Cara Artribune, ti rispondo… Dice Paparoni

Prosegue il carteggio virtuale. Tutto nacque da una polemica fra Demetrio Paparoni e Francesco Bonami. Ma nel corso della discussione le questioni si son fatte più complesse. E interessanti. L’ultima – per ora – dichiarazione di Paparoni. Si apra il tavolo di confronto sulle “baronìe della critica”.

Demetrio Paparoni

Rispondo volentieri alla lettera aperta che Artribune mi scrive a firma di Vito Calabretta. Non potrei del resto farne a meno, perché le questioni sul tavolo sono serie, e così ben poste da lasciar sperare che si prosegua nel dibattito con la stessa serietà. Vorrei però portare il discorso fuori da ogni personalismo, anche per sgombrare il terreno dal sospetto che in gioco ci siano rancori personali e guerre per il riconoscimento di primati. Allo stesso tempo, vorrei anche chiarire che, se non vado sul personale, non è certo per paura di rimanere in futuro vittima di un sistema che sa bene come proteggersi. Nelle mie due precedenti newsletter (la prima pubblicata su Artribune, la seconda sul mio blog) ho scritto senza mezzi termini cosa penso delle nuove baronìe della critica.
È indubbio che le tendenze di certa critica – buttarla in caciara, fare cabaret, denigrare l’“avversario” attraverso la diffusione di notizie non veritiere – rientrano tutte nella stessa strategia: a) sottrarre il dibattito alla dell’arte per far prevalere il principio secondo il quale “questa cosa è così perché la dico io”; b) evitare di affrontare questioni inerenti alla forma, al contenuto e alla dimensione concettuale dell’opera.
Cominciamo col dire che non c’è differenza tra chi, parlando d’arte, fa prevalere la bagarre o le battute, oppure (nel caso di alcuni giornalisti) la menzogna. Nello stesso tempo, non possiamo negare che in Italia a usare queste strategie siano persone che si piccano di essere autorevoli (chi più, chi meno; chi a livello locale, chi a livello internazionale). Si tratta tuttavia, in ogni caso, di un’autorevolezza politica, derivante cioè da un’oculata gestione dei propri rapporti personali e da operazioni di marketing ben studiate, certo non dai testi scritti o dalle mostre curate.

Sandro Bondi

Ecco allora un altro punto importante: un critico dev’essere giudicato per i testi che scrive o per le poltrone che occupa? È il contenitore (la testata per cui scrive, il museo in cui cura una mostra) che lo rende credibile, o è invece sul contenuto del suo lavoro che si deve basare il nostro giudizio? La mia opinione è che il critico dovrebbe essere giudicato per quel che scrive, esattamente come si giudica l’artista per le opere che realizza. Il ministro Bondi, o chi per lui o dopo di lui, può decidere di assegnare un incarico, ma questo non implica di per sé che la persona beneficiata sia un vero intellettuale.
Ho imparato dall’amico fraterno Arturo Schwarz che gli artisti devono essere rispettati indistintamente tutti, i bravi e i meno bravi, perché spesso mettono a rischio la propria vita per fare qualcosa in cui credono. L’aspirazione al riconoscimento è legittima, come è comprensibile barcamenarsi per ottenerlo. È anche indubbio che il talento, la passione, la bravura sono indispensabili per il successo di un artista, ma da soli non bastano a farlo emergere. Questo vale anche per i critici, spesso messi all’angolo da giochi di potere. Scrivere un testo è difficile, i tempi della scrittura sono molto lunghi. Scrivere un testo ha sovente risvolti ossessivi, prende in ostaggio il cervello. In breve: non si può pensare di scrivere, scrivere seriamente intendo, ed essere nel contempo un presenzialista impegnato a gestire politicamente i rapporti utili.

