direbbe, a ragione, Nanni Moretti) inizia a metà degli anni ‘80 nell’entourage di Bettino Craxi. La radice antropologico-politica della mutazione da “opere d’arte” o da “memoria storica” in “beni culturali” è la stessa da cui nasce la cultura berlusconiana della monetizzazione di tutti i valori. Non a caso ho usato la metafora della storia dell’arte che diventa una escort della vita pubblica italiana.

Ratzinger e Michelangelo

Mario Resca come l’ultimo dei mali: dovrebbe fare del bene, valorizzare il patrimonio, e invece secondo te lo mette a repentaglio per pochi spiccioli. Cosa faresti se fossi Resca?
Ovviamente non ho nulla contro la persona di Resca. Ma se il Codice dei Beni culturali dice che lo scopo della cosiddetta valorizzazione è l’aumento della cultura dei cittadini (e non del fatturato dello Stato), forse al posto di un manager degli hamburger bisognava metterci un intellettuale. Se fossi al posto di Resca, lancerei una colossale campagna di “marketing” non dell’effimero (mostre ed eventi) o dei capolavori (Bronzi di Riace o Michelangeli veri o presunti) ma del patrimonio monumentale diffuso in tutto il Paese. Ci sarebbe da divertirsi.

Sei molto critico anche con la Chiesa, con le mostre confessionali travestite da esposizioni culturali. L’analisi dell’atteggiamento del Museo Diocesano di Napoli mette in luce come anche il clero soffra di questa malattia che potremmo chiamare “culturteinment”.
Io sono cattolico praticante: quasi mi turba doverlo dire, ma visto che vengo accusato di essere addirittura “anticristiano”, penso sia meglio chiarire come stanno le cose. Ho dunque un motivo in più per essere indignato per il modo grossolano in cui la gerarchia cattolica italiana strumentalizza il patrimonio artistico sacro per ricavare denaro e consenso. Ciò che descrivo nel libro culmina ora con la follia del Papa che si porta dietro in Germania la Madonna di Foligno di Raffaello, come se fosse una prigioniera in catene dietro un trionfo imperiale.

Il Crocefisso attribuito erroneamente a Michelangelo

Però questi eventi fanno numeri da capogiro, e in qualche modo tolgono l’arte dai musei per restituirla alle masse di “fedeli” (dell’arte, s’intende). Guardi il caso Goldin con gli impressionisti e Van Gogh. È tutto da buttare?
Dipende dallo scopo che assegniamo all’arte. A cosa serve Michelangelo, e con lui a cosa serve tutto il patrimonio artistico? Se serve a intrattenere, va bene anche Goldin, che usa i quadri come i varietà televisivi usano le ballerine. Ma io non credo che l’arte serva a intrattenere, e nemmeno ad aumentare l’orgoglio nazionale (come posso essere orgoglioso di qualcosa che non capisco e violento?). L’arte serve a diventare più umani, a diventare cittadini consapevoli, a temperare la cecità del presente con la profondità prospettica della conoscenza del passato. E allora è essenziale che non si spostino le opere, ma i cittadini: bisogna viaggiare, visitare le opere nei contesti, conoscere un tessuto complesso, non organizzare luna park effimeri dove tutto è predigerito e finto come a Porta a Porta.

Fai notare che il sistema della critica e delle attribuzioni gira su se stesso, è autoreferenziale, ci sono conflitti d’interesse. E chi si oppone a questo sistema di solito è ottuagenario, ovvero fondamentalmente libero da autocensure. Tu invece sei giovane… Che ne pensi delle nuove generazioni di storici e critici d’arte?
Prima consentimi una battuta: non sono giovane, sono uno storico dell’arte “di mezza età” (come dice di se stesso Lorenzo Bianconi dei Baustelle, che ha due anni meno di me). Un Paese in cui si è ancora “giovani” a quasi quarant’anni, davvero ha qualcosa che non va. Penso che il precariato intellettuale e quello universitario facciano dei danni gravissimi non solo ai giovani storici dell’arte, ma anche al Paese. I migliori tra i nostri giovani passano spesso gli anni migliori della loro vita intellettuale (gli anni in cui potrebbero avere la forza e la fantasia per cambiare i connotati alla disciplina) a compiacere vecchi baroni decotti. Il servilismo e il conformismo sono i veri meriti che vengono ricompensati nella carriera accademica: e se questi sono i presupposti, come si può sperare che qualcosa cambi?

