Antoni Muntadas, plurale al plurale

In attesa di “Entre/Between”, grande panoramica di novembre al Reina Sofia a Madrid, gli interventi all’Accademia americana e spagnola offrono la occasione per conoscere più a fondo l’opera e il pensiero di Antoni Muntadas. Artribune lo ha incontrato.

Antoni Muntadas @ Academia de España

Sulle colonne di Artribune abbiamo più volte sottolineato il ruolo prezioso svolto dalle accademie nazionali, che a Roma rifrangono e moltiplicano le occasioni di scambio e gli esercizi di cultura della Capitale stessa. Recentemente, la Real Academia de España e l’American Academy hanno concertato gli intenti, trovando un territorio di comune interesse nell’opera di Antoni Muntadas (Barcellona, 1942; vive a New York).
Nel giugno scorso, a unire le due istituzioni è stata Dialogo. La mostra, curata da Maria Rosa Sossai e Avelino Sala, componeva di due interventi, uno in via Masina, l’altro in via di San Pietro in Montorio.
Forma scarna e contenuti di peso. Gli interventi light sono esemplari della produzione dello spagnolo trapiantato negli Usa. Il criptoportico della AAR ha accolto About Academia, una serie di tre videoinstallazioni che meditano sugli intrecci tra conoscenza e potere. Dimessa ogni volontà di affabulazione, sono le semplici parole e l’ufficio del dubbio a sorreggere l’intera architettura dell’opera; una fede nella comunicazione e nello scambio.
Apparentemente sottrattiva, l’azione nel Salone dei Ritratti della Real Academia si rivela in realtà investigativa. L’opera Cassetti aperti non si allontana semanticamente dal suo involucro sintattico, l’intervento dell’artista si limita ad aprire i cassetti, ovvero a mettere in relazione visiva ciò che è pubblico e pubblicamente accettato col privato, l’organico, l’assente.
L’alibi della mostra romana ci offre la possibilità di sondare più a fondo il pensiero di Muntadas. Al quale Artribune chiede di discorrere liberamente di cinque grandi tematiche. Cinque grandi sfere d’interesse tangenti la sua opera – classico, contesto, partecipazione, globalizzazione e autorialità – per meglio orientarsi nella vasta produzione dell’artista.

Antoni Muntadas @ American Academy

Classico
L’idea diffusa di classico è di certo legata all’irripetibile esperienza greca, soprattutto applicata ai parametri di architettura e scultura, che nei musei assumono un aspetto al limite del pedagogico. Esiste una categoria di classico anche in ambito contemporaneo, applicabile quindi alle nuove forme d’espressione: fotografia, installazione, digitale, video, rete. Non essendo però una categoria storicamente determinata, è compito del singolo stabilire ciò che, nella produzione attuale, assurge a canone, diventando quindi modello classico. Con un paragone al concetto di “Museo Immaginario” di Malraux, ognuno ha la libertà di formare nel proprio museo mentale la propria collezione di classici.

Antoni Muntadas @ Academia de España

Contesto
Sono molto legato alla metodologia di sviluppo del progetto. In un primo momento, l’idea-madre dell’opera viene riflessa in tutte le fasi di traduzione ed elaborazione.
All’interno di questo processo, la considerazione del contesto ha un ruolo centrale, soprattutto quando si tratta di intervenire in ambiti estranei a quelli che definisco “spazi protetti”, ovvero gallerie, musei, istituzioni frequentate da un certo tipo di utenza in qualche modo prevedibile. Considero spazio pubblico soprattutto la strada, la tv, internet; quei contesti che non sono naturalmente calibrati per il fare artistico. La sfida che affronto coi miei lavori è di relazionarli con tutti i tipi di pubblico, consapevole del fatto che il medium stesso determina un referente diverso e quindi una diversa ricezione del messaggio.
Ho da poco ultimato due progetti che esprimono bene la mia idea di contesto: uno in Turchia, a Istanbul, “On Traslation: Açık Radyo”; il secondo, “Alphaville e outros”, a San Paolo, in Brasile. I due progetti si legano indissolubilmente col panorama culturale e umano delle città per cui sono stati creati, per questo è necessario entrare a fondo nelle dinamiche storiche, antropologiche che determinano la sempre complessa e intricata entità di un luogo. I progetti possono poi tramutarsi da locali in modelli globali, ma è indispensabile che l’opera realizzata per Istanbul viva e si impregni prima di tutto di Istanbul per poi poter essere proposta altrove; stesso discorso per il progetto di “Alphaville”.

