Quello che tutti pensano sulla scuola pubblica e che nessuno ha mai scritto

La rubrica Inpratica continua a sollevare questioni. Anche non immediatamente collegate all’arte. Ma c’è bisogno di dirlo che la scuola ha un ruolo fondamentale per creare il pubblico del futuro? Una requisitoria sull’ultima, famigerata Riforma. Che ha radici profonde.

C'era una volta la scuola

La manovra iniziata circa dodici anni or sono – a partire dal Ministro Berlinguer, per poi procedere con Letizia Moratti, attuale sindaco di Milano, e concludendo con il nuovo Ministro Mariastella Gelmini – muove da un chiaro anche se “subdolo” intento di voler completamente mutare il modo di pensare degli utenti, riducendoli a meri strumenti nelle mani di chicchessia.
Già la trasformazione del Preside in Dirigente Scolastico ha voluto significare che colui che gestisce l’andamento dell’Istituto – qualunque esso sia, Liceo o Professionale – deve semplicemente fare il burocrate e l’amministratore di carte, da tener in ordine per un corretto funzionamento della macchina, collegata a una volontà di Stato. Tale burocrate, o Dirigente che dir si voglia, dovrà avere come scopo principale il cautelare il numero delle iscrizioni annuali che gli permetteranno di continuare a fare il Dirigente.

Il Ministro Gelmini - © Roberto Monaldo / LaPresse

Come per l’Università, il numero degli iscritti è ciò che conta, non certo la qualità del percorso che costoro dovranno fare. Infatti, l’Autonomia Scolastica ha trasformato la scuola in uno squallido “progettificio”: i progetti, infatti, hanno il senso di procacciare alle scuole quel denaro che le stesse non possono più erogare dallo Stato. L’avvenuta trasformazione della scuola in luoghi in cui si elaborano, fondamentalmente, progetti è il necessario specchietto per le allodole del P.O.F (Piano di Offerta Formativa) che è il deterrente della scelta, da parte delle famiglie, di prediligere un Istituto anziché un altro.
Così, anche la scuola è caduta nel vile gioco del “vernissage”. Come l’arte vive del vernissage delle mostre, così le scuole devono scegliere il “miglior” belletto per diventar più papabili, a dispetto di quei pochi Istituti che ancora credono che la scuola sia formazione e identificazione di un individuo e delle sue reali potenzialità. È importante per ciascun Istituto la scelta del colore da indossare e dei progetti da scegliere, perché è lì che la scuola si gioca il suo “essere o non essere” di shakespeariana memoria. Il crollo delle sue iscrizioni sarà infatti la causa della sua “morte”.

Raffaello Sanzio - La scuola di Atene - 1509-10

Questo il gioco perverso. Numero di iscritti, vernissage di progetti, di offerte e qualunque altra iniziativa in grado di dare lustro “apparente” alla scuola. Il “trucco” è ciò che conta, non certo la qualità perché, ormai, la preparazione didattico-formativa degli allievi è considerata desueta, superflua. Le scuole “forti” hanno Dirigenti scaltri che sono semplicemente la longa manus del Ministero della Pubblica Istruzione, che a questo punto si potrebbe rinominare ironicamente “della Pubblica Distruzione”.
La scuola “pubblica” è l’esatto contraltare di uno Stato che mira al potere, ai giochi di ruolo che vuol far “recitare” anche alle nuove generazioni. Al modello di uno Stato corrotto deve, necessariamente, corrispondere una scuola pubblica che forgi individui “privati” della loro coscienza e, quel che è più grave, di conoscenza. Questo Stato non agogna più a formare individui sani; vuole invece, con caparbietà, colpire e distruggere lentamente l’individuo nella sua crescita. Per lo Stato cioè non è importante la formazione lenta e graduale di un essere umano – con la sua identità, il suo senso di responsabilità, la sua capacità di scelta – quanto la creazione di individui che siano strumenti silenti nelle mani del potere.

La scuola italiana

Distruggere la coscienza, il sé, ovvero la reale e profonda conoscenza del proprio potenziale, dei propri “sogni” che si avverano soltanto con la fatica e il sacrificio, mina alla base la consapevolezza di un popolo ed è l’unico corrispettivo di una formazione di “mostri”.

