Caro Demetrio, ti scrivo…

Mica ve la sarete dimenticata la querelle fra Paparoni e Bonami? Quella iniziata su Kapoor e Ai Weiwei, che però fungevano più che altro da spunti iniziali? Come si sa, queste son cose che hanno gambe lunghe e code altrettanto estese. E così anche il nostro Vito Calabretta ha detto la sua. Con una lettera aperta.

Francesco Bonami

Caro Demetrio,
ti ringrazio del tuo doppio messaggio perché ci consente di discutere su alcuni aspetti del sistema dell’arte. Provo dunque a contribuire dicendoti la mia impressione. Non apprezzo Francesco Bonami per il lavoro che fa da anni e soprattutto per una caratteristica importante del suo lavoro: l’ambiguità. Tu citi alcune pratiche (storpiare i nomi, creare giochi gratuiti e volgari come quello del fagiolo) che vengono vendute come forme di ironia, ma sono qualunquismo. Ed ecco un altro importante tassello: il qualunquismo ambiguo.
Le occasioni per rendersene conto sono state molte, per esempio la mostra Italics, presentata a Venezia e poi credo a Chicago. Io stesso ne avevo scritto un commento per Peacereporter.net.
Penso che sia importante segnalare questo genere di atteggiamento e di personalità e tentare di ridurne la perniciosità, perché il danno poi va sempre risolto, che sia fatto nell’arte, nell’edilizia o nella giurisprudenza.

Paparoni, Kapoor e Mercurio

Credo che sia importante poi chiedersi come mai tale perniciosità ha spazio nel sistema dell’arte. Credo che la risposta stia nel fatto che il sistema, così come oggi è strutturato e come si è consolidato negli ultimi decenni, abbia bisogno di qualunquismo, di melma e di disorientamento, perché all’interno di una situazione di questo genere è più facile promuovere i profitti. Diventando sempre più commerciale, promuovendo settori speculativi sempre più importanti e munifici, il sistema ha bisogno di emanciparsi dai meccanismi di confronto e di controllo, proprio come gli altri sistemi ai quali tu fai una veloce allusione: il sistema politico e quello imprenditoriale. Per poter vendere sempre di più, a oltranza, travalicando le esigenze delle persone che diventano meri compratori; per poter comandare liberamente sul destino delle persone, trasformate da cittadini a pedine manipolate; per realizzare tali obbiettivi, occorre liberarsi dei sistemi di confronto e di controllo, di quelli che talvolta vengono chiamati contro-poteri.
Il sistema dell’arte, oggi, funziona in gran parte così: è, in gran parte, certo, non in tutto, un’area-spettacolo dove tutto succede, viene digerito e riciclato in produzione industriale e dove non esiste più confronto. Basta che tu legga cosa si dice e scrive e come si dice e scrive degli eventi. La critica è quasi scomparsa e si parla della realtà prima che succeda (si parla o scrive per esempio di una mostra prima che venga aperta); gli organi che dovrebbero informare quasi sempre promuovono e capiterà anche a te di incontrare i “responsabili” di importanti organi di stampa impegnati a contrattare con i produttori di eventi le modalità per parlarne, attraverso redazionali che assomigliano molto alle pagine normali, oppure attraverso pseudo-critiche. Così strutturato, il sistema funziona secondo regole industriali-commerciali, ha bisogno di prodotto da vendere e di operatori commerciali che aiutino a vendere. Il ruolo del critico, in una cornice ideologica che Achille Bonito Oliva ha più volte ben espresso, è, in tale struttura, questo: creare le condizioni per vendere.

