Facciamolo social

Da oggetti indispensabili per la sopravvivenza di chi non ha niente a piattaforme di ricerca per la costituzione di nuove realtà. Non è questione di fare la carità, ma di partecipare a un nuovo modo di ricostruire il mondo. Ecco quello che cerca di proporre il movimento del social design.

Lifestraw - purificatore d'acqua

Che cos’è il social design? Sempre più frequentemente sentiamo l’espressione “design sociale”, annuendo con approvazione senza sapere in realtà di cosa caspita stiamo parlando. La locuzione “social design” viene utilizzata a livello globale per classificare differenti tipi di progettazione. Alcune di queste descrizioni sono molto legate al design industriale, perché rimandano immediatamente alla progettazione di prodotti e servizi per l’uomo, altre si riferiscono a un tipo di progettazione sociale che supera il manufatto e arriva all’ideazione di realtà pensate per l’individuo.
Entrambe le realtà appartengono alla definizione di design sociale, e lo spiega bene Holm Ivar nel suo libro Ideas and Beliefs in Architecture and Industrial design: “Il design sociale è la progettazione di un processo che contribuisce a migliorare il benessere umano e i mezzi di sussistenza”.
I progettisti e i creativi hanno quindi una responsabilità sociale, e con il loro apporto sono in grado di provocare un reale cambiamento nel mondo. Il contributo dei designer è dato proprio dal prodotto di design che, per esser considerato responsabile, deve essere ecologico e ideato considerando le esigenze delle persone, più che i desideri. Fino a questo punto si potrebbe dire che il design sociale altro non è che un design sostenibile unito a un design for all, ma non è solo questo. Quando si parla di design sociale, oggi si intende soprattutto il design del terzo mondo. Ed esiste un vero e proprio movimento, che ha trovato la sua migliore sintesi in una mostra dal nome significativo: Design for the other 90%, design per il restante 90% della popolazione.

Design for the other 90%

L’esposizione è partita da New York nel 2007 ed è diventata itinerante. Il titolo è utile per spiegare la situazione globale: su 6,5 miliardi di persone, 5,8 (ovvero il 90%) non hanno accesso alla maggior parte dei prodotti e dei servizi che per il restante 10% sono scontati: acqua potabile, cibo, una casa. Design for the other 90% racconta la tendenza di alcuni progettisti a realizzare oggetti fondamentali per la sopravvivenza delle persone che non hanno quasi nulla.
Questo movimento ha radici negli anni ‘60 e ‘70, quando economisti e progettisti cercavano di trovare soluzioni semplici e a basso costo come risposta alla povertà. In questi ultimi anni, poi, i designer stanno lavorando a stretto contatto con gli utenti con modelli di co-progettazione per rispondere alle effettive esigenze. Le tipologie di prodotti sono organizzate a partire dal nome della necessità primaria che vanno a soddisfare: un riparo (la cui progettazione vede coinvolti soprattutto architetti), la salute, l’acqua, l’educazione, l’energia e il trasporto.
Passiamo oltre. Un altro tipo di design definibile “sociale” è quello che non progetta direttamente mezzi di sostentamento, ma li supporta. È il caso di Social Designer, realtà internazionale, basata su una piattaforma internet ma con sede reale a New York, presso l’hub charity di Felissimo. “Change doesn’t happen by chance, it happens by design”. La frase-motto di Social Designer sintetizza la loro mission: il cambiamento non avviene per caso, ma avviene grazie al design. E se non attraverso la progettazione di item “sociali”, mediante oggetti di design comuni la cui vendita online andrà devoluta in beneficenza. Ma la rete di Social Designer non fa solo questo. Significativi anche i bandi di progettazione a tema: l’oggetto che vince viene messo in vendita e il ricavato, ovviamente, in beneficienza.

q drum - ruota per trasportare l'acqua

Partecipare a Social Design non significa semplicemente fare carità, ma essere parte in causa in un progetto che utilizza il designer come strumento per una progettazione sociale. La maggior parte di questi movimenti parte e si diffonde a livello di network, come piattaforme per far rete. I loro risultati, però, non potrebbero essere più tangibili.

Valia Barriello

www.socialdesigner.com

www.felissimo.com
other90.cooperhewitt.org

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #1

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Valia Barriello
Valia Barriello, architetto e ricercatrice in design, si laurea nel 2005 presso il Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, con la tesi "Una rete monumentale invisibile. Milano città d'arte? Sogno Possibile". Inizia l’attività professionale collaborando con diversi studi milanesi di architettura fino a che la passione per gli oggetti quotidiani e il saper fare con mano la spingono verso il design e verso il mare. Inizia così un dottorato in Design presso la facoltà di Architettura di Genova che consegue nel 2011 con la tesi di ricerca "Design Democratico". La stessa passione la porta anche alla scrittura che svolge per diverse testate del settore e all’allestimento e curatela di mostre di design. Porta avanti contestualmente all'attività professionale la ricerca sui temi che ruotano intorno al design democratico all'autoproduzione e all'utilizzo di materiali di scarto. Attualmente lavora presso uno studio milanese, collabora con la NABA come assistente del designer Paolo Ulian e cura la rubrica di design per Artribune.