L’arte è cosa nostra

Non è recensibile un Padiglione come quello italiano. Non è un’impresa che si presta alla critica “classicamente” intesa. Meglio tentare di capire cosa significa, letteralmente. Cosa significa, ad esempio, che 200 intellettuali di varia estrazione si siano prestati a una operazione di quel genere. Una riflessione a tutto campo, quella di Adriana Polveroni.

Allora&Calzadilla - Body in Flight - Padiglione USA - Biennale di Venezia 2011

Se non è cosa nostra, di chi è l’arte e a chi interessa? Dovrebbe interessare ai politici, perché anche da qui passa, come dimostrano molti Paesi – Gran Bretagna, Polonia, Stati Uniti, Cina, India -, il prestigio di un Paese. E dovrebbe interessare agli intellettuali, Sgarbi compreso. Mai sentito dire che il futuro economico dell’Italia potrebbe giocarsi molto sulla valorizzazione (vera, non da slogan afasico) del nostro patrimonio artistico e ambientale? Società immateriale, industrie culturali, terziario avanzato è tutta roba che potrebbe essere targato Made in Italy. Purtroppo, l’arte non sembra essere cosa per loro.
A una recente conferenza del Festival dell’arte contemporanea che si svolge a Faenza, il collezionista Giorgio Fasol ha detto una cosa sacrosanta e molto semplice: “Raccontiamo ai politici i numeri che fa la cultura”. Facciamogli vedere, dati alla mano, quando guadagna per esempio una città come Venezia quando c’è la Biennale, al di là delle bestemmie dei veneziani per i vaporetti intasati. Facciamogli vedere quanto sviluppo crea la costruzione di un museo importante, oltre a far aumentare i valori immobiliari. È successo a Londra, con la Tate Modern che ha rilanciato il Southwark: 3 mila nuovi posti di lavoro nei primi 5 anni e beneficio economico per l’intera Londra calcolato dai 75 ai 140 milioni di sterline. È accaduto a Bilbao con il Guggenheim, che mediamente porta in questa città bruttina un milione di turisti all’anno. Era già accaduto 40 anni fa a Soho, a New York, quando ci sono arrivati i primi artisti, e per accaparrarsi i loft qualche anno dopo c’era la fila di negozi e ristoranti. E poi è stata la volta di Chelsea e di Williamsburg. E, in piccolo, è accaduto nel quartiere dove sorge il Macro di Roma. Abito da quelle parti, e negli ultimi anni ho visto nascere ristoranti, wine bar e gallerie d’arte, anche un paio di alberghi. A maggior ragione, quindi, è irrinunciabile che la nomina del nuovo direttore verta su una figura capace di attivare una programmazione di qualità e il consenso necessario perché il museo, meglio la Fondazione Macro, esprima tutte le sue potenzialità.
Portiamoglieli, questi dati; sembrerà banale, ma non ci pensano. Non li conoscono, altrimenti non li farebbero, i tagli lineari. Cantiamoglieli, con tutti gli annessi e connessi delle statistiche economiche sui vari festival, da cui risulta che per ogni euro investito ne ritornano tre sul territorio. So bene che a questo punto Pier Luigi Sacco avrebbe di che ridire: non è questo lo sviluppo che si vuole, e che si può creare, con la cultura. Troppo effimero e troppo predatorio. Mordi, fuggi e non lasci niente. Abbastanza vero. Ma intanto all’orecchio dei politici funziona. È l’unico linguaggio che capiscono, quello delle cifre. Che siano voti o guadagni.

Giorgio Fasol

Se questo è quanto dovremmo comunicare ai politici, agli intellettuali va detto invece che, se non sono informati di quello che avviene nell’arte contemporanea italiana – la quale, poiché viviamo in un mondo globale, non è isolabile da quanto accade nell’arte contemporanea tutta -, non dovrebbero cedere alle lusinghe di inviti che li incorano suggeritori. Non lo sono. E non c’è niente di male. Chi conosce bene il teatro o la linguistica o la filosofia non è tenuto necessariamente a saperne di arte contemporanea, che rimane, a torto o a ragione, un linguaggio complesso che richiede studio e impegno. Perché quello che è accaduto alla Biennale con il Padiglione Italia è che gli intellettuali, coloro che dovrebbero avere a cuore l’idea di puntare sulla cultura per svegliare il nostro Paese dal sonno (o dall’incubo) berlusconiano, per insipienza o arroganza abbiano accettato di sottoscrivere la peggiore operazione di marketing sull’Italia che si sia mai vista.
A Venezia, città che ha inventato la Biennale, diventata un modello imitato in tutto il mondo, siamo riusciti, grazie a Sgarbi e ai 200 intellettuali da lui convocati, a mettere in piedi la peggiore vetrina dell’Italia. Già nella considerazione internazionale il nostro Paese va ben poco oltre l’idea che sia una location ancora piuttosto attraente (ma fino a quando?) per attori e celebrities che ci prendono casa o che ci si sposano. Con il risultato che “il Paese dove fioriscono i limoni” è diventato un set. Un altro film da quel luogo dove secoli fa fu miracolosamente possibile coniugare civiltà e bellezza naturale.

L'Arsenale di Venezia

L’idea che in un’operazione come quella di Sgarbi sia in gioco qualcosa di marginale è un errore. Da sempre, l’arte evoca e rimanda ad altro, altrimenti non sarebbe nemmeno mai nata. La sua capacità di comunicazione non si esaurisce nel segno in cui si presenta. L’arte e la cultura raccontano dell’energia e dell’intelligenza di un Paese e, come tali, sono i biglietti da visita per accreditarsi all’estero. Non è vero? Basta chiederlo a François Pinault, che proprio a Venezia ha aperto ben due sedi della sua fondazione. Provate a chiederlo a Viktor Pinchuk, il magnate del gas ucraino, che da un po’ di anni non manca mai alla Biennale  con una mostra da lui prodotta. Il suo Art Pinchuk Center a Kiev svolge un preciso ruolo di public relation presso gli interlocutori stranieri che gli interessano, per se stesso e il suo Paese. Ne sa qualcosa anche Mr. Mori (il miliardario zio di Mariko, l’artista), che quando a Tokyo ha ristrutturato l’area di Rappongi Hills, in cima alla Mori Tower ha piazzato un museo che porta il suo nome. Strano che Berlusconi non ci abbia pensato. E meno male.
Non sono trastulli da tycoon, né l’arte è ruffiana perché si presta a questo; è nella sua natura stare dentro la società, muoverne gli assetti ed esercitare un potere mediatico. Basta guardare alla vicinanza che per secoli c’è stata fra l’arte e la chiesa.