Un'opera di Roy Lichtenstein

In tutto questo, giocano un ruolo anche le pagine culturali dei giornali a grande tiratura. Ovviamente un giornale deve esercitare il diritto di critica. E altrettanto ovviamente non può pubblicare tutte le lettere che riceve. Ma può un grande quotidiano recensire la mostra di Lichtenstein a Milano (curata da Gianni Mercurio) – giusto per portare un esempio già fatto – scrivendo che è stata realizzata con “opere relativamente tarde” mentre la mostra comprendeva “5 lavori degli anni ‘50, 13 lavori degli anni ‘60, 32 lavori degli anni ‘70 (questa fu la decade più prolifica per Lichtenstein), 16 lavori degli anni ‘80, 2 lavori degli anni ‘90”? La citazione è pedante, ma mi preme far notare che un conto è entrare nel merito del lavoro di un artista o di un curatore stroncandolo sul piano critico (cosa impegnativa), e un conto è demolirlo costruendo ad arte un castello di notizie che non rispondono al vero (cosa ben più facile). È chiaro che dinanzi a situazioni di questo tipo chiunque sente di doversi ribellare e difendere. Ma cosa si può fare quando un giornale non riporta la verità dei fatti ai lettori?
La madre di tutte queste domande è: qual è il contributo che ognuno di noi può dare per uscire da questo stagno? Intanto, può differenziarsi nei comportamenti. Poi, può leggere le notizie con attenzione. Infine, può usare Internet per fare controinformazione. Come ha fatto nella sua lettera aperta Vito Calabretta, che ringrazio, e come hanno fatto quanti hanno commentato le sue parole, cercando di non vanificarne il contenuto attraverso insulti e battute discutibili.

Demetrio Paparoni

www.demetriopaparoni.blogspot.com

  • Caro Paparoni, mi permetta di esprimerle tutta la mia stima (per quel poco che essa puo’ contare) per questo suo intervento ed apprezzarne e sottolinearne la conclusione “…qual è il contributo che ognuno di noi può dare per uscire da questo stagno? Intanto, può differenziarsi nei comportamenti. Poi, può leggere le notizie con attenzione. Infine, può usare Internet per fare controinformazione” e, a questo proposito mi permetta anche di ringraziare Artribune e quelle, non mo;ltissime, altre “occasoni” simili offerte dalla rete, per dare a lei, ma anche a tutti noi che commentiamo, la possibilita’ di esercitare, appunto, questo diritto/dovere alla controinformazione o meglio io direi piuttosto alla “informazione corretta” o alla “correzione dell’informazione scorretta”
    In ultimo un particolare ringraziamento per questa sua frase: “…gli artisti devono essere rispettati indistintamente tutti, i bravi e i meno bravi, perché spesso mettono a rischio la propria vita per fare qualcosa in cui credono.” Come e’ bello sentirlo dire da uno autorevole come lei, sopratutto di questi tempi … di “padiglioni Italia” …

  • LorenzoMarras

    Luciano caro, io non ho propria nessuna voglia di entrare in polemica con il Paparoni -pensiero pero’, detto tra noi, ho letto per ben tre volte l’intero testo va bene ? ci credi se ti dico che non sono riuscito ad individuare uno scasso di centro su cui imbastire , un PENSIERO ?
    facciamo chiarezza
    a) il nostro , tempo fa, apre un discorso (possiamo chiamarlo al vetriolo?) verso il Bonami
    b) certo Calabretta, firma un articolo , rincara la dose sempre verso il Bonami e presumo al suo entourage . TUTTO perfettamente inquadrabile in quegli infernali meccanismi a cui diamo il nome “Sistema” la le cui sfumature o per meglio dire opacita’ dilagano un po ovunque .
    c) ora questo articolo, in cui si mette le mani avanti : “vorrei portare fuori il discorso da ogni personalismo” …. diamine … mi dica Paparoni allora in tutto questo tempo se cio’ a cui abbiamo assistito negli articoli che ho menzionato sono per caso i mulini a vento di cervantens oppure è il prodotto della Birra che ci sterminiamo in corpo ?

    Non basta , siamo al saggio di scienza comportamentale e naturalmente mi nego una battuta (resisto vah).

    • Chiara

      Completamente d’accordo! Avevo notato gli stessi “passaggi” che segnali e messo da parte molte…. riserve.

