Adrian Paci a cavallo di RAVE

Una residenza per artisti nella campagna friulana che fu di Pasolini, tra animali sottratti all’industria alimentare e un ambiente rurale autentico. E poi un workshop per artisti per indagare i mutamenti delle abitudini sociali negli spazi naturali e urbani. Ne abbiamo parlato con l’artista albanese-milanese, primo ospite di RAVE.

Adrian Paci - photo Claudio Bettio-Taiabati

RAVE significa East Village Artist Residency. Da cosa è nato il progetto della residenza?
Ho conosciuto il luogo per Trivignano Dreams di Isabella e Tiziana Pers. In quel progetto artistico, il piccolo centro rurale veniva ironicamente trasformato – nelle dinamiche di finzione dell’arte – in una meta turistica di lusso. Ma Trivignano racconta altre storie, ha in sé un’autenticità che non è facile trovare altrove. Stare qui voleva dire cercare di riappropriarsi della forza insita in un territorio che non è semplicemente o banalmente campagna…

Che posto è la fattoria di RAVE?
Si tratta di un maneggio in cui, oltre ai cavalli, si aggirano asini, capre e oche, libere. Ma soprattutto è un luogo in cui sono conservati inalterati dei forti elementi naturali, a tratti selvaggi, di organicità. Stare qui, per un artista, è un’occasione unica per riscoprire proprio la forza incredibile della naturalezza.

Adrian Paci - photo Isabella Pers

Che è una degli aspetti più complessi di ogni arte…
È di sicuro uno dei tratti della mia ricerca. Penso che la natura sia semplicemente meravigliosa, tanto negli aspetti distruttivi che in quelli creativi. La natura non è mai banale, e l’arte – a mio avviso – deve perseguire proprio quegli aspetti di forza e stupore che le sono propri. La naturalezza infatti non è mai frutto di improvvisazione, ma, al contrario, nasce da una ricerca delle ragioni più intime dell’agire artistico.

Raccontaci invece del workshop che hai tenuto dal 10 al 12 giugno.
È fondamentale la tranquillità del luogo e la naturalezza: non ho pensato a ruoli, progetti o scadenze, come tante volte si fa per simili situazioni. Ho immaginato invece il workshop con gli altri artisti come una discussione tra colleghi, in cui ciascuno può raccontare un proprio progetto. Molto nasce proprio dalle interazioni personali: confrontarsi liberamente fra artisti è una pratica meno frequente di quanto si pensi, ed è un buona strategia per favorire scambi e processi imprevedibili. Il workshop, un po’ come un’opera, non può essere banalmente un contenitore di intenzioni, ma preferisco sia un animale vivo che – a seconda del contesto – si muova ed evolva.

Daniele Capra

www.raveresidency.com

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Daniele Capra (1976) è giornalista, curatore indipendente ma militante. Tra le mostre curate la personale di Matteo Fato alla Fondazione Dena di Parigi, Contractions presso Dolomiti Contemporanee, Fisiologia del Paesaggio per i Musei di Zoologia e Anatomia Comparata dell’Università di Bologna, Let’s Go Outside per il Comune di Milano, Drawing a Video al Museo Janco Dada di Haifa e la IV edizione del festival Tina-B di Praga. È stato curatore del Premio Emergente Europeo Trieste Contemporanea nel 2008 e nel 2009, giurato all’International Onufri Prize di Tirana. Scrive per Artribune, per Nordest Europa e per i quotidiani veneti del Gruppo Espresso. È membro del comitato scientifico del festival culturale Comodamente. Vive un po’ troppo di corsa, con molti libri ancora da leggere ed il portatile sempre acceso.