Anish Kapoor - My red Homeland

All’interno di questo quadro, secondo me, occorre collocare il lavoro di Francesco Bonami e di altri. Il punto, a mio avviso, è: può essere sufficiente schierarsi contro le forme più becere del sistema attuale, contro gli Sgarbi o i Beatrice? Ha senso tollerare invece altre manifestazioni altrettanto becere solo perché, avendo meno potere, producono una quantità inferiore di danni? Continuiamo a osannare i rappresentanti più blasonati di questo sistema, i più corteggiati e pagati, anche loro disposti a dire un po’ di tutto a proposito del prodotto da vendere di turno? Sono meno dannosi perché la loro prosa è più elegante o perché si fanno pagare di più? È possibile non accorgersi che all’interno di una stessa galleria tu puoi trovare Kapoor e Beecroft, venduti come due paritetici illustri esponenti della scultura contemporanea? Abbiamo ragione di sperare che combattendo i peggiori saremo in grado di riaccreditare il sistema dell’arte? O forse vale la pena di lavorare, all’interno del sistema, in favore di pratiche meno industriali e commerciali, più coerenti con il processo dell’arte?
Il lavoro di un artista è difficilmente plasmabile alle esigenze di un’industria che richiede di ridurre la complessità e la ricchezza e di aumentare la disponibilità dell’opera e del lavoro a ridursi a icona vendibile. Lo vediamo attraverso il destino di tanti artisti che preferiscono operare in un ambito controllato, piuttosto che aderire alle richieste di una produzione ingestibile dalla loro mano.

Vanessa Beecroft - VB29.014

Ecco, questo è a mio avviso il punto: quale sistema dell’arte possiamo avere come riferimento? Quali pratiche ci interessano? Quali modelli di comportamento e di produzione? Sono d’accordo con te sul fatto che Francesco Bonami non abbia nemmeno una retorica riconoscibile, leggibile, tangibile; ma credo che la presenza di questi epifenomeni possa essere per noi soprattutto l’occasione per confrontarci sulle tendenze e sulle opportunità che il lavoro artistico ci propone.
Ancora grazie e buon lavoro,

Vito Calabretta

Paparoni vs Bonami

Bonami vs Paparoni

L’opinione di Marcello Faletra

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Vito Calabretta
Sono nato in un paese di ottocento abitanti in provincia di Catanzaro, cresciuto a Ventimiglia e ho avuto una prima formazione scolastica a Mentone, in Costa Azzurra, dove ho frequentato anche il Conservatorio Municipale. Mi sono trasferito a Milano per iscrivermi a un corso universitario di Discipline Economiche e Sociali, mi ci sono laureato, ho vinto dopo anni di tentativi un dottorato di ricerca in storia della società europea. Mi è stato impedito di discutere la tesi di dottorato con l'accusa di non voler «fare lo storico, ma il Carlo Ginzburg, il Derridà, 'naltro po' il Rolanbàrt». Ne ho preso atto; nel frattempo avevo iniziato a frequentare i Seminari in Antropologia dei Poteri della École Française di Roma, avevo iniziato a collaborare con Il Manifesto e con L'Unità, a scrivere in versi e a lavorare sull'arte. Già da allora, in ogni caso, avevo iniziato a occuparmi delle stesse attività: affrontare realtà, cercare di capire qualcosa, raccontarlo. Spero di riuscire a continuare ancora.
  • F.F.

    Mi piacerebbe spostare l’ argomento sugli ‘ sgambetti ‘ nell’ arte contemporanea .
    Spesso gratuiti ed a scapito del più debole .
    Vogliamo parlare di come si possa raggirare un giovane artista , o un giovane curatore – critico appassionato ?
    Come non pagarli , o come sputtanarli ?
    Anche se il loro operato é serio , professionale e intelletualmente innovativo .

    Di tutti i mediocri interlocutori italiani che promettono e raramente mantengono .
    Gallerie che non pagano , università , operatori cialtroni che spendono cifre inaudite per cataloghi e mostre inpresentabili , comuni che si muovono quasi sempre con la raccomandazione …
    Questa é la grande serietà del mondo del lavoro , di una buona parte della cultura , ed ogni giovane ne paga lo scotto perché all’ inizio non vieni ‘ guardato ‘ dalle grandi Fondazioni o dai maggiori musei .
    Per farti notare e lavorare inizi con interlocutori , che<sembrano , affidabili e si dimostrano peggiori di un organizzazione a delinquere .

    • F.F.

      Una domanda fa capire come siamo ridotti chi é ….. tal de tali ?
      Esisti solo se sei COOL , onipresente , ovunque … una BELEN dell’ arte contemporanea , agghindata , ‘ godona ‘ e ben affiancata da frequentazioni sempre alla page …
      era un pò diversa la critica vera , quella di ARGAN o di altri insigni pensatori !
      Oggi funzioni se sei sempre presenzialista .
      TUTTI seguono la scia e vanno solo alle mostre ben frequentate …
      solo a quelle tanto pubblicizzate …
      nessuna curiosità , solo tanto presenzialismo !