  • Caro Lorenzo, io non ho seguito gli “antefatti” (in questi ultimi giorni non ho avuto molto tempo per “connettermi”, magari faro’ un rapido “corso di recupero”). Quello che ho apprezzato nell’articolo di Paparoni l’ho detto e riportato virgolettato. Il resto dell’articolo non e’ certo un testo di profonda riflessione critica ma ha, almeno per me, punti assolutamente condivisibili. Per esempio lo stigmatizzare il malvezzo imperante di “buttarla in caciara” di risolvere o peggio cercare di aver ragione (o impressionare il pubblico, chi ascolta) con le battute, gli insulti le volgarita’; il fatto che, fin troppo spesso, l’informazione fornita, anche da “testate” nazionali di primo piano (anzi da quelle per prime) e’ informazione “parziale”, “faziosa”, “finalizzata alla dimostrazione di una tesi preconcetta” e qualche volta decisamente falsa. Se poi Paparoni predica bene ma razzola male … beh! se e quando lo “becchiamo” stara’ a noi “castigarlo” senza pieta’ (..mi pare che sia gia’ accaduto nei commenti alla mostra di Anish Kapoor a Milano o sbaglio?)

  • LorenzoMarras

    Cose condivisibilissime Luciano ed il punto è proprio questo , l’esporle come se fossero gia’ date in partenza ovvero acquisite come puro dato di f-atto ; come se io incontrandoti ti dicessi : “””ah ciao Luciano , lo sai che alla USL rubano ! tu a quel punto mi guarderesti stupefatto , Marras ma cosa racconti , lo sanno anche tutti i bimbi della citta’ che cosi’ è”””” .
    E non basta c è un punto , ad esempio, in cui si afferma : un critico deve essere giudicato per i testi che scrive oppure per le poltrone che occupano ? apparte il fatto che non si giudica niente e nessuno ma si fa esercizio di critica su un testo , atto di mera intelletualita’ ed è , ripeto questo il punto, scontato, che le poltrone vadano considerate solo per posare il didietro. Altra chicca , la madre di tutte domande quale è il contributo di ognuno di noi per uscire da questo stagno ? semplice Paparoni , uccidere lo STAGNO che è dentro noi perche’ è ovvio che se vado a braccetto con tizio e caio solo per potere , ad esempio partecipare ad uno scassato padiglione di provincia, lo STAGNO lo porto con me e sara’ il mio compagno in eterno. SCIOPERO UMANO , caro Paparoni.

  • Caro Lorenzo, scusa, ma a questo punto non me la sento di “sostituirmi” a Paparoni per rispondere alle tue obbiezioni, credo che, se lo ritiene, sara’ bene che lo faccia lui perche’, mi pare, esse implichino delle valutazioni su suoi comportamenti, presenti o passati che mi sono ignoti.
    Solo, brevissimamente, lascimi fare due ulteriori osservazioni:
    – da un “critico” (o da un “intellettuale” in genere) magari ci si puo’ aspettare di piu’ ma, nel minimo, meglio che dica ovvieta’ vere, piuttosto che falsita’ in modo tale da farle sembrare vere (come spesso purtroppo accade).
    – eliminare lo “stagno” che e’ in noi” e’ il primo passo, scomodo, doloroso e difficile, necessario ma non sufficiente perche’ risolve il problema solo rispetto al se’, fatto questo, bisogna anche operare per eliminare lo stagno negli altri e, ancora una volta, se proprio uno non e’ ancora riuscito ad eliminare il suo “stagno” personale meglio che almeno dia una mano ad eliminare quello degli altri (anche se poi dovra’ fronteggiare l’accusa di comportamento farisaico), piuttosto che s’adoperi a mantenere l’uno e gli altri,
    non ti pare?

    • LorenzoMarras

      Luciano sono d’accordo con te sul punto “stagno” per il resto , attendiamo eventuali integrazioni del Prof. Paparoni che per certo, non mancheranno di farsi sentire.

  • Faulken

    “In breve: non si può pensare di scrivere, scrivere seriamente intendo, ed essere nel contempo un presenzialista impegnato a gestire politicamente i rapporti utili.”

    Gentile Paparoni, basterebbero queste sue due semplici frasette per cominciare ad uscire fuori dallo stagno, certo poi si dovrebbe verificare se si vuole operare una bonifica della palude o meno e credo che lei la risposta la conosca già; cmq sia quelle due frasette portano dritte dritte ad una domanda e quindi, dato che non è possibile, seriamente e materialmente possibile direi, scrivere e presenziare, quello che viene propinato, questa mole di scrittura che ci ritroviamo giornalmente sotto gli occhi tra articoli, cataloghi etc etc, come fa, e soprattutto, come e chi, realmente la esegue ? Credo che lei conosca molte risposte anche a questo come le conoscono tutti gli operatori del mondo dell’arte e della cultura. Personalmente la seguo da sempre e la ritengo una persona seria, apprezzo quindi la buona volontà del suo intervento. un cordiale saluto.