Punta della Dogana

Sgarbi e gli intellettuali, invece, hanno pensato di umiliare la nostra contemporaneità, l’immagine dell’Italia nel mondo come Paese capace di parlare il linguaggio del presente. Come Paese capace di investire sui suoi talenti. Che crede nel suo futuro. Non è una lamentela da anima bella. C’è qualcosa che va oltre l’indignazione, perché quello sgangherato e inguardabile Padiglione sta a dire che noi italiani, le nostre migliori energie sono, al momento, messe molto male. E allora, oltre la vergogna e l’imbarazzo che normalmente si prova quando uno straniero ci chiede “Come fate a tollerare tutto questo?”, e non c’è risposta che giustifichi il fatto e il nostro silenzio, bisogna considerare il danno che tutto questo produrrà da qui a breve, e forse purtroppo anche a lungo, sulla nostra cultura e sul nostro mercato dell’arte.
I nostri artisti sono poco presenti sulla scena internazionale, la scarsità e la debolezza delle istituzioni che anni addietro avrebbero dovuto sostenerli ha fatto sì che progressivamente siano quasi scomparsi dalle grandi manifestazioni internazionali. Eppure ce ne sono di bravi, eccome. Ma chi li inviterà dopo aver visto il nostro Padiglione, alla cui fattura hanno collaborato ben 200 intellettuali? Che credibilità avranno loro, e noi con loro, che ce ne occupiamo? Con chi dialogheranno i nostri musei, già a corto di collezione, per fare delle mostre? Gli crederanno, i musei stranieri, che tutto non finisce con il Padiglione Italia di Venezia dopo aver visto decine, centinaia di cosiddette opere “brutte, kitsch, volgari”, come le hanno bollate i giornali stranieri, alcune peraltro firmate da alcuni nostri famosi artisti: Pistoletto, Kounellis, Paladino, Beecroft, Chia, Accardi, Paolini?

Vanessa Beecroft al Padiglione Italia

Essere presenti all’estero, nelle piazze che contano nel sistema dell’arte, significa non solo avere un buon “look” (che già aiuta), vuol dire anche comunicare che la nostra cultura, merce così appetibile nella società immateriale e globale, è viva. In grado di parlare al mondo. Altro che l’arte non è cosa nostra! L’arte è cosa di tutti, in quanto nessuno si sottrae al parametro di valutazione espresso anche tramite essa. Così come ce ne sono altri, che ci dicono che un Paese è civile o meno: il grado di inquinamento, la mobilità sociale e territoriale, la scolarizzazione, la sanità, la diffusione di Internet, la libertà di stampa. E significherebbe che anche le nostre aziende, se investissero di più nell’arte, avrebbero di che scambiare con i competitor internazionali. Quello che non ha capito (o che finge di ignorare) Sgarbi quando si scaglia contro Prada e Trussardi, facendo la parte del professore isterico di provincia in una presunta e obnubilata difesa dell’arte dalle grinfie dell’industria e del commercio, è che l’arte è sempre stata vicina all’industria e al commercio. Al prestigio e al potere, dai Medici in su e in giù. E proprio lui, qualificato storico dell’arte, non può non saperlo. Il problema non è la contiguità con il potere e il mercato, ma quanto, anche attraverso questi, l’arte è in grado di portare il suo sguardo critico e la sua carica liberatoria nella società in cui prende corpo. La qualità di un artista si giudica da questo, non se è nella collezione Prada.

Un interno di Ca’ Corner della Regina

Ma c’è dell’altro. In Italia abbiamo un mercato debole, penalizzato da un’Iva al 20 per cento che induce anche i nostri collezionisti a comprare spesso fuori e da un diritto di notifica che, se è stato sacrosanto per arginare i traffici di arte antica, rimane inspiegabile se applicato al contemporaneo, le cui opere hanno al massimo 50 anni e vivono quindi ancora una giovinezza commerciale che ne richiede agile mobilità. Dunque, un mercato che, nonostante i vari tentativi di tirarsi su con le fiere, non si presenta propriamente florido. Come ne uscirà da questa Biennale? Chi verrà a comprare nelle nostre gallerie già un po’ in affanno dati i tempi e che però continuano coraggiosamente a nascere e a investire? Comprare che cosa, le croste, gli inutili e orribili faccioni messi in mostra alle Corderie? E se il nostro mondo e mercato dell’arte vanno giù, che ne sarà del famoso indotto? Di quel fragilissimo sistema di occupazione che si sta costruendo intorno all’arte contemporanea? Non solo gli esercizi commerciali, ma le professioni legate alla cultura.

L'opera di Kounellis allestita al Padiglione Italia

Roba delicatissima, che per fortuna affascina non pochi giovani, che preferiscono studiare beni culturali, destinandosi a un futuro di pochi soldi piuttosto che fare i casting per cubisti, tronisti e grandi fratelli. Gente probabilmente destabilizzante per questo governo. Gente che ce la metta tutta, con passione, sapendo che sarà dura. Ne ho conosciuti tanti, insegnando in accademie e università. Sicuro che questi giovani che difficilmente trovano lavoro in Italia, che sono disposti ad andare all’estero, pur non pagati, per fare uno stage in una galleria, in un museo, in una fondazione, saranno presi sul serio dicendo che vengono dal Paese del bunga bunga e dell’arte che non è cosa nostra?

Adriana Polveroni

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  • Adriana Polveroni fa parte dei quella generazione che ha determinato un vuoto negli ultimi 20 anni tra miglior sistema e pubblico, tra arte contemporanea e politica. Cosa che non è successa in altri paesi senza che il sistema dell’arte dovesse diventare un servo della politica. Sgarbi oggi, come Beatrice ieri, si infila in questo vuoto.

    Se visitiamo il Maxxi in questo periodo capiamo che anche i contenuti di Sgarbi rappresentano bene l’arte italiana: un contenitore che in modo ridicolo pretende ad ogni costo di essere “futuro”, con mostre ridicole e organizzate da sovraintendenti da prima repubblica (una noia mortale, una collettiva anemica di giovani artisti di 40 anni e una mostra di un Pistoletto pesantemente sopravvalutato). Il Maxxi romano non riesce oggi a competere con un cinema dove danno un buon film d’essai. Questo è il punto.

    Il contemporaneo in italia (all’estero sono un po’ più efficaci) produce cattedrali nel deserto con contenuti desertici. Produce obelischi che devono solo esserci per far apparire “moderna” la provincia, la regione o la città che li ospita (Madre, Mambo, Maxxi, ecc ecc).

