Mimmo Paladino. Icona pop nella Milano pre-elettorale?

È stato evocato di tutto: dal Centocinquantenario ai 150 chili di sale che attraversano simbolicamente la Nazione, dalle saline di Sicilia alle piazze di Lombardia. La sua opera è stata definita incautamente un’installazione di Land Art e Mimmo Paladino grossolanamente citato come “protagonista dell’Arte povera” dalle colonne del Corriere della Sera. In breve, sono stati spesi torrenti di parole per giustificare l’operazione della Montagna di Sale a Milano. Una installazione elettorale?

Mimmo Paladino - La città che sale - 2011 - Piazza Reale, Milano - photo Lorenzo Palmieri

La domanda è questa qui: perché un artista al top della sua carriera accetta di riprodurre se stesso, senza cogliere la sfida di un nuovo intervento installativo? Forse perché chi gli ha proposto di intervenire non lo ho ha fatto considerandolo un artista di ricerca, ma proprio un creativo diventato icona? Insomma, che ci fa la Montagna di Sale di Mimmo Paladino (Paduli, Benevento, 1948; vive a Paduli, Roma e Milano) nel centro di una Milano concentrata sulle elezioni di sindaco e consiglio comunale?
Chi scrive c’era. C’era quando quell’icona ha rappresentato la bandiera del Rinascimento napoletano, nel 1995, in piazza del Plebiscito. C’era quando quel bianco accecante della montagna di sale si stagliava contro il cielo azzurrissimo di quei freddi giorni natalizi. C’era quando una Napoli ripulita dagli interventi per il G7 lasciava sperare in un futuro migliore. C’era quando persino gli “scugnizzi” che assaltavano la montagna e giocavano a tirarsi “palle di sale”, simulando una neve che non avevano mai visto, sembravano più buoni. Chi c’era ci ha creduto, ha creduto che quel potere in carica allora avrebbe potuto cambiare le cose, prima di adagiarsi nell’esercizio di un bieco clientelismo di parte.
E chi c’era, per un puro caso del destino, c’è, anche oggi, a Milano.

Mimmo Paladino - La città che sale - 2011 - Piazza Reale, Milano - photo Lorenzo Palmieri

Vedere l’individuazione di uno spazio così importante come piazza del Duomo, finalmente destinato all’arte contemporanea, svilito dalla riedizione di un’opera, per quanto bella, intristisce. Soprattutto poiché il valore aggiunto dell’arte contemporanea è proprio quello di essere in fieri, in continuo divenire. Vedere che un artista accetti di ripetersi, forse per accondiscendenza verso un’importante municipalità che lo accoglie in periodo pre-elettorale, fa riflettere.
La riflessione può spingersi anche più in là: l’utilizzazione dell’arte come catalizzatrice del consenso è vecchia quanto la storia dell’arte stessa, e in quanto tale non è criticabile. Gli artisti o le opere utilizzate in tal senso sono sempre state di grosso impatto pubblico. Il fatto di scegliere un artista come Paladino in un momento politicamente così delicato si appoggia, e allo stesso tempo sostanzia, alla caratteristica di profonda riconoscibilità della sua arte. Quasi come se, a contestare la girandola di intellettualismi di cui è stata ammantata l’operazione, in realtà valesse esattamente la motivazione opposta: Paladino è oramai sufficientemente “pop” da poter garantire ottima visibilità a politici e sponsor di turno.
Quindi, perché rischiare con un’opera nuova?

Giovanna Procaccini

dal 6 aprile al 10 luglio 2011
Mimmo Paladino – La città che sale
Piazza Reale – 20122 Milano

CONDIVIDI
Giovanna Procaccini
Giovanna Procaccini, nata a Napoli, vive a Milano. È laureata in architettura e specializzata in storia dell’arte all’Università degli Studi di Napoli Federico II. È diplomata come addetto alla conservazione e restauro dei dipinti su tela. Critica e curatrice, si occupa d’arte contemporanea in ogni suo aspetto. Ha lavorato come assistente presso la Cardi Galleria d’Arte di Milano e la Galleria Alfonso Artiaco di Napoli. Ha svolto contratti a progetto con il PAN | Palazzo delle Arti Napoli e con la Fondazione Internazionale Studi Superiori di Architettura. Si è occupata di didattica per Progetto Museo e per gli Amici dei Musei - Sezione Giovanile di Napoli. Ha curato mostre di architettura e di artisti emergenti presso spazi pubblici e private gallerie d’arte. È stato consulente tecnico d’ufficio per il Tribunale di Napoli e svolge ruolo di consulente per collezionisti d’arte. Collabora con il tour operator dell’arte Elesta Travel di Milano. Ha collaborato con le piattaforme editoriali Exibart e Zero. Dalla sua fondazione, nel 2011, collabora con Artribune.
  • Davide W. Pairone