  • certamente risponderò. LO farò presto. Sto scrivendo un testo per una mostra che curo insieme a Gianni Mercurio all’IVAM di Valencia dal titolo “Surreal versus Surrealism” e ho il cervello preso in ostaggio dall’argomento. C’è più di uno spunto interessante nei commenti che ho letto che vale la pena di approfondire.

  • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

    LO STAGNO CHIUSO DELL’ARTE E DELLA CULTURA ITALIOTA

    Parto dalle ultime parole di Demetrio Paparoni: “la madre di tutte queste domande è: qual’ è il contributo che ognuno di noi può dare per uscire da questo stagno? Innanzitutto esaminiamo il significato della parola stagno. Che cosa s’intende per stagno?

    L’ecologia, definisce “stagno” : un ecosistema equlibrato e completo, in cui gli animali che ne fanno parte, nascono, muoiono e si riproducono, in un ambiente naturale chiuso. Possiamo dire, (come ho già ribadito tante volte) che il sistema dell’arte italiano (con tutto il rispetto che ho per lo stagno naturale) è simile ad un pudrita palude, ermeticamente chiusa in se stessa.

    Dunque, caro Demetrio non è solo necessario essere coscienti di questo o limitarsi solo a questo paragone? Perchè non dire che siamo tutti, direttamente o indirrettamente nello stesse acque pudrite e stagnanti? Lo siamo, probabilmente davvero, tutti noi. Ma perchè presumere che siamo nello stesso stagno?

    Allora, mi domando: siamo veramente capaci di uscire, di rifiutare questo sistema paludoso dell’arte e della cultura italiota? Un sistema provinciale, autoreferenziale, sempre più malato di mala – aria; sempre più drogato da guru della critica, da mercanti senza scrupoli, da baroni servili, da affaristi, da politici corrotti e da soliti notabili critici, agguerriti l’uno contro l’altroper la spartizione di incarichi.

    Dal solito pubblico piccolo borghese dell’arte, che è costituito, in gran parte di cicisbei “acculturati”; di gente salottiera, di radical schic, di ogni colore politico, (spesso con la puzza al naso o l’alito pesante), con il vezzo di sparare sentenzie sul quella mostra, artista o sul nemico di turno, etc., ma anche da micropoteri personali, anche di chi ti parla?

    Si può essere consapevoli di tutto questo, di questo ” tumore” che attanaglia l’arte e la cultura italiana per tutto il giorno, o almeno per un attimo? Allora forse, noi tutti, non abbiamo più bisogno di questo sistema putrido, e quindi di nessun incarico, di nessun museo di nessuna galleria pubblica e privata che sia; di nessun sovrano economico che ci sostiene, di nessun politico di turno che ci protegge; di nessun giornale che ci esalta; di nessun critico, curatore indipendente, compreso quello di chi ti parla.

    Allora, quando si è realmente coscienti di questo “stagno” comatoso italiota, accade qualcosa che è totalmente differente dalla semplice critica al sistema. Voglio dire: quel senso di morte che si respira dentro questo stagno dell’arte; quel senso d’ impotenza d’operare, quel senso di colpa. Mi domando: ma questo senso di colpa, altera davvero la nostra vita e il nostro modo di intendere l’arte e di operare dentro questo sistema?

    Allora perchè ci sentiamo così? Forse perchè abbiamo fatto qualcosa di scorretto, che non corrisponde al nostro ideale alla nostra coscienza di spiriti liberi. Abbiamo fatto ciò che lo “stagno” dell’arte ha voluto che noi facessimo? Senza nessuna presunzione, questa è la realtà. Ora, la mia domanda è: è possibile liberarsi da questo stagno e poi affrontarlo per cambiarlo alla radice, in un ecosistema dell’arte e della cultura, veramente sano, aperto e ricettivo all’espressione di tutti?

    Ciò premesso, può essere utile e, perchè no salutare istruire un processo al nostro modo di operare, a noi stessi: un processo, che seppur incompleto, potrebbe tuttavia essere sufficiente a farci gettare la maschera al fine di confrontare la nostra attuale condizione di operatori culturali con quella peculiare, imposta dal sistema paludoso dell’arte e della cultura italiota.