    Quindi il calderone confuso e volgare di Sgarbi è lo specchio esorbitato ed esagerato della realtà dell’arte italiana: il sottobosco della domenica ma anche il sistema snob e provinciale che io chiamo migliore.

    james dao

    • hm

      oggi luca morsi ti vedo molto in forma

  • Il Festival di Faenza, citato dalla Polveroni, non era stato neanche ribattuto nelle pagine cultura dei principali quotidiani italiani, ed è una festival “internazionale”. E invece guardate come il Corriere presidia il Padiglione Italia:

    http://video.corriere.it/biennale/

    C’è un sistema informativo, un sistema politico e un pubblico totalmente all’oscuro, quando non analfabeti rispetto al contemporaneo. E la colpa non è certo di Sgarbi, ma di un sistema latitante da almeno 20 anni.

  • antonio

    eh, Polveroni quante certezze che hai! accidenti, sei un genio, hai studiato economia anche? wow! non saranno piuttosto delle illusioni da parvenu ? sei ancora ferma all’esterofilia? ma lo sai che nei soli stati uniti ci sono centinaia di artisti interessantissimi mentre la nomenklatura italiana crede che da quelle parti esistano solo palloni gonfiati come Prince Twombly ecc o gli artisti presenti in tre quattro fiere e in un paio di riviste?? forse all’estero non ci sei mai stata davvero cara polveroni !
    non sarà che la reale differenza è che sgarbi ha accumulato 200 opere non tutte brutte non tutte belle (comunque impara ad ever rispetto : come ti sentiresti se ti dicessi che mi sembri una cretina e che hai il fascino di un soprammobile da rigattiere?)accatastandole in uno spazio stretto ( allora quelli che nel passato facevano le quadrerie erano tutti imbecilli e ignoranti mentre la polveroni è intelligente) mentre la Curiger ad esempio o altri come lei mettono singole solenni stupidaggini in spazi larghi e pomposi? ma tu hai mai letto attentamente i testi di questi critici e curatori stranieri? ad esempio non pensi che l’uso che
    Birnbaum fa di Husserl nella presentazione di alcuni artisti sia quantomeno imbarazzante ? cosa direbbe un antropologo smaliziato davanti a concetti come “La platea dell’umanità” del pur valido Szeeeman? lo sai qual’è la rivista d’arte più letta negli Stati Uniti?credi che sia Arforum?a Los Angeles ci sei mai stata? cosa hai visitato,le quattro gallerie che fanno le solite tre fiere? hai un’idea di quanti artisti bravissimi ci sono a los Angeles? non credo perchè altrimenti ti vergogneresti a parlare di estero quando ti riferisci in realtà a un sistema ben ristretto nel quale poverina ti illudi, come ludovico Pratesi, di entrare! sai che genere di arte fanno i 20 – 30 artisti artisti più pagati al mondo (Visto che parli di soldi): lo sai che ci sono almeno 4 cinesi? che tipo di cose fanno? i cinesi son tutti stupidi?
    beh vai a dire allora in faccia a Jeffrey Deitch che anche lui fa mostre orribili come Sgarbi?hai visto cosa sta facendo al MOCA? hai mai visto dove espongono come espongono e da che scenari arrivano gli artisti che presenta? jeffrey Deitch evidentemente non sa niente di economia dell’arte se espone sta roba tutta accatastata! vaglielo a dire così ti assumerà senz’altro come consulente!
    potresti andare a vedere cosa espone Simon De Pury quando presenta alcune collezioni private… e hai mai letto cosa pensa Saatchi della dittatura dei curatori?

    • anonimo

      da uno che ribatte così solennemente e che si fà chiamare solo antonio non risponderei, a prescindere dalle ragioni o torti. la faccia, anche se osè, quella bisogna avere il coraggio di mettere all’aria

  • Ma scusate, la Polveroni è una Marziana? Ora apprendiamo che se avremo menù turisti nel prossimo futuro non è perché Pompei va’ in polvere, non è perché i nostri musei non hanno i soldi per le manutenzioni e osservano orari da ufficio postale, non è perchè distruggiamo e deturpiamo il panorama e l’ambiente, abbiamo cittá colme di rifiuti e invivibili per traffico ed inquinamento, non è perché, non ostante tutto questo, siamo uno dei paesi piú cari al mondo per andarci in vacanza… no la Polveroni ha trovato il vero problema : la Biennale di Sgarbi che ha “deturpato” la serie di eccellenti “vetrine” dell’arte contemporanea rappresentate dai Padiglioni Italia di chi l’ha preceduto. Ma qualcheduno glielo dice alla Polveroni che l’arte contemporanea (ATTENZIONE : CONTEMPORANEA non ARTE IN GENERE) nelle ragioni che guidano alla scelta di una meta turistica pesa meno del 2% (al mondo) e per i paesi di antica civiltà si scende a meno dell’ 1% ?

  • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

    IL SISTEMA DELL’ARTE ITALIANO E’ COME UN’AGGHIACCIANTE PALUDE

    Il sistema dell’arte italiano da più di trent’anni è gestito sempre dalle stesse persone, spesso già di suo incolte: stessa classe polititica, stessa classe dirigenziale, stessa classe culturale, stessa finta opposizione e stessa statica belligeranza fra le parti…

    Stesso pubblico dell’arte, stesso mercato, stessa classe critica- curatoriale, stessi direttori di musei e gallerie pubbliche. Stessa classe di artisti, letterati, intellettuali, filosofi, attori, ecc. ecc.. Costoro oltre ad essere sempre addentellati con il politico di turno, fanno di tutto per difendere ruoli e posizioni.

    Si prodigano a più non posso di stare sopra la poltrona damascata, sotto i riflettori dei media – di proteggere loro stessi e i pupilli, o meglio ancora: gli artisti di gradimento. Non c’è nessuna seria opposizione che sia in grado di uscire da questa agghiacciante palude, in cui noti campioni indiscussi della critica e dell’arte italiota non fanno nulla per uscirne. Nel pieno di questo immobilismo, troviamo gli inossidabili, in veste senile, sempre pronti ad attaccare il collega di turno per difendere il proprio orticello.

    Sono come sette agguerrite, pronte ad eliminare tutti coloro che hanno punti di vista diversi. In queste acque melmose, non c’è un fottuto critico, curatore, artista, intellettuale smarrito che sia in grado di liberarci e guidare con sincerità questo sistema italiota, bloccato, provinciale, verso nuovi luminosi orizzonti …? (Il Padiglione Italia 2011) è l’espressione indicibile di questa palude.

  • Cristiana Curti

    La questione intorno alle difficoltà tutta italiana di circolazione dell’arte anche contemporanea (leggi: notifica, conseguente grave e drammatico imboscamento del mercato, mancanza di visibilità internazionale, ecc.) e alcune frasi generiche dell’articolo della Polveroni sono condivisibili e – secondo me – anche la preoccupazione di fondo che muove (che cosa mai rappresentiamo della nostra arte con questo Padiglione Italia in un contesto come la Biennale di Venezia?).