Il Crocefisso attribuito erroneamente a Michelangelo

Una battuta sui mass media. Li consideri asserviti alla logica dello spettacolo. Ma come traghetteresti importanti dibattiti di attribuzione che riguardano il patrimonio pubblico, quindi di tutti, con le necessità dei media di semplificare, esaltare e a volte adorare?
Perché dobbiamo partire dal presupposto che i telespettatori siano una massa di imbecilli, fondando su questa presunzione una ignobile gara al ribasso? Il successo di Che tempo che fa o di Vieni via con me (per non fare che due esempi) dimostra che ci sarebbe eccome lo spazio per una televisione di qualità che faccia pensare invece che addormentare il pensiero. Fare della “vera” storia dell’arte in televisione sarebbe fantastico: il pubblico potrebbe, contemporaneamente, divertirsi ed educarsi. E anche vaccinarsi nei confronti di tutte le incredibili bufale che fioccano ogni giorno in una disciplina infestata da cialtroni e millantatori di ogni sorta.

Qual è il rimedio a questa errata attribuzione? Cosa speri per il futuro di nostri “beni culturali”, visto che le risorse scarseggiano? L’intervento a favore del Colosseo è una strada praticabile e auspicabile?
Per il cosiddetto Michelangelo mi aspetto, certo ingenuamente, che il Ministero dei Beni culturali ammetta l’errore, lo restituisca e si faccia rendere i soldi. E spero che la magistratura faccia la sua parte. Quanto ai privati, benissimo se hanno un ruolo di arricchimento e integrazione, ma non possono supplire al ruolo dello Stato. Il nostro patrimonio straordinario nasce da un millenario investimento di denaro, che ha “reso” arte. Oggi dobbiamo decidere se abbiamo interesse a continuare a investire denaro in quel patrimonio: così come si fa negli ospedali e nelle scuole. I dividendi del patrimonio artistico sono le cure dell’anima: memoria collettiva, cittadinanza, liberazione intellettuale, felicità. Chi può dire che non ne abbiamo bisogno quanto abbiamo bisogno delle cure del corpo?

Nicola Davide Angerame

Tomaso Montanari – A cosa serve Michelangelo?
Einaudi, Torino 2011, pp. 130, € 10
www.einaudi.it

  • a. p.

    che bella intervista! Sono molto curiosa di leggere questo libro adesso

  • Dieffee

    Interessantissima intervista. E’ Francesco Bianconi comunque, non Lorenzo!

  • Ottima intervista, molto interessante e stimolante, complimenti a Davide e ad Artribune.
    Appena mi riuscira’, voglio leggere il libro di Tomaso Montanari (purtroppo son lontano e dovro’ aspettare un po’), perche’ quanto espone nell’intervista m’induce ad approfondire il suo pensiero, che, almeno giudicato da qui, mi par di condividere per molti aspetti, mentre, su altri, mi trova meno d’accordo ma, evidentemente, sarebbe ora sciocco entrare nel dettaglio senza aver prima letto il libro.

  • Artemisia

    Io ho letto il libro, ho seguito una conferenza dello stesso Montanari sul libro (durata 3 giorni), ho conosciuto l’autore…ne sono entusiasta! E’ un libro degno di tale mente critica ormai, purtroppo, rarissima. A prescindere dai punti di vista (coi quali, tra l’altro, io concordo in pieno: nel saggio si sviluppano e si argomentano meglio tematiche qui solo accennate) l’aspetto fenomenale è davvero la sua sfrontatezza, irriverenza, trasparenza, coerenza, intelligenza….ormai sono pochissimi gli intellettuali, o meglio, gli storici dell’arte che possono godere di tanti pregi…insomma…ottima lettura!

  • aND

    Consiglio vivamente a tutti di comprare questo libro, altrimenti, edito da Donzelli c’è anche “Come si diventa Michelangelo” di Claudio Giunta, che racconta la stessa vicenda con un taglio+divulgativo.
    Quello che mi lascia l’amarezza è come illustri storici dell’arte – tra cui Luciano Bellosi, scomparso da poco – si siano lasciati comprare dall’antiquario torinese che in cambio ha preteso da loro un’attribuzione certa a Michelangelo, quando di quel Crocifisso lo sanno tutti che esistono almeno altre otto (!) copie identiche dello stesso materiale. La prima a dire che poteva essere una copia è stata Paola Barocchi, una delle massime esperte dello scultore nonché la curatrice delle riediz. delle Vite di Vasari, quindi una che se ne intende del ‘500. Ma nonostante ciò Antonio Paolucci e Cristina Acidini, tanto x nn fare nomi, se ne sono sbattuti e lo hanno mandato in giro x l’Italia in mostra, tanto la gente cosa vuoi che ci capisca!