      • F.F.

        Abbiamo ‘ il pecero alla SgarbiBeatrice ‘ o il polo chiamato ‘ buono ‘ da Luca
        ed il resto ?
        Non esiste .

  • guido

    In totale armonia con Paparoni!

    Solo per stimolare l’attenzione di quelli che hanno stima dell’arte e degli artisti vi linKo un intervista a Peter Gagliardi sedicente curatore Londinese,Curatore della Gagliardi Gallery di Londra , nonchè presidente di una Associazione di critici d’arte europea (http://www.europeanartcritics.org/index.php?q=content/honorary-committee) .
    Lui è il curatore di una Bambina di 4 anni tale Aelita Andre,artista di professione ,( i suoi dipinti arrivano a 24.000 dollari!!!!) e partecipante alla Biennale di Chainciano (“una tra le mostre più importanti al mondo” così si esprime!)
    E’ ,per me ,uno sfruttamento di minore ,uno stupro intelletuale ai danni di una bambina per ora ignara! Si arriverà a fare i concorsi per bambini artisti ?
    Meditate:
    http://www.youtube.com/watch?v=hiWOTzJ-MqA

  • guido

    E, perdonatemi , sono d’accordo con Vito Calabretta!

  • ma chi è vitocalabretta? scusate…..

  • hm

    LOL

  • feu

    Credo tutta la questione sia molto, molto più semplice: Bonami è un puro comunicatore, un “costruttore di situazioni”. Stop. Idee “zero”, chiacchera “cento”. Sgarbi e Beatrice propongono cose brutte, s’arrabbiano perchè non li considerano, ma essenzialmente propongono un arte pessima. Bonami proponde un arte pop, da rivista generica, senza idee, ma tuttavia idonea per quel sistema ruspante e da proviciotta costruito in anni di astio da Flash Art: risultato nessuna ricerca, molti leafting, molta voglia di sembrar l’america, con la minuscola. Insomma una situazione alla Nando Mericoni. Bonami è il vertice dei un sistema fatto da autocelebrazioni locali, scritte libri extra settoriali e divulgativi editi da mondadori, i cui antesignani erano “lo potevo fare anch’io” di Vettese. Cattelan o Beecroft o Kapor, anche, sono conosciuti da tutti, ma anche Vangi lo è. L’artista padovano sostituisce Guttuso nel sistema logico del dentista di provincia, non certo Pasolini sul piano Internazionale. Con buona pace del 2000 m di vascello di Abramovic o dei parti luculliani ad Hydra di Jannou. Fine della storia, Bonami non è mai stato ne un artista, prima, ne un critico, dopo. Ma un mero operante del jet set. A Politi prude solo il fatto di non esser parte neppure di quel piccolo mondo aureo, alla qualità ha rinunciato parecchio tempo fa, vaneggiando di grandezza dal piccolo, e sempre piu piccolo pulpito di via Farini.

  • LorenzoMarras

    A me pare che la lettera di Calabretta possa essere tranquillamente Rubricata come chiacchera che di contenuti porta solo il “pettegolezzo” verso altro operatore del settore; Si puo’ benissimo paragonarLa ad una innocente conversazione al bar tra due verdurai che sparlano dell’ultimo arrivato nel quartiere , reo di portare le cipolle dalla Spagna. Come dire : il Bue che dice cornuto all’asino.
    Per quanto riguardo l’abusato Sistema , suggerirei al Calabretta di fare un attenta lettura dell’articolo comparso sul penultimo Espresso, a firma della Alessandra Mammi’, concernente la nuova sede museale dei coniugi “””ILLUMINATI”””” nonche’ miliardari, PRADA.
    Legga il Calabretta , nel medesimo articolo, come gli stessi concepiscono la “commodity” ARTE ; legga come la merce Kapoour venga ben esibita o, come si dice volgarmente , ne venga ” fabbricato” il suo “valore” ai posteri.
    Quello dei Musei (viene da ridere da quanto si stenta a credere nel leggere) è ormai compito dei singoli cittadini quando uno STATO viene meno. MUSEI ….per meglio affermare : un mondo NON piu’ mondo che ha la pretesa di essere abitato.