    Ma la stessa Polveroni che in altri luoghi scrive della bolla esiziale del mercato dell’arte – con toni che rivelano più una visione moralistica che tecnica e documentata del fenomeno – ha contribuito in questi anni a agevolare il proliferare di molte discussioni sul nulla, attestandosi, lei e altri come lei, in quel beato mondo di “antropologia dell’arte” che non esiste da nessuna parte se non in Italia.

    Spiace che citi Pier Luigi Sacco – che ha il dono di essere comunque coerente – come uno di coloro che rimangono legati a un concetto antico di “sfruttamento” (o non sfruttamento) del cosiddetto potenziale economico dell’arte (anche contemporanea) in Italia, perché anch’essa non ha mai – né nei suoi scritti né nelle sue conferenze – mostrato particolare interesse all’argomento se non con attestazioni di comprensione “passiva” del fenomeno (esiste questa cosa, quindi la registro). Benché, naturalmente, c’è sempre tempo per iniziare a occuparsi della questione, ci mancherebbe.

    Adriana Polveroni si muove all’interno di quel coacervo di personaggi “di confine” (né davvero tutti-giornalisti, né davvero tutti-esperti d’arte), moltiplicatisi negli ultimi dieci-quindici anni a dismisura a detrimento dei veri critici e dei veri storici dell’arte, che occupano il campo editoriale con pubblicazioni di modesta qualità documentale, sull’onda di un’esagerazione alla drammaticità che il fenomeno dell’esplosione dell’interesse intorno all’arte contemporanea – verificatosi in tutto il mondo, anche e soprattutto nei cosiddetti paesi “emergenti” – ha provocato fra coloro che non l’hanno compreso e non l’hanno fatto proprio. Questa incomprensione di fondo ci ha posto, in Italia, ai margini della discussione internazionale sui fenomeni davvero epocali che la circolazione dell’arte (mai intensa come nell’ultimo decennio) ha provocato in tutto il globo.

    La Polveroni ha ottenuto una vasta (se si può dire così, nel magro ambito della divulgazione delle “cose d’arte” in Italia) risonanza e una discreta visibilità, ma non ha mai coniugato questo hatù alla promozione di una vera rinascenza, anche a livello politico, della consapevolezza del nostro patrimonio artistico, fonte di ricchezza intellettuale (prima che economica) a portata di tutti.

    E’ giusto, se lo si ritiene, affermare che il Padiglione sgarbiano di quest’anno sia inqualificabile (poi mi piacerebbe leggerne, da qualche parte, una vera recensione critica, però), ma non si può pensare che chi, come la Polveroni, ha utilizzato un sistema parolaio come confacente alle proprie (limitate) aspettative non parta, per affrontare davvero una svolta reclamata dai più, da una sana autocritica.
    La Polveroni veleggia sull’onda dell’emozione e grida al ladro, ma il “sistema” si stava rompendo ufficialmente già due anni fa (e il Padiglione Italia di allora, alla fine, era una prova d’orchestra di questo).

    Ci sono stati due anni per “correre ai ripari” se lo si voleva. Dove erano le e i “Polveroni”? A promuovere i propri libri poco interessanti e un po’ furbetti (basta! Un po’ di silenzio, per favore! Ogni tanto lasciamo parlare i professionisti dei diversi settori), a intasare di innumerevoli dibattiti sempre uguali le innumerevoli conferenze su dove-diavolo-andrà-la-nostra-arte-se-si-continua-così et similia.
    Tutto sempre molto vago, con quel filo di birignao che è proprio di chi è in realtà molto lontano dai problema e non ne coglie davvero i contorni, cosicché è meglio non entrare nel merito del “disastro”, magari denunciando singoli episodi con nomi e cognomi. Non si sa mai.

    Da Adriana Polveroni e quelli che con lei hanni condiviso in certi circuiti divulgativi la responsabilità dell’informazione nei confronti della “massa”, chiederei – se posso – un poco più di umiltà e molto lavoro, se lo si sa fare.
    Servono Nomi e Cognomi “reali”, non di facciata, di coloro che hanno – secondo alcuni – la colpa dell’ineludibile disastro della gestione pubblica dell’arte in Italia e servono nuove proposte che presuppongano mettersi al servizio della comunità, non cercare altre ribarte da cui piagnucolare la propria desolazione. Chi può farlo e ne ha i mezzi, deve farlo ora. O almeno taccia.

    • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

      BRAVA CRISTIANA, CONDIVIDO IN PIENO!!!

    • Roberto

      Come non essere d’accordo con Cristiana Curti. Adriana Polveroni non ha l’autorevolezza culturale né la statura morale per permettersi articoli di questo genere. E non si tratta di beghe tra correnti dell’arte contemporanea italiana, qui si tratta di dati oggettivi che riguardano le biografie e i documenti. Quando la Polveroni attacca Sgarbi, la sensazione che se ne trae è quella di non avere scampo, attanagliati tra un trombonismo vuoto e da strillone giornalistico (Polveroni) e un populismo demagogico e arrogante (Sgarbi). Che dio ci scampi e liberi da entrambi.

  • Cara Cristiana, come sempre e’ un piacere leggerti, anche quando e anche se non si condividono o non si condividono appieno le tue proposizioni. E lasciamelo dire, come e’ bello, serio e fondamentale quel tuo “pudico” inciso “(poi mi piacerebbe leggerne, da qualche parte, una vera recensione critica)” !!
    Ma qui siamo in altro argomento e su quanto dici in generale della Polveroni, non posso che concordare pienamente ma anche Savino “centra” una bella fetta del problema generale che alla fin fine e’ quello che io bollo come “il sistema” che, anche se forse e’ esagerato dire che non e’ cambiato nulla negli ultimi trent’anni, certamente, per la sua intrinseca vischiosita’, la sua autoreferenzialita’ ed il suo metodo di “cooptazione tecnicamente mafioso” (odio usare quest’ultimo termine ma non ne trovo un altro che in una parola esprima il complesso del concetto) ha impedito un ricambio ed un rinnovamento, non dico pari ma almeno paragonabile a quello di altri paesi (e non solo nel “mondo che conta”). In ultimo, lasciatemi dire che il post di SerenoVariabile, per quanto motivato dalla sua difesa ad oltranza dell’idea sgarbiana (o forse dal suo, peraltro legittimo, desiderio di rappresentare, su queste pagine, una necessaria “voce fuori dal coro” o, se vogliamo, “l’altra campana” che altrimenti sarebbe pressoche’ assente) dice solo la pura verita’… preoccupiamoci seriamente e finalmente dei “beni culturali” materiali ed immateriali (e dei beni paesaggistici, ambientali e etnico-storici, se non li comprendiamo gia’, come dovremmo, in quelli genericamente “culturali) del nostro paese, che rappresentano l’unico vero asset che abbiamo ancora agli occhi degli “stranieri” ma ricordiamoci che (anche se a noi che in questo piccolo mondo viviamo puo’ dispiacere) l’arte contemporanea, in tale “asset”, agli occhi di chi ci guarda da fuopri, conta davvero molto poco e questo non perche’ non abbia valore o ne abbia meno di quella di altri paesi ma solo per la buona ragione che cosi’ e’ per qualsiasi paese di questo mondo !!!