    mi sembra assurdo dimenticare in questa disamina le enormi difficoltà ed i bastoni burocratici messi fra le ruote dell’organizzazione. Già solo questo smonterebbe la tesi dell’articolo. Poi ci si dimentica che già Napoli non fu un inedito. E ancora: la retorica del contemporaneo come “provvisorietà” ha stancato ed è anzi causa di tanti mali del sistema. La mostra poi è una retrospettiva antologica, una storicizzazione e il contemporaneo non deve avere paura di questa parola. Insomma non ci vedo nulla di male in quest’operazione e non ci vedo nessun sottotesto politico, solo la volontà di celebrare un artista importante e presentarne in modo organico l’opera al pubblico milanese

  • lady

    Condivido l’opinione di Pairone

    • Cristiana Curti

      Anch’io sottoscrivo pienamente (e plaudo) e aggiungo che solo chi non ha mai organizzato mostre per e con un Ente pubblico di una città che non sia località Treprinci di Sopra (nel comune di Treprinci Sottoilmonte) non sa quanto tempo e fatica occorrono per passare dal progetto presentato alla sua realizzazione. Altro che vederci allusioni a prassi di captatio benevolentiae (a favore di chi, poi?) in tempo perfettamente utile alle campagne elettorali di questo o di quello. A meno che, come per l’ “informazione televisiva”, non si eliminino tutte le manifestazioni che potrebbero indurre a far pensare che… rischieremmo di non poter più fare mostre, data la pratica italianissima del “voto continuo”.

  • Flavio

    Cara Giovanna, ti rispondo qui perché meriti una risposta pubblica, avremo poi modo di chiacchierarne di persona quando capiterà. Del resto è la prima volta che partecipo a un blog di una rivista on-line, e lo faccio contro voglia e contro la mia consueta riservatezza proprio per la stima che mi lega a te, e per chiarire alcuni errori. Paladino non è una icona pop in balia di una volontà politica da campagna elettorale. La mostra e la Montagna non sono state pensate per fare “campagna”, sono capitate per caso nello stesso periodo, per altro in un paese che è sempre in campagna elettorale. Proposi la mostra a Milano oltre un anno fa, e come prima ipotesi si pensò il periodo invernale, poi la primavera, seguendo un calendario piuttosto fitto di mostre. Oltretutto non mi pare la politica abbia aiutato a rendere facile le pratiche della mostra, anzi. Tuttavia tutti ci hanno creduto, Amministrazione comunale in testa, e devo dire che forse più di tutti l’ha voluta la Direzione di Palazzo reale che con questa mostra si è aperta al contemporaneo in maniera definitiva. E che sia una “mia mostra” e di un artista che stimo e apprezzo umanamente mi rende felice.
    Detto questo, per quanto riguarda la riproducibilità devo dirti che posso capire i motivi sentimentali napoletani, ma non quelli scientifici. Inoltre, come rileva Davide Pairone, Napoli fu la seconda tappa della Montagna (e lo fu per motivi fortuiti). Allora segnò un tempo, e anche oggi a Milano segna un’epoca. Le opere sono fatte per essere esposte e non trovo la Montagna svilisca Piazza del Duomo, al massimo la nobilita dopo anni di capannoni e altre amenità ignobili sostenuti dalla sovrintendenza, che non a caso ci ha osteggiato. Si cercava un’occasione per riproporla dopo 15 anni ed è stata questa: l’anno dell’Unità d’Italia come segno di un viaggio alla rovescia dalla Sicilia a Milano, e non mi pare poco. Paladino ha accettato perché la Montagna è un segno che cerca il dialogo con lo spazio, per poi scomparire e riemergere altrove. Questo è lo spirito dell’opera e questo è quello che abbiamo voluto fare. Per altro è di corollario a una mostra che resterà fra quelle più importanti dell’artista. Non sono assolutamente pentito della scelta che anzi difendo, trovo il pezzo ingiusto, e un pò troppo emotivo. Paladino non accetta di riprodurre se stesso, semplicemente espone il suo lavoro, e la Montagna è uno dei suoi pezzi più importanti, un elemento decisivo in una esposizione fatta di tutte opere fondamentali. Arthur Danto in catalogo della mostra dice che è l’installazione più importante degli ultimi 25 anni. Milano è casa mia, come Napoli casa tua. A casa mia, nelle mie mostre, cerco sempre di mettere il meglio di un artista. Da Rodin c’era il Pensatore legato a un percorso preciso, non per stupire. Qui la Montagna, proprio perché pertinente al senso della mostra che ho curato e che magari ci rivediamo insieme come ci siamo promessi. Un abbraccio. Flavio