Antoni Muntadas @ American Academy

Partecipazione
Il concetto di partecipazione ha vissuto, a mio parere, una fase cruciale negli anni ’70; tutto, dal teatro alla performance, andava nella direzione del coinvolgimento del pubblico. Oggi i mezzi di comunicazione, internet in primis, danno un nuovo impulso a quella tendenza, si parla ormai non più e non solo di partecipazione ma di interattività.
Quando si elabora un progetto a fianco di una comunità, credo sia importante lavorare non “per” ma “con”. Torna ancora comodo parlare del lavoro di Istanbul, che ha potuto contare su una buona partecipazione delle persone a cui era rivolto. Il concetto di partecipazione non sta tanto nel preparare un dispositivo che qualcun altro è tenuto a mettere in moto, ma piuttosto di connaturare metodicamente l’intervento della comunità nei meccanismi stessi dell’opera.
La partecipazione è un parametro di cui tenere conto più nella fase progettuale che non in quella meramente operativa. È successo che i miei interventi fossero etichettati come arte “sociale” o “politica”, ma sono categorie in cui non mi rifletto, anzi da cui mi sempre discostato.

Antoni Muntadas @ Academia de España

Globalizzazione
Il modello di civiltà – soprattutto urbana – mediatico e tecnologizzato apre delle prospettive inedite fino a pochi anni fa; lo stesso messaggio ha la possibilità di essere recepito e compreso da Tokyo a Caracas. A questa realtà se ne sovrappone una seconda, più profonda e radicata nel territorio inevitabilmente regionale, locale. In questo dualismo, il linguaggio dei media si colloca a mezz’aria, ovvero un prodotto mediale prodotto localmente è fruibile al di fuori del suo contesto di nascita.
Ecco, questa è una sfaccettatura che mi ha sempre molto interessato. In questi quarant’anni di lavoro ho sempre cercato di occuparmi del ruolo dei media e di come questi, nei loro meccanismi, possano, consapevolmente o inconsapevolmente, interagire col messaggio modificandolo e talvolta distorcendolo.

Antoni Muntadas @ American Academy

Autorialità
Anche per questo capitolo, ogni caso è un caso a sé.
Come ho già avuto modo di dire, lascio sempre nei miei lavori un margine di intervento a diversi attori. Ne è un buon esempio l’opera “The file room” (prima presentazione a Chicago nel 1994, www.thefileroom.org), opera aperta che medita sui meccanismi di censura. C’è però una fase in cui si può rintracciare più nitidamente l’impronta strettamente personale, e quindi autoriale, del lavoro: l’editing, la regia. Nel caso di “The file room”, l’autore avvia un dispositivo – per citare Agamben -, un meccanismo che poi assume una vita propria, uscendo quindi dalla competenza e dal controllo dell’artista.

Luca Labanca

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Luca Labanca
Luca Labanca si muove nel 2006 da Varese a Bologna per iniziare il percorso di studi del DAMS, curriculum Arte. Negli anni di residenza bolognese collabora stabilmente col bimestrale d’arte e cultura ART Journal, contemporaneamente idea e sviluppa progetti ed eventi di contaminazione culturale tra il Lago Maggiore e Lugano assieme allo scrittore e musicista Tibe. Nel 2010 ottiene la laurea con la tesi Fiat Lux sviluppata al fianco della docente in Semiotica dell’Arte, Prof.ssa Lucia Corrain. Nell’ottobre dello stesso anno si trasferisce a Roma per intraprendere il percorso magistrale in Studi storico artistici dell’Università la Sapienza, fin dai suoi esordi partecipa al progetto editoriale Artribune.
  • Articolo molto bello.
    Faccio sinceri complimenti al suo autore.