    P.S. : ovviamente questa non è una difesa verso il Bonami. Ma in questi tempi, è meglio precisare.

    • vitoc

      certo

  • angela vettese

    Caro Feu,
    “Lo potevo fare anch’io” lo ha scritto Bonami e non io, che non ho mai pubblicato per Mondadori.

  • feu

    Vero, chiedo scusa, ma intendevo dire “artisti si diventa”, non proprio una pietra miliare della critica d’arte. Quello si, purtroppo è suo.

  • DSK

    Una domanda. Ma la casa editrice Electa non fa parte della Mondadori?

  • angela vettese

    Pedr DSK: “Artisti si diventa” è pubblicato da Carocci e non da Electa.
    Per Feu: gli artisti che lo leggono generalemente lo amano, perchè è fatto per difenderne il ruolo; quelli che si fermano al titolo lo detestano.

  • LorenzoMarras

    Dottoressa Vettese , non chiamerei Artisti coloro che amano il proprio RUOLO perche’ non è questo che rende tali loro stessi quanto quello di aprire il mondo che ci circonda alla chiusura che altri hanno sempre cercato di rendere compiuta. Dunque se di amore possiamo parlare (degli artisti) questo non puo’ che riguardare il mondo e la sua umanita’.
    leggerei pertanto il titolo “artisti si diventa” come “artisti che nel loro agire nel loro fare, diventano veri UOMINI” sottolineando appunto il f-atto che cio’ che si pensa e si fa , viene , vissuto, donato e condiviso da altri uomini.

    Si ricordi che un libro non si ama per le posizioni che difende o celebra ma esclusivamente per la sua capacita’ di fuori uscire dalle sue pagine, contaminare e dunque creare’ Umanita’ altra , in parole molto sommarie : sconvolgere cio’ che incontra.

    A questo punto sono ormai obbligato a leggere “artisti si diventa”.

  • DSK

    Per Vettese – mi riferivo al suo “Dal corpo chiuso al corpo diffuso” in “Arte contemporanea” a cura di F.Poli, Edizioni Electa Mondadori.

    Nel volume c’è anche Giorgio Verzotti…inoltre lei con Francesca Pasini ed altri avete partecipato con un’intervista al testo “Curare l’arte” di Chiara Bertola, Electa

    Qualcuno sa dirmi con certezza se Electa è Mondadori o no?

  • Si dsk mondadori ha il controllo di electa attraverso Einaudi.

  • DSK

    danke & danke…

  • And

    DSK, ti confermo anche io che Electa fa parte di Mondadori, tra l’altro i relativi uffici stampa x mostre, libri e marketing e quant’altro fanno parte del gruppo “Electa Mondadori” (dopodiché, con la recente sentenza che impone al Berlusca di restituire i soldi del Frodo Mondadori a De Benedetti, voglio proprio vedere se svenderanno tutto e a chi…)

