Scene di periferia

Nascita, storia ed esiti di un’estetica e di una forma. Il videoclip dei primi anni ‘90 come specchio di un’età dell’innocenza, i cui protagonisti continuano ad animare la scena culturale americana. In piena forma.

Spike Jonze - 100%

Novembre 2010. Se fosse un romanzo, un capitolo di una saga alla Dumas, si intitolerebbe Dieci anni dopo. Gli Arcade Fire scelgono di promuovere The Suburbs, secondo singolo estratto dall’album omonimo, affidandone la regia del videoclip a Spike Jonze.
Sembra non essere cambiato nulla. Siamo nelle suburbs, uno degli innumerevoli, indistinguibili quartieri periferici della provincia americana con i suoi viali, squadrati come le villette a schiera tutte uguali. È estate, il cielo è terso e la luce opacizzata dall’afa. Un gruppo di teenager girovaga in bicicletta. Pochi frame e ci si accorge che tutto è cambiato: i ragazzi portano i fucili ad aria compressa in spalla e vanno a osservare, oltre una rete elettrificata, un bombardamento di elicotteri apache. La cittadina sonnolenta è diventata un campo di battaglia pieno di macerie: ranger e militari in tuta mimetica pattugliano le strade, come a Bassora o Kandahar. I ragazzini sparano dai cavalcavia e mimano pestaggi.
Il crollo delle Twin Towers e le guerre di Bush jr. hanno rappresentato la cacciata dall’Eden dei primi nineties. Un decennio più tardi, Spike Jonze, deus ex machina di quella scena, ne ripresenta l’estetica nell’unica modalità possibile aggiornata: il requiem.

Ogni decennio elabora il proprio linguaggio, la propria subcultura giovanile, e i primi anni ‘90 (anni del trapasso dallo yuppismo reaganiano e dalla Gulf War I all’elezione del liberal Bill Clinton) articolarono un linguaggio preciso. Si trattò di un kairos, di una sinergia felice di vari fattori che fecero sistema. Skater e hipster ridefinivano il rapporto con lo spazio suburbano, trasformandolo in un percorso per salti e acrobazie oppure in una mappa muta dove posizionare concerti e happening. Ascoltavano indie rock, nata negli anni ’80 sulle ceneri di punk e new wave, colonizzatrice nei ‘90 delle charts di Billboard grazie a fenomeni a metà tra la musica e il costume come il grunge e a band come Nirvana, R.E.M. e Sonic Youth messi sotto contratto da major discografiche e promosse da MTV, allora ancora un’emittente d’avanguardia.
Proprio la democratizzazione, successiva al momento pioneristico di Thriller e Anton Corbijn, dei videoclip trasmessi a ciclo continuo dall’emittente musicale aprì un nuovo spazio espressivo e di mercato a una generazione di videomaker. Perciò nessuna forma espressiva dice altrettanto di quello specifico hic et nunc americano (sui lembi delle due coste, almeno) quanto il clip musicale.

Nessuno, come detto, contribuì al paradigma quanto Spike Jonze. Già editore della rivista underground Dirt e videomaker ufficiale della Blind Skateboards, esordì col botto, con il videoclip epocale di 100% dei Sonic Youth (1992). Due ambienti, un esterno e un interno: il viale anonimo e il party (o il concerto) dove si esibisce la band. Poca o nessuna diegesi: tranche de vie di giovani alternative o skater in evoluzione. Riprese al confine dell’amatoriale, prossime al Super8. Se ‘empathy’ fu una parola d’ordine di quegli anni, l’empatia fra attori, regista e fruitori del prodotto era completa.
Le opere successive aggiunsero i trademark dell’obiettivo lomografico e della ripresa in soggettiva (uno skateboard, un cane, perfino una pallina da golf nel centro di Manhattan in Feel the pain dei Dinosaur Jr.). Forse l’opus magna è il clip, già nostalgico e retrospettivo, di 1979 degli Smashing Pumpkins del 1996, affidato a Jonathan Dayton e Valerie Faris (future firme del fortunato e scaltro Little Miss Sunshine) dopo il gran rifiuto opposto al megalomane Jonze per motivi di budget. Dopo un quinquennio le cose cominciavano a cambiare. Jonze era impegnato con altri budget a realizzare videoclip per Weezer e Beastie Boys, mentre gli stessi Dayton e Faris si alternavano al nostro nella traduzione in video degli album Monster e New Adventures in Hi-Fi dei R.E.M., nei quali la band georgiana reinventava a colpi di feedback, tremolo e stratificazioni il proprio sound e contemporaneamente ratificava una versione più cinematografica, dalle tinte calde e dalle luci cariche, dell’estetica video originale.

Verso la metà del decennio la tendenza muove verso il videoclip a effetto, sostenuto da una trovata registica originale o spiazzante, oppure verso la megaproduzione. L’era del lo-fi viene sostituita da esiti spesso altrettanti interessanti ma opposti. Tuttavia la subcultura skater e un certo modo di filmare le suburbs continua a influenzare registi come Gus Van Sant e Larry Clark, a sua volta precursore, dai tempi di Tulsa, dell’entomologia della teenage angst. E irrompe nella moda, non soltanto per l’intrusione dello street wear sulle passerelle, ma facendo uscire nelle strade e muovere downtown i suoi fotografi. Hedi Slimane, geniale stilista e fotografo parigino, frequentatore ed entomologo di skatepark e concerti alternativi esattamente come Spike Jonze, giunge alla direzione artistica di Dior Homme. Il cerchio si è chiuso oltreoceano, con la giusta consacrazione.

Alessandro Ronchi

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Alessandro Ronchi
Alessandro Ronchi (Monza, 1982) è critico d’arte e giornalista culturale. Si interessa specialmente di arte dalle origini alla contemporaneità, iconografia, cinema, letteratura, musica e pop culture. Ha diretto il mensile Leitmotiv e collabora con testate giornalistiche, website e gallerie. Tiene corsi di cinema e cultura visiva presso istituti scolastici. Fa parte dello staff redazionale di Artribune dalla fondazione nel 2011.