  • feu

    comunque è l fiera della novità quella che scirve polveroni oggi, arrivando buona ultima. Fasol ha ben ragione, Sacco è un magna pane a tradimento, gonfiando numeri di un festival costosissimo e poco partecipato. Ad ogni buon conto, che dire: fortunatamente c’erano buoni artisti italiani nella mostra principale “illuminations”, troppo poco tuttavia per salvarci la faccia dal padiglione italia. A proposito: le sculture della beecroft sono terrorizzanti, se lo merita tutto il padiglione sgarbiano.

  • È vero, basta con il sinistrismo plutocratico del sistema artistico, l’arte si riconnetta con un’idea di società civile. La scelta di Sgarbi, che non ho ancora visto, sarà sicuramente ultraprovinciale e darà un’immagine inadeguata del migliore panorama artistico attuale, ma credo anch’io che testimoni del caos reale della situazione presente.

  • Purtroppo questi aggettivi:“brutte, kitsch, volgari” li possiamo usare per quasi tutti i padiglioni visti in Biennale, non solo per quello Italiano e non solo per la Biennale 2011.
    Purtroppo ai nostri politici, di destra e di sinistra, non interessa far crescere il paese culturalmente ed economicamente, perchè lo capisce anche un deficiente che il nostro petrolio è il nostro patrimonio artistico e che basterebbe copiare le strategie degli altri paesi in proposito.
    Purtroppo siamo italiani, bizantini per natura, incapaci di guardare al di là dei nostri interessi personali, immutabili nella nostra viltà cortigiana.

  • Floriana Lucente

    La Biennale è d’arte. E l’inventore di questo affollamento estetico ha parlato d’arte. Nell’articolo qui sopra si tratta invece di “turismo e spettacolo” – come diceva con sprezzo Carmelo Bene ai politicanti. E’ un esempio di prosa politicante. Gli ultimi devoti della sinistra ci fanno la lezioncina di capitalismo, di come sfruttare le opere belle. Ma perché chi prova piacere con l’arte – e scorre magari dei notiziari online pur se con un linguaggio insopportabilmente goliardico come questo – dovrebbe interessarsi ai conti su quanti baretti o bancarelle produce la pittura o la scultura? Da decenni, Arbasino in primis e tutti coloro che hanno il dono dell’eleganza sono orripilati dalle folle zoccolanti che invadono il Belpaese, umiliano le nostre piazze con le tenute da mare, i musei con il vocio beota, gli scatti fotografici come sventagliate di mitra, i cumuli di bottigliette di plastica e di monnezza ovunque. Gli ex comunisti che adesso si scoprono luminari dell’economia son convinti che il destino sia prostituire l’italica bellezza ai turisti. E’ proprio così?

    • Brava Floriana!! Poi quando la fondazione nonni-genitori avrá esauriti i fondi e ti servirà un lavoro allora magari scoprirai che, nel
      mondo dell’arte, che tanto ti piace, le liste di attesa sono lunghe anni, che fabbriche ed imprese son sempre di meno e ridimensionano il personale perchè affidano tutto quel che possono all’outsourcing possibilmente in Asia o Africa, ed il turismo, che era l’unica “risorsa naturale” del nostro paese, per non “prostituire le bellezze italiche” è stato sotterrato e la gente non ci prende piú inc onsiderazio e neppure per un fine settimana. Allora tu prenderai le tue belle valigie firmate (son certo che le tue lo sono) e te ne andrai a cercar lavoro all’estero, oh, mi raccomando, prima di partire non dimenticarti di ringraziare anche Carmelo Bene, Arbasino e tutti i tuoi “elegantoni”

      • Cristiana Curti

        Sereno caro, il turismo sarebbe rinvigorito però anche e soprattutto da:
        – qualità alta, o almeno migliore di quella attuale, dei servizi al turista (trasporti e infrastrutture)
        – adeguamento alle classificazioni internazionali degli standard di qualità per le strutture ricettive (alberghi e ristoranti)
        – prezzi più contenuti e adeguati all’offerta internazionale (basta con le lobbies corporative degli albergatori!)
        – fine dello sfruttamento selvaggio e della cementificazione delle coste e dei nostri magnifici entroterra (soprattutto)
        – Riferimenti informativi efficenti e diffusi sul territorio
        – maggior possibilità di “circolazione” senza temere di dover pagare ovunque un pedaggio; è degli ultimi giorni, ma non so da quando è in vigore, il “biglietto” che viene estorto al turista per accedere alla terrazza caprese davanti ai Faraglioni, e poi, che ci faranno pagare, l’aria di Pienza perché è più “nobile” di quella di Sesto San Giovanni?
        – pacchetti accessibili anche dal paese di provenienza che prevedono forfait con ingressi ai musei+trasporti+concerti+(altro a piacere).
        E questo per tutto il territorio nazionale, non a macchia di leopardo o al buon cuore della comunità locale.

        Non serve la vecchia cartolina, se sotto la cartolina c’è la spazzatura (metaforica e non) del nostro Paese, caro arrabbiato, senza organizzazione e approssimativo. Non è un caso se siamo slittati dal primo al …. (a che posto siamo siamo ora: quinto, sesto, settimo?) nella graduatoria dei paesi più visitati al mondo.

        Non ci sono bronzi di Riace che tengano, né Colossei, né Venezie.
        Giusto incentivare il turismo “culturale” (perché in Italia ne esiste un altro? ogni paesino minimo ha il suo bel monumento, le sue feste tradizionali, la sua gastronomia…), ma pensare di concepire il monumento o l’opera d’arte solo come potenziale introito economico è, per me, un errore di fondo.

        Basti pensare ai Musei vaticani e alle visite alla Cappella Sistina (non italiani, per l’appunto, ma “stranieri”): sono abominevoli, all’ingrasso e senza alcun rispetto per le opere che si deteriorano al passaggio greggesco (e grottesco: nessuno vede nulla, che senso ha?) di tonnellate di ciccia umana.