Caterina De Fusco

  • francesco sala

    non sono d’accordo.

    • ANNA LEONI

      NON SONO D’ACCORDO. FORSE PER LA PRIMA VOLTA UN MINISTRO SERIO COMPETENTE PREPARATO

  • helga marsala

    sono d’accordo.

    • francesco sala

      sei d’accordo nel non essere d’accordo?
      ;-)

  • l

    Alcune affermazioni possono essere condivisibili, ma la situazione è più complessa.

  • insegnante

    penso che artribune dovrebbe occuparsi delle arti in genere senza inoltrarsi troppo in acque non sue! che pretese inutili e fuorvianti!

    • Insegnante Lei , per primo, dovrebbe comprendere che una cosa è respirare con ARTE , un altra invece è scrivere di arti in genere confortati da una mentalita’ (la sua).

  • insegnante

    Il risultato non cambia: credo davvero che questo non sia il luogo più adatto per lamentarsi ancora e sempre delle stesse cose che altro non sono che lo specchietto del “sentito dire”. Si politicizza molto senza però essere mai dalla parte dei ragazzi. Io nella scuola pubblica italiana ci lavoro con grande piacere.

    • Claudio

      Cito:
      “Si politicizza molto senza però essere mai dalla parte dei ragazzi. Io nella scuola pubblica italiana ci lavoro con grande piacere.”
      Se tu (che scrivi) dichiari di “lavorare con gran piacere nella scuola” allora i casi sono due: o sei cieca o non è vero che ci lavori.
      Ben vengano articoli come questi: l’arte è FUTURO e la scuola è FUTURO. Una branco di ignoranti e incompetenti, felloni e codini come QUESTA scuola vuole produrre non saranno certo degli AMANTI dell’arte.
      Cerchiamo di non siamo miopi: qui stanno distruggendo la cultura ( e l’Arte). Cosa ci rimano dopo? Le menate vuote sui galleristi e segne d’arte?

  • adamina

    ma di cosa stiamo parlando? vorrei sapere se l’autrice dell’articolo è mai stata in una scuola in qualità di docente. come si può scrivere di cose che non si sanno? non si gioca con il futuro dei ragazzi e sul lavoro altrui, questo mi sembra ovvio! infine, non bisogna scrivere a tutti i costi stoltezze pur di riempire spazi editoriali.
    prof.ssa adamina

  • guido cabib

    L’articolo è interessante ,perchè , e ne parlo per esperienza tragica vissuta per mia figlia in un Liceo super di Napoli,mette in luce un comportamento che ho riscontrato,ossia il distacco totale da parte del corpo docente ,compreso il dirigente, dai problemi relazionali e di cresita sociale e civile degli studenti.Devo dire che però è una magra consolazione addossare al ministro di turno la responsabilità di questo cambiamento(burocrati ed impiegati) perchè la scelta dell’etica da seguire e di cosa credere quando si sceglie una missione come quella dell’educatore, spetta in primis al corpo docente e non c’è legge ,norma o regolamento che imponga come comportarsi.
    Questo gioco di colpevolizzare il governo di turno allontana l’approfondimento dalla reale situazione e delle problematiche ,e dico di tutti i campi del nostro vivere.

  • hm

    in tema di scuola e mostri che la odiano : http://www.youtube.com/watch?v=iRiWSmGz5E8

  • a. p.

    Sinceramente, non capisco il perché di questo articolo… molto generico, in cui si mescolano verità, considerazioni condivisibili e luoghi comuni, ma non c’è alcuna informazione di rilievo. Inoltre, si riferisce in modo molto superficiale a cose “vecchie”, senza entrare nello specifico della Riforma… e vi assicuro che, soprattutto in merito all’insegnamento della storia dell’arte, ce ne sarebbe da scrivere! In quanto alla creazione di individui proni e assuefatti, è anche questo un luogo comune, che addossa unicamente alla scuola una responsabilità che essa, non dimentichiamolo, condivide (o dovrebbe condividere) con altri attori del progetto educativo, in primis la famiglia (è vero che le scuole hanno un “piano dell’offerta formativa” che sa tanto di materassi in televendita, ma è anche vero che c’è un patto di corresponsabilità). Non commettiamo però l’errore di generalizzare e di sottovalutare i ragazzi…
    @ Guido, permettimi di dissentire su un punto: l’insegnamento non è una missione, ma un lavoro; e come tale andrebbe fatto con professonalità e rispetto.