    Dico che è possibile se il nostro cervello non è all’ammasso dentro questi meccanismi perversi. Se non è libero, la soluzione di questo problema crea altri problemi. Pertanto, caro Demetrio, la prima cosa da fare è decondizionare il nostri cervelli che sono, purtroppo educati e condizionati a vivere e operare in questo stagno velenoso, dove c’è chi controlla e chi è dominato, e allora ci vuole una coscienza e uno sforzo notevole per uscirne. Sono stato chiaro?

    • Daniela, Firenze

      Demetrio Paparoni, perchè non rispndi alla chiara lettera di Savino?

  • hm

    – Vorrei però portare il discorso fuori da ogni personalismo, anche per sgombrare il terreno dal sospetto che in gioco ci siano rancori personali e guerre per il riconoscimento di primati. –

    quoto lorenzo marras, inoltre non doveva rispondere bonami? se bonami non ha risposto che senso ha continuare? . ho letto un attimo il suo blog e attacca anche la vettese (che peraltro ha mosso osservazioni chirurgiche e inconfutabili alla mostra su lichtenstein, chi è andato a quella mostra lo ha fatto esclusivamente con la speranza di vedere i fumettini, l’unica roba vagamente interessante di un artista spinto da sempre dallo STAGNO del sistema americano) . cos’è un soliloquio? questo articolo non ha senso, mi sembra solo autopubblicità gratuita per sé stesso e i suoi amici .

    – Fortunatamente non la pensano come la giornalista autrice della recensione gli oltre 15.000 visitatori che finora, stando pazientemente in fila, hanno visitato e gradito l’esposizione. – (POParoni & mercurio cit.)

  • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

    Caro hm, da oltre settant’anni l’impero dell’arte americano ha dominato e domina tutt’oggi, in misura diversa, la scena internazionale dell’arte. Altro che STAGNO. Una strategia, sapientemente costruita a tavolino, che andava ben oltre la POP ART. Quest’ esperienza estetica, ( ironicamente condivisa anche dal grande vecchio M. Duchamp) , è stata propagandata e diffusa in tutto il mondo, di pari passo con l’orientamento ideologico del sistema liberal consumistico.
    saluti

    • hm

      no ma infatti STAGNO era solo per parOdiare poparoni .

    • Carlo

      E meno male. Perchè se l’alternativa era il realismo socialista e i cascami del modernismo stavamo freschi.

      • fausto

        Già, fantastico, mi guarderò e analizzerò questi “cascami del modernismo” ! Ma per favore indicami dove li posso trovare ????.

  • Chiara

    “Sto scrivendo un testo per una mostra che curo insieme a Gianni Mercurio all’IVAM di Valencia dal titolo “Surreal versus Surrealism” e ho il cervello preso in ostaggio dall’argomento”
    !!!!
    (ma che si fa, pubblicità?!?)