        Si tratta di intendere come agire, ma io, che sono per la libera e più vasta circolazione dell’arte anche e soprattutto attraverso il mercato, sono ad esempio contraria ai prestiti sconsiderati di nostre opere fragili nei musei d’oltreoceano.
        Il rispetto per il monumento deve partire da noi, ma non con il cartellino dei “costi/ricavi” attaccato, altrimenti meraviglie come il museo archeologico di Volterra sarebbero chiuse in tre giorni, perché “rendono” poco.

        Certo che bisogna “sfruttare” l’arte, ma in primo luogo per garantire la nostra qualità della vita, attraverso fondazioni di ricerca, di restauro, di professionisti delle organizzazioni di mostre (sullo stampo germanico) in cooperazione con Università, Musei e Accademie.

        Un po’ meno licenze per bed and breakfast fetidi (a Venezia, ad esempio, l’offerta dei posti letto è oggi maggiore di quanto la città riceva, e ora gli albergatori – dopo aver ricattato per anni i sindaci per ottenere più licenze, frignano e si lamentano perché sono in perdita, malgrado non ci sia una reale flessione di turisti – a Venezia è assai difficile) e un po’ più lavoro e opportunità per chi studia davvero e con passione e si occupa della nostra arte con serietà.
        E’ la mia opinione, s’intende.

        • Cara Cristiana l’analisi che tu fai di quanto necessiterebbe ad una miglior “politica turistica” è, nella forma ben articolata e sviluppata che ti è propria, quel che, in forma sintetica e velocemente discorsiva, intendvo dire col mio primo post. Quanto tu dici sul “come” sfruttare l’arte è condivisibile e sarebbe applicabile all’architettura ed al paesaggio, alle tradizioni culturali locali e cosí via, ed è un tema che anche tra noi appassionati d’arte dovrebbe avere più attenzione e formare oggetto di maggiori discussioni. Ma se non si prende coscienza della funzione fondamentale, per la nostra economia, del turismo, della sua cura e della necessità di migliorarne le infrastrutture. rimuovere o correggere le cause di difficoltà o di funzionalità, studiare r e modificsre strategicamente,innumerevoli in funzione sia delle nostre “peculiarità” che dei nostri costi il “target” cui deve mirare, formare una mentalità che non guardi piú al turista come “mucca da mungere” ma come “cliente” da conquistare e fidelizzare, come “datore dii lavoro” da rispettare e magari “ingraziarsi” un tantinello, fino a tanto che ci saranno “Floriane” con i loro Arbasino e Bene mal digeriti, una nuova “politica e prassi per lo sviluppo, lo studio la cura del patrimonio artistico” (come di quello architettonico, paesaggistico ecc. ecc.) del tipo che tu auspichi, saranno, purtroppo, miti e progetti sulla carta che non riescono a trovar finanziamento per progressiva ed incurabile mancanza di fondi.

  • luciano

    Mi chiedo: come mai il critico fa il cronista e non una parola critica sul contenuto?

  • crow

    delusione, articoletto da ragazzina esordiente o peggio da pensionata annoiata e nichilista. Idee zero
    Adriana si è allineata al trend della Biennale: anche i grandi cadono

  • H. Coyote

    Chi compra i faccioni… mercato… bello.. brutto….intellettuali che non conoscono l’arte e dovrebbero pensare ai cazzi propri…alla faccia di quanto è sempre avvenuto

    Complimenti, a parte il discorso di Fasol, valido per i vari ministri che dicono che con la cultura non si mangia, questo articolo è l’ennesima ammucchiata di stronzate

    Corri cara, tornatene a studiare un po’ di storia dell’arte prima di parlare di mercato, arte e soprattutto di mercato+arte nello stesso articolo

    e vergognati

  • ahah

    ?

  • LorenzoMarras

    Dottoressa Polveroni urge quanto prima un suo commento , viste le osservazioni al suo , infelice articolo, che mi auguro riconoscera’ esserLe rivolte con dovuto garbo. Non esiti scenda anche Lei nel purgatorio di Artribune ,( d’altronde ne ha i mezzi linguistici , ha scritto ricordo un celebrato testo come “this is contemporany”) e certamente non manchera’ di esprimere, con altrettanto dovuto garbo, le sue leggitime confutazioni.
    Ella mi perdonera’ se Le dico che nel leggere i rilievi al suo articolo si poteva cogliere tranquillamente una similitudine con una innocente battaglia navale, dove aime’ i suoi pezzi venivamo individuati con impietosa semplicita’ e affondati uno per uno.
    In attesa di leggerLa le porgo cordiali saluti, Dottoressa.

    • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

      Lorenzo, hai messo il dito sulla piaga: In effetti il libro “This is contemporary” di Adriana Polveroni, è un’indagine brillante sui musei italiani d’arte contemporanea…, ma al di là di ciò, non affronta con un’analisi dettagliata e ben argomentata quello che non va nel sistema malato, provinciale e perverso dell’arte attuale. In altri termini il ruolo e la specifica funzione sociale che l’arte genera sul territorio, come prodotto storico e non solo come luogo geografico in senso lato, ma direi anche spazio dialettico di scelte politiche e culturali. Ho il sospetto che questo concetto esiste solo in rapporto ad un meccanismo economico-mediatico e funzionale dell’industria culturale-mercificatoria. Attendo con ansia una risposta in merito.

      • LorenzoMarras

        Savino , se ti riferisci alle realta’ museali (perlomeno quelle delineate a partire dall’anno 1914 in poi) il meccanismo funzionale all’industria culturale è solo una tessera del mosaico e ovviamente visto come conseguenza od effetto che dir si voglia. Se vogliamo porre sotto osservazione l’intero mosaico, ovvero l’istituto museale, allora dobbiamo smetterla di considerarlo un mero luogo dove si consacrano miti , carriere ecc ecc ecc ma considerarlo per quello per cui è stato pensato : un formidabile DISPOSITIVO di neutralizzazione di ogni evento storico le cui origini le cui verita’ vengono preventivamente disinnescate e cosi rese inoffensive.
        Ti suggerisco , affinche’ tu possa adeguatamente meditare , di prendere in attenta considerazione la tragedia che ha riguardato la citta Basca di Guernica ; leggila ovvero, senza filtri per quello che sono state le sue dinamiche (i suoi nascosti fini) la prima volta che , deliberatamente e atrocemente come test , si sottopone un intera popolazione civile , residente in un luogo di nessuna rilevanza strategica, ad un continuo e micidiale bombardamento.
        Leggi ancora senza filtri, la rappresentazione che di essa è stata fatta da Picasso, con tutti gli escamotage linguistici (bianco nero, simbologia e articolazione del disegno)
        Leggi , nuovamente senza filtri , la sua destinazione museale e come oggi noi (dico noi come pubblico) andiamo incontro alla stessa (con quale spirito e con quali eventuali , se ci sono, critici interrogativi).
        Per filtri , intendo eventuali condizionamenti che possano derivare da simpatie , schieramenti o semplici fastidi verso la faccenda.