  • …. le Teste di Modigliani? Allora? Nulla di nuovo, sotto il sole!
    La Storia Umana è “ricca” di alterazioni, manomissioni, falsi, …..
    Occorre decidere da quale “prospettiva” si vuol leggere il racconto della controversa vicenda umana?

    • Artemisia

      Si certo ma questo non è un saggio sulla storia dei falsi, delle manomissioni e delle alterazioni…l’intento dell’autore è tutt’altro: affrontare la triste questione della percezione che oggi si ha dell’arte…anzi correggo…della storia dell’arte, che dovrebbe essere (come lo è stata in passato) una scienza storica e non tutt’altro.

    • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

      ISPETTORI D’ARTE
      Caro Alfonso, quasi tutta la classe dirigente che attualmente occupa un ruolo di rilievo nella difesa e valorizzazione del vasto patrimonio artistico culturale, lavora in sostanza, solo in funzione dell’aumento del proprio già lauto stipendio. Si lamentano sempre contro il governo per la riduzione di risorse da destinare alla difesa del patrimonio. In realtà, sanno che senza soldi non possono più mungere la mucca come in passato.

      L’interessamento per la ricerca storica-scientifica sull’autenticità delle opere d’arte, non li sfiora neppure per la mente. Da tempo, assistiamo allo spreco di risorse pubbliche, male utilizzate. Intanto il patrimonio archeologico cade a pezzi nell’incuria e nel degrado più assoluto, vedasi: ( Pompei ed altri importanti siti archeologici).

      Un dato solo : la Germania, per la difesa del patrimonio storico, paesaggistico e la diffusione dell’arte, spende circa la metà di quello che si spende in Italia. Questi soldi, in Italia servono solo a mantenere una casta di burocrati-ispettori che pascolano all’interno delle cosiddette, Soprintendenze.

      In Germania, i dati di affluenza turistica, di visitatori è di poco inferiore all’Italia. C’è da fare una considerazione: la Germania possiede appena 32 siti museali riconosciuti dall’UNESCO, contro i 41 dell’Italia; a questi va aggiunto un posto di prestigio internazionale per la ricchezza e varietà del patrimonio artistico, culturale, storico e paesaggistico, che, purtroppo la Germania non possiede.

      Questo solo dato, dovrebbe far riflettere molto l’attuale classe dirigente. E’ una palesa dimostrazione che in Italia si spende molto e si produce poco, in termini di conservazione e di indotto turistico ed economico. Gran parte di questa classe dirigente è impreparata, superficiale e inefficiente. A mio modesto parere sarebbe meglio, non averla, piuttosto che averla per fare ulteriori danni.

      Per finire: Il dubbio è il padre della verità e la ragione ne è la madre. Ciò vale per quelli che dicono di essere autorevoli studiosi ed esperti d’arte. In altre parole: la ragione, sarebbe meglio non averla piuttosto che averla e usarla male per creare danni.

  • Marco Perciballi

    Senza dubbio il periodo storico-artistico maggiormente preda dei critici improvvisati è quello contemporaneo (le ultime Biennali lo testimoniano), ben vengano quindi atteggiamenti liberi da conformismi come quelli di Montanari.
    Il problema, come ben sappiamo da anni, è che un’ intera classe dirigente (formata da direttori generali e soprintendenti compiacenti, vecchi docenti senza vergogna e politici osceni e incapaci) dovrebbe essere spazzata via !
    Bando all’indifferenza e al tornaconto personale.
    Se chiudiamo questa porta si spalancherà un portone…solo il ricambio generazionale potrà portare aria fresca.

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  • Ody

    Il ricambio generazionale di per sé non assicura proprio niente. Bisogna cambiare il sistema e la mentalitá dominante. Finché si continuerà ad avere una dirigenza a contratto (e quindi ricattabile), finché sottosegretari e direttori generali saranno frutto dello spoil system, finché si continuerà sulla china berlusconiana dell’arte come marketing, ci aspetta solo questo e altro ancora del genere

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  • dikipop

    il mARTketing, non è una novità, in un mondo dove acquistare è più importante dello scegliere… chi può spendere lo fa già da molto tempo con la luce spenta, dovrebbero “riavvitarla” stretta quella lampadina che hanno sopra il collo, ascoltare meno i consigli per gli acquisti, e più le proprie emozioni (chi le ha)… ma questa è un’altra storia.

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