  • “Il conflitto d’interessi di Angela Vettese, che legge il sublime nei fondi di caffè”
    di Demetrio Paparoni
    Le mostre di Anish Kapoor alla Fabbrica del Vapore e alla Rotonda della Besana di Milano hanno creato qualche inquietudine. Non ovviamente nei 14.000 visitatori registrati in meno di venti giorni dall’apertura. Piuttosto, in quei critici che non perdono occasione di promuovere se stessi anche come curatori di grandi eventi.
    Dopo le boutade di Francesco Bonami, che prima denigra l’artista e la mostra (“Vanity Fair” del 1.06.2011) e poi fa marcia indietro (“Gazzetta dello Sport” del 9.06.2011), ora è la volta di Angela Vettese (“Sole24Ore”del 19.06.2011). Il suo articolo riporta informazioni non veritiere, forse Vettese si fa forte del fatto che il “Sole24Ore” non consente smentite o rettifiche (come si dimostra più avanti). Secondo Vettese, le opere di Kapoor alla fiera di Basilea “palesano i meccanismi di promozione che reggono anche le mostre non commerciali”. E aggiunge: “Per qualcuno la cosa può essere volgarmente esplicita, per altri si fa finalmente chiarezza: per esempio, perché al momento ci sono in Italia ben tre mostre dedicate all’anglo-indiano Anish Kapoor, artista sempre d’effetto ma da anni non più innovativo, il cui lavoro strappa sempre il consenso anche di chi non sa niente di arte contemporanea per il suo gioco sui fenomeni percettivi? Chiaro. Le gallerie che ne vendono le opere stanno facendo un’operazione di crescita delle quotazioni, e infatti riempiono i loro stand di sue opere”. Dunque Gianni Mercurio e io avremmo curato queste mostre, realizzate anche con denaro pubblico, dietro indicazione delle gallerie, per favorire i loro interessi di mercato.
    Le falsità espresse dall’articolo esigono una risposta che, spero, aprirà un dibattito nel Web. Le mostre di Kapoor a Milano sono state proposte da me e da Gianni Mercurio a Madeinart, che a sua volta, assumendosi forti rischi economici, ha fatto richiesta al Comune di Milano di intestarsele, di concedere gli spazi e un finanziamento; non sono state proposte da gallerie private, sul cui ruolo si dice più avanti. Gli interessi delle gallerie private e del mercato sono estranei al nostro modo di lavorare.
    Ma mentre Vettese accusa (peraltro senza nominarli) i curatori della mostra di aver fatto un’operazione commerciale a sostegno degli interessi delle gallerie, cosa fa lei? Firma uno scritto per una nota marca di caffè, allo scopo di promuovere le tazzine disegnate da Kapoor che stanno per essere immesse sul mercato. Leggete un po’ cosa scrive: “Così una tazza, come tutte le opere di Kapoor, passa dall’arte alla vita e sintetizza in una forma situazioni mentali dolorose quali il dubbio, l’ambivalenza, l’errore ma anche stati felici come il mistero, la sorpresa, il desiderio di capire cosa osservo e di scoprire chi siamo” (il grassetto è nell’originale). Insomma, secondo Vettese la tazzina di Kapoor permette “di capire cosa osservo e di scoprire chi siamo”. Roba da far accapponare la pelle. Per quanto questo testo possa essere stato ben retribuito – sempre che Vettese non lo abbia scritto gratis come omaggio all’artista o alla qualità del caffè (questo ce lo dica lei) –, non vi sembra un po’ eccessivo? Magari Vettese ha avuto chissà quale folgorazione contemplando la tazzina di Kapoor, ma non pensate che queste affermazioni sfiorino il ridicolo? Vi rendete conto che Vettese dà per certo l’interesse delle gallerie in una mostra che ruota attorno a una scultura di acciaio alta 9 metri e lunga 62, ma trova normale firmare un testo che presenta delle tazzine da caffè come capolavori, tazzine reclamizzate nel contesto di una mostra pubblica a Venezia sponsorizzata da una nota marca di caffè e dichiaratamente realizzata e curata da una galleria privata?
    La mostra di Kapoor alla Fabbrica del Vapore di Milano ruota attorno a Dirty Corner, una scultura enorme e non certo facilmente vendibile. Su richiesta dell’artista, le sue gallerie private hanno finanziato la realizzazione dell’opera. Come accade regolarmente in tutto il mondo in questo tipo di mostre. Non sarebbe potuto essere diversamente, in quanto non è pensabile che un’amministrazione pubblica finanzi la realizzazione di un’opera che poi qualcuno può vendere. Una pratica del genere sarebbe illegale. Provate a immaginare la gioia dei galleristi che si vedono invitati da un proprio artista a sborsare denaro per la realizzazione di un’opera mastodontica. Di solito le gallerie non possono esimersi di accontentarlo, perché vogliono mantenere un rapporto con lui, ma di sicuro non lo fanno volentieri. Secondo voi Vettese queste cose non le sa?
    Nel suo agitarsi, Vettese si lascia andare alla costruzione di notizie non veritiere. Non è vero che quest’anno Kapoor è presente negli stand della Fiera di Basilea più degli anni precedenti. La Galleria Continua, per esempio, quest’anno non ha presentato opere di Kapoor, contrariamente all’anno scorso. In quanto alle gallerie Lisson, Gladstone e Minini, hanno sempre presentato opere di Kapoor nei loro stand a Basilea. Non è vero che Kapoor non propone da anni un lavoro innovativo: non ha mai smesso di rischiare, presentando lavori ogni volta diversi, sperimentando nuove forme e nuovi materiali, come sa chiunque segua con serenità i fatti dell’arte. Non è vero che Kapoor strappa il consenso per le sue opere basate sui fenomeni percettivi, e lo dimostra l’interesse suscitato dalle sue sculture in cera e metallo o da quelle in cemento.
    Il vento sta cambiando nell’intero paese, e si spera anche nel mondo dell’arte. Sta cambiando al punto che da qualche tempo a questa parte può capitare persino che critici e curatori indipendenti come Gianni Mercurio e il sottoscritto – senza protezioni di alcun genere – arrivino a realizzare una delle mostre più importanti degli ultimi anni in Italia. Denigrarle fa parte di una vecchia strategia. Vettese, del resto, non è nuova a certe inquietudini: quando l’anno scorso Gianni Mercurio ha curato per la Triennale di Milano la grande mostra di Roy Lichtenstein, mostra che sarebbe stata poi ospitata dal Ludwig di Colonia, scrisse un articolo zeppo di notizie non veritiere poi smentite dallo stesso Gianni Mercurio al “Sole 24 Ore”. In barba ai princìpi di correttezza di cui ogni giornale dovrebbe essere garante, la richiesta di rettifica fu ignorata. Giusto per capire la sfrontatezza del personaggio, leggete la lettera non pubblicata dal “Sole”. Adesso, a essere ignorata è stata una mia garbata richiesta di replica fatta ad Armando Massarenti: mi era stato assicurato che sarei stato richiamato dal giornale, ma così non è stato. Negli Stati Uniti, chi giudica le mostre sui grandi quotidiani (questo non vale naturalmente per le riviste di settore) non è egli stesso curatore di mostre per non incorrere in un conflitto di interessi. In un caso del genere è del resto legittimo il sospetto di assenza di obiettività.
    Grazie a Internet, chi non accede ai media a grande tiratura può difendersi dai baroni della critica. E si può replicare anche a chi è protetto anche dalla carta stampata: il re è nudo. Passate parola.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      IL DESTINO DELL’ ARTE CONTEMPORANEA ITALIOTA, ADESSO LO POSSIAMO LEGGERE NEI FONDI DI CAFFE’ !