  • Signor Guido Cabib, lei ha profondamente ragione: l’insegnamento è una missione, di sicuro il governo non può gestire il singolo comportamento del docente, il governo al limite diminuisce il numero dei docenti ed elimina i laboratori d’ informatica dalle scuole, in modo che le famiglie non potendo più contare su un servizio adeguato che trasmetta contenuti e vigili sui figli quando i genitori sono impegnati al lavoro, possano serenamente decidere che la scuola privata risponda meglio alle loro necessità. I genitori che se lo possono permettere ovvio. Detto questo è il docente che si ritrova quotidianamente i ragazzi di fronte e decide con quale metodo trasmettere i contenuti della disciplina: ci sono docenti che si semplificano il lavoro agendo con grande distacco, e cercando di non farsi coinvolgere, non indagando su reazioni e motivazioni, e ci sono docenti che faticano il triplo perchè sono incapaci di NON sentire le reali necessità dei giovani e hanno voglia di ascoltare il loro disagio.
    Sul discorso del Pof e del vernissage concordo, ogni scuola ha bisogno di iscritti e quindi agisce tramite pubblicità di vario genere, ma nella scuola quello che conta è l’abilità del dirigente e la serietà dei docenti e la capacità di questi di valutare con parametri dettati da coerenza e buon senso, interesse per gli allievi e sensibilità per la loro individualità, sulla base di questi concetti si trasmettono i valori e alla fine le competenze. La scuola pubblica ha docenti che agiscono bene e docenti che agiscono male, Il ministro invece non agisce nell’interesse della scuola, ma agisce nell’interesse del governo, che al momento non evidenzia tra le priorità il futuro dei giovani, e lo dimostra continuamente.

    • un amico

      Certo che i tuoi discorsi di pseudo sinistra Barbara ti vengono bene rinchiusa nella tua villa di 600 metriquadri….

      • Cristiana Curti

        Questo articolo riesce a scatenare la stupidità più invereconda. Gli anonimi, poi, si sbizzariscono (come sempre) nell’insulto e nella contumelia sulla persona. Pensavo che certe frasi non si dovessero più sentire, ma invidia e cretinaggine sono dure a morire. Mi stupisco di Artribune che permette la ribalta a chi offende in questo modo del tutto gratuito e con notizie che diffondono (ammesso siano vere) particolari privati qui di nessun peso di una commentatrice, che fra l’altro sostiene opinioni non particolarmente scandalose, aldilà del fatto che possano o meno essere condivise. E se io avessi 20 Ferrari stivate in un hangar alle Bermude non avrei diritto di parola? E se invece vivessi in una baraccopoli alle porte di San Donato Milanese sì? E se abitassi in un appartamento di 100mq nella campagna molisana sarei ancora più “obiettiva” e credibile?
        Ma va’ là… firmati, almeno, codardo!

  • Cristiana Curti

    Articolo di nessun peso e di nulla informazione, neppure di base. Problemi fondamentali della nostra civiltà (e della nostra compagine sociale) trattati con superficialità e preoccupante qualunquismo. Consiglierei inoltre all’articolista di ripresentarsi all’esame di media inferiore per una severa limata a lessico e sintassi che difettano un po’ ovunque.

  • La scuola è fatta soprattutto di insegnanti e di allievi. Ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre insegnanti bravi e preparati, che tengono davvero agli allievi, ed insegnanti meno bravi. Come pure ci sono allievi a cui la cultura interessa ed altri a cui non gliene importa niente, che vedono la scuola come un’imposizione non un momento prezioso di formazione. Ci sono poi famiglie a cui interessa la formazione dei figli e quelle a cui interessa solo il pezzo di carta “che aprirà le porte”.
    In conclusione: la questione è molto complessa e non si risolve con un articolo generico, che tira in ballo persone diversissime e che sicuramente, per formazione, età, ideali, di certo non avevano i medesimi progetti…
    Posso fare un appunto? Non è affatto corretto mettere la didascalia completa (seppur giusta e dovuta) ad una foto di agenzia (Il Ministro Gelmini – © Roberto Monaldo / LaPresse) e titolare “Una scuola di due secoli fa” quella che non è una semplice foto, ma un’opera d’arte dell’immenso Robert Doisneau (“La pendule”, Paris 1957)… se poi chi commette questa “svista” si occupa di arte è ancor più grave.