  • Giovanna

    Non sono solita commentare i commenti, ma la nuova veste molto più sintetica scelta per Artribune spesso richiederà qualche replica. Ovviamente il non aver fatto riferimento Gibellina non significa aver dimenticato, ma in realtà fra Gibellina e Napoli, a mio avviso, si realizza più il completamento di un’opera d’arte che la sua riedizione. Sono a conoscenza dell’ampio sforzo da parte della Municipalità milanese e della direzione di Palazzo Reale ed anche dei problemi posti dalla Soprintendenza. So che i cambiamenti di data e luogo che il pubblico ha notato sono stati dovuti semplicemente a disorganizzazione e non a cattiva volontà, anzi.
    Tutto ciò non toglie che, a mio avviso, voler far passare la Montagna come l’opera conclusiva di un percorso espositivo antologico svilisce un’opera che veramente si era caricata di significato e che con questo gesto, tutto d’un colpo, ha perso. L’opera d’arte è carta moschicida per significati ed emozioni. L’arte in piazza ancora di più, fissa luoghi e significati. Per esibire l’opera come parte integrante del percorso dell’Artista bastava esporla nel cortile del Palazzo.
    Ed infine ritengo che una recensione d’arte possa prendersi il lusso di essere emotiva.

    • lady

      Mi perdoni Giovanna, fortunatamente per molti è un lusso che non penso di potermi concedere, ma rispetto chi ha un’opinione diversa

  • a. p.

    vabbé, tanto ci hanno pensato i tifosi del Milan a sfasciargliela, ma Mimmo non l’ha vissuto come un atto vandalico, anzi è stato contento perché l’opera è stata oggetto di “un interesse molto fisico” da parte dei tifosi esagitati, ai quali – sic! – il sale dell’installazione ha portato bene (certo, se portava bene a quelli dell’Inter era meglio…). Penso che Mimmo sia stato molto contento perché i dirigenti del Milan si sono offerti subito di restaurare l’opera. E poi Mimmo ha detto che a Napoli era andata molto peggio, perché si rubavano il sale; vuoi mettere quanto è più cool farsi distruggere un lavoro a due passi dalla Madunina?

  • Oreste

    ….mi sembra assurdo ed addirittura specioso commentare negativamente l’installazione di Paladino a Milano, che ha perso ogni vivibilità artistica!

  • Tommaso

    Alcune operazioni di arte contemporanea hanno un senso forte proprio perchè ideate, realizzate e conservate (auspicabilmente) in un contesto molto preciso. Questo doveva essere il senso dell’opera nella sua collocazione napoletana. Sono completamente daccordo con chi ne ha scritto sul fallimento della prima collocazione, perché ad essa non è seguito nulla, neanche la conservazione della stessa opera. E concordo anche sul fallimento dell’ultima collocazione milanese, perchè “è” di fatto una riedizione e non può più presumere di essere stata installata per rispondere ad uno spazio preciso o ad un contesto preciso (diversi entrambi nello spazio e nel tempo da quelli napoletani). Ne risulta, secondo me, molto evidente, lo sforzo immane di trasformare un’installazione in un’opera che sia infinitamente riproducibile, commercializzabile (in termini di soldi e..ehm..voti) e sempre più immediatamente riconoscibile ovunque nel mondo: un’icona pop, per l’appunto.

    • Chiara

      completamente d’accordo

  • Bruno Pierozzi

    Mi pare che questa opera (installazione?) esprima la carenza di idee di gran parte della cosidetta arte contemporanea. L’arte deve tornare a parlare un linguaggio comprensibile e duraturo. L’arte delle avanguardie attuali fatta con materie deperibili con avanzi da riciclo è un’arte che non ha futuro, in quanto non arriverà ad avere certamente un futuro lungo. Pensate a un extraterrestre che dovesse trovare una presunta opera d’arte povera fatta con barattoli, tronchi e roba rugginita, la butterebbe via con buona pace dei critici d’arte attuali. Signori, bisogna tornare all’arte vera quella fatta di tanto disegno dal vero, di conoscenza delle tecniche artistiche, di qualità professionale. Tutto il resto può essere gettato nei cassonetti della mondezza.

    • Luna

      Pienamente daccordo. L’arte contemporanea oggi produce molta mXXdaNon basta decontestualizzare per fare arte.