  • DSK

    Grazie 1000

  • Vito nonCalabretta

    spiace ripetermi..
    su carta Francesco Bonami risulta un grande uomo del mondo dell’arte, curatore e responsabile di fondazioni, musei e quant’altro. Per cultura generale ho letto i suoi libri (rigorosamente da Feltrinelli e senza comprarli per non sentirmi causa di incoraggiamento a scriverne di nuovi!!!) è veramente un qualunquista…l’uomo della strada!!!! uno che scrive un testo “questo lo potevo fare anch’io” in cui parla di Giò e Armando Pomodoro chiamandoli: “Pomodorini, pomì e così via”, che ci dice che Botero ha trovato la sua fortuna nel rappresentare un’umanità grassa da contrapporre ai filanti omini di giacometti non mi sembra abbia grossa cultura e neanche molto da raccontare!!! (probabilmente “QUESTO LO POTEVO FARE ANCH’IO” è riferito saggiamente alla sensazione che provano i lettori dopo aver letto un suo libro!) Ma allora com’è arrivato a quei posti di potere quest’uomo (ma ripeto, ce ne sono tantissimi!!!) Semplicemente perchè in accordo con un manipolo di comunicatori ha creato un circuito di autopromozione in cui pare che ciò che faccia sia importante.E le capre dell’arte seguono belanti e ossequiose nel tentativo di trovare aperta la porta della stalla! I vari Cattelan e compagni sono il frutto di questo sistema di potere pubblicitario , non artistico e tantomeno culturale! Adesso chiunque critichi dovrebbe avere il buon gusto di non alimentarlo il sistema di cui si lamenta non andando a vedere quello che “impongono come ARTE e non vergognandosi di riconoscere pubblicamente il valore di un Artista e soprattutto del Lavoro di un artista (inteso come capacità anche tecnica: altro concetto che oggi genera quasi disgusto oltre che accuse di ignoranza !!!)
    Ci sono troppe primedonne nel sistema dell’arte!
    Troppi Fari , troppe luci accese in un sistema al collasso energetico. (e il bello è che l’artista è sempre al buio!!!)
    Lo specchio di questo paese: tutti capi e pochi lavoratori!!!!

  • vito

    errata corrige: ovviamente Arnaldo…non Armando!

  • Caro Vito, non intendo entrare nel merito delle capacita’ di Bonami quale critico d’arte, ne’ nelle sue “benemerenze” o “malefatte” quale curatore e Direttore scientifico di Istituzioni, per altro non solo Italiane. Qui vorrei solo farti notare che “Questo lo potevo fare anch’io” non e’ un “libro di critica” ma la raccolta di una serie di articoli che Bonami ha scritto (mi pare esclusivamente) per la rivista mensile “Vanity Fair” e quindi, mi pare che essi ed il libro, vadano presi come “divulgazione” e non come “esposizione critica”.
    Poi e’ evidente che lo stile di Bonami, sempre un po’ irridente, qualche volta anche troppo gogliardico, possa piacere o meno, divertire o meno. Pero’ … pero’ quegli articoli, che hanno avuto notevole successo, hanno certamento contribuito, molto piu’ di qualsiasi rigoroso e profondo testo critico, ad avvicinare “la gente” all’arte contempranea (e moderna). Con “la gente” (e ci tengo a sottolineare che questo termine non ha, nel mio discorso, alcunche’ di negativo) intendendo “il pubblico” in genere,quello che Luca Rossi (e non solo) invoca, quello che che si riferisce ai quadri di Picasso con un “ah! quella roba la!” ed un sorrisetto come dire “…ma mi hai preso per fesso? Io mica ci casco!” …
    E’ evidente che chi legge e commenta Artribune non appartiene a questo tipo di “pubblico” (almeno si spera, ma qualche “affioramento” qua e la ogni tanto capita) e che quindi sia pertinente, qui, criticare, se lo si ritiene, la validita’ e l’autorevolezza di un Bonami ma, detto questo, io ti dico che mi augurerei che di Bonami (scrittori, sia chiaro !!) ce ne fossero molti, molti di piu’. Mi potrai dire che se “la prima informazione”, se il testo che avvicina ad una realta’ (in questo caso l’arte moderna e contemporanea) e’ magari simpatico e divertente ma scarsamente valido, la divulgazione non centra il proprio obbiettivo e rischia di lasciare indelebili “storture” nella mente del lettore. Questo e’ vero sino ad un certo punto: probabilmente chi ha letto con piacere e divertimento gli articoli di Bonami, vedendo un Pomodoro o un Botero non potra’ non sorridere ricordando gli “anatemi” del fiorentino ma e’ altrettanto vero che vedendo molti altri lavori li guardera’ con interessse ed attenzione, ricordando le lodi, sia sempre un po’ burlesche e scanzonate, che ad essi Binami ha riservato e… soprattutto incomincera’ a “guardare” l’arte moderna e contemporanea, incomincera’ a “considerarla” e non se ne terra’ piu’ accuratamente distante come per il passato, anzi, magari anche solo per apparire “colto”, ne parlera’ anche con amici e conoscenti . Avra’ tempo poi di appassionarsi ed addentrarsi in esami critici piu’ seri e profondi. Per riuscire a correre occorre prima iniziare a camminare e nessuno di noi (salvo forse i figli di tali professionisti) ha imparato a camminare sotto la direzione di un ortopedico o di un allenatore di atletica leggera!!