        L’arte , Savino, è pericolosa . Vuoi che non esistano gabbie per Lei ?

        • Caro Lorenzo, permettimi di dirti che il tuo è uno dei migliori post che abbia mai letto!

          • LorenzoMarras

            Sinceramente Lusingato, Sereno, permettimi di ringraziarti.
            Indirettamente rispondendo a Savino, ho fatto una velata critica alle riflessioni (debbo constatare non ben approfondite) fatte dalla Dottoressa Polveroni con il suo articolo in merito a non meglio specificate contiguita’ tra POTERE e ARTE.

          • helga marsala

            “L’arte, Savino, è pericolosa. Vuoi che non esistano gabbie per Lei?”. Signor Marras, ma quanto mi piace lei. La questione del pericolo è essenziale, ne sono convinta… è la base, dal punto di vista politico ma soprattutto da quello spirituale e intellettuale. E dunque, la questione del rapporto tra arte e potere – assai complessa – diventa altrettanto imprescindibile. Essendo però, troppo spesso, banalizzata.

  • SONO UN’ARTISTA SAMMARINESE. MI CHIAMO DANIELA TONELLI DANY_BLU, ED ESPONGO ALLA BIENNALE DI VENEZIA.
    IL MIO LA VORO SI CHIAMA “STELLA”: UNA STELLA GIALLA LUCE NEON SU SFONDO BLU E UNA SPLENDIDA POESIA DI RAOUL FOLLERAU CHE SI INTRAVEDE DIETRO LA STELLA, CHE TERMINA :”E’ DON CHISCIOTTE CHE HA RAGIONE!”. SIAMO A RIALTO. IL POSTO OVVIAMENTE E’ SPLENDIDO E FACILMENTE RAGGIUNGIBILE. SIAMO STATI LASCIATI ALLO SBARAGLIO!!!

    • Cristiana Curti

      Visto! Siete in Riva vicino al traghetto (gondola) che collega San Maurizio (lato San Polo) con l’altra riva (lato San Marco). Si vede bene che siete stati abbandonati da tutti, ma la visita è giusta (anche se c’è un poco di confusione nelle scelte, che risentono della volontà di qualcuno del vostro Stato di approfittare dell’occasione per fare un po’ di pubblicità alle arti decorative del territorio – per carità, meritorie – ). Comunque la Sua opera (infilata in un brutto angoletto spento) è senz’altro una delle migliori del gruppo.

  • mauro

    Se entro in un padiglione straniero, guardo il lavoro di un singolo artista, più mi spingo fra le sue opere, più entro nel suo linguaggio, più lo sento, più questo mi dice e più ci rifletto sopra. Non mi ha particolarmente colpito Boltanski nel padiglione francese, ma vivere quella esperienza mi ha permesso di pensarci. Questo è l’unico modo che conosco di pormi verso l’arte, o quel che resta di essa, che chiamiamo contemporanea. Solo così mi serve, solo così non è fine a se stessa, solo così non è mera funzione del pur simpatico circo che vediamo a Venezia ogni due anni. Perché invece se entro nel padiglione Italia trovo una quantità catastale e indefinita di opere (che cosa c’entrano le quadrerie o le collezioni del ‘700 con la Biennale di Venezia!?!), dove mille linguaggi si mescolano in un unico magma prevalentemente pittorico?! Che cosa lascia un’esperienza del genere se non aggettivi come “brutte, kitch, volgari”?! Chi ha scritto queste parole si è spinto oltre il frastuono che tante lingue diverse generano se parlate contemporaneamente (che per “arte contemporanea” Sgarbi intenda questo?!), si è spinto a gran fatica sul giudizio delle opere, giudizio però compromesso dall’impossibilità di concentrarsi e infatti sommariamente pluralizzato. E certo non sono gli artisti presenti nel padiglione a emergere perché è impossibile esprimersi sulle opere, solo una voce si sente da quel frastuono di lingue sovrapposte, quella di Sgarbi, il quale ha fatto il Padiglione Italia per se stesso perché ne esca solo il suo protagonismo vacuo, mascherato dalle scelte di 200 intellettuali. L’ennesima operazione chiacchierata, l’ennesima opportunità sprecata, della quale nessuno ha bisogno se non il suo ego. Ma a noi che cosa ce ne importa?! Quello che reputo gravissimo è come tanti artisti possano accettare una tale strumentalizzazione del loro operare e dei singoli lavori esposti, sui quali, lo ripeto, non ci si può esprimere (ancora e sempre non siamo un paese povero ma un povero paese). Sgarbi non serve alla collettività come non serve all’arte, anzi procura un grave danno… e una cosa è sicura, l’arte non è cosa sua.

  • Ma a questo punto, caro Mauro, che funzione avrebbe la Biennale? Oggi di “personali” ben curate ed interessanti ne trovi a decine senza dover andare a Venezia e farti cavar sangue per una settimana!! E nella stessa Venezia ne trovi tutti gli anni e tutto l’anno, senza aspettar la Biennale. Mi dci che il Padiglione Italia serve a far vedere “al mondo” gli artisti (nuovi?) d’eccellenza Italiani? a parte che ci sarebbe tanto da dire su quel che mostró sin qui, ma allora non è meglio, piú semplice e piú “dimostrativo” curare buone mostre all’estero (New York, Berlino, Londra, Hongkong Kong, Pechino) di quegli artisti? Vedi è proprio la “funzione” della Biennale e del “Padiglione Italia” che va’ ripensata !