  • leggere il PP di Caliandro di oggi e andare a vedere il film, poi… indovinate qual è una delle opere riprodotte dai falsari? ;-)
    (Tommaso ha ragione, tant’è che al Madre si vendevano i “cavallini” di Paladino)

  • cp.Rindler
  • francesco sala

    pur con tutto l’impegno possibile non riesco a vedere niente di “politico” nell’operazione paladino.
    ho l’impressione che ci stiamo assuefando all’informazione del complotto costruita dai media nazionali, e che ormai vediamo il lupo dietro ogni cespuglio…

    • Davide W. Pairone

      ecco è proprio questo il punto. Legittimo criticare nel merito, ma una polemica basata sul nulla e sulla dietrologia semplicemente non ha senso

  • whitehouse

    più che altro lo spreco assoluto di sale.

    http://whitehouse.splinder.com/post/20824673/000

  • Posso tentare di cogliere il rapporto che c’è fra il cumulo conico di sale , qua e là macchiato da forme identiche di neri quadrupedi, con l’autore , per comprenderne lo stato spirituale, il messaggio sentimentale , cioè il motivo lirico, anche se assai risicatamente per timore di sbagliare. Ma non c ‘era bisogno di tanto volume di materiale per rappresentarlo: in arte basta anche una pennellata, un segno , insomma quella sintesi ideale per poi lasciare chi guarda, libero di dare la sua interpretazione. In questo caso, tutto quello spazio occupato di sale, sembra
    volersi imporre a tutti i costi allo sguardo, all’attenzione dei passanti, come se volesse dire : ecco , io ci sono, guardami.Questo modo mi disturba. L’arte è libertà, non didascalia né oratoria.

    • Cristiana Curti

      E con ciò, se si deve misurare l’arte in metri cubi, abbiamo demolito dal Faro di Alessandria (demolizione già avvenuta), al Taj Mahal, dal grande Cretto di Burri a Gibellina (per l’appunto) al Memoriale della Shoah di Peter Eisenman a Berlino in giù… L’arte è libertà? Ma che vuol dire?

  • svelarte

    http://it.wikipedia.org/wiki/File:Theprocessionofthetrojanhorseintroybygiovannidomenicotiepolo.jpg

    http://www.google.it/imgres?imgurl=http://multimedia.lastampa.it/fileadmin/MULTIMEDIA/QUIMILAN/44534_album/09milan_tifosi_montagna_sale_14e4f053.jpg&imgrefurl=http://pensierimadyur.blogspot.com/2011/05/foto-del-giorno-8-maggio-2011-lopera.html&usg=__UXAI-fXEjXLVBsibh8KGjJlTH5I=&h=450&w=550&sz=45&hl=it&start=0&zoom=1&tbnid=u3jra-ijvv4HTM:&tbnh=129&tbnw=158&ei=T4HKTcbZN8yq8QO4waTyBg&prev=/search%3Fq%3Dmontagna%2Bsale%2Bdanneggiata%26um%3D1%26hl%3Dit%26client%3Dfirefox-a%26hs%3DM6T%26sa%3DN%26rls%3Dorg.mozilla:it:official%26biw%3D1280%26bih%3D707%26tbm%3Disch0%2C304&um=1&itbs=1&iact=hc&vpx=672&vpy=60&dur=2549&hovh=203&hovw=248&tx=176&ty=117&page=1&ndsp=24&ved=1t:429,r:15,s:0&biw=1280&bih=707

    http://www.google.it/imgres?imgurl=http://www.dialogotv.it/portale/news/foto/1705_milan_scudetto.jpg&imgrefurl=http://www.dialogotv.it/portale/news/DTVnews_vedi3_dialogo2.php%3Fnumero%3D1461&usg=__aQ2zowHSXDxs3u2FwpCY7Jac7wI=&h=614&w=800&sz=30&hl=it&start=17&zoom=1&tbnid=lyZaqwjOzzkLeM:&tbnh=110&tbnw=143&ei=JYfKTb78OoeDswbUk92GAw&prev=/search%3Fq%3Dmontagna%2Bsale%2Bdanneggiata%26um%3D1%26hl%3Dit%26client%3Dfirefox-a%26rls%3Dorg.mozilla:it:official%26biw%3D1280%26bih%3D707%26tbm%3Disch0%2C76&um=1&itbs=1&biw=1280&bih=707

    Assedio di Troia con finale alternativo.
    Tuttosommato il revisionismo storico dei milanesi/milanisti in festa ha fornito all’estetica dell’opera paladiniana un nuovo valore relazionale.