      Caro Daniele Scarpa, è risaputo che l’antica arte chiamata “caffeomanzia” (come leggere e interpretare i segni, le macchie e le immagini nei fondi di caffé), è diventata la comune prassi critica di noti esponenti della critica d’arte nostrana.

      A questo punto, non ci rimane che rallegrarci di questo antico codice di divinazione e interpretazione del linguaggio contemporaneo, che hanno adottato anche nell’arte italiota.

      In attesa di ricevere un responso sul destino dell’arte italiota.., intanto ti invito a gustare, una buona tazza di caffé…, seguendo le buone indicazioni dell’anarchico Michail Bakunin che dice: “Il caffé per essere buono, deve essere nero come la notte, dolce come l’amore e caldo come l’inferno”.

      Ah dimenticavo di dirti che il “Re è nudo” anche nel fondo di un caffé. Naturalmente per riconoscerlo bene, conviene sempre avvalersi di noti ed esperti consultanti.

      Buona serata

      • Savi’ vi offro del filu ferru giusto per rallegrare il caffè bah.
        Mi è piaciuto l’articolo di Daniele Scarpa. Non solo è scritto con chiarezza ma , sopratutto, fa volare finalmente gli stracci.
        Vediamo se si fa avanti più di qualcuno a smentire o a fare le sue osservazioni

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          Sarebbe l’ora, caro Lorenzo che volassero gli stracci assieme a tutte le vesti pregiate di vana gloria che indossa la cosiddetta casta italiota dell’arte…naturalmente, mi riferisco a quella che vive comodamente nell’olimpo dell’arte cartacea.

          Lu filu de ferru me serv per far i ricam pungent , spinos sulle vestite nobili, durate del caste de l’art. nostrene . M’è capeit ? in tedesco: enthalten ich habe ?
          lu parlet contadin gle na lingue assei difficil pe la cast cu la errr moscie e la vocca de nu camin…

          si fa per scherzare
          ciao guaggliò

          .

          • LorenzoMarras

            savi’ ha ha ha ha. s’abba ardente este pro noisi ki semus hommine no pro issoso

  • Cosa legge la Vettese nei fondi di caffè?
    Come riuscire a prenderci per i fodelli

  • Cosa legge la Vettese nei fondi di caffè?
    Come riuscire a prenderci per i fondelli

    • SAVINO MARSEGLIA

      o che bello ò café…pur nellu stagnu dell’art lou sann fà…