  • orlando

    Quante “PIPPE MENTALI”…come la penultima di Mauro…, qui ognuno si crede
    il DETENTORE DELLA VERITA’…., assomiglia molto al personaggio di Sordi in visita alla Biennale e la Polveroni al critico che spiega…(sempre nel famoso film)…., tutti questi articoli/recensioni/giudizi di parte che non approdano ad un bel NULLA..!!!! ma che continuano ad imperversare qui su artribune e su vari blog.., trovano il tempo che trovano…, ma chi avrebbe in pugno la formula magica?…chi? la Polveroni, ABO, Celant, ….gli ultimi 2 li conosciamo bene.., hanno lavorato a servizio…, promuovendo e portando le piccole scuderie piu’ e piu’ di una volta…, chi lo dice pero’ che NOIA…., all’estero (per gli esteromani) hanno da quel di’ distrutto e annientato i GURU sopracitati…., nessuno è scampato alla mannaia….dei supercritici francesi, americani, inglesi, tedeschi…, ma tutti con un solo interesse…quello di esaltare i propri artisti…., quindi, ma di che parliamo, non ce stata Biennale che non abbia avuto almeno tre tipi di fazioni…, quelli che l’annientavano, quelli che la difendevano e quelli che avrebbero fatto meglio…./….l’ idea di Sgarbi sino ad ora sembra la migliore…, che sia poi stata organizzata malissimo non fa una grinza…., ma se raffinata e calibrata potrà essere l’unica praticabile in futuro…/…con un po’ piu’ di rigore e con un occhio distratto nei confronti delle lobbyne evitando che queste ultime tentino un ennesimo arrembaggio in laguna/

  • mauro

    Quando ho letto sull’idea di Sgarbi, ho pensato anch’io ad una novità da seguire con attenzione, ma ciò che abbiamo visto a Venezia è improponibile e offensivo (termini difficili da usare nel paese dove non c’è differenza tra moralismo e morale). La tua Orlando è la politica del menopeggio, della sopravvivenza, anzi del vivacchiare, del tirare a campare, mentre qualche furbo protagonista ne approfitta sotto gli occhi di tutti noi che rimaniamo a guardare, storditi dal caos del Padiglione Italia. Non è questa l’istantanea di un povero paese!?! Ma niente paura, fra due anni, ci divertiremo, forse, a commentare l’invenzione di una nuova porcata!

  • LorenzoMarras

    Signorina Marsala in merito alla relazione ARTE – POTERE (che è bene precisare ha rappresentato per me un occasione di riflessione data dalla locuzione della Polveroni la quale, al riguardo, espone la medesima in termini di VICINANZA) è necessario precisare che la stessa, VA intesa attualizzata nella forma di “rapporti di potere ” che non vigono FUORI di Noi ma esclusivamente DENTRO e si alimentano ATTRA-VERSO noi. Questo implica liquidare , una volta per tutte, l’assunto “metafisico” che ci sia qualcuno che domina e qualcun altro che viene dominato , ma che tutti , semmai, ne sono dominati , non fosse altro perche’ , sempre tutti, a vario titolo, ne subiscono la correlative metafisiche ( Genio, successo, visibilita’, nuovo, originalita’, bello, referenzialita’, consensualita’, prezzo, universalita’, conoscibilita’, unicita’ ecc ecc ecc possiamo tranquillamente definirle come alcuni esempi di metafisiche che in ambito, cosidetto artistico vengono pressoche’ OBBEDITE , sia detto, con le buone o con le cattive).
    Scongiurare questa Metafisica e pertanto Fuori uscirne è il vero orizzonte inedito a cui ogni ARTISTA deve indirizzare il proprio compito affinche’ non rimanga incatenato al gia’ DATO.

    Cordialissimi saluti Signorina Marsala e lasci che Le dica che la bellezza della sua Gentilezza è all’altezza e va oltre la sua esplicita’ e nota bellezza.

  • helga marsala

    Certamente, caro Marras, la dinamica che regola i rapporti di potere non è banalmente manichea. Basti pensare all’eccellente metafora del sadico e del masochista… Mai ritenere che il potere ce l’abbia il sadico. Troppo semplice. E poi, la questione assume anche altri orizzonti, di natura spirituale ed intellettuale, come accennavo. Intendo dire che l’avventura creativa presuppone un affare sostanziale che riguarda l’accettazione della condizione di pericolo: essere in pericolo, per diventare pericolosi. Il tentativo sociale di ingabbiare (neutralizzare, marchiare a fuoco, indebolire, falsificare, etc) ciò che è pericoloso è una normale conseguenza. A tal punto che siamo noi stessi a generare resistenza contro la nostra parte pericolosa (la migliore, probabilmente!). Ecco, è all’interno di queste dinamiche che si può discutere di arte. Con tutte le relative declinazioni.

    (grazie per le cose carine che dice. Troppo, davvero.)

  • alessandra fina

    Intervengo qui, perché mi piacerebbe soltanto dire quelle che sono state le mie impressioni a caldo, rispetto al Padiglione di Sgarbi (non lo chiamo volutamente Italia) o meglio lo potremmo chiamare semplicemente il Padiglione della Pornografia. L’avvilimento uscendo dal tanto discusso Padiglione è inevitabile. Tralasciando la singola opera, il singolo artista e il singolo intellettuale che hanno preso parte a questo Bazar de l’Italie, forse è il caso di raccontare l’impressione che si ha del tutto. Sì perché questo Padiglione è un tutto. Punto. È un insieme di cose, che cadono addosso come macigni e soprattutto, non si capisce cosa vogliano dire tutte queste cose, e forse, l’operazione più riuscita è quella di quel Cattelan lì, che si dichiara assente (auto)giustificato, perché lui adesso ha deciso di cambiare aria. Di evolvere il suo lavoro. Il resto è un mercato tipicamente italiano, dove non si trovano nomi, se non cercandoli scrupolosamente, dove non si trovano le immagini se non soffermandosi, e dove l’arte si muove da una parte a l’altra senza dire “sono qui”. Bisogna spulciare minuziosamente, per trovare qualcosa.
    Di conseguenza, succede che, il Padiglione di Sgarbi è davvero il riflesso di un’Italietta alla deriva, che poi può sembrare retorico affermarlo, ma è un fatto vero. La prostituzione dell’arte che è in atto all’interno del Padiglione è l’unica cosa evidente, e riflette le attitudini del suo ideatore, così come l’unica cosa che viene in mente guardando questo tutto, sono i festini di Arcore. L’operazione di Sgarbi, allora è riuscita benissimo, perché restituisce perfettamente il disagio di un paese che, non sa più che pesci prendere. Un paese che culturalmente parlando, vive di rendita. E allora, diciamolo pure “L’arte non è PIÙ cosa nostra” e non nel senso mafioso del termine, ma davvero non ci appartiene più in tutti i sensi, almeno fino a quando i nostri artisti, tali o presunti, si affideranno a questo selvaggio mercato, e chi come me, si sente avvilito da quel parco giochi, che è il nostro Padiglione, si senta moralmente leso da questo tipo di manifestazioni, si senta deriso e preso in giro, perché mai prima di oggi, l’arte e i suoi operatori nella fattispecie curatori e curatori indipendenti, che il nostro caro Vittorio considera i peggiori, (sarà perché anche noi siamo precari e quindi direttamente collegabili all’Italia peggiore di Brunetta, forse?) sono stati oggetto di questa mortificazione, ma come dire l’arte non è cosa nostra. Almeno non questa arte.
    Demagogia spicciola? Forse, ma a me questo Padiglione non piace. E criticavamo Luca Beatrice, due anni fa, ma non c’è davvero mai fine al peggio.