    • Cristiana Curti

      Caro Luciano, hai ragione. Ma non amerai ciò che dico. Bonami ha illuso molti che “anche questo” (imparare a osservare l’arte contemporanea)”potrei farlo persino io”.
      Articoletti pseudo-brillanti e assai buttati lì, sia nel lessico sia nelle informazioni piatte piatte e poco verificate, dovevano rimanere tali ovvero restare nella rivista di moda per far credere agli aspiranti “assomiglio-un-po’-a-Miuccia-se-discorro-anch’io-d’arte-contemporanea?” che forse, imparati un paio di calembours e un pacchettino pronto di frasette a effetto sui must dell’arte degli ultimi 40 anni, potevano sperare un giorno di far bella figura in certi salotti.

      Dall’altra sponda del “gusto” (perché di critica non si può parlare) è Luca Beatrice, che adotta all’incirca il medesimo sistema scrittorio/affabulatorio cercando di rendere piano (piatto) il discorso e infarcendolo di grossolanità e notizie da bar (sport). Sono esattamente sullo stesso livello linguistico e anche semantico. Beatrice ha solo indivuato astutamente lo spazio (della nuova figurazione, perlopiù, ma non solo) lasciato libero “sindacalmente” dal Bonami e ha colto il tempo giusto per entrare in gioco.

      Fare un libro costituito da pezzettini da quattro soldi è fuorviante, e induce a pensare che l’arte sia un gioco frivolo appannaggio di un’altra élite, non più composta di veri appassionati o studiosi, ma solo di avventori di aste internazionali e di vernici alla moda. Si passa da un’élite (?) a un’altra, cercando demagogicamente di rendere colloquiale il tono abbassando il livello.
      Ma la prima presunta élite non era (uso l’imperfetto) davvero tale. Faresti pilotare un aereo di linea a uno che ha fatto training solo sui videogiochi?
      Negli ultimi trent’anni si è perso il senso del termine “professione” e si pensa, con un moto qualunquista che quarant’anni fa sarebbe stato definito “politico”, che allargare le maglie ad ogni costo sia un guadagno per tutti Ma non è così.

      C’è bisogno di pubblico, forse (io non ne sono così sicura: tutti vanno a vedere tutto. Da qui il successo di pubblico di qualsiasi kermesse artistica ovunque in Patria), ma non di pubblico incolto nel senso che è mal-educato. Allora preferisco di gran lunga le tabulae rasae, le pagine bianche che osservano senza alcun preconcetto e imparano a conoscere continuando a osservare.
      Bonami, del resto, neppure come reporter di genere specifico vale granché.
      Tuttavia, mille volte avrei preferito che rimanesse scribacchino piuttosto che vederlo come “curatore” di Enti e Istituti di rispetto. Ancora ricordo con orrore la “sua” biennale di diverse edizioni fa.
      Forse uno dei punti più infimi che la Fondazione annoveri (fra rari picchi e molti sbadigli, nell’ultimo trentennio). Senonché, quella volta, il nostro buon nome non era così platealmente ridicolizzato come nell’ultima edizione del padiglione Italia, e forse abbiamo preferito dimenticare.
      A Bologna (hm mi soccorrerà) si direbbe “intortatore”…
      Un carissimo saluto, con simpatia.