  • Elena Manzoni di Chiosca

    Anch’io trovo l’articolo assolutamente fuori luogo. Con la riforma Gelmini si è voluto dare più spazio alla libertà di scelta delle famiglie, che non sempre possono permettersi una scuola privata, e questo è un principio di libertà, e culturale, fondamentale. L’omologazione centralista non puo’ che appiattire e quindi distruggere la cultura, che nasce , in primis, dal conservare le nostre radici,funzione fondamentale della famiglia.
    Si è poi voluto ripristinare il concetto di disciplina, alla base della crescita dell’individuo. Che poi ci siano insegnanti bravi ed altri meno, presidi in gamba e presidi che non lo sono, è fatale, e ciò avviene più spesso nel pubblico che non nel privato, dove la meritocrazia funziona , com’è naturale, più facilmente..
    L’autrice, evidentemente, ignora la situazione della scuoal italiana, e si limita ad accodarsi alle proteste dei paleo statalisti, con una chiusura al futuro che non è proprio compatibile con una testata “aperta”, come dev’essere un giornale che si occupa d’arte, e, quindi, guarda avanti. (il grande artista è sempre “prima”, vedi mio fratello Piero Manzoni, che certo avrebbe apprezzato la Gelmini).

    • Cristiana Curti

      Gentile Signora, a parte la contradditorietà del Suo incipit che mi rende quasi del tutto incomprensibile la lettura del Suo commento, sono stupefatta dalla sua sicumera in merito a: primato quantomeno morale senza appello della scuola privata su quella pubblica, apprezzamento del Suo illustre fratello relativamente all’operato del ministro Gelmini.
      La scuola privata frequentata da Suo fratello era un tempo emblema di alta qualità in Milano. Ora purtroppo si riduce ad avamposto “mondano” di figli di una borghesia perlopiù composta da nouveax riches di nessuna cultura e nessuna aspirazione formativa (se non quella di poter affermare che il proprio rampollo frequentò quella scuola così costosa, ma così costosa…), talché anche il livello dell’insegnamento, non più professato dai religiosi cui l’Italia riconosce(va) profondità e metodo nelle discipline umanistiche in particolare, si è abbassato notevolmente. A meno che Ella non mi sappia enumerare – negli ultimi dieci/venti anni – quali menti politiche, economiche, scientifiche si sono conquistate un posto di preminenza (non nell’azienda di famiglia) che provengano da quella scuola medesima e che abbiano saputo fondare una compatta classe dirigente di qualità di cui, invece, abbiamo un bisogno disperato. Vedo piuttosto il contrario.
      La scuola privata, oggi, deve far cassa, e la selezione (sia degli scolari sia degli insegnanti) non è così a strette maglie come Lei potrebbe immaginare, anzi, tutt’altro. Benché, è naturale, a ogni regola valga l’eccezione.
      Suo fratello poté giovarsi (ai suoi tempi) di compagni di elevatissima caratura quali oggi non si troverebbero neppur con lanterna a infrarossi in quelle aule.
      Solo in pochi casi (e Milano era forse l’unica città italica per cui si poteva asserire che l’opzione privata era plausibile) la scuola privata giunge ai livelli didattici della pubblica, che opera in ogni situazione, anche la più sfavorevole. Quasi ovunque, la scuola privata è l’opzione dei somari, che pagano – dopo fallimenti altrove – per superare con più facilità un esame di maturità o altri livelli scolari, magari accorpando le annate perdute. Emblema di un comportamento che, lungi dal premiare la meritocrazia, insegna come aggirare gli ostacoli attraverso il denaro (di papà).
      E questo è un peccato, perché la scuola a pagamento e che davvero prevedesse severe scremature di merito, prevederebbe anche premi e sostegni per coloro che, meritevoli, non potrebbero adire alla frequentazione, perché ciò andrebbe a maggior guadagno e onore della scuola privata stessa. Così come avviene in molti paesi d’Europa.