      • Cara Cristiana, il tuo discorso e’ in larga parte condivisibile. Come ho gia detto altra volta, la “critica d’arte” non e’ la mia “partita” e quindi leggo i testi critici sempre con molta attenzione e cerco di rifletterci sopra il meglio possibile, ma non mi metterei mai ad esprimere giudizi “critici” sui loro autori, mi limito ai “mi e’ piaciuto”, “ho trovato delle cose interessanti su cui riflettere”, “mi ha dato una visione diversa” o “non l’ho proprio capito”, “per me questa e’ solo aria fritta” … e mi fermo li. Non me la sento, quindi, di esprimere giudizi “tecnici” su Bonami o su Beatrice o su Sgarbi o su Daverio o su ABO e mi fermo qui perche’ se vado indietro entriamo nel campo di coloro che stanno tra i “sempiterni” (anche se almeno un paio di loro sono ancora in vita).
        Il mio e’ un discorso completamente diverso, che si muove su un diverso piano o diversa prospettiva. Per semplificare e non farla troppo lunga riprendo la tua domanda paradossale :
        “Faresti pilotare un aereo di linea a uno che ha fatto training solo sui videogiochi?”
        e ti rispondo con assoluta tranquillita : “Ma certo che no!!” poi ti domando :
        “Ma se tu volessi appassionare tuo nipitino/nipotina all’idea di diventare pilota di linea, scartresti l’idea di regalargli un video gioco di simulazione di volo o anche solo un video giuoco che sia impostato sul mondo di piloti di aereo?”
        Apprezzo e capisco che tu difenda (ed e’ giusto e dovereoso che tu lo faccia) la dignita;’ e la professionalita’ del critico d’arte ma “la gente comune”, prima di essere in grado di apprazzare i tuoi testi critici o, molto immodestamente, i miei lavori, deve avere una’idea almeno vaga e soprattutto non prevenuta, di che cosa sia “arte contemporanea” e deve aver vinto la “paura” e la repulsione che si prova (e la proviamo tutti all’inizio) verso cio’ che non si conosce e cio’ che non si capisce.
        Al bar (e non solo) il lunedi’, tutti parlano di calcio e questo perche’ il calcio e’ popolare ma, nello stesso tempo, e’ questo che rende popolare il calcio. La maggior parte ne parla a casaccio e sproposito ma ogni giorno uno o due o piu’ incominciano a porsi delle domande su quello che ha detto “quel tale antipatico che mangiava il maritozzo e beveva caffe’ corretto” e ad “informarsi” e dopo un po’, interverranno nella discussione (non foss’atro per mettere finalmente a tacere quell’antipatico) con maggior competenza e forse, alcuni incominceranno, se non ad andare allo stadio, almeno a seguire i programmi televisi che parlano di calcio (un buon 30/40% della programmazione totale tra reti nazionali e locali) e tali trasmissioni avranno maggior “attendence” e quindi prenderanno maggior spazio e… Ok mi fermo tanto hai capito benissimo.
        Un ultima cosa… non e’, comunque, che l’esperto o il “professionista” detenga la “verita” anche perhe’ e’ molto facile ascotare (o leggere) due di loro che parlano (o scrivono) dello stesso soggetto e che manifestano opinioni diametralmente opposte. Ne vuoi un esempio:
        C. Curti “Ancora ricordo con orrore la “sua” biennale di diverse edizioni fa.
        Forse uno dei punti più infimi che la Fondazione annoveri (fra rari picchi e molti sbadigli, nell’ultimo trentennio).”
        B. Curiger “…mi sono ritrovata spesso a ripensare alla Biennale di Francesco Bonami del 2003, nella quale c’erano questi improvvise concentrazioni di energia, queste mostre nelle mostre in cui molti artisti e molte opere erano coinvolte in un dialogo più serrato” ;-)