      I “paleostatalisti” – come da Lei definiti – non esistono. E ho la sensazione che non abbia colto il poco di coglibile dell’articolo oggetto di questa mia (per una volta fuori dalle righe) contumelia.
      Lo Stato ha ancora l’obbligo di offrire a tutti pari dignità educativa; non garantire alla Scuola Pubblica il minimo indispensabile (se non gli opportuni investimenti) per la propria sopravvivenza è, piuttosto, da “traditori della comunità”. Non a caso, si deraglia il focus sulle questioni di “pelle”, o come oggi si dice, di “pancia” che tanto hanno presa sulla massa così ben rappresentata da questo articolo.
      Circa la Gelmini, infine, ho davvero forti perplessità che un assiduo frequentatore di altezze intellettuali come Suo fratello avrebbe apprezzato questa patetica figura posticcia ed espiatoria che – dal curriculum studiorum di cui tutti sappiamo – si è fatta imbeccare da collaboratori agguerriti e di più alta posizione, ma più nascosti di lei, fantasma ministeriale (come molti altri in questi ultimi tempi) posto a reggere il moccolo altrui. Proprio come Bondi fu per il dicastero della cultura. O non penserà forse che la riforma (da rileggersi attentamente per coglierne pure qualche spunto) che porta il nome della ministra, peraltro incapace di contradditorio pubblico, sia davvero farina del suo sacco?
      Un appunto sulla “disciplina” che sarebbe ripristinata a suon di leggi (anzi, decreti legge): suona come i “tornelli” di brunettiana memoria. Nessun didatta e nessuno scolaro può imparare ad amministrare la disciplina secondo circolari ministeriali. E’ una burla per allocchi pensare che questa sia una conquista. Secondo quali disciplinari che non siano già in essere (da sempre) nelle scuole il docente potrebbe imporre maggior rigore agli alunni? Ed è davvero questo un problema di priorità assoluta? Ma se lo dice il ministro e ce lo mette su carta bianca, allora è realtà? Non dovrebbero forse essere i genitori a ricominciare a “digerire” la distinzione (e la opportuna deferenza) fra i ruoli delle persone che i propri figli incontrano fuori di casa?
      I danni alla scuola sono stati perpretati da più ministri (di ogni colore politico) negli ultimi 15-20 anni nel tentativo di riformare ciò che senz’altro doveva essere adeguato ai tempi. Senza mai difendere i necessari investimenti anche e soprattutto economici che qualsiasi riforma deve prevedere. Ma nessuno ha mai affrontato un VERO progetto lungimirante e tendente a contrapporsi alle baronie formatesi proprio dopo gli anni’ 70 all’interno di scuole e università.
      Nel frattempo la forte ondata immigratoria di stranieri scompaginò le priorità dei direttori didattici e del corpo docente (del tutto abbandonati nei confronti di un fenomeno così imporvviso e unico nella storia del nostro Paese) e creato equivoci e prodotto malcontenti che solo il tempo potrà dire quanto siano stati cavalcati dalla demagogia che ad altri faceva ben comodo. A questa ondata di bimbi di lingua non italiana nelle scuole materne e elementari, fa da contraltare una diaspora preoccupante (e di cui NESSUNO dei nostri governanti parla) di studenti stranieri nelle nostre università, non più appetite all’estero.
      Io sono per libera Società in libero Stato. Ad ognuno di noi il diritto sacrosanto di rimanere imbecilli o aspirare a diventare premi Nobel. Preferirei comunque che a governarmi (e decidere le sorti scolastiche di mio figlio) fossero almeno rappresentanti che tendessero a perseguire i risultati dei secondi piuttosto che quelli dei primi.

      • a. p.