        • Cristiana Curti

          Carissimo Luciano, comprendo perfettamente il tuo discorso. Ma, come certo saprai, non riesco a spostarmi dal mio.
          Con ciò, ammetto senz’altro che il nipotino possa essere interessato al volo con il videogioco simulatore, benché la passione del volo arriva non per causa di un videogioco (o in virtù di quello), altrimenti tutti i nostri nipotini sarebbero dei commanders con pistoloni enormi che vanno in strada ad affrontare parcours improbabili e far fuori più “nemici” possibili…
          Il fatto che la critica si divida non vuol dire che l’opera (mostra, artista) oggetto di una discussione sia impossibile da giudicare, vuol dire che il metodo critico utilizzato nel giudicare quell’opera è diverso dall’antagonista. Vuol dire che un sistema di pensiero è diverso dal secondo (terzo, quarto).
          Poiché la critica ha la funzione di costruire “mondi” (strutture) teorici con l’ausilio dei mezzi intellettuali e delle discipline afferenti alla propria, è giusto che chi si sente parte di un mondo specifico difenda quella visione piuttosto che un’altra.
          Va da sé che, per essere in tema, la mostra curatoriale di quest’anno alla Biennale era talmente “lenta” nei passi e nelle proposte, perlopiù scolastiche anche quando di buon livello (talché anche qui sottolineo fortemente l’incapacità di compiere una SELEZIONE delle opere, questione che sembra ormai secondaria, e non so perché, nel bagaglio operativo di un critico-curatore…) che è evidente come il solco, nel binario di una presunta scuola fatta di superficie e non di sostanza della materia critica, si senta attirato dai pastiche à la Bonami di qualche anno fa.
          Ma, in quest’ottica, contesto anche, e per gli stessi motivi, le conclusioni a cui giungono altri “operatori” apparentemente all’opposto (solo perché si osserva l’apparenza del fenomeno) della scuola del “concettuale-più-che-si-può” ovvero dei “profeti dell’evidentismo” secondo cui ciò che conta è allestire un insieme di opere e spiegarne le palesi correlazioni, le misure di superficie, gli stilemi più evidenti. Basta scrivere (dire): state vedendo un dito, state osservando una tela con dei colori, e tutto va bene, perché è comprensibile. Costoro sono anche la maggioranza di quelli che “sono del giro” oggi e che sembrano agli antipodi (ma solo, come dicevo, per questioni di “gusto”, spesso neppure per scelta di analisi specifica). Questo porta a esaltare arte brutta, spoglia, insicura, senza forza e metterla al medesimo livello di arte alta, energica, universale. Questo tende a livellare ogni prodotto artistico come mera espressione del tempo in cui si vive, cercando forzatamente di contestualizzarlo per dargli autorità, quando tutti sanno (anche i non educati all’arte) che solo ciò che è universale (e, quindi, senza tempo, assoluto) può essere una grande opera d’arte.
          L’importante è “non essere” per i critici di questo stampo. Perché “non essendo” (ovvero evitando il giudizio o anche ridicolizzando il giudizio ed esprimendo il proprio ruolo come sorta di mediatori temporali/temporanei/effimeri dell’arte) elevano anche la “non arte” a quote che non le competerebbero.
          La contestualizzazione dell’opera d’arte, l’immersione della stessa in un contesto esclusivamente storico-sociale presuppone – invece – una solida conoscenza della storia e dei suoi sviluppi teorici e fenomenici. Tutt’altro rispetto rispetto a ciò che “i Bonami” pretendono trovare nel proprio pubblico.

          Infine, per non banalizzare ancora di più una questione complessa, ma per me (e per tutti noi) di semplice soluzione, il discorso critico di alta qualità non deve essere difficile da capire, le pagine devono scorrere, divertire, interessare, senza scadere e senza ridondare con pesanti e oscure citazioni (il critico non deve avere paura di enunciare un proprio pensiero autonomo, anche se formato su migliaia di testi digeriti negli anni) ma esaltare l’arte con la leggerezza e la grandiosità che le competono.
          E’ più semplice, divertente, leggero, autorevole, chiaro di quello che si pensi.
          Basta voler leggere altro che la fuffa. Anche il nipotino, dopo un primo abbaglio verso le luci del videogioco, capisce che la qualità è altrove e prova a “cambiare il livello”. Un caro saluto.

          • ” il discorso critico di alta qualità non deve essere difficile da capire, le pagine devono scorrere, divertire, interessare, senza scadere e senza ridondare con pesanti e oscure citazioni (il critico non deve avere paura di enunciare un proprio pensiero autonomo, anche se formato su migliaia di testi digeriti negli anni) ma esaltare l’arte con la leggerezza e la grandiosità che le competono.”
            Sante parole Cristiana ma guardati attorno (o meglio leggiti attorno) e poi dimmi quanti praticano questa via e quante volte il “comune mortale” ha la fortuna d’imbattersi sulle pagine di quotidiani e mensili non specializzati in qualcheduno di quelli che le praticano.
            “Anche il nipotino, dopo un primo abbaglio verso le luci del videogioco, capisce che la qualità è altrove e prova a “cambiare il livello”.
            …ed ė proprio appunto questo il merito della divulgazione : appassionare per un poco e lasciar presto insoddisfatti e metter la voglia di “cambiare il livello” , un caro saluto

  • E’ il Bignami di Bonami, insomma.