        Mi chiedo come si possa parlare di “meritocrazia” nella scuola privata, visto che il reclutamento degli insegnanti avviene in base a meri criteri di conoscenza (volgarmente chiamata: raccomandazione). Inoltre, non è un mistero per nessuno che molte scuole private siano dei diplomifici, nei quali basta pagare per assicurarsi il sospirato titolo. Nel frattempo, gli insegnanti -molti dei quali, dietro il ricatto del punteggio, percepiscono stipendi miseri o addirittura non percepiscono stipendio alcuno (nonostante le scuole private vengano ben foraggiate) – devono perlopiù subire varie forme di vessazione da parte di alunni che, essendo clienti, hanno sempre ragione. La libertà d’istruzione era già contemplata dalla Costituzione, non c’era bisogno di alcuna controriforma. Perché, invece di prendercela sempre con la scuola pubblica (che, ripeto, ha mille difetti, ma non per questo merita di essere cancellata dalla faccia della terra), non cominciamo a smascherare le magagnelle della privata?

        • Sante parole.

  • TheStylist

    La scuola italiana è morta decenni fa.
    Adesso è solo uno zombi.

  • C’è una scuola per imprare le varie discipline- e c’è una scuola per impararee a vivere in una società organizzata. Nella scuola italiana, queste due cose sono ben distinte, e viaggiano su due binari morti e opposti. Nel merito, la SCUOLA DI DON MILANI, ci dovrebbe insegnare qualcosa ? Quando nella mente degl’insegnanti, di ministri, di tutti gli addetti ai lavori, c’è solo disordine, confusione, demotivazione, superficialità, che è l’essenza dell’attuale conflitto, la scuola italiana, non può essere quella che è sotto gli occhi di tutti…

  • Alessandro

    L’articolo è una perfetta descrizione della realtà italiana. Scolastica e soprattutto politica

  • @Marseglia… cosa ti fa essere così radicale? A che cosa è dovuto quel “solo”? Esperienza diretta, dogmi infallibili, stereotipi? Non hai MAI conosciuto insegnanti motivati, preparati e magari anche contenti di stare con i bambini/ragazzi? La scuola ha tantissimi difetti, ma non si può averne e diffonderne una visione così unilaterale.

  • a.p. grazie della domanda! Ti rispondo brevemente: sono stato insegnante di discipline artistiche in una scuola media statale e ho potuto accertare di persona, che ho trovato insegnanti preparati, bravi e meno bravi; altri superficiali e demotivati. Se riflettiamo in generale, onestamente e obiettivamente sulle vere cause del mal funzionamento del sistema scolastico italiano, finiamo col dovere incolpare solo il governo o gli insegnanti. Ciò sarebbe ingiusto. La scuola non è fatta solo di insegnanti e di governanti, ma anche da una comunità che si rispecchia in essa. Gli errori li commettiamo tuttti. Noi stessi quindi e non solo gli insegnanti e il personale scolastico (è bene che meditiamo seriamente su questo) siamo l’origine e la causa della maggior parte dei gravi problemi all’interno della scuola. Sembra un paradosso, eppure non è altro che la verità. La scuola non è un corpo separato dalla vita e dalla società. Se la società è malata bisogna trovare l’antitodo per guarirla. Chi meglio della scuola può assolvere a questo arduo compito? I governanti da chi sono eletti? Risposta dai futuri cittadini! Se la scuola forma cattivi cittadini anche la scuola sarà pessima. Al contrario se la scuola forma cittadini preparati e responsabili, allora non solo la scuola migliorererà la vita di ciascuno di noi, ma anche l’intera società. Noi tutti quindi (è bene che meditiamo seriamente su questo) siamo la causa e l’origine di ciò che succede nella scuola. Sembra un beffardo paradosso, eppure non è altro che la verità. Don Milani aveva capito bene i mali della società e i gravi problemi irrisolti da tempo nella scuola italiana. Se è vero, com’è vero, che la scuola va male perchè mancano sempre i soldi, non è questo un motivo valido per insegnare male? Don Milani dava lezioni ai suoi ragazzi analfabeti nelle stalle. Da tutto questo emerge chiaramente, lo ripeto, che il nemico della scuola è la pigrizia, il disfattismo e i nostri demeriti, ossia i nostri errori. Non solo quelli della “Ministra della Pubblica Distruzione”, pardon, volevo dire dell’Istruzione.
    Un caro saluto
    Savino